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  • Quando la produzione industriale cresce è sempre un bel segnale per un Paese.
    E l’Italia, allora, può ritenersi soddisfatta di quanto fatto negli ultimi due mesi.
    Secondo i dati comunicati dall’Istat, infatti, la produzione industriale nel mese di Dicembre è in crescita del +0,4% rispetto a Novembre e del +0,1% su base annua.

    Gli ultimi due mesi dell’anno hanno rappresentato un toccasana per l’Italia nel reparto industriale.  Agosto, Settembre ed Ottobre, da questo punto di vista, erano stati un periodo fortemente negativo, con livelli di produzione in calo o stazionari ed un settore, quello industriale, che soffriva per la scarsità della domanda interna ed esterna.
    La svalutazione dell’Euro e la presenza di un dollaro forte, però, hanno cambiato la prospettiva, ridando vita alle imprese italiane. La crescita dell’export, soprattutto nel mercato statunitense, ha portato ottimi benefici all’economia nostrana, facendo intravedere un barlume di luce per il 2015.

    28102014I dati dell’Istat confermano tale tendenza, anche se nell’arco dell’intero anno solare la produzione è scesa del -0,8%. Dunque, bisognerà aumentare ulteriormente i livelli di produzione, stimolando anche la domanda interna.
    Entrando nel dettaglio delle elaborazioni Istat, rispetto al mese di Novembre 2014, la crescita maggiore è avvenuta nel comparto dei beni strumentali (+3,0%), dell’energia (+0,4%) e dei beni intermedi (+0,3%). Subisce una perdita, invece, la produzione dei beni di consumo (-0,9%).
    I valori tendenziali (Dicembre 2014 – Dicembre 2013), invece, descrivono una situazione parzialmente diversa: l’unico comparto in crescita è quello dei beni strumentali (+6,5%), diminuiscono invece quello dell’energia (-6,0%), dei beni intermedi (-2,4%) e dei beni di consumo (-0,2%).

    Se analizziamo, infine, i singoli settori di attività economica, i comparti con una crescita tendenziale maggiore sono quelli della fabbricazione dei mezzi di trasporto (+14,7%) e della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+13,9%).
    Le variazioni negative più importanti riguardano invece i comparti della fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-10,3%).



  • Sono giorni caldi per il Ministro dell’Economia Padoan. Tra Roma, Bruxelles ed Istanbul (sede del G20) sono in atto una serie di incontri chiave sul fronte Grecia-Unione Europea.
    La ridiscussione del debito greco è un argomento che preoccupa tutti i paesi membri: un’eventuale “Grexit”, infatti, avrebbe delle ripercussioni importanti sull’intera Eurozona. Per questo motivo è tempo di trattative e di riflessioni, perchè un passo falso potrebbe costare caro ad entrambi i contraenti.

    Cooperative decorrenza del termine per l'opposizione alla delibera di esclusione del socioIl Ministro Padoan, però, ha sfruttato questa serie di incontri per presentare ai rappresentanti della Commissione una serie di iniziative che mirano a riformare il sistema Italia. Una delle più importanti riguarda l’assetto bancario del nostro paese.
    L’Italia è universalmente riconosciuta come un paese “bancocentrico”. La fonte principale dei prestiti alle imprese e alle famiglie passa, infatti, dagli istituti finanziari. Quando questi ultimi attraversano un periodo di difficoltà, ecco che il sistema si blocca. Si fermano gli investimenti e con essi l’economia intera.
    Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia, i prestiti forniti dalle banche sono scesi del -1,6%, quelli a favore delle imprese sono diminuiti addirittura del -2,3%.

