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  • “Noi Italia. 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo!” è un’indagine effettuata dall’Istat che ci offre una serie di spunti di riflessione per analizzare la situazione economica italiana, soprattutto in chiave comparata.
    Dopo aver esaminato i dati sulle imprese e sul loro grado di innovazione, prendiamo in considerazione alcune elaborazioni macroeconomiche e relative al mercato del lavoro.

    28102014Ci sono alcuni indicatori che segnano il passo nel confronto con le altre realtà europee. Uno di questi è il Pil pro capite, misurato a parità di potere d’acquisto, che risulta essere al di sotto della media continentale del -2,2%.
    Sono pochi i paesi che presentano livelli inferiori all’Italia, uno di questi è la Spagna.
    La disponibilità economica dei cittadini italiani è, dunque, comparativamente inferiore alla media europea.
    Lo dimostrano anche i dati sulle condizioni economiche delle famiglie.
    Secondo quanto riportato dall’Istat, nel 2012 il 62% dei nuclei familiari italiani possiede un reddito annuo inferiore a 29.426 euro, ovvero circa 2.452 euro al mese. Confrontando le varie regioni, la più “povera” è la Sicilia, con un reddito medio annuo più basso del 29% rispetto alla media nazionale.

    La scarse risorse a disposizione degli italiani dovrebbero condizionare il livello dei consumi. In realtà nel 2013 l’incidenza dei consumi sul Pil si mantiene sulle medie europee (79,9%), anche se in calo rispetto agli anni precedenti.
    Ne risentono, invece, gli investimenti: la loro incidenza sul Prodotto Interno Lordo è del 18%, al di sotto della media europea (19,3%).

    Ma i dati più preoccupanti li troviamo ancora una volta se volgiamo lo sguardo al mercato del lavoro, dove l’Italia si trova agli ultimi posti nelle graduatorie continentali.
    Il tasso di occupazione delle persone di età compresa tra i 20 ed i 64 anni è circa del 60%, una quota tra le più basse d’Europa e superiore solo a quella di Grecia, Croazia e Spagna.
    Stupisce, soprattutto, il tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro. Nel 2013 il 21,7% degli italiani non cerca neppure lavoro, quando la media europea è del 14,1%.
    Su questo dato incide sicuramente la sfiducia imperante nella popolazione italiana, ma ha le sue responsabilità anche il sistema di collocamento, dimostratosi in questi anni totalmente fallimentare.
    Le ultime rilevazioni fornite dall’Istat ci consegnano un aumento della percentuale degli italiani che cerca lavoro, ma bisognerà ancora far molto nel settore delle politiche attive.
    Analizzando, infine, il tasso di disoccupazione, esso si attestava nel 2013 al 12,2%, 1,5% in più rispetto al 2012.
    Sappiamo benissimo come nel 2014 questa cifra sia ulteriormente salita, toccando picchi storici. Fa, dunque, ancora più male il confronto con gli altri paesi europei, dove la meda è del 10,8% e realtà come quella tedesca ed austriaca fanno segnare un tasso di disoccupazione addirittura inferiore al 6%.

     

     



  • È un’Italia rassicurata e speranzosa quella che esce dalla presentazione del rapporto Ocse.
    Il segretario generale dell’organizzazione internazionale, Anguel Gurrìa, ha promosso le riforme proposte dal governo Renzi, lasciando intravedere un futuro roseo per il nostro paese.
    Viene valutata positivamente la riforma del mercato del lavoro con l’annessa modifica dellart. 18.
    Secondo Gurrìa la previsione di un indennizzo per i licenziamenti economici ed alcune fattispecie di licenziamenti disciplinari diminuirà i costi dell’interruzione dei rapporti lavorativi.
    Questo spingerà i datori di lavoro ad assumere nuovi addetti, sfruttando le opportunità offerte dal nuovo contratto a tutele crescenti e dalla Legge di Stabilità.

