• Continua l’odissea del Tfr anticipato in busta paga. Nei giorni scorsi vi abbiamo riportato dello scarso successo che sta avendo lo strumento fiscale inserito nella Legge di Stabilità.
    Sono pochi, infatti, i lavoratori che hanno chiesto la liquidazione anticipata del Trattamento di Fine Rapporto.
    Molti dipendenti delle aziende private si sono chiesti: conviene davvero? Dopo essersi consultati con i sindacati, commercialisti e consulenti di lavoro hanno convenuto che sarebbe stato meglio lasciar perdere.
    Il motivo? La tassazione svantaggiosa. Il Tfr anticipato non è sottoposto ad un regime fiscale speciale, come avviene quando viene la liquidazione viene erogata alla fine del rapporto lavorativo.
    Ciò comporta più liquidità nel breve periodo, ma una perdita cospicua di risorse che spetterebbero di diritto ai lavoratori. Ecco spiegato il perché siano pervenute poche richieste alle aziende.

    DENAROMa c’è di più. Anche se i lavoratori avessero chiesto il Tfr anticipato in busta paga non avrebbero potuto ottenerlo, almeno per il mese di marzo.
    A dichiararlo è  l’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro. Ci sono stati, infatti, notevoli ritardi nella pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta Ufficiale.
    Pubblicazione arrivata solamente nella giornata di ieri; tra l’altro manca ancora la convenzione con l’Abi, che consentirà alle aziende sotto i 50 dipendenti di accedere a finanziamenti agevolati per versare la liquidazione anticipata del trattamento di fine rapporto.
    Tutti questi ritardi faranno slittare l’operatività del Tfr anticipato, prevista inizialmente per l’1° Marzo, al mese di aprile.
    Come spiega la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro in una nota: “In questi giorni si stanno completando le operazioni di elaborazione delle buste paga dei dipendenti delle medie-grandi aziende, che pagano le retribuzioni entro il giorno 27 del mese. Si tratta del 60% circa dei rapporti di lavoro del settore privato. E nella prossima settimana cominceranno le elaborazioni che riguardano le micro-piccole aziende. Insomma, il processo mensile che porta alla gestione della busta paga si è messo in moto e non ci sono più spazi di recupero, perlomeno per il mese di marzo”.

    Si tratta in via definitiva dell’ennesima inadempienza dell’apparato amministrativo italiano, come avvenuto in parte anche per il precompilato Isee. Tempi ristretti e cittadini che rischiano di non poter esercitare diritti sacrosanti.
    Il ritardo, in questo caso, ha i contorni del grottesco se pensiamo che la Legge di Stabilità, nella quale è presente la misura sul Tfr, è entrata in vigore il 1° gennaio.
    Tre mesi di rinvii paiono eccessivi e la Commissione europea intanto ci osserva…



  • Dopo le stime sulla crescita da parte dell’Ocse, anche la Bce fornisce il proprio bollettino economico sulla situazione europea.
    Secondo gli economisti dell’Eurotower, il processo di ripresa si è rafforzato nella seconda metà del 2014 e mostra ulteriori margini di crescita nei primi mesi del 2015.
    La fiducia nell’area Ue è, dunque, aumentata. Merito di una serie di fattori internazionali positivi: crollo dei prezzi del petrolio, diminuzione dei tassi di cambio della moneta unica e soprattutto il Quantitative easing.
    La misura di politica monetaria, introdotta dalla stessa Banca Centrale Europea, viene valutata da molti economisti come un possibile volano per l’economia continentale.
    Le prime risposte delle Borse sono state positive, contribuendo a far crescere il clima di fiducia tra imprese e consumatori. Proprio il Qe ha portato l’Ocse a rivedere al rialzo le proprie stime sul tasso di crescita dei paesi europei.
    Francia, Italia, Germania ed in generale l’intera Eurozona ha visto un ritocco verso l’alto delle previsioni di crescita da parte dell’organizzazione internazionale.

