• Con 290 sì, 149 no e 7 astenuti è passato alla Camera il decreto sull’Investment compact.
    Si tratta di un provvedimento che interviene nel settore delle imprese, provando a rilanciare gli investimenti.
    Tra le misure contenute nel decreto, la più discussa riguarda senza dubbio la riforma delle banche popolari con attivo superiore a otto miliardi di euro.
    Allo stato attuale vige il principio del voto capitario (una testa un voto) che dà enorme potere anche ai piccoli soci. La riforma prevede che entro 18 mesi gli istituti bancari coinvolti modifichino il proprio statuto, eliminando il voto capitario e trasformandosi in società per azioni.
    Sono dieci le Popolari interessate dal provvedimento: Banco Popolare, Ubi Banca, Popolare Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Vicenza , Veneto Banca, Popolare di Sondrio; tra le non quotate ci sono il Credito valtellinese, la Popolare di Bari e la Popolare dell’Etruria e del Lazio.

    Cooperative EdiliI dieci istituti bancari appena citati avranno appunto 18 mesi di tempi per modificare il proprio statuto. Qualora ciò non avvenisse la Bce, su segnalazione di Bankitalia, revocherà loro l’autorizzazione per l’esercizio di attività bancarie e verrà disposta la liquidazione coatta amministrativa.
    L’intento del Governo attraverso questo provvedimento è snellire il processo decisionale all’interno delle popolari, troppo spesso sottoposto ai veti dei migliaia di soci, e permettere a chi possiede quote di maggioranza di avere una maggiore influenza nelle scelte da adottare.

    L’Investment compact, però, non contiene solo la tanto discussa riforma delle Popolari, ma anche una serie di strumenti per rilanciare le imprese in difficoltà e le Pmi.
    È stata disposta, innanzitutto, la creazione di una società per azioni per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle aziende in crisi. Il provvedimento è rivolto in particolare a tutte quelle imprese che “nonostante temporanei squilibri patrimoniali e/o finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato“.
    Potrà partecipare al fondo per le aziende in crisi qualsiasi tipo di investitore, sia istituzionale che professionale.
    In questo modo si vogliono aiutare quelle realtà in difficoltà per colpa della recessione, ma che in prospettiva futura possono presentare importanti margini di crescita.

    Nel decreto legge trovano, infine, un posto rilevante start up e Pmi. Vengono allargate le agevolazioni fiscali per chi decide di investire nelle start up. In precedenza, per poter usufruire degli sgravi, la start up in questione doveva essere nata da meno di quattro anni; adesso il limite temporale viene esteso a cinque.
    Viene introdotta, inoltre, una nuova categoria che è quella delle Pmi innovative. Le piccole e media imprese che investono in innovazione e tecnologia potranno usufruire delle stesse agevolazioni fiscali delle start up, purché siano costituite sotto forma di società di capitale, anche cooperative, ed operino sul mercato da meno di sette anni dalla loro vendita commerciale.



  • Concentrazione della ricchezza e povertà sempre più diffusa: sono i fenomeni emergenti nella società contemporanea che la crisi economica ha contribuito a rendere ancora più evidenti.
    Le risorse, infatti, sono concentrate nelle mani di pochi e c’è il rischio che nei prossimi anni la situazione possa addirittura peggiorare.
    Secondo il rapporto di Oxfam “Grandi Diseguaglianze Crescono” nel 2016 l’1% della popolazione mondiale sarà più ricco del restante 99%.
    Una forbice che è destinata ad aumentare e che favorirà specialmente due categorie di super ricchi: quelli operanti nel settore finanziario e farmaceutico-medico.

