• latte granarolo

    Le imprese che puntano sulla green economy saranno il futuro del tessuto economico italiano.
    A rivelarlo sono gli stessi imprenditori nostrani: per la precisione il 98% di essi dichiara che bisogna puntare sul risparmio energetico e su nuovi modelli di sviluppo incentrati sul rispetto ambientale.
    La strada dell’eco-innovazione rappresenta l’unica via per poter uscire dalla crisi, poiché permette di abbattere i costi creando allo stesso tempo un prodotto di alta qualità.
    Vale per il settore agricolo come per quello industriale: sfruttare le energie rinnovabili, adottare un processo produttivo pulito ed investire in nuove tecnologie, che contemplino il rispetto dell’ambiente, rappresenta la via maestra del futuro.

    latte_fresco_Il Rapporto sulla green economy 2014 ci fornisce ulteriori spunti a riguardo. Tale graduatoria, elaborata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e dall’ENEA, analizza vari aspetti relativi al grado di implementazione dell’economia verde nei paesi dell’Eurozona.
    L’analisi è divisa in quattro sezioni: la prima parte è dedicata alle imprese che investono su beni e servizi ambientali, la seconda sulla cosiddetta eco-innovazione, la terza analizza il parere degli imprenditori europei sull’argomento, mentre l’ultima parte elenca dieci misure necessarie per l’implementazione di un nuovo modello di sviluppo incentrato sul rispetto ambientale.
    Da questo punto di vista sarà necessario un profondo riassetto normativo che coinvolga in primo luogo i centri urbani attraverso un progetto di riqualificazione delle città; oltre ad investire nelle infrastrutture green, però, si dovrà attuare anche un piano di defiscalizzazione per quelle aziende che decideranno di investire nelle tecnologie verdi.

    Riteniamo non sia un caso che ai primi posti di questa classifica ci siano Svezia, Finlandia e Germania, ovvero tre paesi all’avanguardia in termini di innovazione tecnologica e di sperimentazione, nonché ai vertici europei in materia di occupazione.
    Ci sono, però, buone notizie per l’Italia. Il nostro paese ha avuto una lenta risalita in questa graduatoria, passando dal quindicesimo al dodicesimo posto, segno che le imprese italiane stanno iniziando a comprendere l’importanza dell’eco-innovazione.
    Spetta adesso alle istituzioni italiane ed europee proporre un quadro normativo di favore, perché la green economy è senza dubbio la migliore via per abbattere i costi e rilanciare i profitti in tempo di crisi.



  • Chi di voi, nel corso della preparazione di un esame universitario, non ha pensato: se solo potessi conoscere le domande che mi verranno poste e studiare con i migliori corsisti? Ecco Tutored ti fornisce questo e molto altro attraverso una piattaforma online dedicata agli studenti.
    La start up realizzata nel corso del programma di accelerazione Luiss ENLABS ha ottenuto immediatamente un boom di iscritti tra studenti desiderosi di ricevere delle “ripetizioni” online e tutor disposti a mettere a disposizione le proprie competenze.

    tutoredNello specifico, Tutored fornisce ai propri utenti il materiale didattico, le esercitazioni, le domande più ricorrenti e delle vere e proprie lezioni teoriche e pratiche, necessarie per il superamento degli esami.
    Il sistema è estremamente efficiente: è lo stesso studente, infatti, a poter scegliere il proprio tutor tra quelli proposti dalla piattaforma. I criteri possono essere molteplici: dalla vicinanza geografica (c’è la possibilità, infatti, di poter seguire delle ripetizioni anche a domicilio, oltre che online) al profilo professionale del tutor.
    Da questo punto di vista la piattaforma presenta un speciale classifica di rendimento in base ai feedback dei ragazzi stessi. Lo studente potrà scegliere, quindi, il tutor migliore in base ai giudizi precedenti dei propri colleghi.

    La crescita di questa start up è stata davvero imponente, se pensiamo che ha finito la fase di accelerazione solo due mesi fa. StartupItalia  ci fornisce alcuni dati interessanti sull’attività di Tutored in quest’ultimo periodo.
    Il processo di fundraising, lanciato a fine gennaio, ha portato la start up ad ottenere in pochissimo tempo 400.000 euro che le consentiranno di assumere ben dodici collaboratori.
    Addirittura il valore di Tutored è stimato attorno ai 2 milioni di euro, con un aumento delle iscrizioni sulla piattaforma online del 97% ogni mese.
    Il progetto avviato da tre giovanissimi studenti sembra, dunque, avviato ad avere successo. Il prossimo obiettivo è allargare il sistema alle maggiori università italiane.
    Ad augurarselo non sono solo i giovani startupper di Tutored, ma anche tantissimi studenti che potrebbero usufruire di uno splendido servizio.