    Cooperative EdiliLa Bce ha analizzato anche la situazione del mercato del lavoro, probabilmente l’aspetto più critico nella maggior parte dei paesi europei. I segnali di ripresa maggiori riguardano l’area mediterranea, ovvero quegli stati come Spagna, Portogallo e Grecia che fanno registrare tassi di disoccupazione più alti.
    Tuttavia negli ultimi mesi c’è stato un aumento del numero degli occupati, che fa ben sperare in vista del 2015.
    L’Italia, dal canto suo, mostra segnali di ripresa piuttosto timidi. La disoccupazione è diminuita all’inizio dell’anno nuovo, ma non ai livelli degli altri paesi del Mediterraneo.
    Per questo motivo la Bce rammenta che il nostro paese “necessita di ulteriori riforme strutturali per accrescere il prodotto potenziale”.
    Al di là delle segnalazioni dell’Eurotower, la speranza è che le recenti misure del governo in materia di lavoro possano dare uno scossone importante al nostro tasso di disoccupazione.
    Da questo punto di vista bisognerà attendere i decreti attuativi del Jobs Act sul riordino dei contratti e sulle politiche attive. È qui che l’Italia che si gioca molto, ancor più che sulla modifica, già effettuata, delle tutele all’interno del rapporto lavorativo.
    Il nostro paese deve creare un sistema di formazione e di professionalizzazione del cittadino anche quando è fuori dal circuito occupazionale. Solo in questo modo si può creare un mondo del lavoro che sia dinamico anziché flessibile.



  • Formazione accompagnata all’attività sul campo. Ice Export Lab Campania è questo e tanto altro.
    Il bando indetto dall’Ice (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), in collaborazione con l’Eurosportello della CCIAA di Napoli e l’Unione Industriali Napoli, offre un’opportunità unica a 30 start up, poli tecnologici, Pmi manifatturiere e dei servizi, reti d’impresa e consorzi della Campania.
    L’obiettivo del progetto è sviluppare l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese campane e favorire la collocazione dei loro prodotti sui mercati esteri.
    Per questo motivo è necessaria una fase intensiva di formazione, con l’obiettivo di migliorare le capacità manageriali dei piccoli imprenditori vincitori del bando e di fornire una vocazione internazionale al proprio business.

    Risulta fondamentale, allo stato attuale, guardare ai mercati esteri. Considerata anche la crisi della domanda interna, bisogna fornire alle piccole e medie imprese tutti gli strumenti formativi e finanziari per poter espandere la propria attività al di fuori dell’Italia.
    Ice Export Lab Campania può essere un ottimo punto di partenza per creare quel distretto industriale che tanto manco al Mezzogiorno.

    iceIl corso è della durata di nove mesi e si dividerà in tre fasi:

    • Percorso formativo in aula della durata di tre mesi. La sede sarà Napoli e le lezioni si terranno venerdì pomeriggio e sabato mattina. Le tematiche affrontate riguarderanno i processi di internazionalizzazione dell’impresa (pratica dell’export, marketing internazionale, business plan, tecniche di commercio estero, contrattualistica, pagamenti internazionali, ecc.).
      Sono previsti, inoltre, test ed esercitazioni pratiche.
    • Affiancamento di esperti di internazionalizzazione. In questa fase verranno esaminati gli obiettivi e le strategie aziendali e verranno aiutati gli imprenditori a redigere il business plan.
      È previsto un aiuto di Stato de minimis del valore di 6.000 euro.
    • Incubazione all’estero. Gli imprenditori procederanno con l’implementazione della loro attività all’estero nel settore prescelto. Essi potranno valutare personalmente le opportunità di business in loco ed in un secondo momento avviare l’attività oppure procedere con un percorso formativo di alto spessore per esaminare nel dettaglio le opportunità che offre il territorio.

    Per quanto riguarda i requisiti di ammissione, possono accedere al bando quelle imprese che hanno sede nella Regione Campania, che non abbiano inadempienze fiscali o amministrative e che non sia sottoposte a procedure di fallimento, di liquidazione o amministrazione controllata.
    Devono avere, inoltre, spiccate potenzialità di internazionalizzazione con almeno un membro che abbia un’adeguata conoscenza della lingua inglese e con un sito web o una pagina social dedicata.
    Fatta eccezione per le start up, infine, devono avere registrato nell’ultimo esercizio un fatturato di almeno 100.000 euro.

    Ci sono poi dei requisiti in base al tipo di attività produttiva svolta, per cui le imprese che possono partecipare al bando devono appartenere ad uno dei seguenti settori:
    -agroalimentare (alimentari, ortofrutta, viticoltura, florovivaismo, ittica);
    – moda (tessile/abbigliamento, calzature, conceria, oreficeria);
    – mobilità (nautica, aerospazio, logistica, automotive);
    – arredo e costruzioni (arredamento, restauro architettonico, sviluppo urbano, lapideo);
    – alta tecnologia (nano-biotecnologie, meccatronica, ICT);
    – energia (ambiente ed energie rinnovabili).

    Le domande vanno presentate entro il 3 aprile 2015. Per ulteriori informazioni consultare il bando.