    Si tratta, infatti, di professioni in continua espansione, che rappresentano l’emblema del capitalismo moderno. Le imprese appartenenti a questi due ambiti svolgono, inoltre, un’importante attività di lobbying nei confronti delle istituzioni nazionali e sovranazionali.
    L’obiettivo è ottenere un quadro fiscale e giuridico favorevole. Non è un caso, ad esempio, come il settore farmaceutico sia difficilmente sottoponibile a processi di liberalizzazione e che tasse sulle transazioni finanziarie non siano viste di buon occhio ed in alcuni si rivelano addirittura inefficaci.

    africaSi vengono così a creare situazioni di diseguaglianza sempre più evidenti. Tali differenze balzano ancora di più all’occhio quando è coinvolto un continente come l’Africa, universalmente riconosciuto come il più povero su scala mondiale.
    I grandi ricchi, però, esistono anche nel continente africano. Christoph Lakner, blogger e consulente della Banca Mondiale, ha effettuato un’indagine sulla diseguaglianze esistenti in Africa, prendendo come punto di riferimento scientifico i dati di Credit Suisse sulla ricchezza delle nazioni e quelli di Forbes sugli uomini più ricchi al mondo.
    Ne è venuto fuori un quadro allo stesso tempo interessante ed inquietante. Secondo l’analisi di Lakner, i dieci uomini africani più ricchi possiedono 62 miliardi di dollari che corrispondono alla ricchezza posseduta dalla metà della popolazione africana.
    Se prendiamo considerazione i tre più ricchi d’Africa, scopriamo addirittura che dispongono di risorse pari a quelle del 40% della popolazione africana.
    Numeri davvero impressionanti e che non possono essere trascurati dalle istituzioni mondiali. Una simile degenerazione delle disuguaglianze può portare, nel lungo periodo, ad effetti devastanti dal punto di vista politico e sociale.
    Ma non è da sottovalutare anche l’impatto dal punto di vista economico che può avere una così evidente concentrazione della ricchezza, visto che porterà inevitabilmente ad un crollo dei consumi su scala mondiale.
    Ecco perché l’implementazione di politiche redistributive è una misura da considerare in maniera urgente, perché un mondo diseguale è un mondo ingiusto e soprattutto sconveniente.



  • Uno delle poche buone notizie per l’Italia nel 2014 arriva dall’export.
    Come abbiamo più volte sottolineato, la svalutazione dell’euro ha favorito le imprese che svolgono un’importante quota delle proprie attività commerciali con i paesi extra-europei.
    La crescita della domanda estera ha in qualche modo bilanciato la scarsità della domanda interna, depressa da un basso livello dei consumi.
    I prodotti delle industrie italiane hanno trovato mercato negli altri paesi europei (Belgio e Polonia su tutti), ma soprattutto oltreoceano, dove gli Stati Uniti sono stati il nostro principale partner commerciale.

    Secondo i dati forniti dall’Istat, nell’ultimo trimestre del 2014 c’è stato un aumento delle vendite dei beni all’estero nell’Italia nord-occidentale (+1,4%), nord-orientale (+3,7%) e centrale (+1,6%), mentre le regioni meridionali e insulari registrano una leggera flessione (-0,3%).
    Le elaborazioni più interessanti, però, riguardano l’intero 2014. Nell’anno appena trascorso, l’Italia ha fatto registrare una variazione positiva dell’export del 2,0%. Tutte le aree geografiche hanno visto una crescita delle esportazioni, eccezion fatta per l’Italia insulare (-13,8%).
    Questo dato si spiega attraverso la contrazione delle vendite di prodotti petroliferi raffinati da Sicilia (-15,2%) e Sardegna -(16,3%) e rappresenta un ulteriore segnale della crisi che sta attraversando il settore energetico in tutto il mondo.

    28102014Per quanto riguarda, invece, le regioni che hanno fornito la spinta decisiva alla crescita dell’export, tra di esse vanno annoverate certamente le Marche (+7,5%), l’Emilia Romagna (+4,3%), il Piemonte (+3,3%), il Veneto (+2,7%) e la Lombardia (+1,4%).
    In questo caso i settori maggiormente proficui sono stati quelli della vendita di autoveicoli da Piemonte ed Emilia-Romagna (rispettivamente +20,7% e +18,3%) e di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici da Lazio e Marche (rispettivamente +9,7% e +39,0%).