    Il collasso del sistema creditizio è dovuto alla difficoltà da parte di molti istituti finanziari di riscuotere alcuni crediti.
    Molti saranno difficilmente esigibili, in questo modo le perdite delle banche non potranno che aumentare. Maggiori sono le perdite e maggiori saranno le difficoltà nel concedere prestiti alle aziende.
    Ecco perchè Padoan sta pensando di intervenire attraverso un provvedimento che aiuti gli istituti bancari. Le grosse banche come Intesa San Paolo e Unicredit si stanno accordando con soggetti privati, mettendo in vendita i crediti in questione.
    Per gli altri istituti il ministro dell’Economia ha in mente un provvedimento che possa salvare le banche senza dover essere considerato come un aiuto statale. I finanziamenti pubblici alle banche sono vietati da Bruxelles, ecco perchè Padoan attuerà che coinvolga in prima persona i privati.
    L’ipotesi sul tavolo al momento prevede l’istituzione di un Fondo di garanzia totalmente privato al quale le banche cederebbero quei crediti difficilmente esigibili. Il Fondo avrebbe poi il compito di metterli sul mercato e di cederli a degli investitori.
    L’intervento dello Stato si limiterebbe nel fornire al Fondo un capitale di partenza che possa garantirlo da eventuali perdite. Si tratterebbe, dunque, di una manovra estremamente scrupolosa che vuole intervenire in un ambito pieno di falle, ma essenziale per tutta l’economia d’impresa.
    Il ricorso al mercato diventa un elemento imprescindibile per avere il giudizio positivo della Commissione europea e del Parlamento italiano. Secondo le indiscrezioni raccolte da vari quotidiani, sembra che Bruxelles abbia dato il proprio assenso all’iniziativa legislativa. Vedremo con quali tempi e modalità verrà attuata.



  • Chi vincerà la battaglia dei grandi colossi economici? Tempo fa erano Stati Uniti ed Unione Sovietica a giocare questa partita.
    Una vera e propria “guerra” tra modelli economici e politici antitetici che ha fatto la storia del Novecento.
    Nel frattempo il mondo è cambiato, il Muro di Berlino è un lontano ricordo e l’asse portante dell’economia globale si è spostato verso Est.

    downloadQuestione di prospettiva: una realtà non più eurocentrica e neppure tanto filo-americana, ma proiettata verso l’Estremo Oriente.
    Accade così che Cina ed India si sfidino in una battaglia inusuale: quella della crescita del Pil.
    Mentre l’Europa combatte con la deflazione e la svalutazione della propria moneta e fatica ad intraprendere il percorso della crescita, dalle parti di Pechino e Nuova Delhi si contano i punti di Pil in aumento.
    Chi cresce di più su base annua? Cina o India? Per anni il colosso cinese è stato il leader mondiale in termini di crescita del Prodotto Interno Lordo, con un aumento annuo del 7%.
    L’India ha sempre dovuto inseguire fino alla clamorosa rivelazione di queste ore: secondo le stime del Governo indiano l’anno fiscale, che si chiuderà a Marzo, farà registrare una crescita del Pil attestabile attorno al 7,4%, una cifra superiore al +7,3% cinese.

    Qualora questi dati dovessero essere confermati, si tratterebbe di un sorpasso storico che confermerebbe un trend in atto da qualche anno a questa parte.
    In India, però, c’è una fitta polemica in merito alla veridicità di queste previsioni. Il motivo di questa variazione positiva sarebbe da attribuire al diverso metodo di calcolo del Pil.
    L’India si sarebbe adeguata, infatti, agli standard del Fmi, adottando il calcolo a prezzi di mercato e non più quello riferito al costo dei fattori. L’anno di riferimento, inoltre, non sarebbe più il 2004/2005 ma il 2011/2012.
    Così si spiegherebbe la crescita così repentina del Pil: gli ultimi anni, infatti, sono stati caratterizzati da una forte crisi del sistema economico indiano. Prendere come punto di riferimento un periodo di recessione, aiuta a “gonfiare” i dati sul tasso di crescita del Pil e a ricevere un trattamento di favore da parte degli istituti bancari nazionali.
    Ecco perchè, se sorpasso ci sarà, forse avverrà tra qualche anno, come pronosticato dal Fondo Monetario Internazionale, che ha identificato nel 2016-2017 il possibile punto di svolta.
    Nei prossimi giorni avremo certamente un quadro più chiaro della situazione.