  • Ci sono le persone romantiche e quelle moderne. O almeno così dicono, come se non fosse possibile conciliare le due cose.
    Essere amanti delle nuove tecnologie non significa necessariamente disprezzare la tradizione. Del resto è solo grazie agli insegnamenti tecnici e teorici passati che è possibile concepire il concetto di progresso e sperimentare qualcosa di nuovo.

    ctuÈ possibile applicare questo concetto alla battaglia tutta moderna tra i vecchi libri su supporto cartaceo ed i nuovi e-book. Le tecnologie moderne hanno letteralmente rivoluzionato la nostra vita quotidiana, cambiando le nostre abitudini e consentendoci di svolgere determinate funzioni impensabili fino a qualche anno.
    Eppure ci sono alcuni digital devices che faticano ad imporsi sul mercato mondiale e a sostituire strumenti tradizionali.
    Il riferimento è proprio ai libri digitali, i quali pagano dazio nel confronto con i libri cartacei.
    L’odore della carta ed il romantico rumore della pagina sfogliata mantengono intatti il loro fascino. Il costo minore degli e-book ed il loro carattere multi task non è sufficiente per entrare nel cuore dei lettori.
    Lo ha ribadito un recente sondaggio del Washington Post, secondo il quale solo il 9% degli studenti universitari americani legge un libro sotto formato digitale. E non stiamo parlando di gente “old school” ma di persone che sono nate e cresciute nell’era digitale.
    I giovani ritengono che leggere un libro cartaceo aiuti a studiare con più attenzione, consentendo inoltre di sottolineare i passaggi chiave e di prendere appunti all’interno della stessa pagina. Una concezione dello studio, questa sì “old school” e destinata a non tramontare mai.

    Ma veniamo alla notizia del giorno. Questa volta il duro colpo agli ebook viene addirittura dalla Corte di Giustizia europea.
    Una sentenza dell’organo giurisdizionale continentale boccia l’Iva agevolata sugli e-book presente in Lussemburgo ed in Francia. Una pronuncia destinata ad avere degli effetti anche in Italia, visto che proprio di recente è stata approvata una legge che pone l’Iva sui libri digitali al 4%.
    In Francia, per fare un esempio, la suddetta tassa è al 5,5%. Capiamo benissimo, dunque, come anche il nostro paese sarà costretto a modificare la propria normativa.
    La motivazione della sentenza sta tutta nella definizione stessa di e-book. La Corte di Giustizia si esprime, infatti, in questi termini: “Le norme europee vietano la possibilità di applicare un’Iva ridotta a qualunque servizio fornito per via elettronica”.
    Gli e-book vengono, dunque, concepiti come un servizio e non come un semplice bene, sul quale sarebbe stato possibile apporre una tassazione diversa.
    In generale l’Unione Europea prevede delle tariffe agevolate per i libri solamente se il supporto fisico è parte integrante del libro stesso, come avviene per il cartaceo. Non è il caso degli e-book, in quanto il computer o il tablet non sono forniti insieme al libro digitale, dunque non sono considerati parte integrante di essi.
    Si tratta, comunque, di una sentenza di un certo rilievo perché impedisce agli Stati di defiscalizzare l’utilizzo dei libri digitali. Solo grazie ai prezzi ridotti questi ultimi riescono ad ottenere un vantaggio competitivo rispetto al cartaceo, vantaggio che potrebbero rischiare anche di perdere.



  • Addio al roaming? Sì, ma non prima del 2018.
    È questa la contestata decisione presa dalla Commissione europea. Contestata in primis dal Parlamento Ue.
    Nel mese di Aprile 2014 l’assemblea parlamentare aveva disposto l’eliminazione dei costi di traffico telefonico da pagare quando ci si trova in un paese diverso dal proprio.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaSembra una contraddizione in termini il fatto che nell’epoca delle moneta unica e dell’abolizione delle barriere doganali, i cittadini dell’Eurozona debbano sopportare costi maggiorati nell’invio di un sms per il semplice fatto di trovarsi in Francia o in Germania.
    Eppure è così e la spiegazione va ricercata nell’immenso potere delle compagnie telefoniche.
    Paesi come la Francia e l’Olanda si sono opposti fermamente all’eliminazione immediata del roaming, rinviando la decisione al 2018 e rendendola vincolata ad uno studio specifico sugli impatti di una simile decisione sulle compagnie telefoniche.
    Qualora l’addio al roaming dovesse comportare danni notevoli all’attività economica delle suddette compagnie, ci potrebbe essere lo stop improvviso del processo di riforma.