    È importante anche valutare nel dettaglio quali sono i mercati esteri maggiormente attratti dai nostri prodotti. Analizzare le preferenze dei nostri acquirenti sarà alla base della programmazione industriale futura. La svalutazione, infatti, non sembra destinata a terminare di qui a breve.
    Ecco perché bisogna sfruttare al massimo questa congiuntura favorevole e rilanciare finalmente il nostro settore industriale.
    Come riporta l’Istat “L’analisi regionale per mercati di sbocco mostra che nel corso dell’anno 2014 la crescita registrata per l’export nazionale è influenzata dall’aumento delle esportazioni del Lazio verso il Belgio (+45,4%) e di Lombardia (+9,7%), Piemonte (+21,8%), Toscana (+21,8%) ed Emilia-Romagna (+11,8%) verso gli Stati Uniti. Risultano in forte aumento anche le vendite delle Marche in Belgio (+31,7%) e del Piemonte in Polonia (+23,3%). Le vendite della Lombardia verso la Svizzera (-8,1%) e del Lazio verso il Giappone (-65,1%) rallentano la crescita delle esportazioni”.
    Come abbiamo evidenziato in precedenza, Belgio e Polonia, per il mercato Ue, e Stati Uniti, per quello extra-europeo, sono stati i nostri principali interlocutori. Sono soprattutto gli autoveicoli ed i prodotti farmaceutici, chimico-medicinali e botanici quelli maggiormente richiesti da questi paesi.
    Non è un caso che proprio nel 2014 Fiat-Chrsysler abbia fatto registrare un netta crescita in termini di fatturato e di ordinativi, con Stati Uniti e Polonia tra i più importanti acquirenti dell’azienda.
    Bisognerà, in via definitiva, far affidamento su questi dati ed incentivare ancora di più l’export extra-europeo, puntando a far crescere anche le esportazioni di quelle regioni come Sicilia, Sardegna, Calabria e Campania che ancora segnano il passo rispetto agli altri territori del nostro paese.

     



  • I primi giorni di Quantitative easing possono essere valutati positivamente. A dichiararlo è il presidente della Bce, Mario Draghi. L’intento della Banca centrale europea è fornire agli investitori condizioni ideali per rilanciare l’economia.
    Per questo motivo Draghi ha lanciato un piano da 60 miliardi al mese fino a settembre 2016 per l’acquisto di titoli di stato. Qualora il livello d’inflazione dovesse essere ancora inferiore al 2%, la Bce potrebbe decidere di continuare nella misura eccezionale di politica monetaria per stabilizzare il quadro economico generale.

    draghiI risultati di questi tre giorni di Qe sono stati sicuramente positivi. Le borse hanno reagito bene e soprattutto l’euro ed il rendimento dei titoli di stato hanno raggiunto ulteriori minimi storici.
    Attraverso la svalutazione della moneta unica europea, si vuole favorire le imprese europee dedite all’export. Il cosiddetto “mini-euro”, infatti, rende appetibili i prodotti del vecchio continente, soprattutto sul mercato americano.
    Il tasso di cambio dell’Euro nel confronto con il dollaro, infatti, è ormai inferiore a 1,11.
    Non è un caso, ad esempio, che aziende come Fiat-Chrysler, che svolgono una quota rilevante delle proprie attività commerciale negli Stati Uniti, abbiano avuto un notevole incremento degli ordinativi e della produzione industriale in questi ultimi mesi.

    Tassi d’interesse bassi, svalutazione dell’euro e maggiore liquidità sul mercato sono tutti fattori favorevoli per un rilancio degli investimenti e conseguentemente dei consumi. Ne è consapevole Mario Draghi, il quale proprio per questo motivo ha lanciato un piano di investimenti unico nella storia della Bce.
    Grazie al Quantitative easing, secondo il vertice dell’Eurotower, gli economisti hanno rivisto al rialzo le stime sulla crescita dell’Eurozona.
    Ci sono inoltre dati reali che ci mostrano un quadro più chiaro della situazione economica continentale. Il Pil dell’area Euro, ad esempio, ha avuto una crescita dello 0,3% nell’ultimo trimestre del 2014, così come il tasso di disoccupazione è diminuito ulteriormente nel mese di gennaio, facendo registrare il livello minimo dall’Agosto 2012.
    Ci sono, dunque, segnali positivi che vanno verificati nel lungo periodo, ma la fiducia all’interno delle istituzione europee è sicuramente crescente. Il Qe non potrà che migliorare questa situazione.