  • I dati sono relativi all’anno 2013, ma rimangono comunque inquietanti. Le elaborazioni fornite dall’Istat sul Pil pro capite raccontano un’Italia con notevoli diseguaglianze tra Nord e Sud e con un impoverimento generale della propria popolazione.
    Nulla che non fosse già a conoscenza dei cittadini, ma analizzare nel dettaglio i dati ci aiuta a capire l’entità delle storture dell’economia italiana.

    notifica_postaNel 2013 il Pil pro capite del Meridione è pari a 17,2 mila euro, mentre quello della macro-regione italiana più ricca, ovvero il Nord Ovest, è di 33,5 mila euro. Una differenza enorme (il dato del Sud è inferiore del 45,8% rispetto a quello del Nord Ovest) tra due realtà operanti sotto la stessa bandiera.
    Il divario non è inferiore se rapportato ad altre aree del nostro paese. Il Pil pro capite del Nord Est, ad esempio, è di 31,4 mila euro, mentre quello del Centro è di 29,4 mila euro.
    Il Meridione si conferma, dunque, il fanalino di coda dell’Italia e, cosa ancora più grave, la differenza tra Nord e Sud sembra destinata ad allargarsi piuttosto che a restringersi.
    In un contesto, come quello italiano, che fatica a competere su scala globale, troviamo una realtà interna che si rivela incapace di stare al passo con il resto del paese e di colmare il gap accumulato in anni di storia.

    Se analizziamo i dati nel dettaglio, troviamo disparità ancora più marcate tra le regioni del nostro paese.
    Un dato emblematico viene dal confronto tra i territori più ricchi (la provincia autonoma di Bolzano e la Lombardia) e quelli più poveri (la Calabria).
    Il Pil pro capite della regione calabrese è di 15,5 mila euro, dunque sotto la media dell’intero Meridione.
    Quello della provincia di Bolzano è, invece, pari a 39,8 mila euro, il 61% in più rispetto al dato calabrese.
    La situazione, dunque, è drammatica, senza voler forzare i termini.

    Il reddito percepito dai cittadini subisce, inoltre, il peso della tassazione. Sempre secondo i dati forniti dall’Istat, il costo medio di un lavoratore dipendente per un’impresa è di 30.953 euro l’anno.
    Di questa cifra solo il 53,3%, ovvero 16,498 euro, rappresenta la retribuzione netta del lavoratore. Tutto il resto viene pagato dal datore di lavoro o dal dipendente sotto forma di contributi sociali o altro tipo di imposte.
    La liquidità a disposizione dei cittadini è, dunque, abbastanza bassa.
    Non a caso, sempre l’Istat ha calcolato che il 25,8% degli italiani percepisce un reddito lordo annuo inferiore ai 10mila euro ed il 54% guadagna una cifra compresa tra i 10.000 ed i 30.000 euro l’anno.
    Questi dati testimoniano perfettamente l’impoverimento complessivo generato dalla crisi, che riguarda trasversalmente tutto il mondo ed interessa da vicino l’Italia e le sue macro-regioni più arretrate come il Mezzogiorno.



  • Urge una svolta nel rapporto tra banche ed imprese.
    Lo sa il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che, infatti, ha già pronta una legge sul sistema bancario che possa agevolare i prestiti alle imprese.
    La soluzione è al vaglio da tempo e, come riporta il quotidiano La Stampa, è stata presentata dallo stesso Padoan ai vertici della Commissione europea per valutarne la fattibilità.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaIl provvedimento riguarderebbe il cosiddetto “Bad bank di sistema”, ovvero tutti quei crediti deteriorati e ormai inesigibili da parte delle banche. Il Governo vorrebbe cancellare questo tipo di crediti, liberando così gli istituti finanziari di un importante fardello.
    Si pone, però, un problema di natura economica e politica. Una legge “salva banche” potrebbe essere configurata come un vero e proprio aiuto di stato al mondo della finanza e dunque proibito dalla istituzione europee.
    Per questo motivo Padoan ha sondato il terreno con la Commissione, la quale sembra non aver posto un veto assoluto.
    Dipenderà dalle modalità di attuazione della legge. Un aspetto, quest’ultimo, che sarà rilevante anche per la valutazione politica del provvedimento all’interno del nostro paese.
    Un aiuto statale alle banche non verrebbe visto di buon occhio da parte di molte forze politiche presenti in Parlamento ed in generale verrebbe osteggiato da una gran parte della società italiana.