     



  • Secondo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è conforme al diritto comunitario la normativa nazionale che consente al datore di lavoro di disporre unilateralmente la trasformazione del contratto di lavoro da full time a part time, anche senza il consenso del lavoratore (sentenza C-221/13 del 15.10.2014).

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    Nel caso di specie il Tribunale di Trento ha sottoposto alla Corte di Giustizia il presunto contrasto tra la clausola 5, punto 2[1], dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo parziale, concluso il 6 giugno 1997, che figura nell’allegato alla direttiva 97/81/CE del Consiglio relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES (la quale, tenuto conto del divieto di licenziamento in essa sancito, richiederebbe il consenso del lavoratore quando la modifica del contratto di lavoro sia voluta dal datore di lavoro), e l’articolo 16 della legge nazionale n. 183/10, il quale prevedeva per le amministrazioni pubbliche la possibilità, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della stessa legge, di sottoporre a nuova valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati, a seguito del quale alla ricorrente era stata imposta la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo parziale (orario distribuito su tre giorni settimanali) a tempo pieno (orario su sei giorni).

    La doglianza era basata sulla lamentata impossibilità di destinare il proprio tempo libero alla famiglia e alla propria formazione professionale, sostenendo che la direttiva 97/81 sancisce un principio secondo il quale il lavoratore non può vedere trasformato il suo contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno contro la propria volontà e che, di conseguenza, l’articolo 16 della legge n. 183/2010 confliggeva con detta direttiva.

    Nella sentenza in esame la Corte, preliminarmente, ricorda come la direttiva 97/81 e l’accordo quadro siano diretti, da un lato, a promuovere il lavoro a tempo parziale e, dall’altro, a eliminare le discriminazioni tra i lavoratori a tempo parziale e i lavoratori a tempo pieno.

    In tale prospettiva, il considerando 14 della direttiva 97/81 enuncia che l’accordo quadro vincola gli Stati membri per quanto riguarda il risultato da raggiungere, ma lascia alle autorità nazionali la scelta della forma e dei mezzi. Risulta, inoltre, dal secondo comma del preambolo dell’accordo quadro che quest’ultimo enuncia principi generali e prescrizioni minime relative al lavoro a tempo parziale. Secondo il considerando 6 dell’accordo quadro, tale accordo rimette agli Stati membri e alle parti sociali la definizione delle modalità di applicazione di tali principi generali, prescrizioni minime e disposizioni, al fine di tener conto della situazione in ogni Stato membro.

    Più nello specifico, analizzando la clausola 5, punto 2, la Corte sostiene che “Da tale clausola si evince che la stessa non impone agli Stati membri di adottare una normativa che subordini al consenso del lavoratore la trasformazione del suo contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno. Infatti, detta disposizione è volta unicamente ad escludere che l’opposizione di un lavoratore a una simile trasformazione del proprio contratto di lavoro possa costituire l’unico motivo del suo licenziamento, in assenza di altre ragioni obiettive”, con la conseguenza che “la clausola 5, punto 2, dell’accordo quadro non osta a una normativa che consente al datore di lavoro di disporre, per ragioni di tal tipo, la trasformazione del contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore interessato”.

    Secondo i giudici comunitari una situazione in cui un contratto di lavoro a tempo parziale è trasformato in un contratto di lavoro a tempo pieno senza l’accordo del lavoratore interessato e una situazione in cui un lavoratore vede il suo contratto di lavoro a tempo pieno trasformato in un contratto di lavoro a tempo parziale contro la sua volontà “non possono essere considerate situazioni comparabili, dato che la riduzione del tempo di lavoro non comporta le stesse conseguenze del suo aumento, in particolare a livello di remunerazione del lavoratore, che rappresenta la contropartita della prestazione di lavoro”.

    [1] «Il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in quanto tale, costituire motivo valido per il licenziamento, senza pregiudizio per la possibilità di procedere, conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle prassi nazionali, a licenziamenti per altre ragioni, come quelle che possono risultare da necessità di funzionamento dello stabilimento considerato».



  • A seguito della riforma del diritto societario del 2003 le cooperative possono essere distinte in cooperative a mutualità prevalente e cooperative a mutualità non prevalente o cooperative diverse.

    In virtù del riconoscimento, ad opera dell’art. 45 Cost., della loro funzione sociale, tesa allo stabilimento di equi rapporti sociali e alla rimozione delle strutture monopolistiche, ai sensi dell’art. 223-duodeces delle disp. att. c.c. “Le disposizioni fiscali di carattere agevolativo previste dalle leggi speciali si applicano soltanto alle cooperative a mutualità prevalente”.

