Categoria: News


  • Rialzo del livello dei prezzi, rilancio dell’export, ma anche risanamento del debito pubblico.
    Il Quantitative easing, ovvero l’acquisto di titoli di stato degli stati membri da parte della Bce, comporterà i vantaggi appena elencati.
    Gli obiettivi primari dell’operazione di Mario Draghi sono riportare l’inflazione ad un tasso vicino al +2% e svalutare l’Euro per rendere le merci continentali più appetibili sui mercati extra Ue.
    La strategia dell’Eurotower, però, abbraccia a 360 gradi anche i conti pubblici degli stati membri. Il Qe, infatti, ha degli effetti rilevanti anche sul debito dei paesi coinvolti, tra i quali ovviamente l’Italia.

    draghiDa quando la Bce ha lanciato la misura eccezionale di politica monetaria i tassi d’interesse sui titoli di stato sono scesi in maniera vertiginosa. Nei primi tre mesi del 2015 sono stati protagonisti di un calo che li ha portati ad un livello record dello 0,85%.
    Per avere un parametro di riferimento, basta pensare che un anno fa i tassi d’interesse medi sui titoli pubblici erano superiori al 2%.
    Il quadro, dunque, è molto favorevole.  La vendita dei titoli di stato a tassi così bassi porterà nel lungo periodo ad un notevole risparmio per le casse dello Stato.
    Secondo i calcoli del Corriere della Sera, il Tesoro italiano potrebbe addirittura risparmiare 3-4 miliardi di euro sulla spesa per interessi dei titoli pubblici.
    Sarebbe una vera e propria boccata d’ossigeno per un paese che ha bisogno di rivedere le proprie finanze pubbliche.
    Per ottenere un ulteriore risparmio, il Ministero dell’Economia starebbe pensando anche di alzare di tre mesi la vita media dei titoli pubblici, che allo stato attuale è di 6 anni e 5 mesi.

    Gli interessi per i titoli pubblici rappresentano una quota importante del deficit italiano. Bisognerà essere bravi a sfruttare questa opportunità fornita dalla Bce per migliorare i propri conti pubblici ed avere così maggiore forza contrattuale in sede europea.
    Le prime aste dal lancio del Qe stanno andando particolarmente bene per l’Italia. E non si tratta solo dei bond a breve scadenza, ma anche di quelli a lungo termine.
    Come riporta il Corriere della Sera, nella sola giornata di giovedì sono stati venduti Btp trentennali ad un tasso irrisorio dell’1,86%. Il guadagno per le casse pubbliche è stato di 1 miliardo e 750 milioni di euro.
    Le prospettive per il futuro sembrano essere rosee. L’Italia dovrà essere a brava a sfruttare questo momento favorevole sui mercati accompagnandolo con adeguate riforme strutturali ed interventi di modernizzazione del paese.

     

     



  • Camminano su un filo sottile da circa due mesi. L’Unione Europea e la nuova Grecia di Alexis Tsipras si studiano e guardano avanti cercando di non cadere e di non compromettere il futuro di milioni di cittadini.
    Tra una stoccata al veleno ed una parola conciliante, prosegue il dialogo tra i due contraenti, con un epilogo difficile da prevedere.
    La prima tappa di questa grande battaglia diplomatica si è conclusa il 20 febbraio, quando l’Eurogruppo ha concesso quattro mesi di tempo ad Alexis Tsipras per attuare una serie di riforme necessarie per modificare il sistema fiscale ed amministrativo greco.
    Solo una volta completato il cammino delle riforme sarà possibile ridiscutere il tema dei debiti ellenici e il possibile cambiamento del piano di rientro stipulato dalla troika con il precedente governo.

    tsiprasSuperato il primo scoglio, c’è da arginare la volontà di protagonismo delle Ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis. Le sue dichiarazioni frequenti e pungenti hanno spesso irritato Bruxelles, rendendo più difficile il compito di Tsipras nel processo di mediazione con l’Ue.
    Il silenzio impostogli dal primo ministro ellenico è un ulteriore segno della volontà di Tsipras di non arrivare ad uno scontro con le istituzioni europee. Volontà confermato dalle parole e dai fatti di questi giorni.
    È notizia delle ultime ore la decisione del Governo greco di pagare una parte del prestito ricevuto dal Fondo Monetario Internazionale, stimabile attorno ai 348 milioni.
    La Grecia, dunque, intende saldare i propri debiti, a patto di avere il tempo di attuare le proprie riforme e di rivedere il piano di rientro, limitando la riduzione della spesa pubblica impostale dall’Ue.
    Si perché Tsipras ha degli obblighi nei confronti dei propri elettori, in particolar modo verso quei cittadini che hanno visto in lui la speranza di uno Stato più vicino alle esigenze e ai diritti sociali dei cittadini e meno vincolato dagli obblighi contabili.