    17112014Il Jobs Act avrà degli effetti importanti sui macro-aggregati. Su tutti il tasso di disoccupazione, destinato a scendere al 12.3% nel 2015 e all’11,8% nel 2016.
    Le medesime conseguenze positive interesseranno il Prodotto Interno Lordo, tanto da spingere l’Ocse a rivedere in positivo le aspettative sul Pil italiano nei prossimi anni.
    Come indicato da Gurrìa, il Pil dell’Italia crescerà del 0,4% il prossimo anno e del +1,3% nel 2016.
    Bene anche le riforme istituzionali che disciplineranno in maniera più puntuale le competenze di Stato e Regioni, riducendo il contenzioso così tra le due entità territoriali.
    In generale, il quadro normativo che emergerà dopo questa serie di riforme, compresa la delega fiscale, fornirà secondo Gurrìa maggiore stabilità al nostro paese. Questo potrebbe portare le imprese estere a tornare ad investire sul nostro territorio.

    Il segretario generale dell’Ocse, però, invita l’Italia a compiere ulteriori passi per riformare il settore bancario e quello fiscale. Il sistema creditizio italiano si dimostra inefficiente e legato a logiche di tipo burocratico.
    Ne risentono imprese e famiglie, che trovano sempre maggiori difficoltà nell’ottenere prestiti da parte degli istituti bancari.
    Da questo punto di vista una riforma come il Bad Bank di Stato, volta a ridurre i crediti inesigibili che mettono in difficoltà le banche, può essere una soluzione per far ripartire il sistema creditizio italiano.
    L’Italia, infine, secondo l’Ocse, dovrà infine porre rimedio al fenomeno della corruzione, intensificando i controlli fiscali e semplificando i metodi di pagamento.



  • La settima edizione di “Noi Italia. 100 statistiche per capire il futuro dell’Italia” ci fornisce una serie di spunti interessanti per analizzare la situazione economica del nostro paese.
    Il report realizzato dall’Istat copre vari ambiti della società italiana: dal mondo del lavoro all’ambiente, passando per la realtà imprenditoriale e tecnologica.
    In questa sede ci limiteremo ad analizzare i dati forniti dall’Istat in relazione alle aziende italiane ed al loro grado di innovazione.

    downloadL’Italia presenta 64 imprese ogni mille abitanti, una densità imprenditoriale inferiore solo a quella di altri sei paesi europei (Repubblica Ceca, Portogallo, Slovacchia, Grecia, Svezia e Malta).
    Anche il tasso di imprenditorialità, ovvero il rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e lavoratori nelle imprese, è comparativamente elevato. Il 30% italiano è, infatti, nettamente superiore rispetto al tasso di imprenditorialità della Germania e della Francia (8,4% e 7,4%).
    In Italia, dunque, c’è un numero elevato d’imprese, ma sono per lo più di piccole dimensioni. Con una dimensione media di 3,9 addetti il nostro paese  si trova nelle retrovie di questa speciale graduatoria. Soprattutto al Sud prevalgono le aziende di piccole dimensioni (2,8 addetti) nei settori di industria a servizi. Il Nord, invece, si avvicina maggiormente agli standard europei, grazie alla prevalenza del settore della grande industria.
    Il turnover lordo delle imprese è, invece, relativamente basso (15%), con il Mezzogiorno che si contraddistingue per una percentuale maggiore di realtà imprenditoriali che scompaiono dopo un determinato periodo di tempo.

    La situazione italiana dell’innovazione, infine, non è poi così tragica. Al contrario, i dati forniti dall’Istat sono abbastanza incoraggianti.
    Nel 2012, la spesa italiana per ricerca e sviluppo incide per l’1,26% sul Pil ed è in aumento rispetto al 2011.
    Il piano Europa 2020 pone come obiettivo per l’Italia il raggiungimento dell’1,53% del Prodotto Interno Lordo: la crescita di questo dato, fatta registrare negli ultimi anni, fa ben sperare in vista del prossimo quinquennio.
    Nel periodo di tempo compreso tra il 2010 ed il 2012, il tasso di imprese innovatrici è passato dal 31,5% al 35,5%, con una prevalenza nel settore industriale (45,4%).
    Il tasso di propensione all’innovazione del nostro paese è addirittura superiore a quello di Gran Bretagna e Francia ed è sopra la media europea, segno che l’Italia può dare tanto in termini di innovazione tecnologica.
    Meno positivo, invece, è il dato sulla connessione a Internet tramite banda larga. Solo sei famiglie su dieci si collegano, infatti, attraverso una connessione veloce, ben sotto la media dell’Unione Europea (76%).