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    I loro requisiti essenziali, puntualmente disciplinati dal codice civile, sono la “prevalenza di bilancio” e la “prevalenza statutaria”. Per quanto attiene la prima, secondo l’art. 2512 sono società cooperative a mutualità prevalente quelle che:

    1) svolgono la loro attività prevalentemente in favore dei soci, consumatori o utenti di beni o servizi;

    2) si avvalgono prevalentemente, nello svolgimento della loro attività, delle prestazioni lavorative dei soci;

    3) si avvalgono prevalentemente, nello svolgimento della loro attività, degli apporti di beni o servizi da parte dei soci.

    Il successivo art. 2513 c.c. fornisce i criteri per la definizione della prevalenza di bilancio, attraverso dei rigorosi parametri utili a calcolare e verificare il rispetto della prevalenza, ad esempio  prevedendo che i ricavi dalle vendite dei beni e dalle prestazioni di servizi verso i soci debbono essere superiori al cinquanta per cento del totale dei ricavi delle vendite e delle prestazioni ai sensi dell’articolo 2425, primo comma, punto A1; tale condizione deve essere rigorosamente documentata dagli amministratori (redattori del bilancio di esercizio) e dai sindaci nella nota integrativa al bilancio. Nella nota integrativa sarà opportuno quindi specificare i vari tipi di rapporti intrattenuti con soci e “non soci”. Ne deriva che le cooperative che non svolgono la loro attività prevalentemente con i soci saranno qualificabili come cooperative a mutualità non prevalente.

    Per quanto attiene la “prevalenza statutaria”, le cooperative a mutualità prevalente devono prevedere nei propri statuti alcuni specifici requisiti, indicati nell’art. 2514 c.c., volti a prevedere la c.d. non lucratività:

    1. a) il divieto di distribuire i dividendi in misura superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato;
    2. b) il divieto di remunerare gli strumenti finanziari offerti in sottoscrizione ai soci cooperatori in misura superiore a due punti rispetto al limite massimo previsto per i dividendi;
    3. c) il divieto di distribuire le riserve fra i soci cooperatori;
    4. d) l’obbligo di devoluzione, in caso di scioglimento della società, dell’intero patrimonio sociale, dedotto soltanto il capitale sociale e i dividendi eventualmente maturati, ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione.

    In questi casi si parla di prevalenza soggettiva poiché, per come disposto dall’ultimo comma dell’art. 2514 c.c. “Le cooperative deliberano l’introduzione e la soppressione delle clausole di cui al comma precedente con le maggioranze previste per l’assemblea straordinaria”; l’introduzione (reversibile) nello statuto di queste quattro ultime clausole è lasciata alla discrezionalità di ciascuna cooperativa.

    Le cooperative a mutualità prevalente, infine, debbono essere iscritte nell’apposita sezione dell’Albo Nazionale delle Società Cooperative istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico.



  • Si chiama Asian Infrastructure Investment Bank e avrà il compito di finanziare la costruzione di infrastrutture che colleghino l’Asia all’Europa. Strade, ferrovie, porti, ma anche gasdotti e collegamenti hi-tech: la banca cinese degli investimenti, nata nel 2013, intende rafforzare il processo di globalizzazione ed aprirsi a nuovi investitori.
    Ed è notizia di questi giorni la scelta di alcuni paesi europei di partecipare al capitale della società. Prima la Gran Bretagna e poi a ruota Germania, Francia ed Italia hanno deciso di prendere parte al progetto cinese e di intensificare, dunque, i rapporti commerciali con lo stato asiatico.

    22_09_2014La decisione delle potenze europee non è stata presa bene dagli Stati Uniti d’America, che vedono nella nuova banca un ostacolo all’attività della World Bank ed un modo per esercitare una sorta di primato geopolitico da parte della Cina.
    Un organismo gestito dal governo cinese non assicura, secondo gli Stati Uniti, trasparenza e democrazia nelle decisioni prese, oltre a mettere in pericolo le regole della libera circolazione dei merci e dei servizi.
    I paesi europei rivendicano la propria scelta e parlano di meri interessi commerciali. L’Italia, dal suo punto di vista, spera anche nella possibilità futura di ottenere finanziamenti da parte della stessa Asian Infrastructure Investment Bank per costruire infrastrutture nel nostro paese.
    Del resto l’Italia manifesta gravi deficit da questo punto di vista: partecipare ad un progetto di questa entità significa garantirsi un importante alternativa ai fondi europei.