  • Quaranta milioni di euro, di cui trenta stanziati dal Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) e dieci dal Movimento 5 Stelle. Il Governo con l’ausilio di alcune forze parlamentari ha deciso di dare una mano a chi non possiede le garanzie sufficienti per ottenere un prestito bancario, ma vuole avviare o sviluppare un’attività di lavoro autonomo o di Microimpresa.
    L’impoverimento generato dal periodo di recessione ha messo in difficoltà famiglie e piccole imprese, che sempre più raramente riescono ad accedere ai finanziamenti delle banche.
    Laddove mancano le garanzie, deve intervenire il Governo per assicurare a tutti eguali possibilità economiche.
    Lo recita l’art. 3 della Costituzione e per una volta è stato applicato.
    Si può contribuire ai fondi attraverso qualsiasi tipo di erogazione liberale, come già avvenuto nel caso del Movimento 5 Stelle, che ha deciso di rinunciare a parte dei propri emolumenti per finanziare questa iniziativa.
    Ma vediamo nel dettaglio chi sono i soggetti interessati, quali attività possono essere finanziate ed infine quali sono le modalità di accesso ai prestiti e la relativa restituzione.

    Cominciamo col dire che le domande potranno essere presentate i primi di Aprile, quando il Ministero farà partire il cosiddetto “click day”. Le risorse potranno, dunque, essere prenotate online. Alla domanda dovrà essere allegata la seguente documentazione: copia carta d’identità e codice fiscale del richiedente, certificazione attribuzione partiva Iva, certificato di iscrizione CCIAA o certificato iscrizione ordine professionale, libro unico del lavoro, ultimi tre bilanci.

    bilancioPer quanto riguarda i requisiti, invece, potrà accedere ai prestiti chiunque voglia avviare o sviluppare un’attività di lavoro autonomo o di microimpresa, organizzata in forma individuale, di associazione, di società di persone, di società a responsabilità limitata semplificata o di società cooperativa.
    Si parla comunque di attività appena nate e con ricavi limitati. L’intento del provvedimento, infatti, è aiutare solamente le piccole realtà imprenditoriali.
    Nello specifico sono tre i tipi di attività ammissibili per poter accedere ai finanziamenti:

    • Lavoro autonomo (avvocati, notai, medici, giornalisti, ingegneri, architetti, consulenti del lavoro, agronomi, commercialisti, ecc.) che hanno aperto una partita Iva da meno di 5 anni e che possiedono meno di 5 dipendenti.
    • Ditte individuali con una partita Iva aperta da meno di 5 anni e meno di cinque dipendenti a proprio carico.
    • Società di persone, società a responsabilità limitata semplificata o società cooperative titolari di partita IVA da meno di cinque anni e con massimo 10 dipendenti.

    Oltre al requisito dimensionale, ci sono anche dei limiti di fatturato e di valore patrimoniale dell’impresa, al di sopra dei quali non si può ricevere i finanziamenti. In particolare l’attivo patrimoniale non deve essere superiore ai trecento mila euro l’anno, mentre il limite per i ricavi lordi annui è di duecento mila euro.
    Il finanziamento ricevuto sarà di massimo 25.000 euro e potrà essere incrementato di ulteriori 10.000 euro solo se l’operatore di microcredito accerti che siano stati raggiunti i risultati intermedi e che siano stati pagate almeno le prime sei rate.