    L’idea del Governo, dunque, è di coinvolgere direttamente gli istituti finanziari nei costi dell’operazione: lo Stato li aiuterà attraverso dei prestiti, ma dovranno essere puntualmente restituiti.
    Il “Bad bank di sistema” ha frenato per molto tempo il sistema creditizio italiano, rilegandolo in una posizione di immobilismo ormai insostenibile. Per avviare il processo di crescita non bastano solo fattori congiunturali esterni positivi, come la svalutazione dell’Euro, il quantitative easing ed il crollo del prezzo del petrolio.
    Ci vuole un meccanismo di prestiti agevolati per le imprese, che renda le aziende più protette nell’esercizio della propria attività imprenditoriale e non soggette ai cicli economici.



  • Tra qualche ora inizierà il G-20, la riunione tra i paesi più industrializzati al mondo. Nel frattempo l’Ocse, alla vigilia di questo importante appuntamento, ha pubblicato lo studio “Going for Growth”, ovvero il suo rapporto annuale sulle riforme strutturali degli Stati industrializzati.

    caschetto lavoroUn posto rilevante viene riservato all’Italia e ai primi provvedimenti del Governo Renzi. Su tutti viene posta particolare attenzione sul Jobs Act.
    La tanto discussa riforma del mercato del lavoro viene valutata positivamente dall’Ocse.
    L’aumento della flessibilità all’interno del rapporto del lavoro creerebbe un maggiore dinamismo nel settore occupazionale. Il concetto di posto di lavoro fisso viene meno: la sicurezza si sposta, infatti, dal rapporto contrattuale al reddito del dipendente.
    L’abolizione dell’istituto del reintegro per alcune fattispecie di licenziamenti individuali e collettivi viene colmata, appunto, da un indennizzo, che rende più certa la disponibilità economica dei lavoratori e più flessibili le assunzioni e le interruzioni dei rapporti lavorativi.
    L’Italia, però, deve fare di più anche da questo punto di vista. Secondo l’Ocse sono necessarie ulteriori riforme che incentivino le protezioni sociali per i lavoratori e le politiche attive.
    Soprattutto su quest’ultimo versante il nostro paese fa registrare un grave deficit nel confronto con altre realtà, come quella tedesca, dove il sistema di collocamento e di formazione professionale è estremamente efficiente.
    Imprese ed istituzioni devono collaborare di più e meglio, per potere creare un sistema effettivamente dinamico ed efficiente.

    Il giudizio dell’Ocse  copre anche altri settori della società italiana. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico esprime, ad esempio, un parere negativo sul nostro sistema scolastico e fiscale.
    L’Ocse suggerisce una più approfondita valutazione degli insegnanti e soprattutto auspica una riforma del mondo universitario, con annessa rimodulazione delle rette accademiche. Le tasse universitarie dovrebbero essere più alte e dovrebbe essere implementato un meccanismo di prestito agli studenti con rimborso basato sul reddito.
    L’Ocse pone la sua attenzione, infine, sul sistema fiscale italiano. Il nostro paese necessita una diminuzione delle imposte sui servizi e sul lavoro: solo così potranno ripartire investimenti e consumi.
    Lo Stato può recuperare risorse attraverso una più aspra lotta all’evasione fiscale ed una legislazione più chiara e stabile, che incentivi le aziende ad investire sul territorio italiano.