    La sensazione è che la polemica scatenata dagli Usa sia dettata da ragioni ormai superate, legate ad una mentalità da Guerra Fredda. L’Europa, dal canto suo, deve necessariamente aprirsi ai nuovi mercati asiatici.
    I dati sull’export, riportati dall’Istat in data odierna, mostrano una parziale dipendenza del nostro paese nei confronti degli Stati Uniti. Aprire nuovi canali commerciali risulta quanto mai essenziale, anche alla luce della crisi dei consumi che attanaglia l’Italia così come altri paesi del Mediterraneo.



  • L’articolo incriminato è il numero 4, comma 10 bis dell’Investment compact, approvato la scorsa settimana alla Camera.
    L’emendamento presentato dal deputato Della Valle “introduce alcuni requisiti di forma per l’atto costitutivo delle start up innovative e degli incubatori certificati. Si richiede che l’atto costitutivo e le successive modificazioni siano redatti:
    • per atto pubblico ovvero per atto sottoscritto con firma digitale;
    • secondo il modello standard tipizzato dal MiSE e trasmesso al competente ufficio del Registro delle imprese.

    Cambiano, dunque, le modalità costitutive delle start up e degli incubatori, ragion per cui non sarà più obbligatorio recarsi dal notaio, ma basterà una semplice firma digitale attraverso un modello standard disponibile online.
    La normativa in questione si pone come obiettivo la semplificazione degli adempimenti burocratici per l’avvio di una start up innovativa, riducendo anche i relativi costi.
    Le tariffe per la redazione di un atto pubblico, infatti, spesso risultano salate, anche se dipendono dalla discrezionalità del professionista.
    I giovani start upper, però ,a differenza delle grandi aziende non dispongono di ingenti capitali: il più delle volte devono fare affidamento su finanziamenti pubblici a tassi agevolati ed i loro progetti innovativi sono sempre a rischio fallimento, perché devono scontrarsi con un mercato, quello italiano, non sempre in grado di recepire la novità.

    bilancioL’emendamento in questione, dunque, potrebbe rappresentare una svolta per il mondo delle piccole imprese innovative. Una rivoluzione che per il mondo dei notai ha tutti i caratteri del disastro.
    Tolte le ovvie ragioni di natura economica, che andranno a penalizzare i professionisti, si pone un problema di natura sistemica.
    Secondo il Consiglio Nazionale del Notariato, infatti, la nuova norma non sarà in grado di garantire la trasparenza dell’azienda appena nata.
    Diminuiranno i controlli pubblici effettuati da notai, rendendo così difficile risalire alla reale identità del rappresentante legale dell’impresa e facilitando la formazione di vere e proprie società anonime.

    Il Consiglio Nazionale del Notariato ha voluto ribadire questi concetti attraverso un duro comunicato, nel quale si rammenta al Governo il rischio che si correrà in futuro con questo cambiamento normativo: “Facile inoltre immaginare l’escamotage che potrà essere adottato per evitare controlli: presentarsi come start up innovative, evitare i controlli tramite una firma digitale non autenticata, perdere in fase successiva i requisiti per essere ammessi nella sezione specifica del registro societario ma salvaguardando l’iscrizione al registro”.
    La rabbia dei notai nei confronti dell’esecutivo viene da lontano. Nonostante il Governo Renzi non sia riuscito ad effettuare un’effettiva liberalizzazione in settori come quello farmaceutico, è intervenuto, invece, togliendo alcune prerogative al mondo notarile.
    Su tutte va annoverata la nuova norma che consente anche agli avvocati e ad altri professionisti, non solo ai notai, la stipulazione dei contratti immobiliari non abitativi dal valore catastale inferiore i 100mila euro.
    L’emendamento sulle start up viene percepito, dunque, come un ulteriore attacco alla categoria. I rischi in termini di trasparenza ci sono tutti, ma un intervento di liberalizzazione per le piccole imprese e le start up andava assolutamente fatto.
    Difficile, in via definitiva, che il Parlamento possa fare un passo indietro.



  • Brusca frenata per le esportazioni nel mese di gennaio. A rivelarlo è l’Istat nel corso del suo report mensile sulla bilancia commerciale del nostro paese.
    Abbiamo più volte sottolineato in questa sede come il rilancio dell’export fosse uno dei pochi aspetti positivi dell’economia italiana negli ultimi mesi. Merito di un Euro particolarmente debole e del rilancio dei consumi negli Stati Uniti, che ha permesso alle aziende italiane di vendere i propri prodotti soprattutto sul mercato americano.
    In verità anche nel mese di mese di Gennaio, il livello di vendite verso gli Usa è aumentato (+23,5%). Sono gli altri mercati, soprattutto quelli asiatici, ad aver contribuito alla decrescita del nostro export sia su base annua che mensile.
    Ma analizziamo i dati con attenzione.