    La durata massima del finanziamento è di sette anni; il rimborso del prestito può avvenire con una cadenza massima trimestrale. Allo stato attuale, il tasso d’interesse non può essere superiore all’8,47%, ma può essere soggetto a variazioni congiunturali.
    Le risorse ricevute potranno essere utilizzate per diverse finalità, tra le quali innanzitutto l’acquisto di beni (anche materie prime) o servizi strumentali utili allo svolgimento dell’attività imprenditoriale.
    Ma c’è anche la possibilità di utilizzare i fondi per la retribuzione di nuovi dipendenti o soci lavoratori o per frequentare dei corsi professionalizzanti ai fini del miglioramento delle proprie conoscenze nell’ambito d’impresa scelto.
    L’operatore di microcredito, selezionato per seguire la fase istruttoria del procedimento, potrà fornire consulenza al richiedente su vari aspetti come quello legale, finanziario o relativo al raggiungimento degli obiettivi posti nel progetto iniziale.
    Risulta, a conti fatti, un’opportunità da non perdere per chi possiede creatività e spirito d’iniziativa, ma non dispone delle risorse e delle garanzie necessarie per avviare un’attività di tipo imprenditoriale.



  • Cooperative e donne: un binomio sempre più forte. A rivelarlo è un’indagine online effettuata dall’Unità Cooperative dell’International Labour Organization, insieme all’International Cooperative Alliance.
    Sono circa 600 gli intervistati, appartenenti al settore della cooperazione e delle imprese, ma anche esponenti delle istituzioni. Il 50% di essi proviene dall’Europa, il 15% da Stati Uniti ed Asia, il restante dagli altri continenti.
    L’intento della ricerca è scoprire quale sia il ruolo delle donne all’interno delle cooperative e soprattutto capire quali siano le differenze tra i diversi modelli d’impresa dal punto di vista dell’integrazione di genere.

    Il risultato mostra una presenza crescente delle quote rosa all’interno delle coop da più di vent’anni a questa parte. Secondo il 75% degli intervistati, infatti, c’è stato un netto aumento della partecipazione delle donne alla vita cooperativa, anche in settori storicamente difficili per la parità di genere come la finanza e le assicurazioni.
    È aumentato anche il numero di donne a capo di imprese sociali: secondo i dati di Confcooperative il 25% delle proprie associate è gestito da una componente femminile.

    downloadSecondo l’80% degli intervistati la cooperazione rappresenta l’organizzazione migliore per promuovere la parità di genere. Sappiamo benissimo come all’interno delle pubbliche amministrazioni, ci siano ancora pochissime donne a ricoprire incarichi apicali. Lo stesso fenomeno riguarda le realtà aziendali, dove i manager uomini sono in netta preponderanza.
    L’indagine si pone come obiettivo anche di analizzare quali sono i maggiori ostacoli all’integrazione di genere. Secondo il 65% degli intervistati i problemi principali sono di natura culturale, dove il retaggio di secoli di storia maschilista faticano ancora ad essere cancellati. Manca, inoltre, un effettivo riconoscimento giuridico del ruolo delle donne all’interno delle aziende e questo incide fortemente sull’immobilismo culturale imperante.

    Le cooperative, da questo punto di vista, rappresentano una piacevole eccezione, offrendo alle donne numerose opportunità lavorative nei settori della sanità, della cura delle persone e della tutela dell’infanzia, ma non può e non deve bastare.
    Gli ambiti lavorativi devono essere ampliati. Per questo motivo il 50% degli intervistati ritiene che le coop possano comunque fare di più, ad esempio implementando corsi di formazione che veicolino a 360 gradi l’eguaglianza di genere.
    L’effettiva applicazione dei principi di mutualità e democrazia può rendere la cooperazione un modello di riferimento in tema di empowerment delle donne su scala nazionale e mondiale.



  • Dono anni di discussione sembra che il salario minimo possa trovare posto anche in Italia. Sono 21 i paesi dell’Unione Europea che dispongono di un meccanismo di questo tipo: un limite salariale al di sotto del quale non si può andare per legge. Non si tratta di un reddito per chi non lavora, ma di una misura per chi già possiede un posto di lavoro ma viene sottopagato.
    Allo stato attuale la retribuzione dei lavoratori viene decisa attraverso la contrattazione sindacale. Istituire il salario minimo significherebbe evidentemente depotenziare i sindacati, ma garantire alcune categorie di lavoratori.

    caschetto lavoroI dettagli della misura verranno svelati nei prossimi giorni. A darci qualche anticipazione è il Corriere della Sera.
    In base alle indiscrezioni del momento, la nuova misura di protezione sociale dovrebbe essere contenuta in uno dei prossimi decreti attuativi del Jobs Act, quello che dovrebbe ridisegnare il sistema di collocamento italiano.
    Le politiche attive del nostro paese sono palesemente deficitarie, lo abbiamo sottolineato più volte in questa sede.
    Una riforma organica del settore, con l’istituzione di un salario minimo per i lavoratori, sarebbe quanto mai opportuno per avvicinare l’Italia al resto dei paesi europei.