    Francia e Olanda hanno messo davanti, dunque, gli interessi oligopolistici delle proprie imprese, fornendo un ulteriore colpo al processo di integrazione politica ed economica.
    Eppure proprio questo era uno dei punti cardine del piano di liberalizzazione del nuovo presidente della Commissione Juncker. In questi anni i costi del roaming sono stati ridotti in maniera notevole (-80%), ma non può bastare.
    I cittadini dovranno accontentarsi di un misero pacchetto in vigore dal primo luglio 2016: 5 minuti, 5 megabyte e 5 sms senza costi aggiuntivi per sette giorni l’anno.
    Superato questo limite, si tornerà ai costi aggiuntivi standard: 5 centesimi al minuto per le chiamate e per ogni megabyte e 2 centesimi per gli sms. Il principio “mercato unico, tariffa unica” è, dunque, ancora lontano dall’essere attuato.
    La sensazione è che la debolezza del processo di integrazione europea, manifestatasi in questi mesi, possa avere delle ripercussioni in sede decisionale. Crescono, infatti, i veti incrociati e aumentano gli stati mal disposti a cedere quote di sovranità in nome del progetto europeo.
    È una problema, quest’ultimo, di natura politica e va affrontata con discreta urgenza.


  • europa bce

    È iniziato da poco un mese delicato per l’Unione Europea. Saranno tante le questioni da affrontare e le decisioni da prendere in questo marzo tutto da scoprire.
    L’Eurozona sta attraversando una fase di crisi quasi cronica, testimoniata dallo stato di salute della propria moneta.

    eurogruppoLa svalutazione dell’Euro ha raggiunto dei minimi storici. Questa mattina il cambio con il dollaro si attestava stabilmente sotto i 1,11 dollari. Un livello del genere non si vedeva dal settembre 2003.
    Avere una moneta così debole puoi avere dei vantaggi, soprattutto in termini di esportazioni verso i mercati extra-europei.
    Non è un caso che realtà come l’Italia, che fanno dell’export verso gli Stati Uniti una delle principali attività commerciali, sia riuscita a far crescere il proprio livello di esportazioni, limitando così la perdita di punti percentuale del proprio Pil.
    Ma evidentemente non può essere una situazione destinata a durare. Un Euro così debole “svaluta” l’unione politica e monetaria e rende il progetto comunitario permeabile agli attacchi delle forze anti-europeiste.

    A questo si aggiunge la delicata situazione greca. Il piano di riforme varato da Tsipras ed accettato dall’Eurogruppo fornisce allo stato ellenico quattro mesi di tempo per dimostrare la propria credibilità e provare a rimodulare il piano di rientro stipulato dal precedente governo.
    I mugugni in arrivo da Berlino, però, sono sempre più forti e le dichiarazioni del ministro delle Finanze Varoufakis iniziano a stancare i vertici di Bruxelles.
    Non sarà facile mediare in questa situazione di gelo perenne. Nei prossimi giorni ne sapremo di più.
    Sembra, infatti, che Tsipras sia intenzionato a presentare le riforme della pubblica amministrazione e del fisco di qui a breve.
    A quel punto vedremo quale sarà il reale margine di trattativa tra l’Ue e la Grecia. Sulla spending review e l’anticorruzione, Atene si gioca quasi tutto. I primi provvedimenti sui bonus energetici, sugli affitti e sulle tessere alimentari vanno nel senso di aumento della spesa.
    Starà a Tsipras riuscire a bilanciare questa tendenza attraverso un’effettiva lotta all’evasione fiscale e un corposo taglio ai costi della P.A.

    C’è poi la questione inflazione, che è quella che preoccupa maggiormente il presidente della Bce Mario Draghi. Proprio oggi il vertice dell’Eurotower presenterà a Cipro i dettagli del quantitative easing, la misura di politica monetaria adottata per riportare il livello di inflazione su livelli accettabili, ovvero vicini al 2,0%.
    Al momento le previsioni per il 2015 danno i prezzi al consumo al -0,3%, ecco perchè sarà importante capire le modalità di acquisto dei titoli di stato da parte delle Banche centrali e soprattutto fino a quando il quantitative easing potrà durare.
    Le parole di Draghi in tal senso lasciano libero spazio d’interpretazione, sostenendo che il Qe proseguirà : “finché il consiglio direttivo non riscontri un aggiustamento durevole del profilo d’inflazione”.
    Il “bazooka” della Bce dovrebbe comunque durare fino a settembre 2016, con un investimento di 60 miliardi di euro al mese.
    La certezza è che le istituzioni europee sono chiamate a prendere delle decisioni epocali per il futuro dell’Ue, perchè unione politica, economica e monetaria probabilmente non sono mai stati così in discussione come in questi giorni.