    Rispetto al mese di dicembre, a gennaio il livello di esportazioni è diminuito del -2,5%, mentre le importazioni sono cresciute del +1,0%.
    Il calo congiunturale delle vendite interessa sia l’area Ue (-2,6%) che quella extra Ue (-2,4%). Tutte le tipologie di prodotti hanno fatto registrare una contrazione: spicca, in particolar modo, il crollo di esportazioni di beni energetici (-18,2%); l’unica tipologia abbastanza stabile sono i prodotti intermedi (+0,3%).
    Per quanto riguarda le importazioni, invece, c’è stata una leggera diminuzione degli acquisti da paesi extraeuropei (-0,4%) ed una variazione positiva di quelli provenienti dall’area Ue (+2,0%), ascrivibile soprattutto ai beni intermedi (+5,2%).

    istatMa l’analisi più dettagliata ed interessante va effettuata su base annua. Per valutare l’andamento della bilancia commerciale italiana, è bene confrontare il livello di esportazioni ed importazioni di anno in anno.
    In questo caso il paragone interesserà il mese di gennaio 2014 e gennaio 2015. Va fatta, però, una premessa importante: a gennaio 2015 ci sono stati 20 giorni lavorativi, uno in meno rispetto a dodici mesi fa.
    In questo modo si possono spiegare, almeno parzialmente, le variazioni negative.
    In termine tendenziali, dunque, il livello di vendite all’estero è diminuito del -4,2%; abbiamo cifre identiche per le importazioni (-4,2%).
    In entrambi i casi le variazioni negative interessano sia l’area Ue che quella extra-europea. Se analizziamo nel dettaglio, però, i flussi commerciali con i singoli paesi, notiamo come i cali più evidenti abbraccino i paesi produttori di materie prime, come petrolio e gas naturale.
    Non a caso la diminuzione tendenziale più imponente delle vendite verso i paesi esteri riguarda la Russia (-36,7%), i paesi MERCOSUR (-24,0%) ed i paesi ASEAN (-12,8%).
    Stessa tendenze per le importazioni, con la flessione maggiore che interessa gli acquisti dalla Russia ( (-40,2%) e dai paesi OPEC (-23,3%).

    La crisi energetica, dunque, sta colpendo in maniera importante tutti i flussi commerciali verso i paesi produttori di materie prime.
    Tra i prodotti meno venduti ed acquistati, ci sono difatti i beni energetici.
    Per fare qualche esempio la vendita di prodotti petroliferi raffinati ha visto un calo del 32,6%, così come l’acquisto di petrolio greggio e di prodotti petroliferi raffinati è diminuito rispettivamente del -41,1% e del -41,0%.
    In generale c’è stato un leggera flessione delle prestazioni commerciali del nostro paese, non attribuibile alla crisi energetica. Anche i beni di consumo, ad esempio, sono protagonisti di una contrazione su base mensile ed annua.
    Bisognerà, dunque, incentivare le esportazioni anche verso i paesi asiatici e non sfruttare solamente le condizioni macroeconomiche favorevoli nei rapporti tra Ue e Stati Uniti.


  • europa bce

    Arrivano buone notizie per l’Europa. L’Ocse, infatti, ha rivisto al rialzo le proprie stime sulla crescita dei paesi appartenenti all’Eurozona.
    L’ultimo rapporto era stato emesso nel mese di Novembre e vedeva una crescita del Pil europeo piuttosto limitata per il biennio 2015-2016.
    Nel frattempo, però, sono sopraggiunti alcuni fattori esterni che hanno spinto l’Ocse ad alzare le proprie stime.
    Sono due in particolare i fattori determinanti: il crollo del prezzo del petrolio ed il quantitative easing.
    Entrambi secondo l’Ocse “forniscono un’opportunità, di cui c’era molto bisogno, per l’Eurozona di evitare un periodo prolungato di redditi reali stagnanti ed inflazione eccessivamente bassa”. 

    eurogruppoCi sono, dunque, tutte le condizioni macroeconomiche per intraprendere la strada della crescita. Ma vediamo i dati nel dettaglio.
    Come anticipato circa un mese fa dal segretario generale Angel Gurria in occasione della presentazione del rapporto monografico sull’Italia, l’Ocse prevede una crescita del nostro paese del +0,6% per il 2015 e del +1,3%.
    Le precedenti stime vedevano un Pil aumento del +0,2% nel 2015 e del +1,0% nel 2016.
    Si tratta, dunque, di piccoli segnali positivi per l’Italia, dettati da una situazione internazionale piuttosto favorevole e da alcune riforme interne, come il Jobs Act, valutate positivamente da parte dell’organizzazione internazionale.
    Tra le economie avanzate, però, l’Italia rimane all’ultimo posto. Bisognerà, dunque, intervenire attraverso riforme più invasive in grado di cambiare il nostro apparato produttivo ed infrastrutturale.

