• Tasso di disoccupazione al 12,7%, con quello giovanile che viaggia stabilmente oltre il 40%; povertà sempre più diffusa e Pil che fatica ad avviare un percorso di crescita.
    Sono questi i dati della recessione italiana e che collocano il nostro paese in una situazione molto delicata.
    C’è bisogno, però, di ripartire e per farlo si deve agire dal basso.

    Troppo spesso la creatività e lo spirito di iniziativa dei cittadini vengono repressi da un quadro normativo e fiscale poco favorevole. Accade, ad esempio, che famiglie, disoccupati e piccole imprese fatichino ad accedere a finanziamenti delle banche e ad intraprendere in questo modo un’attività imprenditoriale.
    Le idee il più delle volte non mancano, latitano invece le risorse e le opportunità regolative.
    L’Italia ha bisogno di un sistema creditizio più snello e agevole nella concessione di prestiti a chi propone progetti innovativi.

    invitaliaIn questo senso va il decreto legge n.185/2000 che regola il cosiddetto autoimpiego, ovvero la possibilità per disoccupati o soggetti in cerca della prima occupazione di avviare un’impresa nonostante non dispongano delle risorse adeguate.
    La suddetta legge viene gestita da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e lo sviluppo d’impresa SpA, che propone una serie di finanziamenti per l’avvio di attività imprenditoriali di tre tipi:

    • Lavoro Autonomo (in forma di ditta individuale) con finanziamenti fino ad un massimo di 25.823 euro. Il progetto deve essere portato avanti per almeno cinque anni e può riguardare qualsiasi settore (produzione di beni, commercio, ecc.) esclusi gli ambiti della pesca e dell’agricoltura. Per ottenere il finanziamento bisogna essere maggiorenni e disoccupati alla data di presentazione della domanda; la sede legale dell’attività, infine, deve trovarsi nelle seguenti regioni: Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia.
    • Microimpresa con finanziamenti fino a 129.114 euro. Si tratta in questo caso di piccole aziende e l’unica forma societaria ammessa è quella della società di persone. Sono esclusi, quindi, altri modelli di impresa come le cooperative, le ditte individuali, le società di capitali, le società di fatto e le società aventi un unico socio.
      Le uniche attività finanziabili riguardano la produzione di beni e la fornitura di servizi, il commercio, dunque, è escluso. Anche qui la sede operativa delle attività deve trovarsi in una delle regioni elencate in precedenza.
      L’obiettivo, infatti, è rilanciare le piccole imprese in quei territori dove il tasso di disoccupazione e la povertà sono maggiori.
    • Franchising: riguarda le persone fisiche o società di persone o di capitali di nuova costituzione che vogliono aprire un’attività in franchising. Sarà possibile stipulare un contratto di questo tipo solamente con Franchisor convenzionati con Invitalia.
      Le regioni coinvolte sono ancora una volta Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia.


  • Il piano del Governo è stato lanciato: 6 miliardi di euro per l’implementazione della rete a banda ultralarga su tutto il territorio nazionale.
    L’obiettivo è chiaro: arrivare al 2020 con il 100% della popolazione italiana coperta con una rete da almeno 30 Mega ed il 50% con una connessione da 100 mega.
    Le modalità di attuazione sono ancora incerte. Il Governo, però, nella persona del sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, ha lanciato l’allarme, invocando una collaborazione tra pubblico e privato, perchè lo Stato “da solo non ce la fa!”

    Una dichiarazione tutto sommato nella norma. Gli investimenti della mano pubblica saranno corposi e beneficeranno anche dei fondi europei. Ma non basteranno.
    Ci vuole un intervento anche dei privati, per questo negli ultimi giorni si è fatta avanti l’ipotesi della creazione di una società che veda coinvolti diversi operatori telefonici, tra i quali ovviamente Telecom, Wind e Vodafone.
    Un’operazione che potrebbe creare non pochi problemi di convivenza e che, non a caso, ha trovato l’immediata smentita da parte di Telecom, per bocca del suo amministratore delegato, Marco Patuano: “Andiamo avanti da soli. Non c’è nessuna ipotesi di lavorare su percorsi societari diversi dai nostri investimenti”.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaInvestimenti che Telecom ha già programmato per il futuro, ma che incontrano alcune perplessità da parte del Governo e dell’Agcom. L’azienda di telecomunicazione ha appena lanciato un piano da 3 miliardi di euro per il nostro paese, privilegiando, però, la tecnologia Fttc, che prevede la fibra ottica  solo fino all’armadio stradale e poi il  doppio filo di rame fino all’abitazione.
    Secondo l’Agcom una simile tecnologia è funzionante solo c’è un solo operatore collegato, ponendo così alcune questioni sul piano della concorrenza e del libero mercato.
    L’Fttc porterà comunque la connessione a 50 Mega in tutte le città coinvolte. Solamente dal 2017, invece, Telecom investirà sulla fibra ottica fino a casa (Ftth), con uno stanziamento di 500 milioni di euro in tre anni.
    Gli obiettivi dell’Agenda digitale europea sono ancora lontani, soprattutto per l’Italia, ultima tra i paesi europei in materia di banda larga. Per questo motivo è quantomai necessario trovare un accordo tra pubblico e privati, che preveda il definitivo superamento delle tecnologie in rame e l’implementazione degli strumenti a fibra ottica.