  • Sembra un calvario per l’Italia. Ogni giorno arrivano dati, sondaggi, statistiche pronte a condannare il nostro paese e la nostra economia.
    Del resto i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la disoccupazione ha raggiunto dei picchi storici, il Pil non cresce più e la povertà è un fenomeno sempre più emergente.
    Proprio di quest’ultima ci occupiamo questa volta e per misurarla ci serviamo di un indice particolare fornito da Bloomberg.

    misery indexSi chiama misery index e mette in correlazione il livello di inflazione ed il tasso di disoccupazione. Ne viene fuori un indicatore che valuta il grado di povertà dei singoli paesi, calcolando se un’economia riesce o meno a produrre ricchezza.
    I paesi oggetto di questa analisi sono 51. Al primo posto di questa graduatoria non certo meritoria troviamo il Venezuela, davanti ad Argentina, Sud Africa ed Ucraina.
    I primi due sono riconosciuti nel mondo per i prezzi al consumo alle stelle. Basti pensare che il Venezuela presenta un’inflazione del 78,5%, più del quadruplo rispetto al dato ucraino, dove è in corso una guerra civile che sta lacerando il proprio tessuto economico e sociale.
    Nonostante la grave situazione, l’Ucraina è riuscita comunque a passare dal secondo posto dell’anno precedente al quarto attuale, facendo registrare timidi segnali di ripresa soprattutto dal punto di vista occupazionale.

    Non è per nulla incoraggiante la situazione di alcuni stati europei. Il primo in classfica è la Grecia al quinto posto, seguito dalla Spagna sesta e dal Portogallo decimo. L’Italia è poco più indietro all’undicesimo posto.
    Sono tanti gli indicatori negativi. Su tutti la disoccupazione giovanile, oltre la soglia record del 44%, ma anche la produzione industriale ed il Pil sono su livelli inferiori rispetto a dieci anni fa.
    Ne risente l’intera società: la crescita dei disoccupati genera, infatti, un aumento dei cittadini in stato di indigenza. La povertà è un fenomeno sempre più diffuso su scala mondiale.
    L’Italia non ne è esente. Un motivo in più per porre rimedio attraverso degli idonei meccanismi assistenziali.



  • Il Social Media Marketing non è solo un’esigenza del momento, ma un vero e proprio imperativo categorico.
    Ci scuserà Kant per avere preso in prestito e forse banalizzato il suo concetto di alta statura morale, ma rende bene l’idea della solennità con la quale un’impresa deve approcciarsi al mondo social.
    Molte aziende lo hanno capito, alcune (poche per la verità) sono tendenzialmente restie ad investire sui social network.
    Cosa c’entrerà mai Facebook o Twitter con la promozione dei nostri prodotti? Diranno i più scettici.
    La nostra risposta potrebbe, anzi andrà oltre la mera elencazione di dati sulla correlazione tra una buona operazione di marketing su Facebook e la crescita in termini di vendite.
    Andremo oltre perché è il mondo del marketing stesso a farlo, ritenendo i social media tradizionali (Facebook e Twitter) in parte superati e sta esplorando nuove frontiere (ogni riferimento a Whats app e ad altre piattaforme di messaggistica istantanea è puramente voluto).

    socialProviamo, però, a soffermarci un momento su quello che è ancora oggi il social network più utilizzato dagli italiani. Il riferimento, ovviamente, è a Facebook.
    Socialbakers.com , come sempre imprescindibile per queste tematiche, ci fornisce i dati relativi al mese di gennaio sulle top aziende e sui migliori media sulla piattaforma Facebook.
    Sono molteplici le variabili che ci consentono di verificare la presenza più o meno efficace di un brand sui social media. In questa sede ci limiteremo a riportare alcuni numeri che ci danno semplicemente una misura quantitativa della questione.