    Riviste al rialzo anche le previsioni sul Pil di Germania e Francia. Per il paese teutonico l’Ocse vede una crescita del +1,7% nel 2015 (+0,6% rispetto alla stima precedente) e del +2,2% nel 2016 (+0,4% rispetto alla previsione di Novembre).
    Per quanto riguarda la Francia, invece, le stime dell’Ocse la danno al +1,1% nel 2015 e al +1,7% nel 2016.
    In generale l’Eurozona dovrebbe crescere del +1,4% quest’anno e del 2,0% l’anno prossimo, mentre per gli Stati Uniti è previsto un aumento del proprio Pil attestabile attorno al 3,1%, a conferma del forte periodo di ripresa che stanno attraversando gli Usa.
    L’Ocse invita comunque i paesi europei ad incentivare gli investimenti privati e a portare avanti il piano Juncker. ovvero un programma di revisione dei fondi Ue che mira a rendere compatibili gli investimenti pubblici con i delicati equilibri di bilancio.



  • Unione Europea e Stati Uniti sono sempre più vicini ad un accordo sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership). A dichiararlo nel corso di un’intervista al Corriere della Sera è Paolo De Castro, eurodeputato Pd e responsabile della trattativa per il settore agricolo.
    Il negoziato va avanti ormai da qualche anno senza arrivare ad un compromesso. Secondo De Castro, però, tra Aprile e Maggio il Congresso potrebbe autorizzare Obama a chiudere l’accordo che potrebbe così essere firmato entro la primavera del 2016.

    17112014L’eventuale entrata in vigore del Ttip rivoluzionerebbe i rapporti commerciali tra Usa e Unione Europea, stravolgendo tariffe doganali e regole sulla distribuzione e sulla sicurezza dei prodotti alimentari.
    Il contenuto del negoziato prevede, infatti, l’abbattimento delle barriere doganali tra le due aree ed un’armonizzazione del quadro normativo in materia di sicurezza alimentare. Si tratterebbe, dunque, di una vera e propria liberalizzazione nella circolazione delle merci e dei capitali tra due delle zone più grandi del mondo per estensione geografica e ricchezza prodotta.

    Qualora dovesse andare in porto il Ttip ne trarrebbero giovamento quei paesi che fanno dell’esportazione verso gli Stati Uniti un volano importante della propria economica. Non a caso i paesi mediterranei come Italia, Spagna, Grecia e Francia spingono per la chiusura del negoziato.
    I prodotti nostrani, soprattutto vino, olio e formaggi farebbero incrementare la quota di export del nostro paese, salendo dai 3 miliardi attuali a quasi 6.
    Si tratterebbe, dunque, di un’ulteriore incentivazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti in un momento particolarmente favorevole da questo punto di vista. La svalutazione dell’Euro, infatti, ha già portato ad una notevole crescita dei nostri rapporti commerciali verso gli Usa, compensando la carenza di consumi registrabile nel nostro paese.

    Non mancano, però, pareri contrari e polemiche un po’ in tutta Europa. Molti economisti sostengono che un negoziato di questo tipo causerebbe un’ulteriore depressione della domanda interna, portando l’Europa ad essere troppo dipendente dal commercio con gli Stati Uniti.
    Ci sono poi molte polemiche sul tema della sicurezza alimentare. Secondo alcuni partiti ed associazioni europee con la firma del Ttip ci sarebbero meno controlli sulle merci importate dagli Stati Uniti, con conseguenti rischi sanitari per i cittadini europei.
    In rete circola anche una petizione contro l’intesa che vede già oltre un milione di firme. Una volta trovato l’accordo ci saranno, dunque, altri ostacoli da superare, in primis quelli portati avanti dai Parlamenti nazionali che dovranno comunque ratificare l’intesa.



  • Le dichiarazioni rese dai lavoratori in sede ispettiva fanno fede in giudizio fino a prova contraria, e ove le stesse siano univoche, il giudice può ritenerle sufficienti ad escludere la prova testimoniale diretta alla loro conferma.