    La riuscita dell’intervento, ovviamente, dipenderà dalla modalità di attuazione. Per adesso non possiamo avere certezze, ma si possono individuare alcune ipotesi.
    Secondo il Corriere della Sera, l’entità del salario minimo dovrebbe essere attorno ai 6,5 euro l’ora e riguarderebbe solamente quei settori che non sono già regolamentati dal contratto nazionale.
    La cifra è comparativamente più bassa rispetto, ad esempio, a quella francese (9,35 euro l’ora), tedesca (8,50) e britannica (7,50).
    La motivazione non va ricercata solamente nella diversità del costo del lavoro. Rappresenta, infatti, una scelta di campo del governo, che ha preferito porre la soglia al di sotto dei buoni lavoro per le prestazioni occasionali e dei contratti dei call center che si aggirano attorno ai 7,5 euro l’ora.
    L’intento, dunque, è non svalutare queste forme lavorative e dare una maggiore sicurezza a quei lavoratori che allo stato attuale non sono per nulla tutelati.



  • Lo scorso 28 febbraio oltre 7.000 giovani cooperatori associati a Confcooperative sono stati in Udienza dal Papa.
    È stato un momento di alta spiritualità, ma anche di riflessione sul presente e sul futuro del mondo cooperativo.
    La cooperazione come modello d’impresa alternativo a quello capitalistico: è questo il messaggio lanciato dal Pontefice ai giovani presenti e a tutti gli operatori sparsi in Italia e nel mondo.

    E’ noto che un certo liberismo crede che sia necessario prima produrre ricchezza, e non importa come, per poi promuovere qualche politica redistributiva da parte dello Stato. Prima riempire il bicchiere e poi dare agli altri. Altri pensano che sia la stessa impresa a dover elargire le briciole della ricchezza accumulata, assolvendo così alla propria cosiddetta “responsabilità sociale”. Si corre il rischio di illudersi di fare del bene mentre, purtroppo, si continua soltanto a fare marketing, senza uscire dal circuito fatale dell’egoismo delle persone e delle aziende che hanno al centro il dio denaro. Invece noi sappiamo che realizzando una qualità nuova di economia, si crea la capacità di far crescere le persone in tutte le loro potenzialità”.

    confcooperativeRedistribuzione delle risorse e spirito di solidarietà: due concetti sconosciuti nelle realtà sociale e economica contemporanea, guidata esclusivamente dal calcolo egoistico che mira al profitto.
    Le cooperative devono porsi come modello di sviluppo alternativo, con al centro la qualità delle persone e le esigenze dei singoli territori, soprattutto quelli più svantaggiati. Le imprese sociali devono intervenire lì dove la società contemporanea è più debole, ovvero il sistema di welfare.
    Sanità e previdenza sociale stanno vivendo un periodo di gravissima crisi che rischia di mettere in discussione diritti sociali acquisiti ormai da anni. La spending review e la corsa per arrivare al pareggio di bilancio hanno tolto risorse ai più poveri e e ai bisognosi.
    La crescita della povertà in tutto il mondo ne è un’ulteriore riprova. La cooperativa, con il suo spirito mutualistico e solidale, deve farsi carico di queste esigenze insoddisfatte e non farsi attrarre in maniera sconsiderata dal mercato.
    Il fenomeno delle false cooperative rappresenta la degenerazione di quello che una buona cooperativa deve essere. Papa Francesco usa un termine molto forte e parla di “prostituzione” del nome di cooperativa. Per questo motivo esse vanno combattute ed eliminate attraverso una maggiore implementazione della cooperativa sana, quella in grado di conciliare lavoro e famiglia e di proporre un modello d’impresa sostenibile e soprattutto umano.