     



  • “La nostra scelta è di fondare il mercato del lavoro sul contratto a tutele crescenti”.
    Queste le parole del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti durante la presentazione del rapporto Ocse sull’Italia.
    Del resto non è un mistero: il governo Renzi punta molto sulla nuova forma contrattuale.
    Ritiene che un contratto a tempo indeterminato più flessibile possa incentivare i datori di lavoro a procedere con le nuove assunzioni. L’Italia ha bisogno di ridurre il proprio tasso di disoccupazione e per iniziare questa inversione di tendenza, c’è bisogno di un quadro normativo e fiscale favorevole.

    caschetto lavoroPer questo motivo domani il Consiglio dei Ministri approverà il primo decreto attuativo sul Jobs Act. All’interno di esso ci sarà la disciplina dettagliata sui licenziamenti individuali e collettivi e sul nuovo contratto a tutele crescenti, che sarà operativo a partire dal 1°Marzo.
    Il prossimo mese, dunque, le aziende potranno effettuare nuove assunzioni attraverso il nascente contratto a tempo indeterminato, sfruttando anche gli incentivi fiscali inseriti nella Legge di Stabilità.
    La speranza di Poletti è che le nuove regole possano portare circa 300-400mila nuovi lavoratori nel 2015, lanciando così un nuovo modello occupazionale anche nel nostro paese.

    Non basta, però, agire solamente sulle forme a tempo indeterminato e sulla relativa disciplina dell’interruzione del rapporto di lavoro. Ci vuole un intervento organico e a più ampio raggio.
    Per questo motivo Poletti ha annunciato che nella giornata di domani in Consiglio dei Ministri verrà discussa anche la riforma degli altri tipi di contratto.
    Verrà rivisto, ad esempio, l’apprendistato ed eliminate alcune fattispecie. Rimarrà, invece, inalterato il tetto massimo di durata dei contratti a termine senza causale (36 mesi e 5 proroghe massime).
    I prossimi decreti attuativi riguarderanno, invece, gli ammortizzatori sociali e le politiche attive. Su quest’ultimo punto il Governo dovrà effettuare l’intervento di maggior rilievo, dimostrando di comprendere l’importanza di un settore troppo spesso sottovalutato quando si parla di mondo del lavoro.



  • Il Decreto Milleproroghe si appresta ad arrivare in Parlamento, dove con ogni probabilità verrà sottoposto al voto di fiducia.
    Tante le novità proposte, alcune toccheranno settori molto importanti come quello dei liberi professionisti e dei freelance. Il Governo ha promesso un intervento con l’intento di calmierare la stangata ricevuta dalle Partita Iva con la Legge di Stabilità.

    notifica_postaLa modifica alla fine è arrivata e sarà contenuta proprio nel decreto Milleproroghe. L’intervento riguarda il regime dei minimi per i giovani professionisti, i quali potranno scegliere tra la nuova e la vecchia normativa.
    Secondo quest’ultima, tutti quelli che hanno aperto una partita Iva da meno di cinque anni o che abbiano meno di 35 anni d’età potranno usufruire di una tariffa del 5%, purchè non superino i 30.000 euro di guadagni.
    I professionisti potranno anche scegliere di sottoporsi al nuovo regime fiscale: 15% per chi guadagna meno di 15.000 euro.
    Il vecchio sistema normativo rimarrà, dunque, in vigore per tutto il 2015, in attesa di essere disciplinato in maniera puntuale per il 2016.

