• Mario DraghiLa Banca Centrale Europea potrà acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà (bond da uno a tre anni) senza porsi limiti economici.

    La notizia sta tutta qui. Nella ferma volontà del Presidente dell’“EurotowerMario Draghi, della «scelta irreversibile dell’Euro» e, in essa, di «mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine» per «difendere l’integrità della politica monetaria dell’eurozona». Volontà condivisa quasi unanimemente nel momento in cui il Consiglio Direttivo è stato chiamato a esprimersi: 22 voti a favore e 1 contrario; «c’è stata una voce di dissenso» intuitivamente riconducibile al Presidente della Bundesbank, Jens Weidman.

    Chiaramente non si tratta di una fiducia incondizionata a favore dei Paesi in difficoltà: gli stessi, per godere dell’acquisto di propri bond da parte della BCE, dovranno impegnarsi nell’attuazione di riforme serie e realizzare programmi concordati con lo stesso Istituto europeo. Pertanto, una fiducia condizionata così da tranquillizzare la stessa Merkel che, non senza riserve, in più di una circostanza, in questi ultimi giorni, aveva espresso dubbi sull’azione della banca centrale e l’iniziativa della stessa in interventi simili. Dubbi che lo stesso Draghi, con fermezza, ha confutato richiamando la piena autonomia della banca centrale e per esser la decisone presa, e portata in voto, contemplata nel suo statuto non violando così al mandato.

    Intelligentemente lo stesso Draghi nel commentare l’esito positivo dell’incontro direttivo, ha esteso l’invito al Fondo Monetario Internazionale a partecipare ai programmi di finanziamento, investendolo nel monitoraggio dei Paesi beneficiari dell’iniziativa della BCE. E la risposta della direttrice Christine Lagarde non si è fatta attendere dichiarando di accogliere favorevolmente l’annuncio dato e manifestando disponibilità e prontezza a collaborare.

    Inutile affermare il balzo in avanti segnato da tutti i listini internazionali (Milano ha chiuso sopra il 4%) e il crollo dello spread sotto la soglia dei 380 punti. L’annuncio di Draghi era il segnale che tutti attendevano.

    La palla passa ora agli Stati bisognosi di questi interventi, l’Italia è tra questi, e ai governi degli stessi. Ad iniziare dalle riforme sul mercato del lavoro, l’occupazione, le politiche a favore della piccola, media e grande industria.

    La crisi non è finita e la luce in fondo al tunnel si intravvede a malapena. Quasi contemporaneamente all’annuncio della BCE arriva la notizia che in Europa 116milioni di cittadini sono a rischio povertà.

     



  • Decreto SanitàAll’apparenza un decreto sanità come tanti, quello approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, ma che nella sostanza mira ad un obiettivo preciso più volte richiamato dal titolare della salute Renato Balduzzi: ottenere risparmi e maggiori servizi (sembra un ossimoro) agendo sugli stili di vita degli italiani. Ivi compresi quelli degli amministratori di aziende sanitarie e dei responsabili dei governi locali.

    Un decreto sofferto, forti sono state le pressioni dei politici regionali, sindacati e di “rappresentanti-ombra” di lobbie di vari settori, che ha subito diversi rimaneggiamenti (da 27 a 16 articoli) e subito alcune sconfitte. Lo spirito, tuttavia, rimane intatto, nella speranza che nei successivi passaggi parlamentari lo stesso rimanga salvaguardato se non, meglio, consolidato e rafforzato.

    Una scelta e una direzione che convince, abituati, come siamo, a chiedere sempre più servizi sanitari e disconoscendo ogni comportamento (diretto e indiretto) lesivo della nostra e altrui salute. Quando si dice, una cosa ben fatta: si imbocca una via e si scelgono, conseguenzialmente, tutte le azioni, anche quelle apparentemente distanti, capaci di perseguire quella via intrapresa. Merito di un ministro “tecnico” fuori dalle logiche dei partiti, interessato davvero al bene comune: ciò che ci si auspica per ogni capo dicastero a partire dal prossimo aprile.

    Il Decreto, accompagnato dallo slogan “7 giorni su 7, h24” per aver (finalmente) riordinato l’assistenza sanitaria territoriale, dicevamo, fa leva sugli stili di vita. Ecco allora i provvedimenti in tale direzione.