    Un’ultima riflessione, il Pontefice la dedica al progetto di fusione delle maggiori centrali di committenza italiane (Confcooperative, Legacoop e Agci), che entro il 2017 vogliono fondare l’Alleanza delle Cooperative Italiane.
    Tante identità religiose e sociali, unite da un unico spirito: quello cooperativo.
    Papa Francesco valuta positivamente questa iniziativa e la commenta con delle parole coraggiose:” Certo, vi sono cooperative cattoliche e cooperative non cattoliche. Ma la fede si salva rimanendo chiusi in se stessi? Domando: la fede si salva rimanendo chiusi in se stessi? Rimanendo solo tra di noi? Vivete la vostra Alleanza da cristiani, come risposta alla vostra fede e alla vostra identità senza paura”!



  • Proprio negli ultimi giorni vi abbiamo raccontato come l’agricoltura sia stato uno dei pochi settori in grado di aumentare il numero dei propri occupati negli ultimi mesi.
    Una crescita che ha spinto i giovani ad aumentare il proprio interesse nei confronti dell’ambito in questione ed in alcuni casi ad aprire delle aziende agricole.

    Non possiamo dire la stessa cosa per il settore industriale. Come riporta l’Istat, l’industria sta vivendo una crisi profonda che interessa a stretto giro i volumi produttivi.
    La scarsità della domanda interna si ripercuote pesantemente sulla produzione industriale: non a caso i dati relativi a gennaio 2014 si confermano negativi.
    La produzione industriale ha avuto, infatti, una variazione negativa dello 0,7% rispetto a dicembre 2014 e del 2,2% rispetto al gennaio 2014. Come riportato da Filippo Sensi, portavoce del Primo Ministro Matteo Renzi, i tecnici dell’Istat sottolineano, però, che il dato non tiene conto dei “ponti” di cui hanno usufruito alcune industrie nel mese di gennaio.
    In questo modo si spiegherebbe una diminuzione dei volumi produttivi così vistosa nel confronto con l’anno precedente.

    istatLa spiegazione in questione può essere sicuramente considerata valida. Rimane in ogni caso un problema che è divenuto strutturale. Preoccupano, ad esempio, i dati sui beni di consumo, la cui produzione è in calo del 2,0% rispetto ad un anno fa, segno evidente di come la disponibilità economica delle famiglie non sia affatto aumentata negli ultimi dodici mesi e a risentirne, ovviamente, sono state anche le imprese produttrici di beni e servizi.
    Le variazioni negative nel settore dell’energia (-2,7%), invece, sono invece legate a fattori esterni, che stanno mettendo in grave crisi l’intero settore energetico su scala mondiale.

    Tra i comparti, invece, con maggiori diminuzioni della produzione industriale su base annua ci sono quelli della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature n.c.a. (-5,0%).
    Mostrano, al contrario, segnali di crescita il comparto della fabbricazione di mezzi di trasporto (+16,1%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,3%) e delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+4,3%).



  • Lo scontro tra Confindustria ed il Governo sul reverse charge è più forte del previsto, tant’è che l’organizzazione di rappresentanza degli industriali ha deciso di presentare ricorso alla Commissione europea.
    L’oggetto del contendere riguarda una norma inserita all’interno della Legge di Stabilità che estende il meccanismo di inversione nel pagamento dell’Iva anche ai supermercati, ipermercati e discount.

    27102014Allo stato attuale gli acquirenti pagano l’imposta ai fornitori di beni e servizi, i quali devono poi versare la suddetta somma allo Stato.
    A conti fatti, in realtà, molti fornitori non pagano l’importo dovuto, compiendo dei veri e propri atti elusivi sanguinosi per le casse dello Stato.
    Il Governo ha inserito all’interno della Legge di Stabilità il meccanismo dell’inversione contabile per porre rimedio a tale fenomeno in tutti i rapporti di fornitura di beni e servizi.
    Con la nuova legge, infatti, sarà direttamente l’acquirente a versare l’Iva dovuta allo Stato, mentre il fornitore potrà  semplicemente chiedere il rimborso sotto forma di credito d’imposta.