    Il Milleproroghe, però, contiene altre importanti novità. Viene rimandata al 2017, ad esempio, la riforma dell’esame di Stato per poter diventare avvocato.
    Un’altra categoria professionale oggetto di numerose discussioni è quella dei farmacisti. Fino al 31 dicembre 2016, per poter acquisire la titolarità di una farmacia basterà essere iscritto all’Albo dei farmacisti, dopodiché saranno necessarie nuove e più ampie prerogative.
    C’è spazio, inoltre, anche per la lotta contro l’evasione. Il Governo vuole rendere partecipi i singoli territori, effettuando così un controllo puntuale delle singole realtà locali.
    Verranno premiati, infatti, i sindaci che combattono in maniera più efficace l’evasione fiscale: essi riceveranno una somma rilevante in base al contributo fornito nella lotta contro gli evasori.

    Ma i provvedimenti più importanti sono quelli sul rientro dei cervelli e sugli sfratti. Vengono prorogati fino al 2017 gli incentivi fiscali per i lavoratori che rientrano in Italia dopo aver svolto un’esperienza lavorativa all’estero.
    In questo caso i redditi da lavoro dipendente, quelli d’impresa e da lavoro autonomo concorreranno al calcolo della base imponibile per il 20% per le lavoratrici e per il 30% per i lavoratori.
    Ci sarà, infine, una proroga di 4 mesi per l’applicazione del provvedimento sugli sfratti. In questo modo si darà la possibilità ai diretti interessati di trovare una nuova abitazione.



  • I nodi stanno per essere sciolti: il nuovo Ddl anti-corruzione è pronto ad arrivare in Parlamento e con esso la riforma del falso in bilancio.
    Si rincorrono le voci su una possibile estinzione delle soglie di non punibilità del reato, che troverebbe pareri concordi nella minoranza Pd e maggiori dubbi, invece, nei rappresentanti delle imprese.
    Me entriamo nel merito della questione.

    22_09_2014L’attuale disciplina del falso in bilancio prevede, appunto, delle soglie al di sotto delle quali è esclusa la rilevanza penale del reato, ma scatta semplicemente una sanzione amministrativa.
    I suddetti limiti sono il 5% di variazione del risultato d’esercizio e fino al 10% di tutte le stime errate.
    Il Governo intende usare il pugno duro, estendendo la punibilità a prescindere dall’entità dello scostamento.
    Verranno introdotti due tipi di sanzioni a seconda del fatturato dell’impresa.
    Il volume d’affare limite dovrebbe essere di 600.000 euro: dunque, se un’azienda fattura meno di questa cifra e verranno individuate delle anomalie nel suo bilancio, scatterà una pena che va da 1 a 3 anni.
    Se invece il volume d’affari supererà i 600.000 la sanzione da applicare va da 2 a 6 anni.

    Un’altra novità importante riguarda la possibilità di perseguire il reato di falso in bilancio, non più per istanza di parte, ma d’ufficio.
    Le modifiche appena riportate trovano il parere positivo della minoranza del Partito Democratico, che ha spinto fortemente affinché venisse ripristinato il falso in bilancio dopo il “blitz” effettuato da Silvio Berlusconi nel 2002.
    Non trova riscontri altrettanto positivi, invece, all’interno di Confindustria. Il Corriere della Sera riporta le parole di Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, la quale si dichiara disponibile ad una riforma della normativa sul falso in bilancio, ma non ad un tale inasprimento del reato.
    Secondo la Panucci, l’esistenza attuale delle soglie consentirebbe di distinguere i semplici errori di valutazione nella redazione del bilancio di un’azienda dalle vere pratiche elusive.
    L’estensione della punibilità a tutti i tipi di scostamento limiterebbe la possibilità di investimento delle imprese, frenate dalla possibilità di incorrere in una sanzione penale.