  • europa bce

    Italia promossa a metà. È questo il bilancio che viene fuori dalle stime della Commissione europea.
    Bruxelles ha comunicato le proprie previsioni sul prossimo triennio in Italia e in Europa, rivedendo in alcuni casi i dati comunicati nel mese di Novembre.
    Ci sono segnali positivi per il nostro paese in relazione al debito pubblico e al Pil, meno incoraggianti, invece, le proiezioni sulla disoccupazione e l’inflazione.
    Ma procediamo con ordine.

    eurogruppoPer quanto riguarda il Prodotto Interno Lordo, le stime della Commissione sono rimaste invariate rispetto a quelle emesse a Novembre: nel 2015 il PIl dovrebbe crescere dello 0,6%.
    Vengono riviste, invece, in positivo le stime per l’anno 2016 (+1,3% contro il +1,1%).
    Il processo di crescita sarà favorito dall’aumento delle esportazioni, legato principalmente ad un dollaro sempre più forte. I prodotti italiani, infatti, trovano negli Stati Uniti un mercato proficuo.
    Ecco perché le imprese nostrane che realizzano una quota rilevante delle loro attività commerciali negli Usa potranno avere enormi benefici dalla svalutazione dell’Euro, compensando così la scarsezza della domanda interna.
    I segnali positivi arrivano anche dal debito pubblico. Secondo la Commissione il rapporto deficit/Pil scenderà progressivamente: nel 2014 il rapporto è del 3% ed arriverà al 2,6% nel 2015 e al 2,0% nel 2016.
    Le riforme proposte dal Governo nella Legge di Stabilità vengono, dunque, valutate positivamente sul piano degli obiettivi contabili.  Non è un caso che le previsioni antecedenti al Ddl dessero un rapporto deficit/Pil più alto (2,7% nel 2015 e al 2,2% nel 2016).

    I dati più preoccupanti arrivano, invece, dal tasso di disoccupazione. Il mondo del lavoro rimane uno degli ambiti dove l’Italia si trova più indietro rispetto agli altri paesi dell’Eurozona.
    La Commissione prevede una disoccupazione al 12,8% nel 2015, addirittura in rialzo rispetto alla precedente elaborazione (12,6%).
    Evidentemente le istituzioni europee non vedono nel Jobs Act un’efficace soluzione al problema del lavoro, sicuramente non nel breve periodo.
    Anche l’Italia, infine, come molti paesi europei, conoscerà il peso della deflazione, passando da una situazione di inflazione debole (+0,2%) ad un vero e proprio calo dei prezzi (-0,3% nel 2015).
    Gli effetti del Quantitative easing, però, si faranno sentire a partire dal 2016, quando secondo la Commissione l’inflazione tornerà al 2%, ovvero sui livelli auspicati dalla Bce.



  • La deflazione è una realtà concreta per l’Italia e l’Europa. Non è un caso che la Banca Centrale Europea abbia deciso di attuare misure di politica monetaria espansiva con lo specifico intento di alzare il livello dei prezzi in tutti i paesi dell’Eurozona.

    L’obiettivo delle istituzioni europee è portare l’inflazione vicino al 2%. Ben lontana, dunque, rispetto ai valori prossimi allo zero di questi mesi.
    Anche l’Italia è protagonista di un andamento dei prezzi al ribasso, iniziato a fine 2014 e proseguito in questi primi giorni di 2015.

    Lo dimostrano i dati comunicati dal’Istat sull’Indice dei Prezzi al Consumo (NIC) nel mese di gennaio. Si tratta di elaborazioni provvisorie che raccontano di una variazione negativa sia su base mensile che su base annua.
    Nello specifico “l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,6% nei confronti di gennaio 2014 (a dicembre la variazione tendenziale era nulla)”.

    Analizzando i risultati nel dettaglio, il calo congiunturale dei prezzi è ascrivibile principalmente al ribasso delle materie prime (gas e petrolio su tutte). Il settore più colpito dal fenomeno deflazionistico è, infatti, quello dei beni energetici non regolamentati (-14,1% a gennaio rispetto al -8% di Dicembre).
    Anche il settore dei trasporti presenta un vistoso calo nell’aumento dei prezzi: si passa, infatti, dal +2,0% del mese di Dicembre al +0,2% di Gennaio.
    Il confronto rispetto ad anno fa mostra le medesime dinamiche. Il ribasso maggiore è rappresentato dal comparto dei Beni energetici non regolamentati (-6,3%),  dai Servizi Relativi ai Trasporti (-2,4) e dall’Energia Elettrica (-2,2%).
    È evidente, dunque, come il crollo delle materie prime abbia influenzato tutta l’economia italiana ed europea, incidendo su molti valori aggregati.