    Sicurezza alimentare e sanità veterinaria. Si introduce l’obbligo di avviso ai consumatori, con appositi cartelli affissi nei punti vendita, dei rischi connessi al consumo di latte crudo e pesce crudo e il divieto di somministrazione degli stessi nell’ambito della ristorazione collettiva, anche di quella scolastica. Sono previste misure sanzionatorie nei confronti delle Regioni in ritardo nei programmi di contrasto alle malattie infettive e diffusive del bestiame. Per le Regioni inadempienti è prevista la nomina di appositi commissari. È previsto che, fatta salva la verifica della compatibilità comunitaria della misura, sia aumentato il contenuto di succo naturale di frutta dal 12 al 20% nelle bevande analcoliche che utilizzano la denominazione della frutta medesima. Non è passata la tassa sulle bevande gassate.

    Ludopatie. Sono state introdotte disposizioni per: limitare la pubblicità dei giochi con vincite in denaro con particolare riguardo alla tutela dei minori, con l’obbligo di esplicitare le probabilità di vincita e il rischio di dipendenza dal gioco. Vietare l’accesso dei minori alle sale ovvero alle aree destinate al gioco. Effettuare controlli mirati per verificare il rispetto di norme a tutela dei minori. Si restringe l’area off limits (scuole, università, luoghi di culto, nosocomi) per sale scommesse e sale giochi che, rispetto alle prime bozze, da 500 metri passa a 200 metri.

    Certificati per l’attività sportiva amatoriale. Verranno predisposte linee guida per idonee certificazioni mediche e l’effettuazione di controlli sanitari sui praticanti e l’obbligo della presenza di defibrillatori automatici in tutte le società sportive, professionali e dilettantistiche.

    Limitazione vendita di prodotti del tabacco. Vietata la vendita di tabacco ai minori di 18 anni (il limite era a 16) con sanzioni per gli esercenti da 250 a 1000 euro, che passano da 500 a 2000 euro con la sospensione della licenza per tre mesi in caso di recidiva.

    Cibi per l’infanzia. Potranno essere prodotti solo in stabilimenti autorizzati dal ministero della Salute. Idem per integratori alimentari e cibi addizionati con vitamine e minerali.

    Il “resto”, comunque di fondamentale importanza nel riordino della sanità, riguarda le nomine dei primari, le aggregazioni fra professionisti, la responsabilità professionale, l’edilizia sanitaria.

    Un decreto ben fatto, augurandoci che nella fase parlamentare i nostri politici non si comportino a danno della collettività salvaguardando interessi personali e di parte.



  • Tariffe pubbliche non più sostenibili. Dieci anni di aumentiSe negli ultimi venti anni le spese sostenute dai possessori di auto sono più che raddoppiate (leggi In vent’anni, forte accelerazione delle spese per l’auto), le cose non sono certamente andate meglio per proprietari e affittuari di abitazioni: praticamente, per tutti gli italiani. E così, anche, per i destinatari-fruitori di altre utenze.

    A fronte di un incremento della vita pari al 24%, c’è stata un’impennata delle tariffe pubbliche decisamente superiore, con bollette che nel giro di dieci anni hanno seriamente intaccato i portafogli di tutti.

    Acqua (+69,8%), gas (+56,7%), raccolta rifiuti (+54,5%), energia elettrica (+38,2%), le voci che più di ogni altra hanno reso quasi impossibile la gestione del conto economico famigliare (i dati sono della Associazione Artigiani e Piccole Imprese “Cgia” di Mestre). A queste voci si aggiungono i rincari per biglietti ferroviari (+49,8%), autostrade (+47,5%) e servizi postali (+28,7%) e il quadro è ben delineato.

    Così, a fronte di un adeguamento dei salari impossibile a reggere il passo con gli aumenti avvenuti, il potere di acquisto degli italiani si è decisamente contratto. Per alcuni “solo” piccole rinunce, per tanti lo sconfinamento dalla fascia media di ricchezza a quella della “relativa povertà”.

    Un’impennata di prezzi senza precedenti riconducibile al crescente costo delle materie prime, gas e petrolio su tutte, all’incidenza delle tasse e dei cosiddetti oneri impropri che spingono le bollette a livelli improponibili e tali da cancellare gli effetti (minimi) derivanti dalle liberalizzazioni.