  • Nessuna variazione di rilievo nella disciplina dei contratti a termine.
    È quanto dichiarato dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti in un incontro avuto con le parti sociali per discutere sui decreti attuativi del Jobs Act.
    Il Governo interverrà riducendo le fattispecie contrattuali a tempo determinato, ma non ci saranno modifiche sui limiti massimi di durata.
    Il tetto rimarrà, infatti, di 36 mesi e le proroghe massime resteranno 5. In queste giorni si era discusso di una possibile modifica della disciplina normativa. Le ipotesi più credibili vedevano una riduzione del limite massimo di durata del contratto a termine a 24 mesi e del numero di proroghe a 3.

    bilancioModifica che di fatto non avverrà. La discussione sui decreti attuativi del Jobs Act  riguardava anche la riduzione delle fattispecie contrattuali. Alcune di esse rimarranno in vita nonostante le voci di questi giorni.
    Tra queste c’è il cosiddetto job on call ed il contratto di somministrazione.
    Ci sarà, invece, una ridefinizione importante della disciplina sul lavoro a collaborazione e a progetto. Troppo spesso queste fattispecie di lavoro autonomo, rinnovate periodicamente, nascondono forme di lavoro subordinato.
    Il Governo intende disciplinare al meglio questo ambito, tutelando i liberi professionisti e distinguendo al meglio il lavoro subordinato da quello autonomo.

    Sul punto spingono molto i sindacati, i quali valutano queste forme contrattuali come espressione pure della precarietà. Secondo Gigi Petteni, segretario generale della Cisl, le tipologie di contratto a tempo determinato devono ridotte a 4-5, fotografando così al meglio le realtà lavorativa.
    Sulla stessa lunghezza d’onda è Carmelo Barbagallo, segretario generale della Cisl. Dovranno essere mantenuti solo quei rapporti di lavoro a termine che garantiscano una reale prospettiva futura al lavoratore e che non siano un mero veicolo di precarietà.



  • L’Osservatorio JobPricing rivela alcune caratteristiche e tendenze di breve periodo degli stipendi degli italiani.
    Sono moltissimi gli aspetti interessanti desumibili dall’indagine svolta.
    Si possono, innanzitutto, verificare le differenze reddituali in base alle mansioni svolte, al territorio, all’età e al genere.
    Ne viene fuori una realtà dove il divario economico tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno diventa sempre più ampio.

    spese condominialiIl primo dato che balza agli occhi è lo stipendio medio percepito da un dirigente e da un operaio. Mentre quest’ultimo si attesta sui 23.913 euro, i dirigenti percepiscono in media 107.021 euro, praticamente quattro volte tanto. La categoria dirigenziale va considerata come una vera e propria realtà privilegiata, se pensiamo inoltre che solamente l’1,2% degli italiani guadagna più di 100.000.
    La maggior parte dei lavoratori, invece, (75%) percepisce uno stipendio compreso tra i 18 ed i 35mila euro; in generala la media degli stipendi italiani è di 28.977 euro.
    C’è, dunque, una sproporzione crescente che è destinata con ogni probabilità ad aumentare col passare degli anni.

    Impressionano in egual modo le disparità generazionali. La maggior parte dei paesi europei contempla una crescita dei salari nei primi dieci anni di attività, salvo poi presentare una contrazione dopo che il dipendente ha compiuto 50 anni e si avvicina dunque alla fine del proprio rapporto di lavoro.
    In Italia la situazione è inversa. I cosiddetti scatti di anzianità consentono ai lavoratori di guadagnare in misura maggiore col passare degli anni; i giovani, di converso, guadagnano una cifra esigua: 22mila euro di media contro il 26-27 mila euro dei pari età francesi e tedeschi.
    C’è, dunque, una scarsa indipendenza economica per chi si è appena affacciato al mondo del lavoro.

    Lo stesso sguardo negativo interessa i lavoratori del Sud Italia, i quali percepiscono degli stipendi nettamente inferiori rispetto a quelli dei propri connazionali settentrionali (19,8% la differenza tra Nord e Sud).
    Da questo punto di vista influisce certamente il tessuto economico del Nord Italia, con molte aziende che offrono posti maggiormente remunerativi. Il divario, però, tra la regione con gli stipendi medi più alti (la Valle d’Aosta) e quella con le retribuzioni più basse (la Calabria) è impressionante.
    I lavoratori valdostani guadagnano in media 31.559 mila euro, mentre in Calabria lo stipendio medio si aggira attorno ai 22.555 euro.

