• Felici al lavoro, si puòSulla scia di quanto già scritto sullo stress nei luoghi di lavoro (Lavorare stressa. Ne soffre il 21% dei lavoratori!) e mantenendo invariate le stesse premesse, (Dire che il lavoro stanca e stressa, in questi tempi di elevata disoccupazione, non vuole essere una presa in giro né, tantomeno, prendersi gioco di chi, lottando, fa di tutto per conservare un’occupazione per quanto stressante e logorante possa essere) la riflessione di oggi si sposta sul tema della felicità. Quella derivante dal lavoro svolto: qualsiasi lavoro, con qualsiasi mansione. Tutti, indistintamente, possono essere causa di felicità.

    Non è una battuta di spirito. Vivere la quotidianità del proprio lavoro come costrizione, si lavora per vivere o si vive per lavorare (?), è davvero poco appagante e non gratifica nemmeno il (possibile) maggior compenso economico. Sostanzialmente si è insoddisfatti e, per quel che più conta, non ci si diverte con le inevitabili conseguenze sul piano dell’autostima, delle motivazioni, della produttività. E, se non si è a capo dell’organizzazione, c’è anche il rischio di perdere il posto di lavoro!

    Per dare allora un senso alla nostra, quotidiana, attività lavorativa, poiché un’azione svolta senza un senso non ha ragione di essere, eccoti cinque aree di indagine per una buona gestione della vita lavorativa che, il riferimento è allo psicologo Abraham Maslow (sua la scala dei bisogni), possa anche renderci migliori come persone.

     

    Innanzitutto l’ambiente lavorativo, quello che chiamiamo clima aziendale: qual è la qualità delle relazioni vissute al suo interno? Tra colleghi c’è cooperazione o competizione? L’una non esclude l’altra, tuttavia c’è da chiedersi qual è l’atteggiamento prevalente, iniziando dal tuo. Chiediti cosa puoi e riesci a fare per migliorare le relazioni e agisci.

     

    Seconda area: cosa cerchi dal tuo lavoro? Riesci ad esprimere sempre i tuoi bisogni o li soffochi per paure, pregiudizi, condizionamenti? Negarli vuol dire non dare valore ai tuoi obiettivi: niente di più frustrante. Si tratta di importeli, esprimerli e, anche in questo caso, agire quotidianamente nel raggiungimento degli stessi. Uno per volta.

     

    Fai sempre le stesse cose? Non senti (il verbo “sentire” fa riferimento alle tue emozioni) valorizzate le tue competenze? Riesci a valorizzare il vissuto di ogni giorno e a trarne nuovi significati? Sviluppare nuove competenze, raggiungere risultati (magari gli stessi) con modalità operative diverse accresce la creatività ed è fonte di immensa soddisfazione. In quali aree intendi migliorarti? Facendo cosa? In quanto tempo? Costruisci una Rosa delle competenze o un Bilancio delle Competenze (se hai la prospettiva di cambiare lavoro).

     

    Quarta area: sono chiare le tue aspettative? Sono soddisfatte o tendi a reprimerle? Il tempo e i “sacrifici” spesi in azienda sono ricompensati, e non intendo solo in termini di remunerazione economica. Sono condivise con i tuoi superiori o con i tuoi collaboratori? Chiediti, autovalutandoti, se puoi fare di più e in quali campi o con quale tempo, o se il tuo potenziale è tutto espresso. Ancora una volta, agisci. Magari alla luce di un Piano d’Azione Individuale.

     

    Infine, valuta se vivi per lavorare. Se il lavoro è per te l’unico serio impegno che occupa gran parte del tuo tempo e, quindi, della tua vita. E i tuoi affetti? I tuoi hobbies? Se li sottrai al tuo tempo, e magari sei insoddisfatto della vita condotta sul luogo di lavoro, perdi più di un’opportunità per ricaricarti. Chi sono i “ladri” del tuo tempo? Qual è il piano della tua giornata? Se si rendesse necessario esplicarlo ancora una volta, l’invito è agire in modo da modificare ciò che non va. Il troppo storpia!

     

    Un ultimo consiglio. Per ogni area, o tutte nel loro insieme, se non riesci da solo chiedi aiuto. Il carico di lavoro, questa volta quello che fa riferimento alla tua persona, sarà più leggero.