    Resta preoccupante il dato relativo agli aumenti dell’acqua: l’oro blu, come viene chiamato, ha sconfinato oltre ogni ragionevole previsione non giustificabile nemmeno in considerazione che in Italia, per le famiglie italiane, i costi di questo bene essenziale resta uno dei più bassi d’Europa.

    Unico dato in controtendenza, le bollette della telefonia, scese di un 7,7%, grazie alle politiche di liberalizzazione ed alla forte concorrenza tra i diversi gestori.

    Che ci sia bisogno di interventi anche sul fronte tariffe pubbliche è fin troppo evidente. Ci chiediamo se è il caso che lo Stato, là dove è possibile privatizzare (ma tra più concorrenti) non possa e non debba intervenire per calmierare costi in crescendo.

     



  • Povera l'italia poveri gli italianiSe l’Italia si sta impoverendo, gli effetti della crisi sono sotto gli occhi di tutti, figuriamoci gli italiani. La forbice tra ricchi e poveri, lo abbiamo ribadito più volte, si è allargata non lasciando dormire sonni tranquilli nemmeno più a quella fascia media che, pur non potendo permettersi lussi e stravizi, riusciva a “riposare” vivendo delle sufficienti risorse disponibili.

    La sentenza dell’Istat di poche settimane addietro è stata impietosa e, del resto, c’era da aspettarselo. L’11,1% della famiglie italiane sono in rosso, 8 milioni 173 mila di italiani, che salgono al 18,7% se si considerano anche quel 7,6% di persone che, un tempo tranquille (la fascia media), oggi sono prossime alla povertà.

    Un dato allarmante considerando che la povertà che da tempo caratterizza diverse fasce del nostro Paese, si sta sostanzialmente trasferendo sulle famiglie con un solo figlio (definite indigenti) o nelle quali sono presenti uno o più anziani. Il 28,5% dei nuclei famigliari con più di cinque componenti è relativamente povero. Dato che al Sud raggiunge il 45,2%: Sicilia e Calabria le regioni più povere, al 27,3 e 26,2%. Trentino, Lombardia, Valle D’Aosta e Veneto le meno povere.

    Una fotografia impietosa che annovera le famiglie di operai, come quelle di disoccupati o con profili professionali e/o titoli di studio bassi, tra quella maggiormente a rischio o già “relativamente” povere, con dati tutti in crescendo. Una soglia di povertà definita da una spesa mensile inferiore o pari a 1.011 euro.

    Più che lamentarsi attribuendo colpe e responsabilità all’attuale governo, non sono da meno tutti i precedenti, è giunto il momento di mettere mano ad iniziative utili a contrastare il fenomeno. Fondi di sussidiarietà e solidarietà accanto a politiche occupazionali serie: soprattutto a favore delle nuove generazioni. Siamo in piena emergenza, nel Sud dell’Italia in particolare, ed alle parole occorre far procedere fatti. I più concreti e immediati possibili.

    Occorrono poi scelte virtuose da parti di tutti. Soprattutto per ciò che concerne stili di vita improntati ai consumi esasperati ed agli inevitabili, consequenziali, sprechi. È un problema di coscienza prima ancora che di politiche di governo.



  • Colloquio di lavoro laureatiÈ l’enigma di tanti studenti alle prese, in questi giorni, con la scelta dell’università. Una tappa obbligatoria per tutti i liceali, un’opzione che i diplomati di istituti tecnici. La scelta consta non tanto e non solo per la sede universitaria quanto, piuttosto, per la facoltà: quale quella che meglio offre possibilità di occupazione?

    Un enigma di non facile soluzione considerati i tempi nei quali viviamo e i livelli di disoccupazione che hanno raggiunto cifre da record. Un bel grattacapo per tanti giovani, e rispettive famiglie, seriamente preoccupati di un avvenire incerto.

    Ed è del tutto normale, stando così le cose, che ci si interroghi se l’università, la prosecuzione degli studi, costituisca ancora oggi il percorso migliore, quello più funzionale ad un’occupazione che valorizzi risorse personali e il dispendio di energie, anche in termini di denaro, in funzione della tanto sospirata laurea.