    Il confronto con gli altri paesi europei è invece più incoraggiante se guardiamo alla situazione di genere. L’Italia si trova al quarto nella Gender Salary Cup, ovvero la classifica che misura le differenze retributive di genere; tuttavia continuano ad essere troppo poche le donne che occupano posti di livello dirigenziale (29%) ed il divario tra lo stipendio medio di un uomo e quello di una donna è di circa duemila euro.
    Per quanto riguarda, infine, i settori più pagati sono quelli dei servizi bancari e finanziari (41.104 euro), mentre nelle ultime posizioni troviamo agricoltura, allevamento e pesca (22.315 euro), dove, però, è maggiore la presenza di operai e dunque si può spiegare anche in questo modo il notevole divario tra i settori appena elencati.



  • Il 2014 è stato un anno negativo per l’Italia. Il Pil ha fatto registrare ulteriori segni di contrazione e soprattutto i livelli di disoccupazione hanno raggiunto minimi storici.
    In un periodo di congiuntura negativa, c’è spazio, però, per qualche raggio di sole dato dal commercio estero.
    La progressiva svalutazione dell’Euro ha portato dei benefici all’economia italiana. Il basso costo della moneta unica ha reso i prodotti nostrani estremamente appetibili sui mercati esteri, specie in quello americano.
    L’economia statunitense vive un periodo di rapida crescita: sono aumentati, ad esempio, i consumi e con essa è cresciuta la domanda di beni.
    Gli Stati Uniti devono così rivolgersi anche ad altri mercati: i prodotti italiani sono molto richiesti oltreoceano e non è un caso che le attività commerciali tra Usa ed Italia si siano notevolmente intensificate nell’ultimo anno.

    Cooperative decorrenza del termine per l'opposizione alla delibera di esclusione del socioLo riporta anche l’Istat attraverso i dati sul commercio estero del nostro paese nel mese di dicembre.
    In generale l’export è cresciuto del 2,6% rispetto a novembre, con una variazione positiva maggiore delle attività verso i paesi extra Ue (3,2%).
    Sono diminuite, invece, le importazioni (-1,6%). Diventa, infatti, sempre più sconveniente acquistare merci da paesi esteri, visto il rapporto poco favorevole con monete come il dollaro.
    La decrescita dell’import è, infatti, da addebitare esclusivamente alle operazioni commerciali con l’area extra Ue (-3,7%).

    I dati congiunturali rispecchiano una tendenza più ampia. Il confronto con Dicembre 2013, infatti, ci racconta un aumento delle esportazioni ancora più marcato (+6,3%) ed una corrispettiva variazione negativa delle importazioni (-1,3%).
    In generale l’intero anno 2014 ha visto una crescita abbastanza importante dell’export, attestabile attorno al +2,0%, al netto di una diminuzione dell’import pari al -1,6%.

    Ma quali sono stati i mercati più attratti dai prodotti italiani e quali sono, invece, le merci maggiormente vendute all’estero?
    Il saldo migliore lo troviamo con il Belgio (+15,7%), ma crescono a dismisura anche le esportazioni verso gli Stati Uniti (+10,2%) e la Polonia (+9,9%).
    Subiscono, invece, un drastico ridimensionamento le operazioni commerciali in entrata da quei paesi interessati dalla crisi energetica, come quelli appartenenti all’Opec (-29,4%) o la Russia (-20,0%).

    Un settore particolarmente in crescita è quello delle automobili. Più volte abbiamo sottolineato la chiara fase di ripresa attraversata da Fiat-Chrysler, un aumento degli ordinativi che ha permesso ad Fca di assumere nuovi addetti nello stabilimento di Melfi e di implementare la produzione dei nuovi autoveicoli.
    I dati Istat confermano questa tendenza: nel 2014 la crescita più imponente delle esportazioni è avvenuta nel settore degli autoveicoli (+10,0%), mentre per effetto della crisi energetica hanno avuto una flessione drastica le importazioni di materie prime. quali gas naturale (-35,8%) e petrolio greggio (-31,7%).