    Da questo punto di vista anche il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, si è dichiarato fiducioso di trovare una soluzione, escludendo in maniera categorica un eventuale default greco. Del resto è nell’interesse di tutti, mantenere la Grecia nell’Eurozona ed evitare la bancarotta.
    Su questa stessa linea d’onda si schiera Tsipras, attraverso delle dichiarazioni concilianti come non mai: “Sono qui a Bruxelles – ha detto Tsipras– per discutere di futuro. E avere il 60% di disoccupazione giovanile vuol dire non avere un futuro. Penso che il messaggio delle discussioni di queste ore, qui a Bruxelles, sia di speranza al popolo greco. Non solo attuare, attuare, obblighi, obblighi, ma anche che dalle istituzioni europee viene aiuto, solidarietà, in particolare per poter uscire da questa brutta situazione sociale. Si tratta di un problema non solo greco ma di tutta l’Europa e, visto che siamo pro-europei, vogliamo andare avanti insieme verso un futuro comune”.



  • Dopo tanti rinvii e polemiche, il decreto legge sulla “Buona Scuola” è stato approvato in Consiglio dei Ministri ed è pronto ad arrivare in Parlamento.
    Sono molte le misure innovative, destinate a far parlare di sé.
    Il punto più critico riguardava l’assunzione dei migliaia di precari del sistema scolastico, inseriti in vere e proprie “liste di attesa” per anni senza poter avere una cattedra.
    Si tratta di persone abilitate all’insegnamento, ma impossibilitate a farlo a causa della carenza di posti e risorse.

    Il Governo è intervenuto stabilizzando, a partire dal primo settembre 2015, circa 100mila professori presenti nelle graduatorie ad esaurimento (Gae). Vengono lasciati fuori dal provvedimento circa 50mila insegnanti, che avevano sperato in un primo tempo di essere assunti, ma dovranno attendere almeno un anno.
    Sono quelli inseriti nelle graduatorie di istituto e di seconda fascia e gli “idonei al concorso del 2012”.
    Questi ultimi dovranno aspettare il nuovo concorso del 2016, ricorsi permettendo.

    classe-banchiL’aspetto, però, a nostro avviso maggiormente problematico del decreto la Buona Scuola (?) riguarda il rinnovato potere dei presidi. I dirigenti scolastici si dovranno comportare come dei veri e propri manager di un’azienda.
    Ci sarà, infatti, una più ampia autonomia in capo alle singole scuole nella scelta dei programmi didattici e degli organici funzionali. Il preside potrà valutare i curricula dei propri insegnanti (che saranno pubblici ed online) ed inserirli nelle classi in base alle esigenze del momento.
    Ma cosa ancora più importante, spetterà al preside la valutazione dei professori: in base ad essa potrà decidere se premiarli o meno attraverso degli incentivi remunerativi.
    Il Governo ha previsto, infatti, lo stanziamento di 200 milioni di euro per gli insegnanti “migliori”. Inizialmente sembra che questa categoria potesse usufruire addirittura degli scatti merito, ma dopo le polemiche dei giorni scorsi l’esecutivo ha deciso di mantenere gli scatti di anzianità, disponendo semplicemente degli incentivi materiali per il 5% dei professori più meritevoli di ogni singola scuola.

    Qui, però, sorge un problema non di poco conto. Secondo quali criteri il preside, sentito il Consiglio d’Istituto, potrà decidere di far scattare questi premi? Il Governo sul punto è stato abbastanza vago, lasciando ampio margine di manovra ai singoli dirigenti scolastici.
    Probabile si decida di intervenire più avanti attraverso la legge delega sulla valutazione degli insegnanti. In questo modo, però, si lascia troppo potere ai presidi e si potrebbe andare in contro a scelte poco responsabili.
    Renzi promette massima severità per i dirigenti che non saranno in grado di svolgere questo compito, ma rimarrà comunque difficile controllare singole situazioni anomale.
    Giova ricordare che la scuola non è un azienda e non opera secondo i canoni del profitto e dell’efficienza. Bene l’incentivazione del merito e della qualità dell’insegnamento, ma inserire i principi competitivi del libero mercato all’interno del mondo scolastico può essere controproducente e per certi aspetti pericoloso.