    Innanzitutto diamo uno sguardo al numero di Mi Piace delle pagine Facebook delle migliori aziende italiane. Al primo posto c’è Nutella della Ferrero, non a caso una delle imprese nostrane di maggior successo nel globo.
    Su un totale di oltre 30 milioni di Mi Piace, 4.620.154 ovvero il 15.1 % provengono dall’Italia, a dimostrazione del fatto che il brand Nutella è davvero un leader nel settore e non solo nel nostro paese.
    Se ci spostiamo poco più indietro troviamo tre colossi mondiali come Amazon, Samsung e Coca Cola. Parliamo di tre brand diversi per attività e prodotti sul mercato. Coca Cola è un marchio storico che, nonostante il passere del tempo, mantiene sempre un fascino inalterato, soprattutto sui più giovani.
    Amazon e Samsung, invece, si inseriscono a pieno nella modernità, operando nel campo dell’e-commerce e delle tecnologie digitali. La loro ascesa è sotto gli occhi di tutti e la classifica dei Mi Piace è solo un piccolo indicatore delle rilevanza di queste due aziende nello scenario italiano e mondiale.
    Passando ai media, il leader in termini di likes è FanPage.it con 3 356 402 di mi piace italiani, equivalenti al 90.5 % del totale. FanPage sfrutta il carattere partecipativo ed indipendente del proprio canale, diffondendo notizie originali provenienti da tutto il mondo, in grado di scatenare la curiosità degli utenti.
    Seguono a ruota la Republica, Real Time, Radio Italia ed Mtv Italia.

    Ci sono poi altri indicatori più dettagliati per analizzare l’attività social dei vari brand. Uno di questi è il cosiddetto Post Rate Engagement. Quest’ultimo misura la percentuale di persone raggiunte da un post, ovvero il numero di like, condivisioni, commenti e click di un post su Facebook.
    Sicuramente gli stimoli in tal senso sono in crescita sui social network: il numero di post sponsorizzati aumentano vertiginosamente, quindi è difficile che essi possano raggiungere i tassi di interazione di qualche anno fa.
    Ad ogni modo nel mese di gennaio il primo posto è stato ottenuto da Noverca (7,4% di Engagement Rate), davanti a Vitasnella Bakery (6,29%) e Felix – Gatti da una zampa avanti (6,08%).

    C’è, infine, un ultimo indicatore fondamentale in materia di social media marketing. Quando si opera all’interno di un tool, la cui interattività è il principio essenziale, bisogna per l’appunto interagire!
    Ecco perché la classifica dei Socially Devoted Brands on Facebook è forse lo strumento migliore per un’analisi sulla presenza delle aziende sui social network.
    Tale graduatoria misura, tra le altre cose, il tempo medio di risposta da parte dell’impresa alle domande degli utenti, nonchè la frequenza di tali risposte. Se risponderai a più del 65% delle questioni poste potrai essere considerato un Socially Devoted Brand.
    L’utente, infatti, vuole interagire con l’azienda di riferimento e porre domande relative ai prodotti e ad eventuali offerte che vengono proposte. Ci sono, però, anche problemi tecnici che necessitano di soluzioni.
    È il caso, ad esempio, delle compagnie telefoniche chiamate a rispondere a numerose questioni di questo genere poste dai clienti. Non è un caso che in quattro dei primi cinque posti di questa graduatoria ci siano, appunto, delle compagnie telefoniche con Wind prima, seguita da Fastweb, poi Poste Italiane, Vodafone it e Tim.
    Addirittura il tempo medio di risposta ad una domanda da parte di Wind è di soli 8 minuti, mentre Fastweb e Tim presentano il 99% di response rate, dando una risposta, dunque, a quasi tutte le questioni poste.
    I dati appena riportati sono solo un atomo di un mondo in continua evoluzione e che diventerà sempre di più una parte integrante del tessuto economico mondiale.

     



  • A partire dal 1° Marzo i lavoratori dipendenti del settore privato, impiegati nella stessa azienda da più di sei mesi, possono richiedere la liquidazione anticipata del trattamento di fine rapporto.
    Il Tfr è un accantonamento annuale corrispondente al 6,9% della retribuzione lorda dei lavoratore.
    Queste risorse vengono “conservate” dall’Inps per le imprese con più di 50 addetti e per i dipendenti pubblici, mentre rimangono nella casse delle stesse aziende per quelle realtà imprenditoriali con meno di 5o dipendenti.
    La cifra accantonata viene rivalutata ogni anno in base ai livelli di inflazione e serve a costituire la liquidazione o una pensione integrativa, da incassare alla fine del rapporto lavorativo.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaMa cosa cambia con il provvedimento del Governo, contenuto nella Legge di Stabilità, che stabilisce le possibilità di chiedere in via anticipata tale somma? A partire dal 1° Marzo e fino al 31 dicembre 2017, i lavoratori dipendenti potranno chiedere l’erogazione immediata, ogni mese, degli accantonamenti maturati dal 1 marzo alla fine del 2017.
    Quali sono, però, le conseguenze di questa scelta che, va ricordato. ha un mero carattere facoltativo?
    Il lavoratore avrà uno stipendio mensile maggiorato e quindi una disponibilità economica superiore nel breve periodo. Il sito Panorama.it ha calcolato che per uno stipendio di mille euro, l’aumento, tasse incluse, dovrebbe essere di circa 90 euro al mese.