    A risentire maggiormente dalla spinta deflazionistica sono i prezzi dei beni (-1,5% contro il -0,8% di dicembre), mentre i prezzi dei servizi mantengono sempre valori positivi, seppur anche essi in calo (+0,5% rispetto al +1% di dicembre).
    L’Indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), infine, presenta un decremento del -2,4% su base mensile e del -0,4% su base annua. L’IPCA non tiene conto dei saldi invernali applicati nel settore dell’abbigliamento, di qui si spiega una variazione negativa congiunturale così ampia.   



  • Barack Obama ha deciso di uscire dal guscio e di giocarsi le ultime carte del suo secondo mandato presidenziale.
    Dopo la proposta di aumentare le tasse sui grandi capitali finanziari, si espone con una misura che colpirà principalmente le grandi imprese.
    Il presidente statunitense presenterà oggi il suo programma di bilancio al Congresso: un piano che intende recuperare risorse attraverso il prelievo fiscale ai danni degli istituti finanziari e delle aziende più grosse.
    Queste ultime, in particolare, potrebbero essere oggetto di una tassa del 19% sugli utili ottenuti all’estero e di un’altra del 14% sui profitti generati al di fuori degli Stati Uniti.
    Due imposte che evidentemente andranno a colpire i grandi colossi americani che hanno sede negli Usa ma che svolgono un gran mole delle proprie attività commerciali all’estero.
    Il riferimento è a Apple, McDonald ed altri grandi gruppi imprenditoriali.

    obamaIl crollo dell’euro nel cambio con il dollaro ha penalizzato queste imprese, facendo diminuire in maniera evidente il proprio fatturato. Una tassa come quella proposta da Obama rischia di creare gravi scompensi all’attività commerciale estera di tali aziende.
    Rimane comunque difficile che Obama possa attuare la sua proposta di bilancio. Il Congresso a maggioranza repubblicana porrà dei veti pesanti all’attività riformista del presidente americano.

    L’intento di Obama è di reinvestire i capitali guadagnati attraverso questa manovra in opere di natura infrastrutturale.
    Finita la recessione, dunque, è tempo di tornare a crescere. Per farlo il leader democratico vuole aumentare la spesa pubblica.
    Di qui la scelta di drenare risorse verso il ceto medio, implementando gli strumenti di welfare in possesso dello Stato.
    Tra i provvedimenti proposti c’è l’estensione dei college gratuiti ad una fascia di popolazione più ampia e la copertura finanziaria dell’aspettativa per i padri di famiglia.
    L’impressione è che Obama voglia in qualche modo mettere pressione ai Repubblicani. Il presidente degli Stati Uniti è consapevole di non poter portare a termine tutti questi interventi, ma vuole ottenere una mediazione che migliori le condizioni di vita di un ceto medio sempre più impoverito.
    Anche il Partito Repubblicano dovrà tenere conto di questa grande fascia di popolazione, che rappresenta un enorme contenitore di voti per entrambi gli schieramenti politici statunitensi.



  • Il 20 Febbraio il Governo presenterà i decreti attuativi sulla delega fiscale.
    Tanti i punti controversi. Uno su tutti riguarda la non punibilità dei reati finanziari sotto la soglia del 3% della base imponibile.
    Una norma definita da molti come un “salva Berlusconi” e che, con ogni probabilità, sarà oggetto di revisione.

    Vediamo, però, quali sono i punti cardine della delega sulla quale il Governo Renzi si gioca molto.
    Dopo l’appuntamento con l’elezione del Presidente della Repubblica e l’approvazione delle riforme istituzionali, il premier dovrà giocare una partita importante sull’asse Roma-Bruxelles.
    La riforma del fisco sarà, infatti, uno snodo cruciale per il giudizio della Commissione europea sul debito pubblico italiano. L’appuntamento è per il mese di Marzo, per allora dovranno essere presentati tutti i decreti attuativi della delega.