  • Giornata tranquilla tra le borse europee, ma gli effetti del Quantitative easing continuano a farsi sentire.
    Le ripercussioni non sono solo sull’economia europea, ma anche all’interno degli stati fuori dall’Eurozona.
    Uno di questi è sicuramente gli Stati Uniti d’America. Dopo il periodo di ripresa, la Federal Reserve sta valutando di rialzare i tassi d’interesse.
    Una scelta di questo tipo, sommata ad un euro sempre più svalutato, sarebbe molto critica per l’economia americana. Un dollaro troppo forte nel rapporto con la moneta unica europea rischia di incidere negativamente sul livello di esportazioni verso il mercato del Vecchio Continente.
    Preoccupazioni dello stesso tipo attraversano altri paesi, come la Svizzera, che fatica a tenere in pari il rapporto franco/euro, Svezia e Danimarca.

    mappaSi intravedono al contrario segnali positivi per i paesi interessati dal Quantitative easing. In Germania, ad esempio, il livello d’inflazione è salito allo 0,9%, avvicinandosi lentamente al 2%, che rappresenta il tasso desiderato dalla Bce.
    Anche il Francia il livello dei prezzi è aumentato dello 0,7% su gennaio.
    Le notizie migliori per l’Italia arrivano, invece, dallo spread e dall’Euro, entrambi in forte ribasso.
    Rispetto ai Bund tedesco il differenziale è sceso a 85 punti, facendo registrare il proprio livello minimo dal maggio 2010, mentre il decennale italiano sul mercato secondario rende all’1,11%, più basso dei Bonos spagnoli.
    L’euro, infine, chiude a 1,06 dollari, dopo che nella giornata odierna aveva toccato un nuovo minimo da 12 anni a questa parte con un tasso di cambio di 1,0494 dollari.
    Come accennato in apertura, invece, le borse si mostrano abbastanza stabili: Piazza Affari chiude in calo dello 0,11%, Parigi perde lo 0,1%, idem Francoforte, mentre Londra avanza dello 0,7%.



  • Con 290 sì, 149 no e 7 astenuti è passato alla Camera il decreto sull’Investment compact.
    Si tratta di un provvedimento che interviene nel settore delle imprese, provando a rilanciare gli investimenti.
    Tra le misure contenute nel decreto, la più discussa riguarda senza dubbio la riforma delle banche popolari con attivo superiore a otto miliardi di euro.
    Allo stato attuale vige il principio del voto capitario (una testa un voto) che dà enorme potere anche ai piccoli soci. La riforma prevede che entro 18 mesi gli istituti bancari coinvolti modifichino il proprio statuto, eliminando il voto capitario e trasformandosi in società per azioni.
    Sono dieci le Popolari interessate dal provvedimento: Banco Popolare, Ubi Banca, Popolare Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Vicenza , Veneto Banca, Popolare di Sondrio; tra le non quotate ci sono il Credito valtellinese, la Popolare di Bari e la Popolare dell’Etruria e del Lazio.

    Cooperative EdiliI dieci istituti bancari appena citati avranno appunto 18 mesi di tempi per modificare il proprio statuto. Qualora ciò non avvenisse la Bce, su segnalazione di Bankitalia, revocherà loro l’autorizzazione per l’esercizio di attività bancarie e verrà disposta la liquidazione coatta amministrativa.
    L’intento del Governo attraverso questo provvedimento è snellire il processo decisionale all’interno delle popolari, troppo spesso sottoposto ai veti dei migliaia di soci, e permettere a chi possiede quote di maggioranza di avere una maggiore influenza nelle scelte da adottare.

    L’Investment compact, però, non contiene solo la tanto discussa riforma delle Popolari, ma anche una serie di strumenti per rilanciare le imprese in difficoltà e le Pmi.
    È stata disposta, innanzitutto, la creazione di una società per azioni per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle aziende in crisi. Il provvedimento è rivolto in particolare a tutte quelle imprese che “nonostante temporanei squilibri patrimoniali e/o finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato“.
    Potrà partecipare al fondo per le aziende in crisi qualsiasi tipo di investitore, sia istituzionale che professionale.
    In questo modo si vogliono aiutare quelle realtà in difficoltà per colpa della recessione, ma che in prospettiva futura possono presentare importanti margini di crescita.