    Ma veniamo al punto critico: le tasse per l’appunto. La liquidazione anticipata del Trattamento di Fine Rapporto viene sottoposta, infatti, alla tassazione ordinaria, non a quella speciale come avviene per il normale Tfr.
    I lavoratori dipendenti delle aziende private saranno costretti, dunque, a pagare un Irpef maggiore, considerato l’aumento del loro stipendio su base mensile.
    La conseguenza è che il lavoratore avrà una liquidità maggiore nel breve periodo, ma una diminuzione delle risorse nel lungo periodo.
    Sarà inferiore, ad esempio, la cifra della liquidazione e quella della pensione integrativa.
    Non è  un caso, allora, che le richieste pervenute alle imprese siano, al momento, praticamente irrisorie. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, solo il 6% dei dipendenti ne ha fatto richiesta e l’11% dichiara di farlo entro la fine 2015. L’83%, invece, manterrà le vecchie modalità di liquidazione.
    Si tratta, dunque, per adesso di un parziale fallimento, neanche troppo imprevisto.
    I vantaggi economici sono esigui anche su base mensile e una tassazione più elevata spaventa i lavoratori, già gravati da un imponente carico fiscale. Le stesse piccole aziende sono costrette a chiedere dei prestiti alle banche per evitare ulteriori problemi di liquidità che già affliggono le piccole e medie imprese italiane.
    In via definitiva si tratta di una manovra meritevole nell’intento (rilanciare i consumi per far ripartire gli investimenti), ma fallace negli strumenti fiscali adottati.



  • Solo il 21% della popolazione italiana ha accesso ad una connessione Internet a banda ultralarga contro il 64% della media europea; la velocità media di navigazione su tutto il territorio italiano è inoltre inferiore ai 10 Mbps.
    Questi dati spiegano il perché l’Italia si trovi all’ultimo posto tra i paesi europei per utilizzo delle nuove tecnologie digitali per la connessione a Internet e rendono bene l’idea dell’impellenza dell’investimento sulla banda larga.

    banda largaDopo anni di attesa finalmente è arrivato un piano preciso con dei fondi altrettanto chiari.
    Sono sei i miliardi di euro investiti dal Governo, di cui 4 anticipati dalla Banca europea degli investimenti e due stanziati dalla Stato a fondo perduto.
    A questi vanno aggiunti i 2 miliardi già previsti dai privati e altri 4 derivabili dagli incentivi fiscali proposti dall’esecutivo per tutti i soggetti che decideranno di installare le strutture a fibra ottica nelle varie zone del nostro paese.
    L’Italia prova, dunque, a dare una svolta al proprio cammino digitale con un unico obiettivo: rispettare il programma dell’Agenda digitale europea 2020 che mira a coprire il 100% della popolazione con una connessione di 30 mbps ed il 50% con almeno 100 mbps.

    Il nostro paese paga ritardi ancestrali ed un’insistenza quasi miope sulle rete in rame. Il provvedimento del Ministero dello Sviluppo economico non obbligherà Telecom a spegnere il rame entro il 2030, come sembrava in un primo momento.
    Al contrario, la strategia dell’esecutivo prevede una forte incentivazione fiscale per chi deciderà di investire sulla fibra ottica, rendendo di fatto poco conveniente puntare sulla “vecchia” rete in rame.
    Le deduzioni di natura fiscale diventano ancora più forti nelle cosiddette regioni a fallimento sicuro. Il riferimento è al Sud Italia e ai territori montani, zone difficilmente raggiungibili dalla banda larga.
    Lo Stato dovrebbe prevedere dei fondi di garanzia per i privati che decideranno di investire in questi territori e, qualora questo non dovesse avvenire, sarà la mano pubblica ad intervenire per dotare queste zone di una connessione veloce.

    In generale il territorio italiano verrà diviso in quattro cluster, corrispondenti ad altrettante aree geografiche dove l’investimento sulla banda larga presenta diverse probabilità di successo.
    Le grandi città, ad esempio, hanno una copertura migliore, ecco perché i privati troveranno più conveniente dirottare le proprie risorse su questi territori, consci delle alte possibilità di successo del proprio investimento.
    Si tratta comunque di un piano doveroso, che dovrebbe rendere famiglie, scuole ed imprese immerse finalmente nella moderna realtà digitale.
    L’arretratezza del nostro paese dal punto di vista dell’innovazione è uno dei maggiori svantaggi competitivi sul mercato mondiale. Dotare la stragrande maggioranza dei cittadini di una connessione veloce è a tutti gli effetti un atto dovuto alla civiltà dell’Italia.