  • L’agricoltura può essere un importante veicolo di crescita economica. Lo hanno capito anche i giovani italiani.
    I dati forniti dall’Istat relativi all’ultimo trimestre del 2014 ci rivelano come il settore agricolo sia in costante ascesa, sopratutto sul fronte giovanile.
    Negli ultimi tre mesi del 2014, infatti, c’è stato un aumento degli occupati del 7,1%.
    Numeri che diventano ancora più eclatanti se guardiamo alla crescita avuta nel Nord Italia, dove il numero degli impiegati nel settore agricolo ha fatto registrare un boom del +17,5%.

    Sono aumentati, nello specifico, i lavoratori dipendenti nell’agricoltura (+5,5%), ma l’aspetto più interessante riguarda il lavoro autonomo.
    La figura classica dell’imprenditore è collegato al settore industriale o al massimo a quello dei servizi. La rivoluzione moderna interessa a stretto giro anche i modelli imprenditoriali, soprattutto giovanili.
    E l’agricoltura è parte integrante di questo mutamento culturale. Se guardiamo sempre ai dati forniti dall’Istat, nell’ultimo trimestre del 2014 il numero di lavoratori indipendenti nel settore agricolo è aumentato addirittura dell’8,7%.

    06112014Crescono, dunque, le imprese dedite all’agricoltura, ma cosa ancora più importante sono sempre di più i giovani imprenditori che decidono di mettersi in gioco in questo ambito. Secondo un sondaggio svolto da Coldiretti/Ixé il 57% dei ragazzi vorrebbe gestire un agriturismo.
    Una tendenza che trova riscontri nella realtà occupazionale. Le imprese agricole condotte da giovani con meno di 35 anni, infatti sono diventate 49.871, in aumento dell’1,5% rispetto al trimestre precedente.
    Allo stesso tempo l’occupazione giovanile nel settore agricolo presenta una crescita addirittura del 15%.
    Si tratta di tendenze opposto rispetto a quanto avviene in altri ambiti della società italiana. Segno evidente che l’agricoltura offre maggiori opportunità e migliori margini di crescita rispetto ad altri settori lavorativi.

    Lo spazio per l’innovazione e per la competizione, infatti, è enorme. Un’accurata gestione delle derrate agricole nostrane può portare l’Italia a diventare un paese leader su scala mondiale.
    Lo dimostrano i dati sui prodotti dell’agroalimentare italiano, che mostrano come i beni nostrani siano ancora oggi tra i più richiesti sul mercato.
    Da questo punto di vista Expo 2015 può rappresentare una straordinaria opportunità per tutta l’agricoltura italiana e non solo. Una buona campagna di sponsorizzazione dei nostri prodotti, unita ad un efficace investimento in tecnologia e programmazione può essere il migliore strumento di crescita per un paese in profonda recessione.

     



  • Semplificazione, trasparenza ed abbattimento dei costi per le famiglie più numerose.
    Sono questi gli intenti che guidano l’Autorità per l’energia al cambiamento delle bollette e delle relative tariffe.
    Per quanto riguarda la modifica di queste ultime dovremmo ancora aspettare perché l’intervento sarebbe di rilevanza epocale.
    Dopo gli shock energetici degli anni Settanta, si era optato per una sorta di austerity dell’energia: “chi consuma di più paga di più” con conseguenti penalizzazioni per le famiglie più numerose, costrette ad un consumo maggiore rispetto ad i nuclei ristretti o ai single.
    L’intento dell’Autorità è arrivare nel 2018 con una bolletta i cui oneri siano addebitabili per il 50% alla potenza e per il 50% al consumo.
    Ci saranno da superare numerosi ostacoli, ma la strada indicata sembra essere questa.