  • Essere mamme al tempo della crsiLa questione non è nuova. Spesso però finisce nel dimenticatoio per esser subito ripresa alla luce di qualche nuova analisi che, come sempre accade, rimette in primo piano ciò che era stato accantonato. Così anche per il rapporto di “Save the Children” presentato l’altro ieri al Senato alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Fornero, e della vicepresidente dell’aula parlamentare, Emma Bonino, dal titolo “Mamme nella crisi”.

    E se per le donne, più in generale, è difficile trovare occupazione in tempi “normali”, figuriamoci in questi in cui i posti di lavoro, vecchi e nuovi, scarseggiano fissando, di volta in volta, nuovi “record”.

    Il rapporto di Save the Children dice che il 35,6% delle donne tra i 25 e i 34 anni nel 2010 e il 36,4% nel 2011 è inattiva; dei 3milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4%, vive ancora con i genitori. Se non si hanno figli qualche speranza occupazionale c’è ma le possibilità di lavorare scendono vertiginosamente se si è mamme di un figlio e, ancor di più, se questi sono due o addirittura tre.

    Tuttavia, il dato davvero allarmante, anche questo noto ma periodicamente sottaciuto, vero problema di civiltà, riguarda le interruzioni del lavoro alla nascita di un figlio per “costrizione” (il fenomeno/meccanismo delle dimissioni in bianco): erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009, diventando l’8,7%. In soli due anni, tra il 2008 e il 2009, sono state 800mila le mamme licenziate o “spinte” alle dimissioni.

    Nella civilissima Italia, accadono ancora cosa del genere e, soprattutto, con poche speranze di poter intervenire sul tristissimo fenomeno appena descritto. Una sorta di resa, pare che lo stesso ministro abbia usato toni arrendevoli, per non esser nelle condizioni di debellare assunzioni in bianco o discriminatorie nei confronti delle donne.

    A ciò occorre aggiungere l’arretratezza dei servizi offerti alle famiglie: nido e servizi all’infanzia più in generale. Ancora troppo pochi, ancora ben lontani dagli obiettivi di progetti sulla conciliazione tempi-lavoro, dove pur vengono investiti diversi soldini.

    In ogni caso, come sempre quando si tratta di aspetti intimamente legati alla civiltà di un Paese, prima di ogni intervento pubblico o privato, è dalla persona che occorre partire: da ogni datore di lavoro che seleziona personale per la propria azienda, considerandola autenticamente risorsa, in tutte le sue sfaccettature. L’aspetto della maternità, per la sua naturalità, non può e non deve costituire un problema. A maggior ragione di tipo economico: anche in questo tempo di crisi.

    Prima dei costi la persona.



  • Per pagare c’è sempre tempo. Insolvenza in crescitaUn tempo si diceva “pagamento a babbo morto”: come dire, non augurandosi mai la scomparsa della cara figura paterna, “il più lontano possibile”.

    La crisi sta mettendo in ginocchio i consumi e, per quel più conta, la capacità di far fronte ai debiti contratti. Aggiungiamoci poi le difficoltà legate all’accesso al credito e i consequenziali problemi di liquidità e il quadro è completo per spiegare l’aumento delle insolvenze aziendali in questo 2012 rispetto ai dati rilevati nello scorso anno.

    La ricerca è di Euler Hermes, società del Gruppo Allianz, leader mondiale nell’assicurazione del credito, che ha evidenziato in Italia un +12% delle insolvenze mettendo a rischio, in termini reali, 13.500 imprese a serio rischio crac. Non è solo il nostro Paese in questo stato di cose ma, certamente, non è l’essere in “buona compagnia”, che allevia i dolori.

    Il dato si avvale anche dell’analisi sui ritardati pagamenti, quelli cioè che a scadenza non sono ancora avvenuti ma che potrebbero non avvenire trasformandosi in insolvenze: nei primi otto mesi dell’anno è aumento del 30% sul 2011, sebbene l’importo medio sia diminuito del 2%.

    Va un po’ meglio, a dati quasi invertiti, per l’export dove in otto mesi dove le inadempienze sono salite del 7% ma è salito anche l’importo medio (+5%).