  • Il testo sul falso in bilancio ha finalmente preso vita ed è pronto ad arrivare in Parlamento.
    Sono ancora incerti i tempi e le modalità di approvazione. Con ogni probabilità il testo dovrebbe arrivare questa settimana in Commissione Giustizia al Senato prima di approdare alle Camere nei prossimi sette giorni.

    orlandoLa novità principale riguarda l’esclusione delle soglie patrimoniali o percentuali al di sotto delle quali il reato di falso in bilancio rimane impunito. Allo stato attuale la fattispecie non è punibile se le elusioni sono inferiori al 5% del risultato d’esercizio e all’1% del patrimonio netto.
    Il Governo elimina definitivamente tali soglie, per cui il reato di falso in bilancio è sanzionabile a prescindere dall’entità della somma elusa.
    L’esecutivo, però, istituisce una distinzione non di poco conto tra società quotate in borsa e non.
    Per quanto riguarda le prime la pena rimane da 3 a 8 anni e sarà perseguibile anche d’ufficio.
    Quando, invece, la società non è troppo grande e non è quotata in borsa, spetterà al giudice valutare se procedere o meno. Un’eventuale condanna, infatti, anche per falsi in bilancio di lieve entità potrebbe portare l’azienda al fallimento, per questo motivo verrà lasciato ampio margine discrezionale al giudice.
    La pena per questa fattispecie viene ridotta e va da 1 a 5 anni.

    Proprio quest’ultimo punto è quello più problematico e si scontra con il parere delle opposizioni in Parlamento.
    La previsione di una pena massima di 5 anni impedisce di fatto che il reato sia sottoposto ad intercettazioni.
    Il codice penale, infatti, prevede l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche solo per quelle fattispecie la cui sanzione è superiore a 5 anni.
    Vengono, dunque, depenalizzati alcuni tipi falsi in bilancio, lasciando un importante potere di scelta alle autorità giudiziarie.
    Il criterio delle società quotate in borsa è sicuramente rilevante, ma forse non sufficiente per stabilire la gravità del reato.
    Per adesso sembra che la norma in questione che scontenti molti attori.
    Innanzitutto Confindustria, che si è sempre battuta per il mantenimento delle soglie di non punibilità e che reputa troppo ampio il potere di discrezionalità in capo ai giudici.
    Ma anche il Movimento 5 Stelle ed una parte della minoranza Pd condanna l’abbassamento delle pene e l’impossibilità di utilizzare lo strumento delle intercettazioni.
    Resta comunque un cambiamento normativo non di poco conto. Vedremo se nei prossimi giorni ci saranno ulteriori modifiche nel corso dei passaggi parlamentari.
    Dovrà attendere ancora, invece, il ddl anti corruzione, il cui emendamento sul falso in bilancio è strettamente collegato. Si discute ancora all’interno della maggioranza sugli strumenti per combattere i reati contro la Pubblica Amministrazione e le relative sanzioni.
    Secondo quanto filtra da Palazzo Chigi, sembra che il Governo sia intenzionato ad aumentare i termini di prescrizione proprio per le fattispecie di reato contro le P.A.
    Nei prossimi giorni dovrebbe essere elaborato il testo completo che rappresenta senza dubbio uno snodo fondamentale dell’azione governativa.



  • Da una parte ci sono milioni di disoccupati in cerca di un lavoro ed in condizioni economiche precarie; dall’altra un’Unione Europea rigida sulle proprie posizioni, consapevole che l’indebitamento non è la soluzione dei problemi di natura sociale. Lo dimostra anche il recente passato che ha decretato il fallimento di alcuni strumenti di natura assistenziale.
    Difficile fare da arbitri in questa situazione. L’Italia ci prova, con non poche difficoltà.

    polettiSono due gli argomenti sul tavolo del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: pensioni e reddito minimo garantito.
    Le questioni si scontrano con le direttive della Commissione europea in materia di bilancio. Rivedere questi due istituti per coprire determinate fasce di popolazione in difficoltà significherebbe aprire un fronte con le istituzioni europee che proprio in questi giorni hanno fornito il proprio parere positivo sulle recenti misure adottate dal Governo Renzi.