    Un ulteriore indizio a tal proposito ci viene fornito dalla nuova bolletta per energia elettrica e gas che entrerà in vigore a partire da settembre. Si tratta di un nuovo formato all’insegna della trasparenza e delle semplificazione.
    Non a caso si parla già di “bolletta 2.0”, volendo seguire la scia dei numerosi provvedimenti intesi a semplificare e digitalizzare l’apparato amministrativo italiano.
    Le bollette, soprattutto quelle di energia e gas, sono il più delle volte lo spauracchio dei cittadini e delle piccole imprese. Oltre ai costi esorbitanti, gli utenti non riescono a comprendere le numerose voci presenti, faticando a capire, ad esempio, le motivazioni di un eventuale pagamento maggiorato o il consumo effettivo in un anno di utenza energetica.

    TAXDa questo punto la rivoluzione sarà chiara. Dicevamo della trasparenza e della semplificazione.
    La trasparenza viene evidenziata innanzitutto dall’applicazione delle nuove regole per la realizzazione delle bollette che saranno obbligatorie per tutte le aziende venditrici. Criteri comuni che consentiranno agli utenti di valutare attentamente i costi e le opportunità dei singoli venditori; il tutto sarà coadiuvato da un sistema online che aiuterà a trovare l’offerta migliore in base al luogo di residenza e alla quantità di energia consumata.
    Trasparenza che si manifesta anche nell’obbligo di riportare sulla bolletta il consumo effettivo, in modo tale che l’utente possa verificare eventuali errori commessi controllando i dati sul proprio contatore.

    Ma non ci fermiamo alla trasparenza, perché la bolletta 2.0 agisce anche nel senso della semplificazione.
    Per questo motivo sono allo studio due nuovi modelli di bolletta che possano rendere più chiara la ripartizione delle spese.
    Innanzitutto non ci saranno più 7-8 pagine di bolletta; chiunque voglia conoscere i dettagli dei propri consumi lo potrà fare online. Il nuovo modulo prevederà, invece, uno o due pagine con grafici illustrativi della propria situazione.
    Vengono elencati prima di tutto i consumi, i dati anagrafici dell’utente e la cifra da pagare; in secondo luogo è presente un grafico dettagliato con la previsione delle singole spese suddivise in spese per l’energia, Iva, imposte, spesa per il trasporto dell’energia e la gestione del contatore e oneri di sistema, tra i quali sovvenzioni per le fonti energetiche rinnovabili.


  • europa bce

    60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016, per un totale di oltre 1100 miliardi per l’acquisto di titoli di stato, cartolarizzazioni, bond garantiti e obbligazioni di istituzioni europee.
    Alle 12:15 è partito il Quantitative easing, la misura eccezionale di politica monetaria lanciata dalla Bce per far crescere l’economia europea.
    Deflazione, tassi d’interesse elevati, crollo dell’export: tendenze che preoccupano le istituzioni europee e che hanno convinto Bruxelles della necessità di un intervento immediato.

    Via dunque al Qe. In queste ore sono partite le ipotesi sui primi acquisti di titoli di stato.
    Quelli più accreditati sono i bund tedeschi. Ma c’era da aspettarselo, visto che gli investimenti dipenderanno dalla quota di partecipazione dei singoli stati al capitale della Bce e la Germania detiene la quota maggioritaria.
    Probabile, dunque, si parta ancora una volta dai tedeschi. In un secondo momento si procederà con i titoli italiani, francesi e belga.
    Se la Germania può sorridere, in Grecia dovranno versare lacrime e sangue. Il paese ellenico non sarà interessato dal Quantitative easing finché non pagherà i prestiti dovuti alla trojka, ma c’è di più.
    Per il mese di Marzo, la Grecia non riceverà alcun finanziamento da parte dell’Unione Europea. Il piano di riforme non convince ancora del tutto, così come non sono state gradite alcune dichiarazioni del Ministro delle Finanze Varoufakis sulla possibilità di un referendum sulla riforme.

    eurogruppoIl tavolo di trattativa, dunque, sembra essere ancora in bilico. Tsipras prova ad agire da intermediario e chiede aiuto ad Hollande e Renzi, come possibili alleati contro le politiche di austerity della Germania e degli alleati finlandesi ed olandesi.
    Il capo dello Stato francese ed il premier italiano mantengono una posizione neutrale, ma sarà nel loro interesse portare avanti alcune istanze elleniche, diventando così delle vere e proprie guide per i paesi dell’Europa Mediterranea.