    La norma non è ancora attiva, poiché è al vaglio delle istituzioni europee, e presenta non poche problematiche per tutte grandi catene di distribuzione. Come afferma Confindustria “il meccanismo di inversione contabile rischia di acuire i ritardi nell’erogazione dei rimborsi, a scapito dell’effettiva neutralità del funzionamento dell’imposta sul valore aggiunto, con effetti devastanti sulla liquidità delle imprese e sui loro piani di investimento futuri”.
    Le amministrazioni pubbliche italiane sono riconosciute per gli evidenti ritardi nei pagamenti dei debiti con le imprese e per questo motivo l’Italia è stata anche sottoposta a numerose procedure d’infrazione in sede europea.
    Proprio su quest’ultimo punto si base il ricorso di Confindustria. Secondo l’associazione di categoria degli imprenditori si tratterebbe di un vero e proprio prestito nei confronti dello Stato, che limiterebbe ulteriormente la liquidità delle imprese, già in gravissima difficoltà da questo punto di vista.
    Il ministro Padoan si è dichiarato fiducioso sull’esito del contenzioso. Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato le misure contenute nella Legge di Stabilità.
    Il problemi del lassismo delle P.A. nel pagamento dei debiti verso le aziende rischia di essere, però, un ostacolo insanabile nel processo di applicazione del reverse charge anche all’attività delle grandi catene di distribuzione.



  • Le start up innovative a vocazione sociale sono il presente del tessuto economico mondiale e lo saranno, a breve, anche di quello italiano.
    Lo hanno capito tutti: dalle grandi istituzioni politiche a quelle religiose. Innovazione tecnologica e società non possono essere due mondi a parte. Al contrario devono interagire e dialogare, attraverso uno speciale processo di contaminazione utile per lo sviluppo dell’umanità.

    La tecnologia trae dalla società le risorse umane ed economiche indispensabili per poter sopravvivere, mentre quest’ultima può utilizzare i nuovi strumenti tecnologici per migliorare la qualità della vita delle persone ed il loro processo di inclusione sociale.
    Sono tantissimi i progetti che agiscono in tal senso. Uno di questi è stato promosso addirittura da Papa Francesco.
    Il Vaticano ha compreso quanto sia importante investire in tecnologia per sviluppare quei rapporti di solidarietà ancora troppo deboli all’interno della realtà sociale. I poveri, i carcerati, i portatori di handicap vivono spesso da veri e propri emarginati.

    scholasLe istituzioni, vittime della spending review, non riescono ad occuparsi di loro demandando questo compito al terzo settore o appunto alle start up innovative a vocazione sociale.
    È qui che l’Italia mostra il passo rispetto alle altre realtà mondiali, distinguendo in maniera netta il mondo del terzo settore da quello delle start up, quando ormai il processo di ibridazione appare chiaro, sia in riferimento al modello d’impresa che all’attività svolta.

    Il progetto Scholas Labs, promosso dal Vaticano, è l’emblema perfetto di questo cambiamento. Si tratta di un’iniziativa aperta a tutte le start up innovative del mondo che promuovano progetti di integrazione scolastica.
    Gli sponsor sono di quelli che pesano, se pensiamo che colossi mondiali come Google, Microsoft e Telecom Group Argentina saranno partner del progetto.
    Entrando nello specifico, vengono richiesti progetti innovativi, di qualità e dal forte impatto sociale. L’intento è creare uno spazio online dove studenti, insegnanti e altri membri del settore scolastico possano condividere problemi, idee e proposte per migliore il sistema di insegnamento.
    Si verrebbe a creare un enorme spazio di condivisione sociale su scala mondiale.

    L’Italia deve aprirsi ad iniziative di questo tipo attraverso una maggiore integrazione tra il mondo delle cooperative sociali e quello delle start up. Tra i due cambia la formula ed il modello d’impresa, ma lo spirito innovativo è il medesimo. Ecco perché intervenire attraverso una ristrutturazione del quadro normativo che avvicini i due mondi significa guardare al presente e rivolgersi con sguardo positivo al futuro.