    Nel decreto legge trovano, infine, un posto rilevante start up e Pmi. Vengono allargate le agevolazioni fiscali per chi decide di investire nelle start up. In precedenza, per poter usufruire degli sgravi, la start up in questione doveva essere nata da meno di quattro anni; adesso il limite temporale viene esteso a cinque.
    Viene introdotta, inoltre, una nuova categoria che è quella delle Pmi innovative. Le piccole e media imprese che investono in innovazione e tecnologia potranno usufruire delle stesse agevolazioni fiscali delle start up, purché siano costituite sotto forma di società di capitale, anche cooperative, ed operino sul mercato da meno di sette anni dalla loro vendita commerciale.



  • Concentrazione della ricchezza e povertà sempre più diffusa: sono i fenomeni emergenti nella società contemporanea che la crisi economica ha contribuito a rendere ancora più evidenti.
    Le risorse, infatti, sono concentrate nelle mani di pochi e c’è il rischio che nei prossimi anni la situazione possa addirittura peggiorare.
    Secondo il rapporto di Oxfam “Grandi Diseguaglianze Crescono” nel 2016 l’1% della popolazione mondiale sarà più ricco del restante 99%.
    Una forbice che è destinata ad aumentare e che favorirà specialmente due categorie di super ricchi: quelli operanti nel settore finanziario e farmaceutico-medico.

    Si tratta, infatti, di professioni in continua espansione, che rappresentano l’emblema del capitalismo moderno. Le imprese appartenenti a questi due ambiti svolgono, inoltre, un’importante attività di lobbying nei confronti delle istituzioni nazionali e sovranazionali.
    L’obiettivo è ottenere un quadro fiscale e giuridico favorevole. Non è un caso, ad esempio, come il settore farmaceutico sia difficilmente sottoponibile a processi di liberalizzazione e che tasse sulle transazioni finanziarie non siano viste di buon occhio ed in alcuni si rivelano addirittura inefficaci.

    africaSi vengono così a creare situazioni di diseguaglianza sempre più evidenti. Tali differenze balzano ancora di più all’occhio quando è coinvolto un continente come l’Africa, universalmente riconosciuto come il più povero su scala mondiale.
    I grandi ricchi, però, esistono anche nel continente africano. Christoph Lakner, blogger e consulente della Banca Mondiale, ha effettuato un’indagine sulla diseguaglianze esistenti in Africa, prendendo come punto di riferimento scientifico i dati di Credit Suisse sulla ricchezza delle nazioni e quelli di Forbes sugli uomini più ricchi al mondo.
    Ne è venuto fuori un quadro allo stesso tempo interessante ed inquietante. Secondo l’analisi di Lakner, i dieci uomini africani più ricchi possiedono 62 miliardi di dollari che corrispondono alla ricchezza posseduta dalla metà della popolazione africana.
    Se prendiamo considerazione i tre più ricchi d’Africa, scopriamo addirittura che dispongono di risorse pari a quelle del 40% della popolazione africana.
    Numeri davvero impressionanti e che non possono essere trascurati dalle istituzioni mondiali. Una simile degenerazione delle disuguaglianze può portare, nel lungo periodo, ad effetti devastanti dal punto di vista politico e sociale.
    Ma non è da sottovalutare anche l’impatto dal punto di vista economico che può avere una così evidente concentrazione della ricchezza, visto che porterà inevitabilmente ad un crollo dei consumi su scala mondiale.
    Ecco perché l’implementazione di politiche redistributive è una misura da considerare in maniera urgente, perché un mondo diseguale è un mondo ingiusto e soprattutto sconveniente.



  • Uno delle poche buone notizie per l’Italia nel 2014 arriva dall’export.
    Come abbiamo più volte sottolineato, la svalutazione dell’euro ha favorito le imprese che svolgono un’importante quota delle proprie attività commerciali con i paesi extra-europei.
    La crescita della domanda estera ha in qualche modo bilanciato la scarsità della domanda interna, depressa da un basso livello dei consumi.
    I prodotti delle industrie italiane hanno trovato mercato negli altri paesi europei (Belgio e Polonia su tutti), ma soprattutto oltreoceano, dove gli Stati Uniti sono stati il nostro principale partner commerciale.