    TAXUno degli intenti del Governo in materia fiscale è semplificare il quadro normativo. Si vuole operare, infatti, nel senso di una maggiore certezza del diritto sui reati fiscali, ancora oggi oggetto di interpretazioni di carattere meramente soggettivo.
    Per questo motivo verrà rivista, ad esempio, la norma sull’abuso di diritto, uniformandola a quella sul reato di elusione.
    Diventano tre i presupposti necessari affinché si verifichi la suddetta fattispecie: l’assenza di sostanza economica nelle operazioni effettuate; la realizzazione di un vantaggio fiscale indebito, il quale dovrà essere, infine, l’unico obiettivo dell’azione elusiva.
    Il legislatore vuole rendere più chiara questa fattispecie, disciplinando nel dettaglio tutti i reati di natura fiscale.
    La certezza del diritto è, infatti, un presupposto fondamentale per gli investimenti esteri nel nostro paese. Troppo spesso l’apparato giudiziario ed amministrativo italiano ha frenato l’iniziativa privata, rendendo il sistema produttivo nostrano ancorato a vecchie logiche economiche e burocratiche.

    Un intervento importante in tal senso sarà anche l’ampliamento del ruling internazionale, che riguarda tutte quelle imprese che operano all’estero. Sarà possibile prendere accordi con le amministrazioni di riferimento in relazione ai prezzi di trasferimento, alla tassazione degli utile e alla quantificazione dei dividendi.

    Uno degli aspetti maggiormente innovativi delle nuova delega fiscale riguarda il cambiamento del sistema delle sanzioni sui reati fiscali. Come accennato in precedenza, questo è l’ambito più discusso del provvedimento.
    Viene innalzato, innanzitutto, da 50mila a 150mila il limite a partire dal quale scatta la sanzione per l’omesso versamento delle ritenute. La stessa ratio viene applicata alle evasioni nel pagamento dell’Iva e delle imposte sui redditi.
    Viene applicata una clausola di non punibilità qualora l’importo evaso non superi il 3% dell’Iva dovuta o della base imponibile dichiarata.
    Vedremo se il Governo modificherà quanto contenuto nelle bozze e se la Commissione valuterà positivamente l’azione riformatrice.



  • Non ci sono solo dati positivi per l’Italia negli ultimi giorni. Diminuisce, seppur di poco, il tasso di disoccupazione e le stime sul Pil fanno ben sperare.
    Tuttavia, il rapporto elaborato da Eurispes per l’anno 2014 racconta di un popolo italiano sempre più sfiduciato e povero.
    Sono tante le rilevazioni effettuate da Eurispes: alcune attinenti all’economia, altre invece riguardano le abitudini ed il modo di pensare degli italiani.

    Cooperative decorrenza del termine per l'opposizione alla delibera di esclusione del socioPartiamo con le rilevazioni legate al mondo economico. Un dato preoccupante riguarda il potere d’acquisto.
    Secondo Eurispes, infatti, sette italiani su dieci hanno visto diminuire la propria capacità di acquistare beni attraverso le proprie risorse.
    Spesso devono ricorrere all’aiuto delle proprie famiglie. Un dato che racconta alla perfezione l’impoverimento generale dell’Italia. Sono diminuite le spesse più “futili”, come quelle relative alla palestra, è in aumento, invece, il ricorso agli outlet.
    Più in generale c’è una percezione negativa dell’economica nostrana (il 90% ritiene che quest’anno la situazione economica sia peggiorata) e dell’Italia in generale. Basti pensare che quasi un italiano su due vorrebbe trasferirsi all’esterno, di questi il 65% sono giovani, e che il 52,7% di chi è alla ricerca del primo impiego si dichiara disposto a cercarlo fuori dal nostro paese.