    La formula del pagamento a 60 giorni che un tempo contraddistingueva gli accordi commerciali è praticamente saltata: in Italia, più che in ogni altra parte d’Europa, la media dei tempi di pagamento è salita in misura tale da sfiorare i 120 giorni, il che ha come effetti a cascata tutta una serie di ripercussioni facilmente intuibili. Non solo, ma c’è il serio rischio di trovarci impreparati all’ingresso della direttiva dell’Unione Europea che prevede nel marzo del 2013 tempi di pagamento non superiori a 60 giorni.

    Solo la ripresa dei mercati, il rilancio dei consumi, le politiche occupazionali, potranno favorire un’inversione di tendenza. Iniziative tutte non più affrontabili, lo dimostrano gli eventi economico-politico-finanziari di questi giorni, da un singolo Stato ma unitariamente. Per ciò che ci riguarda, dall’Europa intera.

    Nell’attesa, potrebbe bastare anche l’impegno individuale di ciascuno ad accollarsi spese solo se realmente sostenibili: l’effetto domino di un mancato pagamento, prima o poi, si ritorcerebbe contro.



  • Protezioni galleggianti petrolioTutto forse avranno ancora in mente le immagini del disastro petrolifero del 2010 accaduto nelle acque del Golfo del Messico. La fuoriuscita di greggio dal pozzo Macondo situato a 1500 metri di profondità che non si riusciva a fermare, la corsa ai ripari, i molti tentativi e altrettanti fallimenti, le soluzioni tecniche d’emergenza, l’impotenza. Una situazione surreale che si è protratta per 106 giorni. Il più grande disastro ambientale dopo quello del 1991 nel Golfo Persico ai tempi della guerra del Golfo. Circa un milione di tonnellate di petrolio disperse in mare, una vera e propria “marea nera”.

    Fino ad oggi tutte le contromisure di contenimento del petrolio, che si accumula sulla superficie del mare, si limitavano a contenere i danni. Infatti le barriere di protezione galleggianti e l’aspirazione del petrolio non consentono di ripulire completamente il mare.

    La soluzione arriverebbe dal solito MIT di Boston, fonte inesauribile d’innovazione, che questa volta ha inventato un sapone magnetico. Questa tecnologia permetterebbe di separare il petrolio dall’acqua in un modo estremamente semplice. L’idea è quella di aggiungere delle nanoparticelle idrorepellenti a base di ferro che, separandosi spontaneamente dall’acquea, si legano al petrolio; a questo punto applicando un campo magnetico abbastanza intenso si potrebbe facilmente recuperare il petrolio, che verrebbe su come la classica monetina recuperata dal tombino con la calamita!

    Il costo di tale operazione sarebbe interamente ricoperto dalla vendita dello stesso petrolio recuperato.

    Niente più petrolio arenato sulle spiagge, animali soffocati e strascichi ecologici che si protraggono irrisolti per anni. Qui sotto vi proponiamo il video di presentazione della scoperta.

    httpv://www.youtube.com/watch?v=ZaP7XOjsCHQ



  • Giappone: Basta nucleare entro il 2030Il governo giapponese di Yoshohiko Noda, ad un anno di distanza dal disastro di Fukushima, ha approvato il piano energetico nazionale che stabilisce la road map per l’uscita dal nucleare entro il 2030.

    Questa decisione rimette al centro del dibattito l’opzione nucleare. Il Giappone, con le sue 50 centrali atomiche distribuite su un territorio non molto vasto, sta per diventare il simbolo della battaglia anti nucleare: <<se il terzo paese per numero di reattori ha deciso di rinunciare all’energia “pulita” del nucleare in favore del giovane e immaturo rinnovabile, allora non sarà poi così pulito e sicuro>>. Il Giappone, paese di spicco per l’avanguardia tecnologica, edilizia e ingegneristica non si fida più di questa tecnologia.

    Ecco così che si allunga la lista dei paesi che, a seguito del secondo peggiore disastro nucleare dopo Chernobyl, che rivedono la propria politica energetica nazionale in favore di fonti più sicure e sostenibili anche se ancora tecnologicamente molto giovani. La Germania spegnerà le sue 17 centrali nucleari entro il 2022, la Svizzera ne dismetterà 5 entro il 2033 e la Francia, simbolo del nucleare Europeo, chiuderà nel 2016 la vecchia centrale di Fessenheim.