  • La lotta all’evasione fiscale deve essere un principio guida dell’azione governativa.
    L’esecutivo Renzi ha in mente una serie di provvedimenti che colpiscano severamente gli evasori.
    Uno degli strumenti più efficaci per ridurre il fenomeno elusivo è incentivare l’uso della moneta elettronica al posto dei contanti. In questo modo si garantirebbe una maggiore tracciabilità del denaro e l’eliminazione di alcune pratiche elusive.

    DENAROAll’interno dei decreti attuativi della delega sul fisco internazionale, l’esecutivo inserirà un’imposta di bollo proporzionale ai versamenti in banca superiori ai 200 euro.
    I cittadini saranno così incentivati ad utilizzare gli accreditamenti elettronici ogni qualvolta dovranno depositare denaro sul proprio conto corrente.
    Il discorso diventa ancora più complesso ed innovativo per i commercianti.
    Entro il 2017, infatti, dovranno dire addio al “vecchio” scontrino di carta: tutti i ricavi giornalieri superiori ai 200 euro dovranno essere comunicati esclusivamente per via elettronica.

    Ancora oggi sono molti gli esercizi commerciali non dotati di strumenti di pagamento come Bancomat o similari. Non è un caso, infatti, che l’Italia si trovi all’ultimo posto per pagamenti elettronici. Una classifica certo non meritoria nell’epoca delle tecnologia e della rete Internet.
    Il passaggio dal contante alla carta di credito, dunque, sarà estremamente difficoltoso per molti cittadini.
    Saranno contenti, al contrario, gli istituti bancari, i quali vedranno crescere notevolmente le proprie attività finanziarie. La speranza, però, è che allo stesso tempo diminuiscano le tariffe bancarie.
    Anche su questo versante l’Italia fa registrare dei dati negativi, collocandosi al primo posto in Europa per commissioni bancarie.
    Incentivare gli strumenti di pagamento elettronico è senza dubbio un passo doveroso per combattere l’evasione fiscale. A pagare, però, non devono essere solo i contribuenti onesti.
    La riforma del fisco deve, dunque, interessare anche gli istituti bancari, obbligandoli a calmierare le tariffe e consentendo così un passaggio dal contante alla carta di credito meno traumatico del previsto.



  • Lo avevamo anticipato nei giorni scorsi, oggi ne abbiamo avuto la conferma: i Gruppi parlamentari hanno approvato alcuni emendamenti al Decreto Milleproroghe che cambieranno nuovamente il quadro fiscale delle partite Iva.
    Più che di un cambiamento, però, si tratta di un ritorno al passato.
    Non ci sarà, infatti, l’aumento della contribuzione fiscale e previdenziale previsto all’interno della Legge di Stabilità.
    Le proteste delle associazioni di categoria hanno avuto gli esiti sperati.

    22102014L’emendamento Saltamartini, approvato dai gruppi parlamentari, ha bloccato l’aumento delle aliquote contributive per gli aderenti alle gestione separata Inps: l’esecutivo ha trovato una copertura di 120 mln che consentirà di fermare l’aliquota al 27,72%.
    Il Governo Monti aveva previsto una crescita graduale degli oneri contributivi per le partite Iva che li avrebbe portati a pagare il 33% nel 2018. La Legge di Stabilità approvata a dicembre ha confermato la nuova disciplina, salvo poi essere nuovamente rivista in questi giorni.

    Lo stesso discorso è valido per il regime dei minimi. Il decreto Milleproroghe modifica nuovamente il forfettario e lascia ai professionisti la possibilità di scegliere tra il vecchio ed il nuovo regime.
    Coloro che hanno aperto una partita Iva da meno di cinque anni o che hanno meno di 35 anni di età, potranno usufruire della tassazione agevolata.
    Con vecchia normativa il forfettario era del 5% per tutti i professionisti con un guadagno annuo inferiore ai 30.000 euro. La Legge di Stabilità ha, invece, innalzato l’aliquota al 15% e abbassato il reddito a 15.000 euro per i giovani professionisti.
    Un aumento di questo rilievo avrebbe certamente portato molti freelance a chiudere la propria partita Iva ,dando così un colpo mortale ad una categoria in forte espansione negli ultimi anni.
    Almeno per il 2015, però, la stangata è scongiurata, in attesa di un cambiamento più profondo dell’intero quadro normativo e fiscale sulle partite Iva.
    Adesso il ddl dovrà essere approvato in Parlamento, dove è attesa una forte battaglia tra le forze di Governo e quelle di opposizione, dunque non sono esclusi ulteriori compromessi e modifiche della disciplina giuridica.