    In mezzo a questo trambusto monetario e diplomatico, ci sono le prime reazioni delle borse all’avvio del Quantitative easing. Tutte tranne Milano, che ha avuto un leggero rialzo, sono partite in ribasso.
    Si tratta, però, di una situazione ordinaria, visto che gli effetti benefici del Qe si sono visti già nelle passate settimane, quando le borse hanno fatto registrare delle punte massime storiche.
    Preoccupano, invece, le previsioni sull’attività della Federal Reserve. La banca federale americano potrebbe decidere, infatti, di alzare i tassi d’interesse dopo i recenti dati positivi sulla crescita dell’occupazione e l’aumento dei consumi.
    Sta all’Europa, adesso, ottenere i medesimi risultati della Fed attraverso una politica monetaria espansiva e dei tassi d’interesse più bassi. Rilanciare la produzione industriale e far crescere euro e livello dei prezzi sarà fondamentale per avere maggiore credibilità sul mercato mondiale.

     



  • In Italia è sempre più difficile ottenere un finanziamento. Lo sanno le migliaia di famiglie e piccole imprese che faticano a portare avanti la propria attività quotidiana, tra un mutuo inarrivabile ed attrezzature impossibili da acquistare.
    Il sistema creditizio italiano presenta numerosi punti critici, soprattutto dal punto di vista burocratico.
    Ne risentono in maniera evidente consumi ed investimenti, da sempre l’asse portante di qualsiasi sistema economico.

    Il mondo dei finanziamenti alle Pmi necessitava di un intervento rigenerante ed in parte è arrivato.
    Il Ministero dello Sviluppo economico ha istituito un bando per tutti quei soggetti che non riescono ad ottenere un prestito bancario, ma che risulta necessario per lo svolgimento della propria attività.
    Questi ultimi potranno ottenere un finanziamento di 25.000 euro, che potranno diventare 35.000 euro, se le ultime sei rate sono state pagate puntualmente e se i risultati intermedi del progetto presentato sono stati raggiunti.
    Ma vediamo nel dettaglio quali soggetti possono partecipare e per quale tipo di attività.

    spese condominialiPotranno partecipare al bando tutti i lavoratori autonomi ed i professionisti, quali medici, avvocati, notai, consulenti del lavoro, ecc., che siano titolari di una partita Iva da meno di 5 anni e che abbiano meno di 5 dipendenti.
    A questi soggetti vanno aggiunti le ditte individuali, anch’esse con partita Iva aperta da meno di cinque anni e meno di 5 dipendenti, e società di persone, società cooperative e società a responsabilità limitata con titolarità della partita Iva posseduta da meno di cinque anni e con meno di dieci dipendenti.

    S tratta in sostanza di piccoli professionisti che hanno iniziato da poco la propria attività autonoma e che presentano un fatturato non elevato. Il limite per poter accedere al finanziamento, infatti, è di 200.000 euro di ricavi lordi annui ed un attivo patrimoniale inferiore ai 300.000 euro annui.
    I soggetti partecipanti al bando dovranno presentare il relativo progetto al Mise, indicando le motivazioni della richiesta di finanziamento. In particolare i fondi ricevuti potranno essere utilizzati solamente per l’acquisto di beni, comprese le materie prime e tutte le attrezzature necessarie per portare avanti la propria attività lavorativa, l’assunzione di nuovi dipendenti ed il pagamento di corsi professionali utili per lo svolgimento della propria iniziativa imprenditoriale.
    Potranno usufruire dei suddetti corsi sia i professionisti stessi che i propri lavoratori dipendenti.
    L’investimento totale del Governo è di 40 milioni di euro, 30 messi a disposizione dal Mise e 10 dal Movimento 5 Stelle, che ha deciso di finanziare il progetto rinunciando a parte dei propri emolumenti.