    Il piano energetico giapponese appena entrato in vigore vuole un Giappone più green, infatti, l’approvvigionamento energetico proveniente da fonti rinnovabili passerà dall’attuale 30% al 50% entro il 2030. Il restante 50% sarà garantito dall’importazione dei classici combustibili fossili.

    Speriamo che questa decisione possa rappresentare una svolta nella politica energetica mondiale in favore dell’adozione di soluzioni più rispettose dell’ambiente.



  • Airpod è realtàCiò che nutrivamo tra dubbi e speranze, scrivendo sull’argomento nel giugno scorso (Eolo l’auto ad aria: tra promesse e fallimenti) pare stia diventando realtà: la produzione della AirPod, questo il nome dell’avveniristica vettura, potrebbe infatti partire già dai primi mesi del 2013, in Sardegna dove è stata presentata poco più di due mesi fa.

    AirPod è la prima vettura ad essere spinta da un motore ad aria compressa, ideata dal progettista francese Cyril Negré per essere realizzata proprio in Sardegna su licenza Mdi (in collaborazione con Tata), da Air Mobility Consortium, un consorzio di società e imprenditori interessati ad investire nella Green Economy e nella Mobilità Sostenibile, in corso di costituzione a Cagliari. In seguito si aggiungeranno altre piccole fabbriche, sparse in Italia, che potranno arrivare a una produzione complessiva di 140mila esemplari all’anno per stabilimento.

    I punti di forza sono descrivibili nei consumi di questa minicar, con un pieno da 1 – 2 euro si dovrebbero percorrere fino a 100 Km, negli altri costi di esercizio, nelle emissioni “zero”, nei materiali di realizzazione completamente in vetroresina, nel prezzo base che sfiora i settemila euro.

    Stando al design del progetto presentato, punto debole è, e resta, proprio l’aspetto esteriore della AirPod: l’unico modo per renderla leggera, “filante”, in funzione della potenza espressa dal motore (appena 4 kW). Del resto non è possibile ottenere tutto e subito!

    Tre al massimo i passeggeri a bordo per una velocità che non supera gli 80 km/h ma la possibilità di essere pilotata, non ha infatti lo sterzo sostituito da un joystick, senza patente.

    L’AirPod sarà disponibile in sei modelli: Normal, Cargo, Maxi Cargo, Golf e Baby.



  • Puliamo il mondo 2012 - LegambienteLa macchina organizzativa è già partita da tempo con l’obiettivo di “reclutare” quante più organizzazioni possibili superando la cifra record dello scorso anno quando a “Puliamo il mondo” aderirono oltre 1600 tra scuole, associazioni, circoli di Legambiente, promotrice della manifestazione, e più di 700mila volontari.

    Parchi, spiagge, ma anche città, luoghi simbolo, monumenti, le aree di intervento in cui agire per salvare dal degrado e dall’incuria il nostro Bel Paese, nei giorni che vanno dal 28 al 30 settembre, in un’azione che vede fianco a fianco cittadini e amministratori locali.

    Questa ventesima edizione di Puliamo il mondo, che si inserisce in quella più vasta, nata nel 1989 a Sidney, “Clean up the world”, coinvolgendo 80 Paesi di tutto il mondo, avrà come partner privilegiato la Rai che, a partire dal 24 settembre, dedicherà all’iniziativa un appuntamento quotidiano e una diretta da Venezia, domenica 30.

    La città lagunare, unitamente a Paestum e Roma, diventano i luoghi simbolo di questa edizione 2012: pulire i fondali del Canal Grande oltre che le aree in superficie, il Colosseo e gli spazi circostanti (nonché la raccolta di firme per la pedonalizzazione dei Fori romani), la Porta Marina di Pestum, gli obiettivi specifici ai quali si aggiungono le aree dell’Emilia colpite dal terremoto, Vigarano Minardi in provincia di Ferrara, dove verrà ripulita la pista ciclabile.

    Questi e tantissimi altri siti, individuati da cittadini stessi o dai circoli di Legambiente, sparsi un po’ ovunque in tutta Italia. In particolare, l’agire verso beni, aree e monumenti, è come “rispolverare” il bisogno di dare maggior valore alle bellezze dell’intero Paese: passaggio fondamentale per il rilancio di territori patrimonio dell’umanità, fonte di autentica cultura e, perché no, di richiamo per turisti da ogni parte del mondo.