  • Uno degli obiettivi principali del Governo Renzi è attuare un processo di semplificazione dell’attività amministrativa. Troppo spesso la burocrazia rallenta lo sviluppo economico del paese, frenando gli investimenti esteri.
    Per questo motivo l’esecutivo ha previsto una serie di provvedimenti con l’obiettivo di rendere più facile la vita dei cittadini e trasformare la P.A. in un semplice strumento a servizio della comunità.

    spese condominialiTra le tante misure adottate, alcune sembrano possano avere riscontri positivi, come l’Anagrafe Unica, altri invece, su tutti l’Isee precompilato, hanno addirittura reso più complesso il rapporto tra Pubblica Amministrazione e cittadini e andranno certamente rivisti.
    Un’altra innovazione in materia di semplificazione arriva dal settore edilizio. Anche in questo caso i criteri seguiti sono quelli della digitalizzazione e della standardizzazione della modulistica.

    Proprio oggi abbiamo una scadenza importante su questo versante: Regioni ed Enti Locali devono, infatti, adattare i propri moduli Cil e Cila alla modulistica nazionale: La Cil è la cosiddetta comunicazione di inizio lavori, mentre la Cila è la comunicazione asseverata da un tecnico. Si tratta, in generale, di documentazioni necessarie per lo svolgimento di ristrutturazioni semplici.
    La normativa precedente permetteva la massima discrezionalità da parte degli enti regionali e locali nel predisporre dichiarazioni, istanze ed altri tipi di moduli riguardanti la ristrutturazione degli edifici.
    Entro la data odierna, invece, i comuni e le regioni dovranno rivedere la propria modulistica secondo le indicazioni nazionali. Allo stato attuale ci sono oltre 8.000 esempi diversi di comunicazioni di inizio lavori semplici.
    Il Governo attraverso la seconda intesa Stato-Regioni ha voluto unificare questa enorme mole di documenti, conformandola a determinati standard nazionali, unici su tutto il territorio italiano.
    Attraverso la prima intesa, invece, era stata disciplinata la modulistica sul permesso di costruire e la Scia, ovvero la segnalazione certificata di inizio attività, utilizzata soprattutto per  le ristrutturazioni più elaborate.
    Anche in questo caso, si è voluto agire nel senso della semplificazione e della centralizzazione, ragion per cui d’ora in avanti tutte le realtà locali non potranno discostarsi dalle direttive nazionali.

    La maggior parte delle Regioni e dei Comuni sembrano essere al passo con le scadenze e dunque, entro oggi, dovrebbero adattare la propria modulistica a quella nazionale.
    Non si può dire la stessa cosa, invece, per il processo di digitalizzazione. L’art. 24 del Dl n.90/2014, infatti, oltre a disciplinare la riforma dei moduli di certificazione, regolamenta anche l’informatizzazione dei procedimenti necessari per la ristrutturazione delle abitazioni.
    Gli utenti devono essere in grado di compilare online la relativa documentazione, venendo a conoscenza del responsabile del procedimento e dei tempi necessari per l’adempimento della pratica.
    In questo modo si renderebbe un enorme servizio ai cittadini e alle imprese, i quali potrebbero svolgere tutte queste incombenze burocratiche da casa, e si snellirebbe, inoltre, l’attività amministrativa.
    Il processo di digitalizzazione della modulistica sembra, però, procedere a rilento. Sarà necessaria, infatti, l’attivazione dello Spid, il sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale di cittadini ed imprese che permetterà a questi ultimi di avere un identificativo online e di compilare in rete le varie istanze.
    Il suddetto sistema dovrebbe essere operativo nel mese di Aprile, dunque anche l’informatizzazione delle procedure per la ristrutturazione degli edifici dovrà attendere qualche altro mese.