    Secondo i dati forniti dall’Istat, nell’ultimo trimestre del 2014 c’è stato un aumento delle vendite dei beni all’estero nell’Italia nord-occidentale (+1,4%), nord-orientale (+3,7%) e centrale (+1,6%), mentre le regioni meridionali e insulari registrano una leggera flessione (-0,3%).
    Le elaborazioni più interessanti, però, riguardano l’intero 2014. Nell’anno appena trascorso, l’Italia ha fatto registrare una variazione positiva dell’export del 2,0%. Tutte le aree geografiche hanno visto una crescita delle esportazioni, eccezion fatta per l’Italia insulare (-13,8%).
    Questo dato si spiega attraverso la contrazione delle vendite di prodotti petroliferi raffinati da Sicilia (-15,2%) e Sardegna -(16,3%) e rappresenta un ulteriore segnale della crisi che sta attraversando il settore energetico in tutto il mondo.

    28102014Per quanto riguarda, invece, le regioni che hanno fornito la spinta decisiva alla crescita dell’export, tra di esse vanno annoverate certamente le Marche (+7,5%), l’Emilia Romagna (+4,3%), il Piemonte (+3,3%), il Veneto (+2,7%) e la Lombardia (+1,4%).
    In questo caso i settori maggiormente proficui sono stati quelli della vendita di autoveicoli da Piemonte ed Emilia-Romagna (rispettivamente +20,7% e +18,3%) e di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici da Lazio e Marche (rispettivamente +9,7% e +39,0%).

    È importante anche valutare nel dettaglio quali sono i mercati esteri maggiormente attratti dai nostri prodotti. Analizzare le preferenze dei nostri acquirenti sarà alla base della programmazione industriale futura. La svalutazione, infatti, non sembra destinata a terminare di qui a breve.
    Ecco perché bisogna sfruttare al massimo questa congiuntura favorevole e rilanciare finalmente il nostro settore industriale.
    Come riporta l’Istat “L’analisi regionale per mercati di sbocco mostra che nel corso dell’anno 2014 la crescita registrata per l’export nazionale è influenzata dall’aumento delle esportazioni del Lazio verso il Belgio (+45,4%) e di Lombardia (+9,7%), Piemonte (+21,8%), Toscana (+21,8%) ed Emilia-Romagna (+11,8%) verso gli Stati Uniti. Risultano in forte aumento anche le vendite delle Marche in Belgio (+31,7%) e del Piemonte in Polonia (+23,3%). Le vendite della Lombardia verso la Svizzera (-8,1%) e del Lazio verso il Giappone (-65,1%) rallentano la crescita delle esportazioni”.
    Come abbiamo evidenziato in precedenza, Belgio e Polonia, per il mercato Ue, e Stati Uniti, per quello extra-europeo, sono stati i nostri principali interlocutori. Sono soprattutto gli autoveicoli ed i prodotti farmaceutici, chimico-medicinali e botanici quelli maggiormente richiesti da questi paesi.
    Non è un caso che proprio nel 2014 Fiat-Chrsysler abbia fatto registrare un netta crescita in termini di fatturato e di ordinativi, con Stati Uniti e Polonia tra i più importanti acquirenti dell’azienda.
    Bisognerà, in via definitiva, far affidamento su questi dati ed incentivare ancora di più l’export extra-europeo, puntando a far crescere anche le esportazioni di quelle regioni come Sicilia, Sardegna, Calabria e Campania che ancora segnano il passo rispetto agli altri territori del nostro paese.

     



  • I primi giorni di Quantitative easing possono essere valutati positivamente. A dichiararlo è il presidente della Bce, Mario Draghi. L’intento della Banca centrale europea è fornire agli investitori condizioni ideali per rilanciare l’economia.
    Per questo motivo Draghi ha lanciato un piano da 60 miliardi al mese fino a settembre 2016 per l’acquisto di titoli di stato. Qualora il livello d’inflazione dovesse essere ancora inferiore al 2%, la Bce potrebbe decidere di continuare nella misura eccezionale di politica monetaria per stabilizzare il quadro economico generale.

    draghiI risultati di questi tre giorni di Qe sono stati sicuramente positivi. Le borse hanno reagito bene e soprattutto l’euro ed il rendimento dei titoli di stato hanno raggiunto ulteriori minimi storici.
    Attraverso la svalutazione della moneta unica europea, si vuole favorire le imprese europee dedite all’export. Il cosiddetto “mini-euro”, infatti, rende appetibili i prodotti del vecchio continente, soprattutto sul mercato americano.
    Il tasso di cambio dell’Euro nel confronto con il dollaro, infatti, è ormai inferiore a 1,11.
    Non è un caso, ad esempio, che aziende come Fiat-Chrysler, che svolgono una quota rilevante delle proprie attività commerciale negli Stati Uniti, abbiano avuto un notevole incremento degli ordinativi e della produzione industriale in questi ultimi mesi.