    Partecipare a Puliamo il mondo è un impegno quanto mai irrinunciabile. Morale innanzitutto.

     



  • Sales manager il nuovo direttore alle venditeC’era una volta il direttore delle vendite: una figura professionale che all’interno dell’azienda curava, e cura tuttora lì dove presente, i risultati di vendita provenienti dai venditori da lui coordinati. Strategie, politiche di prezzo, offerte, piani commerciali, con un unico obiettivo: portare a “casa” risultati.

    C’è oggi, ma purtroppo ancora in poche aziende, il sales manager la cui azione fa riferimento alle persone che vendono, considerate risorse dell’azienda, e pertanto responsabile del risultato complessivo del team del quale si occupa e, in funzione dell’organigramma aziendale, del prodotto/servizio o dell’area territoriale di competenza, del risultato di ciascun venditore per il quale svolge funzioni di coach.

    È la risorsa-persona-venditore il suo campo d’intervento, fissando per ciascuna obiettivi condivisi, strategie, incentivi, premi. È capace di motivare, collaborare, aiutare le persone in difficoltà con interventi mirati: proprio come un allenatore, sollecitando ciascuno a sfidarsi, cambiare, raggiungere la meta, in un processo che potremmo definire auto-educazionale: non offre soluzioni, almeno non imminenti rispetto ad un problema, ma stimola la ricerca di percorsi alternativi (problem solving).

    È comprensibile allora la distinzione tra le due figure: più “burocrate” la prima, da funzionario, più partecipata e vissuta la seconda e tale da costituire per le aziende l’anello di congiunzione, dinamico, fra l’area produttiva e l’area vendita che veicola prodotti e/o servizi ai consumatori finali.

    Un formatore sul campo, reclutato dalle aziende come quadro o con forme, più o meno durature, ma meno efficaci, di consulente esterno con interventi che possono spaziare da 6/8 mesi fino a due/tre anni.

    Evidente che sales manager non ci si improvvisa. Accanto alla formazione teorica occorre affiancare anni di esperienza nel campo delle vendite come nella gestione delle risorse umane. Abilità che solo l’esperienza può offrire coadiuvata da qualità personali di sensibilità, autostima, motivazioni, attitudine al cambiamento: vale a dire, consapevolezza del proprio agire e della possibilità di saper modificare le proprie azioni. Un principio di “congruenza”, di rogersiana memoria, utile ad essere da esempio per coloro che sono chiamati ad interagire con questa figura professionale.

    I risultati, come ogni intervento attento alla risorsa-persona, sono significativi sebbene non immediatamente riscontrabili. Di fatto, è certo, che il vissuto accanto ad un sales manager è tale da stimolare in ogni venditore spinta al miglioramento e consequenziale maggiore produttività.



  • Marchionne e Fabbrica ItaliaPer quattro giorni è stata la persona più invocata da tutti: Ministri, parlamentari, sindaci, sindacati e sindacalisti, operai, esponenti del mondo degli industriali. Il comunicato di Fiat che annunziava il cambio di direzione rispetto ai finanziamenti previsti, 20 miliardi di euro, per il progetto “Fabbrica Italia”, lanciato nell’aprile del 2010, ha messo in allarme tutti.

    Tutti hanno atteso il suo ritorno dagli States sollecitandogli incontri, vertenze, convocazioni, al fine di ottenere chiarimenti sulla scelta annunciata. Ma con un pregiudizio di fondo: non ponendo attenzione ai contenuti del comunicato di Fiat e, soprattutto, interpretando lo stesso in termini di chiusura di stabilimenti (due su quattro), licenziamenti, esuberi.

    Un retro-pensiero che ha prodotto polemiche e accuse fino a questa mattina quando, attraverso un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, Sergio Marchionne, ha risposto a tono a quanti, soprattutto, lo hanno accusato di truffa nei confronti degli Italiani e dei suoi operai in particolare.

    Due considerazioni.