     



  • Un mese di tempo. È questo il limite temporale posto dal Tesoro alle banche cooperative per presentare una proposta di auto-riforma.
    Scampato il pericolo decreto legge, le Bcc avranno tempo e modo di discutere ed arrivare ad una soluzione che accontenti tutti quanti, istituzioni e singole realtà cooperative.
    Non sarà certamente facile: bisognerà mettere d’accordo, infatti, 379 istituti di credito, per un totale di 1,2 milioni di soci.
    Tutti rappresentanti di istanze locali e dunque restii a cedere una quota rilevante della propria autonomia ad un’istituzione centrale.

    La via, però, sembra essere quella. Il Ministro Padoan si è espresso in maniera chiara, sottolineando come le Bcc siano troppe e troppe piccole. Per questo motivo sarà necessario istituire un organo di controllo e di coordinamento dell’attività dei singoli istituti di credito.
    Le modalità sono demandate al Consiglio Nazionale del credito cooperativo, che si riunirà il 12 Marzo per discutere i dettagli della riforma. Saranno presenti le 15 federazioni nazionali che porteranno avanti le istanze delle proprie associate e cercheranno di tirare acqua al proprio mulino.

    iccreaAl momento, però, sembra prevalere una linea ben precisa. Ci sarà, con ogni probabilità, una holding spa che svolgerà funzioni di controllo e di coordinamento. La sua identità verrà svelata nei prossimi giorni, ma è plausibile che venga creata una nuova holding, in modo che risulti totalmente indipendente.
    Al di sotto della citata spa, ci saranno tre bcc rappresentative di tutti gli istituti di credito. La forte spinta autonomistica del Trentino ha fatto sì che due di esse siano appunto le Bcc della provincia di Trento e la Bcc di Bolzano.
    Il terzo è ente, invece, sarà Iccrea, ovvero un istituto che già adesso viene controllato dalle altre Bcc e che dovrà appunto rappresentarle all’interno del nuovo modello di governance.
    Oltre alle già citate prerogative, la nuova holding potrà fornire capitali agli istituti di credito in caso di crisi di liquidità. È probabile che la suddetta spa, per far fronte a queste esigenze, faccia ricorso al mercato, affidandosi a fondi di istituti cooperativi esteri, quali quelli tedeschi ed austriaci.

    Su un punto, in particolare, le realtà cooperative non transigeranno: il mantenimento della loro storia di banche di tipo mutualistico a forte identità locale. Verrà accettato il controllo centrale da parte di un ente autonomo, ma dovrà avvenire nel rispetto delle esigenze territoriali e del principio “una testa un voto”.
    Il credito cooperativo si aprirà, dunque, al mercato e si adeguerà alle direttive del Tesoro e della Banca d’Italia, ma manterrà il proprio carattere identitario, perchè decenni di storia, caratterizzati dallo spirito mutualistico e democratico non possono essere calpestati da una auto-riforma dalle sembianze storiche.



  • Le donne e l’impresa: un rapporto in continua evoluzione.
    Secondo un’indagine effettuata della Camera di Commercio di Monza e Brianza sono sempre di più le donne che decidono di fondare una start up o di mettersi a capo di un’azienda.
    Lo spirito di iniziativa, il coraggio e la creatività non mancano certamente al genere femminile, tutte caratteristiche essenziali per creare e portare avanti un’impresa.

    downloadIl dato che stupisce, però, è un altro: il numero di imprenditrici di età inferiore a 30 anni supera addirittura quello delle giovani lavoratrici richieste dalle aziende. Nel 2014 sono stati 15.800 i posti a tempo determinato o indeterminato per i quali le imprese hanno richiesto espressamente la presenza di una donna con meno di 30 anni.
    Nello stesso periodo di tempo le start up o le imprese con a capo una giovane donna sono state più di 18.000, segno che quella delle imprenditrici è una categoria in netta espansione.

    In generale il settore privilegiato per avviare un’attività imprenditoriale è quello dei servizi 85,6%, mentre solo l’8,8% si è dedicato al settore industriale. Nello specifico l’ambito più scelto è il commercio (39,1%), davanti al turismo (12,7%).
    Evidentemente le opportunità lavorative per il genere femminile sono ancora troppo ridotte. Per questo motivo scelgono di darsi una chance da sole, sfruttando le proprie competenze ed il loro straordinario spirito innovativo.
    Le donne in questi anni hanno dimostrato di sapersi mettere in discussione e di superare le difficoltà dettate da secoli di pregiudizi e di cattivi costumi. Proprio tale perseveranza può rappresentare un’enorme risorsa per qualsiasi tipo di attività imprenditoriale.
    Ecco perchè la crescita delle imprese al femminile non può che far bene all’intera società italiana, rinnovandola soprattutto dal punto di vista culturale.