    Noi, al pari di esperti e di enti coinvolti in ricerche simili, pensiamo proprio di sì. Il famoso pezzo di carta, nel nostro Paese, come in altri Paesi della Comunità Europea, presenta ancora dei vantaggi. È evidente che non per tutti i percorsi universitari: una disciplina economica o scientifica, di questi tempi, offrono più opportunità. Come del resto, in un mondo sempre più globalizzato, assumono rilievo la partecipazione a stage sull’apprendimento di lingue straniere come sull’uso delle più moderne tecnologie informatiche, magari anche attraverso esperienze all’estero.

    Accade così anche in Italia dove il fabbisogno di laureati è ancora alto e che gli stessi, a conclusione degli studi, trovano lavoro prima e meglio di persone in possesso del diploma o della sola licenza media. Un buon 74%. Il restante 26% il lavoro lo trova ma non sempre adeguato al titolo conseguito con ricadute anche in termini di retribuzioni. Per entrambi gli aspetti, soprattutto, per le aree più depresse del Paese.

    Premia la specializzazione e non una laurea generica. Così, ad esempio, occorrono magistrati e non semplici e “generici” laureati in legge; esperti in una materia specifica e non saperi “di massima”, magari in più direzioni. In tale direzione, l’azione di orientamento svolta da tanti atenei assume un’importanza fondamentale. Parteciparvi, magari consapevoli delle proprie risorse, è più che mai auspicabile.



  • Spese auto in aumento negli ultimi venti anniQuanto consuma quest’auto”? “Dipende signora… dal peso del piede destro sull’acceleratore”.

    Ricordo molto bene questa comunicazione avvenuta tra una giovane acquirente e il titolare di una concessionaria d’auto non più di una decina d’anni addietro. Come ricordo il gesto del concessionario a rappresentare lo schiacciamento dell’acceleratore e, con il dito indice, l’astina del livello di carburante in movimento verso sinistra.

    A quel tempo, lontani dalla crisi e con i costi della benzina già gonfi di accise ma ancora tollerabili, la domanda era una sorta di rito: un fraseggio tendente a fare rapidamente due conti sulle spese d’esercizio per la nuova vettura.

    In dieci anni lo scenario è notevolmente mutato. Quella stessa signora, anche se ancora in possesso di quella stessa auto, per mantenerla, spende oggi – rispetto a dieci anni fa – una cifra più che raddoppiata! Colpa dei carburanti soprattutto (+44%) ma anche, e non trascurabili, per le maggiori spese di assicurazioni (17%), manutenzione ordinaria (+18%), tasse automobilistiche (poco meno del 6%) e il restante 15% per pneumatici, lubrificanti, pedaggi, parcheggi.

    I calcoli sono stati fatti a cura del Conto Nazionale delle Infrastrutture e dei Trasporti (2010-2011), recentemente resi noti, che ha messo in evidenza l’escalation delle spese sostenute in Italia dai possessori delle quattro ruote.

    E ce n’eravamo accorti. Basta il riferimento alla crescita vertiginosa dei costi del carburante avvenuti negli ultimi mesi e, in poche settimane, in questa stessa ultima estate. Una volta la differenza la marcava la scelta della benzina o del gasolio: oggi entrambe le forme di alimentazione, non solo hanno prezzi praticamente equivalenti, quanto entrambi hanno raggiunto costi alla portata di pochi automobilisti pur sapendo che all’auto non rinuncia proprio nessuno. A costo di dover tagliare qualche altra spesa.

    Ai carburanti fanno eco le spese per la manutenzione e riparazione ordinaria, aumentate del 128% ca.), e – manco a dirlo – delle assicurazioni (Rc auto) cresciute del 202,5%. E, anche se il dato ufficiale sarà disponibile solo tra qualche mese, il 2012 batterà certamente il record stabilito nel 2008 quando, per mantenere un’auto, i costi sfondarono il tetto dei 104 miliardi di euro (ed allora la benzina costava 1,5 euro al litro).

    Che sia il caso, almeno per il costo carburanti, il ritorno ad un unico prezzo valido per ogni parte d’Italia? La palla passa al Governo. Il federalismo, in questo caso, può attendere.

    Ps: la signora in questione era, ed è, mia moglie. L’auto l’ha cambiata ma, per quanto “risparmiosa”, le spese in famiglia sono comunque aumentate!

     

     

     



  • Moody’s - agenzia di ratingImmaginate una sorta di campionato di calcio con squadre divise tra più gironi di serie A e di B e, con la stessa immaginazione, collocate quello stesso campionato tra i confini di un paese diverso: gli stessi gironi assumeranno un significato del tutto differente, capace di cambiare anche le valutazioni di ogni singola squadra.