    L’Italia, dunque, va stretta ai suoi cittadini e la situazione non migliora se parliamo della sua moneta.
    Il livello di gradimento dell’Euro è, infatti, ai minimi storici. Il 40% degli italiani vorrebbe tornare alla Lira, contro il 25,7% dell’anno scorso.
    Il sentore comune è che l’Euro abbia causato un aumento notevole del costo della vita e che abbia avvantaggiato solo i più ricchi. Dati avvalorati dalla crescita elettorale delle forze politiche anti-euro come il Movimento 5 Stelle e la Lega.

    Il rapporto Eurispes racconta anche le abitudini ed il mondo di pensare degli italiani su tematiche scottanti come i diritti civili. Il 64,4%, ad esempio, è favorevole al riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto, mentre solamente il 40,8% si dichiara favorevole ai matrimoni gay.
    Poco più di un italiano su due valuta positivamente l’eutanasia, mentre solo il 33% vorrebbe la legalizzazione delle droghe leggere.

    Interessanti anche i dati sull’utilizzo delle nuove tecnologie. Il 67% possiede uno smartphone, primato assoluto tra i paesi europei; per quanto riguarda, invece, i social network, addirittura il 95,7% dichiara di utilizzare Facebook contro un misero 43% che possiede un profilo Twitter.



  • Dopo le previsioni ed i dati sulla crescita del Pil e sulla produzione industriale, arrivano le elaborazioni più attese: quelle sul tasso di disoccupazione.
    L’Istat fornisce i dati relativi al mese di Dicembre e per la prima volta dopo parecchi mesi l’Italia può tornare a sorridere. Migliorano, infatti, sia i risultati sul numero di occupati, che quelli relativi al tasso di disoccupazione. Ma analizziamo i dati nel dettaglio.

    downloadSecondo l’Istituto di Statistica, gli occupati nel mese di Dicembre sono 22 milioni e 422 mila, in aumento dello 0,4% (+93mila occupati) rispetto al mese precedente.
    Negli ultimi due mesi il numero di persone occupate aveva fatto registrare una sensibile diminuzione.
    La situazione, adesso, sembra essersi normalizzata, anche rispetto a Dicembre dell’anno scorso.
    Il valore tendenziale, infatti, mostra una crescita dello 0,5%.
    Stesso andamento per il tasso di occupazione, che si attesta adesso al 55,7%, mostrando una crescita dello 0,2% rispetto a novembre e dello 0,3% nel raffronto con i dati di dodici mesi fa.

    Incoraggianti anche i numeri sulla disoccupazione. La quota di disoccupati è di 3 milioni e 322mila e presenta una variazione negativa di -3,2% rispetto a novembre.
    Il paragone con dicembre 2013 è, invece, ancora impietoso perchè il numero di disoccupati è in questo caso aumentato del +2,9%.
    Sono evidentemente simili i dati sul tasso di disoccupazione. Anche qui ci sono dei miglioramenti rispetto a novembre. Il tasso di disoccupazione è del 12,9%, 0,4 punti percentuale in meno rispetto al mese scorso.
    Su base annua, però, la situazione rimane complessa, visto che riscontriamo un aumento dello 0,3%.

    tweet renziDai dati appena elencati, dunque, emerge una tendenza chiara. Il mese di dicembre ha portato un parziale rilancio in termini di occupazione, merito probabilmente di una ripresa dei livelli di produzione industriale e delle politiche attive del governo, su tutte Garanzia giovani.
    Lo dimostrano i numeri sul tasso di disoccupazione giovanile. “La quota di giovani disoccupati” riporta l’Istat “sul totale di quelli attivi (occupati o disoccupati), è pari al 42,0%, in calo di 1,0 punti percentuali rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti nei dodici mesi”.
    Eurostat precisa che la variazione congiunturale italiana, relativa al tasso di disoccupazione giovanile, è la migliore tra tutti i paesi europei. Numeri che lasciano ben sperare e che provocano la reazione positiva del premier Matteo Renzi, che attraverso il proprio profilo Twitter non ha voluto mancare di esprimere la propria soddisfazione per i dati pubblicati.