  • Domenica 8 Marzo, come ogni anno,celebreremo la festa delle donne. Sarà un modo per ricordare quanto è stato fatto e quanto ancora si dovrà operare per raggiungere la parità di genere in tutti i settori della società italiana.
    L’Italia manifesta ancora delle carenze da questo punto di vista.
    Riteniamo sia emblematico un dato comunicato recentemente dall’Istat: il 58% delle donne meridionali di età compresa tra i 16 ed i 25 anni è senza lavoro. Un numero eclatante che racconta alla perfezione quanto il nostro paese si debba impegnare per garantire pari opportunità ad uomini e donne.

    DipendentiIl problema riguarda la base occupazionale ma anche i vertici dell’economia e della società italiana. I ruoli apicali all’interno delle amministrazioni e delle aziende sono ricoperti, infatti, per lo più da uomini.
    La figura della donna manager, della dirigente della P.A. o dell’imprenditrice fatica a diffondersi nella nostra società, quando invece, altri stati europei sono molto più avanti da questo punto di vista.
    Imprese e pubbliche amministrazioni rappresentano spesso la riproduzione di un vecchio modello sociale ancorato a logiche di tipo maschilista e patriarcale.

    Un piccola eccezione è rappresentata dal mondo della cooperazione, dove democrazia e mutualità sono i principi fondanti. Ecco perché le donne riescono a trovare uno spazio maggiore, sia all’interno della base operativa che ai vertici della organizzazioni.
    Secondo i dati riportati da Confcooperative, ad esempio, la cooperazione rappresenta il modello d’impresa con la più alta percentuale di donne impiegate in rapporto alla forza lavoro. Circa il 60% dei lavoratori delle imprese associate a Confcooperative è di sesso femminile.
    Una tendenza confermata anche dai dati sulla presenza delle donne nella governance delle cooperative, attestabile attorno al 25%.

    Si tratta di risultati importanti, che possono però essere ulteriormente migliorati.
    Il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, ci tiene a porre l’accento su quanto è stato fatto dall’associazione di rappresentanza delle cosiddette “coop bianche” ed alza il tiro per il futuro: “Nelle nostre organizzazioni e nelle nostre imprese – ha dichiarato Gardini –  dobbiamo continuare a sostenere i valori della parità di genere, la valorizzazione delle differenze come patrimonio sociale, supportare e promuovere il contributo femminile al mercato del lavoro e sostenere la presenza delle donne nei luoghi decisionali.  E’ necessario promuovere il riconoscimento di premialità alle imprese che attivano azioni positive per un welfare aziendale, promuovere equilibrati percorsi professionali, e ancora supportare le donne contro ogni forma di violenza”.



  • Tempo di bilanci anche per il settore agricolo. L’Istat ci fornisce i dati relativi al 2014, che ci permettono di analizzare la variazione dei prezzi dei prodotti agricoli avvenuta negli ultimi dodici mesi.
    Se diamo uno sguardo sia ai beni acquistati dagli agricoltori che quelli da essi venduti, notiamo come il processo di deflazione abbia colpito in maniera netta anche l’agricoltura.
    Ma analizziamo i dati nel dettaglio.

    prezzi agricolturaNell’ultimo trimestre del 2014 l’indice dei prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori è diminuito dell’1,3% rispetto al trimestre precedente e del 3,0% rispetto al medesimo trimestre dell’anno 2013.
    Anche nel confronto con i singoli mesi del 2013, la deflazione rimane evidente. Rispetto a dicembre 2013, ad esempio, il livello dei prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori è diminuito del 3,4%.
    Si tratta di una variazione negativa in costante aumento e che difficilmente si arresterà sensibilmente nel 2015.
    In generale la diminuzione media dei prezzi nel 2014 è stata dell’1,7% e ha interessato soprattutto i bei ed i servizi intermedi, mentre i beni di investimento hanno fatto registrare un incremento congiunturale dello 0,2% e tendenziale dello 0,9%.
    Nel corso del 2014 le diminuzioni più rilevanti tra i prodotti acquistati dagli agricoltori sono riscontrabili tra i mangimi (-5,3%), concimi e ammendanti (-3,7%) ed energia e lubrificanti (-2,7%). Le variazioni positive maggiori riguardano, invece, la manutenzione e riparazione macchine (+2,0%) e per antiparassitari (+1,9%).