    Ispettori-del-Lavoro

    Secondo la Cassazione (sentenza n. 10427/14), infatti, “ove le dichiarazioni dei lavoratori siano univoche, il giudice può ben ritenere superflua l’escussione dei lavoratori in giudizio mediante prova testimoniale, tanto più se il datore di lavoro non alleghi e dimostri eventuali contraddizioni delle dichiarazioni rese agli ispettori in grado di inficiarne l’attendibilità”.

    E’ noto che l’art. 10 del D.lgs. 124/04 stabilisce che “I verbali di accertamento redatti dal personale ispettivo sono fonti  di  prova  ai sensi della normativa vigente relativamente agli elementi di fatto acquisiti e documentati”: sul punto la giurisprudenza ha stabilito diverse gradazioni della loro efficacia probatoria in base al presupposto di fatto indicato.

    Ed invero è pacifico che il verbale ispettivo, atto pubblico ex art. 2699 c.c., gode dell’efficacia probatoria privilegiata prevista dall’art. 2700 c.c., e quindi “fa piena prova, fino a querela di falso della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti”. Diversa, invece, è l’efficacia probatoria garantita al contenuto delle dichiarazioni raccolte dell’ispettore: in tale ipotesi, secondo la sentenza in esame, “il materiale probatorio è liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, il quale può anche considerarlo prova sufficiente delle circostanze riferite al pubblico ufficiale, qualora il loro specifico contenuto probatorio o il concorso d’altri elementi renda superfluo l’espletamento di ulteriori mezzi istruttori”.

    Le dichiarazioni rese dai lavoratori in una fase, quella ispettiva, antecedente al giudizio, pur se prive di efficacia probatoria privilegiata, vengono quindi considerate dalla Cassazione meritevoli di pregio e rilevanza processuale, soprattutto in quelle ipotesi in cui il datore di lavoro non abbia pienamente adempiuto al proprio onere di prova contraria.



  • Tra le le novità normative più discusse dalle associazioni degli industriali ci sono senza dubbio il reverse charge e lo split payment.
    Con il primo si intende un’inversione dell’onere di pagamento dell’Iva, che viene spostato dal fornitore all’acquirente.
    Sarà, dunque, quest’ultimo a versare l’imposta direttamente nelle casse dello Stato senza passare dai fornitori.
    Il reverse charge nasce con l’obiettivo di combattere l’evasione fiscale. Era usanza ricorrente, infatti, che i fornitori, una volta ricevuta la somma spettante, non pagassero l’imposta, comportando così gravi danni al bilancio pubblico.
    Con la nuova legge essi potranno semplicemente chiedere un rimborso allo Stato sotto forma di credito d’imposta.
    Lo stesso procedimento riguarda lo split payment. In questo caso, però, i soggetti coinvolti non sono due privati, ma un’azienda fornitrice di beni e servizi ed una Pubblica Amministrazione, la quale dovrà pagare l’Iva direttamente all’erario.
    L’azienda, anche qui, può solamente richiedere un credito d’imposta allo Stato.rà

    06112014Le norme in questione hanno provocato, però, enormi polemiche, soprattutto all’interno delle grandi catene di distribuzione alimentari. Eliminare il gettito dell’Iva, sostituendolo con un credito d’imposta, significa diminuire ulteriormente la liquidità disponibile per le imprese, in un periodo di per sé molto critico da questo punto di vista.
    I ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione sono notori: più volte l’Italia è stata sanzionata per questo motivo in sede europea.
    I fornitori rischiano così di rimanere per anni creditori delle P.A. senza che questi debiti possano essere effettivamente estinti.

    Nei giorni scorsi è arrivata la notizia di un ricorso presentato da Confindustria davanti alla Commissione europea, dove l’associazione di rappresentanza degli industriali chiederà l’eliminazione del reverse charge .
    Forte opposizione allo split payment arriva, invece, dal Coordinamento unitario del Settore Forestale dell’Alleanza delle Cooperative Italiane. L’attività dei consorzi forestali si realizza per un 40% con le amministrazioni pubbliche: è ovvio come una norma di questo tipo possa causare loro enormi danni in termini di liquidità disponibile.
    Il provvedimento” ha dichiarato Gianni Tarello, neo coordinatore del Settore Forestale dell’Alleanza delle Cooperative Italiane “comporterà infatti un forte ammanco di liquidità nelle casse dei Consorzi e delle cooperative forestali, a causa del sommarsi dei rimborsi IVA, che lo Stato paga con ritardi di anni, a quelli che già vedono lo Stato in qualità di committente, debitore di alcuni miliardi di euro verso le imprese”.
    C’è il rischio così che i costi possano diventare insostenibili, causando la chiusura dei consorzi e la perdita di numerosi posti di lavoro.