    Tassi d’interesse bassi, svalutazione dell’euro e maggiore liquidità sul mercato sono tutti fattori favorevoli per un rilancio degli investimenti e conseguentemente dei consumi. Ne è consapevole Mario Draghi, il quale proprio per questo motivo ha lanciato un piano di investimenti unico nella storia della Bce.
    Grazie al Quantitative easing, secondo il vertice dell’Eurotower, gli economisti hanno rivisto al rialzo le stime sulla crescita dell’Eurozona.
    Ci sono inoltre dati reali che ci mostrano un quadro più chiaro della situazione economica continentale. Il Pil dell’area Euro, ad esempio, ha avuto una crescita dello 0,3% nell’ultimo trimestre del 2014, così come il tasso di disoccupazione è diminuito ulteriormente nel mese di gennaio, facendo registrare il livello minimo dall’Agosto 2012.
    Ci sono, dunque, segnali positivi che vanno verificati nel lungo periodo, ma la fiducia all’interno delle istituzione europee è sicuramente crescente. Il Qe non potrà che migliorare questa situazione.



  • Quaranta milioni di euro, di cui trenta stanziati dal Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) e dieci dal Movimento 5 Stelle. Il Governo con l’ausilio di alcune forze parlamentari ha deciso di dare una mano a chi non possiede le garanzie sufficienti per ottenere un prestito bancario, ma vuole avviare o sviluppare un’attività di lavoro autonomo o di Microimpresa.
    L’impoverimento generato dal periodo di recessione ha messo in difficoltà famiglie e piccole imprese, che sempre più raramente riescono ad accedere ai finanziamenti delle banche.
    Laddove mancano le garanzie, deve intervenire il Governo per assicurare a tutti eguali possibilità economiche.
    Lo recita l’art. 3 della Costituzione e per una volta è stato applicato.
    Si può contribuire ai fondi attraverso qualsiasi tipo di erogazione liberale, come già avvenuto nel caso del Movimento 5 Stelle, che ha deciso di rinunciare a parte dei propri emolumenti per finanziare questa iniziativa.
    Ma vediamo nel dettaglio chi sono i soggetti interessati, quali attività possono essere finanziate ed infine quali sono le modalità di accesso ai prestiti e la relativa restituzione.

    Cominciamo col dire che le domande potranno essere presentate i primi di Aprile, quando il Ministero farà partire il cosiddetto “click day”. Le risorse potranno, dunque, essere prenotate online. Alla domanda dovrà essere allegata la seguente documentazione: copia carta d’identità e codice fiscale del richiedente, certificazione attribuzione partiva Iva, certificato di iscrizione CCIAA o certificato iscrizione ordine professionale, libro unico del lavoro, ultimi tre bilanci.

    bilancioPer quanto riguarda i requisiti, invece, potrà accedere ai prestiti chiunque voglia avviare o sviluppare un’attività di lavoro autonomo o di microimpresa, organizzata in forma individuale, di associazione, di società di persone, di società a responsabilità limitata semplificata o di società cooperativa.
    Si parla comunque di attività appena nate e con ricavi limitati. L’intento del provvedimento, infatti, è aiutare solamente le piccole realtà imprenditoriali.
    Nello specifico sono tre i tipi di attività ammissibili per poter accedere ai finanziamenti:

    • Lavoro autonomo (avvocati, notai, medici, giornalisti, ingegneri, architetti, consulenti del lavoro, agronomi, commercialisti, ecc.) che hanno aperto una partita Iva da meno di 5 anni e che possiedono meno di 5 dipendenti.
    • Ditte individuali con una partita Iva aperta da meno di 5 anni e meno di cinque dipendenti a proprio carico.
    • Società di persone, società a responsabilità limitata semplificata o società cooperative titolari di partita IVA da meno di cinque anni e con massimo 10 dipendenti.