    Veniamo, invece, ai prodotti venduti dagli agricoltori. In questo caso le uniche variazioni positive sono inerenti al confronto tra l’ultimo trimestre del 2014 ed i precedente (+3,6%), mentre vi è una diminuzione del livello dei prezzi del 2,7% rispetto al medesimo trimestre del 2013.
    Colpisce la variazione media annua dei prodotti venduti dagli agricoltori per l’intero 2014, dove c’è stato un ribasso del 4,2%.
    Per quanto riguarda l’anno appena trascorso, l’unico prodotto in grado di aumentare il proprio livello dei prezzi è stato l’olio d’oliva con una variazione annua positiva del 7,3%; nel confronto con il precedente trimestre il prezzo dell’olio è aumentato addirittura del 34,1%.
    Tutti gli altri prodotti, invece, presentano delle variazioni negative per il 2014. I prodotti vegetali, in particolare, vedono una diminuzione dei prezzi del -5,7%, tra di esse la decrescita maggiore riguarda le patate (-16,7%) ed il vino (-8,9%). Gli animali ed i prodotti da animali, infine, presentano una diminuzione dei prezzi del 2,1% per il 2014 ed addirittura del -7,5% nel confronto tra dicembre 2014 e dicembre 2013.



  • È il 9 marzo il fatidico giorno d’inizio del quantitative easing. A comunicarlo è Mario Draghi, presidente della Bce, al termine del consiglio direttivo svoltosi a Cipro.
    Il vertice dell’Eurotower ha spiegato modalità, tempi ed obiettivi della misura eccezionale di politica monetaria, un intervento che molti definiscono storico per l’entità delle risorse dispiegate e per il protagonismo (inedito) che svolgerà la Banca centrale europea.

    Partiamo, innanzitutto, dalla quantità di denaro che verrà immesso sul mercato. Si tratta di 60 miliardi di euro ogni mese per un totale di 1140 miliardi. La durata dell’intervento, infatti, dovrebbe essere almeno fino a settembre 2016, ma potrebbe anche prolungarsi.
    L’intento della Bce è riportare l’inflazione su livelli vicini al 2%. Al momento i prezzi al consumo si attestano su standard negativi (-0,3%) e le previsioni per il 2015 vedono un’inflazione vicina allo zero. Solo nel 2016 ci dovrebbe essere un rialzo dei prezzi che li dovrebbe portare l’inflazione, secondo gli economisti della Bce, al +1,5%.
    A quel punto i vertici si potrà valutare se proseguire con il Qe o interrompere l’acquisto di titoli di stato nel mese di settembre.

    draghiVeniamo, invece, alle modalità d’acquisto e alla ripartizione dei rischi tra i vari paesi, che sono probabilmente gli aspetti più problematici. Le singole banche centrali potranno acquistare titoli di stato, cartolarizzazioni, bond garantiti e obbligazioni di istituzioni europee, la cui durata che può variare dai 2 ai 30 anni.
    La quota di acquisto dei singoli paesi dipende dalla partecipazione di ciascuno al capitale della Bce. L’Italia, per fare un esempio, partecipa per un 12,3%, dunque avrà a disposizione circa 7,4 miliardi al mese sul totale di 60 previsti.
    In realtà ci sarà una maggiore flessibilità nel calcolo della spesa mensile: le banche potranno sforare in determinati mesi,pur d ottenere un più “agevole sviluppo del programma”.
    I rischi, invece, saranno ripartiti solamente per un 20% fra tutti gli stati, mentre il restante 80% graverà sulle singole banche nazionali.
    Quest’ultima linea direttiva è stata fortemente voluta dalla Germania, che mai avrebbe accettato una misura di politica monetaria espansiva che gravasse sull’intera eurozona. Con questa modalità, invece, il 12% dei rischi riguarderà le obbligazioni emesse dalle istituzioni europee e l’8% interesserà i titoli nazionali.

    Secondo Mario Draghi, il Quantitative easing stabilizzerà l’economia europea, rendendo l’euro una moneta più forte e velocizzando la crescita del Pil. L’annuncio del Qe ha provocato una spinta positiva sui mercati, permettendo inoltre alla Bce di rivedere in positivo le stime sul Prodotto Interno Lordo europeo.
    Le previsioni, adesso, vedono un Pil in crescita del +1,5% nel 2015, +1,9% nel 2016 e del 2,1% nel 2017.