    La prima. “Le parole sono fonte di malintesi”, scriveva Saint-Exupery: nessuno si è preso la briga di attendere il ritorno di Marchionne per chiedere lumi sui contenti del comunicato di Fiat prestandosi ad interpretazioni, ed esprimendo valutazioni sulla persona, andate ben oltre i contenuti dello stesso comunicato. Per la cronaca, in sintesi, Marchionne ha ribadito lo stato di crisi del mercato e dell’impossibilità di procedere nel progetto di Fabbrica Italia, ma di non aver mai parlato di voler lasciare l’Italia, o di esuberi, richiamando la strategia che vuole gli utili prodotti all’estero investiti nel nostro Paese ma auspicando maggiore collaborazione da parte di tutti: Fiom in testa, che ha aperto nei suoi confronti più di 60 cause. Si è detto disponibile ad incontrare il governo, “ma per dirci cosa”, ha sottolineato. Ha avuto risposte per Della Valle e l’ex a.d. di Fiat, Romiti.

    Seconda considerazione. La fedeltà dell’informazione. Nel nostro piccolo, ci siamo limitati ad esporre i contenuti del comunicato Fiat ed alle conseguenze prevedibili per l’effetto dei minori investimenti (Crisi dell’auto: svanisce il progetto Fabbrica Italia). Nessun attacco alla persona, nessuna interpretazione oltre quanto espresso nell’informativa della casa torinese. Non altrettanto è accaduto nell’informazione “istituzionale” che si è lasciata andare a commenti e giudizi oltre misura, lasciando spazio a nuove considerazioni e commenti ancora più enfatizzati. Tutti sproporzionati rispetto al testo di Fiat, fomentando polemiche e “aggressioni” verbali quantomeno discutibili.

    C’è da chiedersi, pur restando la gravità del problema, se questa è informazione.



  • Eolico off shoreLo sviluppo di tecnologie che possano contrastare una sempre più temuta crisi energetica è una delle sfide che sta impegnando l’industria e gli scienziati di tutto il mondo.

    La crescita esponenziale della domanda non fa che aggravare la situazione; infatti, attualmente il pianeta consuma oltre 18 terawatt di energia, ovvero 15 mila miliardi di watt, e la maggior parte di questi, oltre 85%, sono prodotti esclusivamente da combustibili fossili.

    Negli ultimi anni  si è puntato molto sull’energia rinnovabile (geotermico, eolico, solare, legno), tuttavia, la potenza totale installata è meno del 1% del fabbisogno mondiale; in particolare, secondo l’ultimo report annuale del World Wind Energy Association, la produzione mondiale di energia eolica è di appena 400 megawatt (400 milioni di watt).

    Una novità molto interessante emersa da un recente studio, pubblicato dal The Carnegie Institution for Science, restituisce dei numeri precisi riguardo all’effettiva energia disponibile nel vento ad altra quota, denominato HAWP: High-altitude wind power.

    Che il vento sviluppasse molta più potenza in altitudine che al suolo era noto già nel IXX secolo, ma i numeri sono davvero da capogiro: 1800 TW (terawatt) che fin ora sono stati del tutto inutilizzati; questa, rappresenta una fonte di energia che, una volta incanalata, soddisferebbe il fabbisogno energetico di oltre 100 pianeti terra.

    Tuttavia ci sono ancora teorie contrapposte riguardo i possibili effetti sul clima provocati da un massiccio sfruttamento del HAWP. Non ci resta che aspettare che  nuovi studi risolvano questo dibattito, o almeno così si spera!

    Intanto, molte società hanno incominciato a sviluppare prototipi basati su tecnologie diverse: dal kite alle turbine aerostatiche; e attualmente ci troviamo in una fase di sviluppo tecnologico molto avanzato.

    Ci aspettiamo, perciò, di vedere da qui a qualche anno l’installazione della prima “wind farm” ad alta quota!

    Kitegen - Eolico d'alta quota (High-altitude wind power)



  • Stress lavoro correlatoDire che il lavoro stanca e stressa, in questi tempi di elevata disoccupazione, non vuole essere una presa in giro né, tantomeno, prendersi gioco di chi, lottando, fa di tutto per conservare un’occupazione per quanto stressante e logorante possa essere.

    È per richiamare l’attenzione a buone pratiche che, le statistiche lo confermano, il più delle volte sono estranee alla maggioranza delle aziende, nonostante gli obblighi di legge (“Indicazione per la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato”, G.U. del 30 dicembre 2010).