    Oltre al requisito dimensionale, ci sono anche dei limiti di fatturato e di valore patrimoniale dell’impresa, al di sopra dei quali non si può ricevere i finanziamenti. In particolare l’attivo patrimoniale non deve essere superiore ai trecento mila euro l’anno, mentre il limite per i ricavi lordi annui è di duecento mila euro.
    Il finanziamento ricevuto sarà di massimo 25.000 euro e potrà essere incrementato di ulteriori 10.000 euro solo se l’operatore di microcredito accerti che siano stati raggiunti i risultati intermedi e che siano stati pagate almeno le prime sei rate.

    La durata massima del finanziamento è di sette anni; il rimborso del prestito può avvenire con una cadenza massima trimestrale. Allo stato attuale, il tasso d’interesse non può essere superiore all’8,47%, ma può essere soggetto a variazioni congiunturali.
    Le risorse ricevute potranno essere utilizzate per diverse finalità, tra le quali innanzitutto l’acquisto di beni (anche materie prime) o servizi strumentali utili allo svolgimento dell’attività imprenditoriale.
    Ma c’è anche la possibilità di utilizzare i fondi per la retribuzione di nuovi dipendenti o soci lavoratori o per frequentare dei corsi professionalizzanti ai fini del miglioramento delle proprie conoscenze nell’ambito d’impresa scelto.
    L’operatore di microcredito, selezionato per seguire la fase istruttoria del procedimento, potrà fornire consulenza al richiedente su vari aspetti come quello legale, finanziario o relativo al raggiungimento degli obiettivi posti nel progetto iniziale.
    Risulta, a conti fatti, un’opportunità da non perdere per chi possiede creatività e spirito d’iniziativa, ma non dispone delle risorse e delle garanzie necessarie per avviare un’attività di tipo imprenditoriale.



  • Dono anni di discussione sembra che il salario minimo possa trovare posto anche in Italia. Sono 21 i paesi dell’Unione Europea che dispongono di un meccanismo di questo tipo: un limite salariale al di sotto del quale non si può andare per legge. Non si tratta di un reddito per chi non lavora, ma di una misura per chi già possiede un posto di lavoro ma viene sottopagato.
    Allo stato attuale la retribuzione dei lavoratori viene decisa attraverso la contrattazione sindacale. Istituire il salario minimo significherebbe evidentemente depotenziare i sindacati, ma garantire alcune categorie di lavoratori.

    caschetto lavoroI dettagli della misura verranno svelati nei prossimi giorni. A darci qualche anticipazione è il Corriere della Sera.
    In base alle indiscrezioni del momento, la nuova misura di protezione sociale dovrebbe essere contenuta in uno dei prossimi decreti attuativi del Jobs Act, quello che dovrebbe ridisegnare il sistema di collocamento italiano.
    Le politiche attive del nostro paese sono palesemente deficitarie, lo abbiamo sottolineato più volte in questa sede.
    Una riforma organica del settore, con l’istituzione di un salario minimo per i lavoratori, sarebbe quanto mai opportuno per avvicinare l’Italia al resto dei paesi europei.

    La riuscita dell’intervento, ovviamente, dipenderà dalla modalità di attuazione. Per adesso non possiamo avere certezze, ma si possono individuare alcune ipotesi.
    Secondo il Corriere della Sera, l’entità del salario minimo dovrebbe essere attorno ai 6,5 euro l’ora e riguarderebbe solamente quei settori che non sono già regolamentati dal contratto nazionale.
    La cifra è comparativamente più bassa rispetto, ad esempio, a quella francese (9,35 euro l’ora), tedesca (8,50) e britannica (7,50).
    La motivazione non va ricercata solamente nella diversità del costo del lavoro. Rappresenta, infatti, una scelta di campo del governo, che ha preferito porre la soglia al di sotto dei buoni lavoro per le prestazioni occasionali e dei contratti dei call center che si aggirano attorno ai 7,5 euro l’ora.
    L’intento, dunque, è non svalutare queste forme lavorative e dare una maggiore sicurezza a quei lavoratori che allo stato attuale non sono per nulla tutelati.



  • Proprio negli ultimi giorni vi abbiamo raccontato come l’agricoltura sia stato uno dei pochi settori in grado di aumentare il numero dei propri occupati negli ultimi mesi.
    Una crescita che ha spinto i giovani ad aumentare il proprio interesse nei confronti dell’ambito in questione ed in alcuni casi ad aprire delle aziende agricole.