    Nonostante i possibili dissidi in sede europea, il Ministro Poletti ha aperto all’inserimento di norme che favoriscano la pensione anticipata. Il lavoratore dipendente potrebbe ottenere, dunque, di andare in pensione prima del raggiungimento dei requisiti pensionistici, accettando però di ricevere una cifra ridotta.
    Il risparmio per lo Stato sarebbe notevole nel lungo periodo, mentre nei primi mesi comporterebbe un aumento della spesa pubblica sanzionabile dalle istituzioni europee.
    Il Governo dovrà comunque intervenire sul tema delle pensioni. Sono troppe le fasce di popolazione penalizzate. Lo ammette lo stesso Poletti che fa riferimento, ad esempio,, a chi perde il lavoro e non matura i requisti pensionistici.
    Per questi soggetti sarà necessario trovare una soluzione attraverso un ammortizzatore sociale o un altro strumento di natura transitorio.

    Il sistema pensionistico italiano necessita di una riforme nel senso di una maggiore flessibilità in entrata. Non è un mistero, però, che l’Unione Europea non veda di buon occhio questo tipo di misure.
    Non a caso nel pacchetto di misure proposte da Tsipras all’Eurogruppo, il primo ministro greco è stato costretto, giocoforza, ad eliminare gli incentivi alle pensioni anticipate, limitando così la flessibilità del proprio stato in materia previdenziale.
    Anche il nuovo presidente dell’Inps, Tito Boeri, auspica una riforma delle pensioni. Lo ha dichiarato nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Per l’Ue se si consentono i pensionamenti anticipati risalta solo l’aumento immediato della spesa ma non il fatto che poi si risparmierà perché l’importo della pensione sarà più basso. Bisogna battersi in Europa per arrivare a una valutazione intertemporale del bilancio”.
    Ma la proposta forte di Boeri non riguarda le pensioni, bensì la formulazione di un reddito minimo garantito per le categorie in difficoltà “finanziato dalla fiscalità generale”.
    La povertà nel nostro paese è un fenomeno in crescita ed in quanto tale non va trascurato. Vedremo se il Governo valuterà veramente l’introduzione di un istituto di questo tipo che certamente troverebbe il favore di alcune forze parlamentari come Sel ed il Movimento 5 Stelle.



  • L’Italia è il paese delle stranezze che a volte si trasformano in assurdità.
    Accade in tutti i settori, dalla politica alla scuola, passando per il mondo delle imprese e delle pubbliche amministrazioni.
    Succede, ad esempio, che per leggere i buoni pasto elettronici esistano quattro diversi Pos in base al tipo di emettitore.
    Allo stato attuale, dunque, potremmo trovare in un supermercato o in un qualsiasi altro rivenditore ben 4 strumenti elettronici per leggere i buoni pasto più un altro per le normali carte di credito.

    Cooperative decorrenza del termine per l'opposizione alla delibera di esclusione del socioLa stranezza, come detto, si trasforma in assurdità, tant’è che la Federdistribuzione, l’associazione di rappresentanza delle catene di distribuzione alimentare, ha minacciato, non più di due settimane fa, di non accettare più i buoni pasto.
    Il motivo è legato al provvedimento contenuto nella Legge di Stabilità che defiscalizza di fatto i buoni pasto elettronici, innalzando a sette euro la loro deducibilità.
    Una norma che sarà in vigore a partire dal 1°Luglio 2015 e che agisce nel senso della riduzione dei pagamenti cartacei e della maggiore tracciabilità delle operazioni commerciali.
    I buoni diventerebbero così un vero e proprio strumento di integrazione del salario, visto con piacere sia dai dipendenti del settore privato che dai i pubblici dipendenti.

    Il cambiamento normativo, però, ha creato un vero e proprio polverone nei supermercati, nei ristoranti e nei bar, ovvero i soggetti maggiormente interessati della manovra. Circa un terzo del mercato dei buoni pasto (attività da 3 miliardi di euro l’anno) viene assorbito proprio da loro.
    Incentivare i buoni pasto elettronici con ben 4 Pos diversi avrebbe comportato un enorme dispendio di risorse per le grandi distribuzioni alimentari, oltre a non indifferenti problemi di carattere logistico.
    La minaccia di Federdistribuzione è servita, però, a trovare un inaspettato quanto importante accordo.
    Sodexo, Qui Group e Day Ristoservice hanno firmato la prima bozza d’intesa per giungere al Pos unico. Uno strumento che semplificherebbe enormemente le attività commerciali, facendole rientrare nella logica dei paesi civili.
    L’accordo verrà sottoposto in questi giorni alle autorità competenti e, una volta stipulato, sarà valido per tutti i rivenditori.
    Finalmente, dunque, una buona notizia per un paese che fatica ancora ad intraprendere la strada della digitalizzazione e della semplificazione delle attività normative, amministrative e commerciali.
    La strada è quella giusta, ma è solo un primo passo di un processo ancora lungo e complesso.