    Il 21% dei lavoratori, e delle lavoratrici, soffre di disturbi legati al lavoro (fonte Istat): un dato risalente a qualche anno addietro e che, facilmente, possiamo immaginare ben più consistente di questi tempi.

    Per sapere se anche tu fai parte di questi, puoi riconoscerne, da subito, alcuni dei sintomi, quelli più frequenti: spossatezza, mal di testa, calo della memoria, calo del rendimento, irritabilità e rabbia, scarsa capacità di concentrazione, disturbi alimentari e/o del sonno, disturbi cardiovascolari. Sintomi tutti, ai quali se si aggiunge il pianto vuol dire che lo stress sta sfociando in depressione. E allora sì che la situazione diventa grave.

    I rimedi. Facili a dirsi, meno ad attuarsi, poiché dipendenti dalla capacità di gestire i propri tempi: praticare uno sport e ritagliarsi dei momenti di relax costituiscono la migliore ricetta piuttosto che ricorrere a farmaci.

    Il problema, tuttavia, è di ordine culturale. Oltre l’osservanza delle disposizioni di legge, contenute tutte nel Testo Unico, si tratta di praticare percorsi formativi rivolti ad Amministratori e Lavoratori, ognuno per la propria parte, volti ad una maggiore consapevolezza rispetto al problema.

    Una periodica analisi di clima, volta alla soddisfazione del “cliente interno”; l’attivazione di periodici incontri di informazione e formazione, aiutano a misurare il livello di stess presente in azienda, o anche in studi professionali, enti pubblici e privati, attivando processi e percorsi utili ad individuarlo, affrontarlo, superarlo. Ne va di mezzo l’autostima di ciascuno.

    Oltre le figure previste dalla legge, spesso sottese da tutti, esperti esterni possono costituire un buon riferimento al quale ricorrere periodicamente.

    I benefici sono fin troppo evidenti perché debba descriverli.



  • Fabbrica Italia addio crisi autoSe non ci fosse l’Europa il mercato mondiale dell’auto non sarebbe in crisi. Tutt’altro: farebbe registrare un +6,7%, rispetto al 2011, solo nei primi sei mesi di questo 2012. È l’Europa la zavorra del mercato con dati fin troppo preoccupanti: solo in Italia -20%. Effetti della crisi e delle minori disponibilità degli italiani a spendere in automobili. Con quello che costa poi mantenerle (In vent’anni, forte accelerazione delle spese per l’auto).

    E così, anche Fiat ci ripensa. L’annuncio è dell’Amministratore Delegato, Sergio Marchionne, che dando fondamento a più di una preoccupazione espressa in tempi recenti, spegne le attese di quanti confidavano nel progetto “Fabbrica Italia”, lanciato nell’aprile del 2010 e che, in un primo momento, nutriva speranze sul futuro dell’azienda in Italia.

    Ben 20 miliardi di euro per gli stabilimenti collocati nel nostro territorio, destinati alla progettazione e lancio di nuove vetture più adeguate all’andamento dei mercati. Denaro che, rimanendo non investito, provocherebbe un effetto a catena con gravi ripercussioni per l’intero comparto: dalla componentistica a tutto l’indotto.

    Le cose sono profondamente cambiate da quando nell’aprile 2010 venne annunciato il piano. E’ impossibile fare riferimento ad un progetto nato due anni e mezzo fa ed è necessario che il piano prodotti e i relativi investimenti siano oggetto di costante revisione per adeguarli all’andamento dei mercati” è quanto comunica Fiat. E immediate arrivano le reazioni da parte di sindacati, Fiom in testa, e partiti, il Pd in particolare: in tutti la preoccupazione per l’occupazione e per il rischio della scomparsa del sistema industriale auto dall’Italia. Inoltre, la sollecitazione di un intervento del governo, con che tipo di intervento è tutto da dimostrare poiché è da scartare qualsiasi ipotesi di intervento pubblico (contrariamente a quanto accaduto un po’ di anni addietro,sebbene in forma indiretta) a favore delle casse di un’azienda privata.

    Fiat, per sciogliere definitivamente ogni dubbio, resta in attesa dei risultati del terzo trimestre, ma con questi chiari di luna… addio a “Fabbrica Italia”.

    Intanto, Fiat – Chrysler negli States va alla grande.

    httpv://www.youtube.com/watch?v=dX8lPXfEpsc