    Non possiamo dire la stessa cosa per il settore industriale. Come riporta l’Istat, l’industria sta vivendo una crisi profonda che interessa a stretto giro i volumi produttivi.
    La scarsità della domanda interna si ripercuote pesantemente sulla produzione industriale: non a caso i dati relativi a gennaio 2014 si confermano negativi.
    La produzione industriale ha avuto, infatti, una variazione negativa dello 0,7% rispetto a dicembre 2014 e del 2,2% rispetto al gennaio 2014. Come riportato da Filippo Sensi, portavoce del Primo Ministro Matteo Renzi, i tecnici dell’Istat sottolineano, però, che il dato non tiene conto dei “ponti” di cui hanno usufruito alcune industrie nel mese di gennaio.
    In questo modo si spiegherebbe una diminuzione dei volumi produttivi così vistosa nel confronto con l’anno precedente.

    istatLa spiegazione in questione può essere sicuramente considerata valida. Rimane in ogni caso un problema che è divenuto strutturale. Preoccupano, ad esempio, i dati sui beni di consumo, la cui produzione è in calo del 2,0% rispetto ad un anno fa, segno evidente di come la disponibilità economica delle famiglie non sia affatto aumentata negli ultimi dodici mesi e a risentirne, ovviamente, sono state anche le imprese produttrici di beni e servizi.
    Le variazioni negative nel settore dell’energia (-2,7%), invece, sono invece legate a fattori esterni, che stanno mettendo in grave crisi l’intero settore energetico su scala mondiale.

    Tra i comparti, invece, con maggiori diminuzioni della produzione industriale su base annua ci sono quelli della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature n.c.a. (-5,0%).
    Mostrano, al contrario, segnali di crescita il comparto della fabbricazione di mezzi di trasporto (+16,1%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,3%) e delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+4,3%).



  • Lo scontro tra Confindustria ed il Governo sul reverse charge è più forte del previsto, tant’è che l’organizzazione di rappresentanza degli industriali ha deciso di presentare ricorso alla Commissione europea.
    L’oggetto del contendere riguarda una norma inserita all’interno della Legge di Stabilità che estende il meccanismo di inversione nel pagamento dell’Iva anche ai supermercati, ipermercati e discount.

    27102014Allo stato attuale gli acquirenti pagano l’imposta ai fornitori di beni e servizi, i quali devono poi versare la suddetta somma allo Stato.
    A conti fatti, in realtà, molti fornitori non pagano l’importo dovuto, compiendo dei veri e propri atti elusivi sanguinosi per le casse dello Stato.
    Il Governo ha inserito all’interno della Legge di Stabilità il meccanismo dell’inversione contabile per porre rimedio a tale fenomeno in tutti i rapporti di fornitura di beni e servizi.
    Con la nuova legge, infatti, sarà direttamente l’acquirente a versare l’Iva dovuta allo Stato, mentre il fornitore potrà  semplicemente chiedere il rimborso sotto forma di credito d’imposta.

    La norma non è ancora attiva, poiché è al vaglio delle istituzioni europee, e presenta non poche problematiche per tutte grandi catene di distribuzione. Come afferma Confindustria “il meccanismo di inversione contabile rischia di acuire i ritardi nell’erogazione dei rimborsi, a scapito dell’effettiva neutralità del funzionamento dell’imposta sul valore aggiunto, con effetti devastanti sulla liquidità delle imprese e sui loro piani di investimento futuri”.
    Le amministrazioni pubbliche italiane sono riconosciute per gli evidenti ritardi nei pagamenti dei debiti con le imprese e per questo motivo l’Italia è stata anche sottoposta a numerose procedure d’infrazione in sede europea.
    Proprio su quest’ultimo punto si base il ricorso di Confindustria. Secondo l’associazione di categoria degli imprenditori si tratterebbe di un vero e proprio prestito nei confronti dello Stato, che limiterebbe ulteriormente la liquidità delle imprese, già in gravissima difficoltà da questo punto di vista.
    Il ministro Padoan si è dichiarato fiducioso sull’esito del contenzioso. Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato le misure contenute nella Legge di Stabilità.
    Il problemi del lassismo delle P.A. nel pagamento dei debiti verso le aziende rischia di essere, però, un ostacolo insanabile nel processo di applicazione del reverse charge anche all’attività delle grandi catene di distribuzione.