    Fuori dalla metafora sportiva, è quello che accade per i Paesi, quelli europei ultimamente e in particolar modo, all’esame delle cosiddette “agenzie di rating” chiamate (ma l’iniziativa è del tutto autonoma) ad esprimere con classifiche molto, ma molto soggettive, un giudizio sullo stato di solvibilità dei paesi stessi, delle loro banche e delle aziende trainanti l’economia.

    Moody’s”, “Fitch”, “Standard & Poor’s”, tra quelle più rilevanti. Vale a dire le agenzie che, aprendo bocca, riescono a influenzare mercati e borse, sollecitare interventi in una direzione piuttosto che in altra, provocare veri e propri scossoni ai governi imputati e, conseguentemente, ai gruppi di opposizione.

    Moody’s, che nel giro di pochi anni dal “girone” doppia A ci aveva retrocessi in B, e il 13 luglio scorso a Baa2, dice oggi che nel 2013 l’Italia sarà salva tornando ai livelli di pre-crisi! Anche secondo Fitch, che da A+ dell’ottobre del 2010 ci ha declassati, a distanza di soli 4 mesi, sempre in A ma con un meno, arrivano segnali positivi, con l’“invito” ad attuare le riforme mettendo fine alla politica di austerità. Standard & Poor’s la pensa in tutt’altro modo: guardando agli Stati Uniti, sostiene che sono aumentate le possibilità di una nuova recessione che, come sempre accade, si riverserà anche nei paesi della Comunità Europea bloccando, di fatto, ogni possibilità di ripresa dell’economia. Tre valutazioni, tre differenti classifiche,

    A chi dare ascolto? Quale l’opinione più autorevole? Quale quella più indipendente?

    Risposte non facili soprattutto per quei paesi come Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda, che più di ogni altro stanno pagando gli effetti della crisi per politiche economiche scellerate attuate da governi, di destra e sinistra, progressisti o riformisti, rivelatisi tutte poco lungimiranti con effetti catastrofici sul debito pubblico, il Pil, l’occupazione.

    Risposte che, in modo più autorevole, occorrerebbe considerare ma non al punto da lasciarsi condizionare dalle stesse: le borse, in più di una circostanza, ma solo ultimamente, lo hanno compreso. A quando la volta dei governi centrali?

    Intanto, restiamo in attesa di una nuova promozione piuttosto che di una nuova retrocessione.



  • Spreco di cibo in ItaliaLo abbiamo scritto anche in altre occasioni: la crisi in atto sta costringendo molte famiglie a rivedere i propri stili di vita. Il divario tra ricchezza e povertà è notevolmente aumentato e quella che ieri era considerata la fascia media, né troppo ricca né troppo povera, è in sostanza scomparsa finendo per aumentare le fila di coloro che, per usare una frase fatta, “non arrivano alla terza settimana del mese”.

    Eppure in Italia, a causa degli sprechi dal campo alla tavola, ogni anno viene sprecato cibo per oltre 10 milioni di tonnellate equivalenti a 37miliardi di euro che garantirebbero l’alimentazione a 44 milioni di persone: un numero superiore di cinque volte agli 8,3 milioni di concittadini che vivono in povertà, sulla base del Rapporto della Caritas Italiana su povertà ed esclusione sociale.

    Spreco che nel mondo raggiunge numeri impressionanti, 1,3 miliardi di tonnellate, soprattutto nei paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, in particolare per ciò che concerne alimenti come ortofrutta, radici e tuberi commestibili.

    Un dato quest’ultimo che non “allevia” quello nazionale e che anzi, nel nostro “Bel Paese”, deve indurci ad una seria riflessione sui nostri stili di vita prettamente improntati al consumo e non solo di beni alimentari. Consumi che si rivelano non necessari, talvolta oltre la portata delle tasche, e che spesso finiscono nella pattumiera.

    Prima della crisi e dei suoi effetti costrittivi, occorre prendere consapevolezza che di questo passo non si va lontano. Non si tratta solo di una questione etica nei confronti di persone svantaggiate, tuttavia non da sottovalutare poiché rilevante, quanto di assumere atteggiamenti più responsabili, improntati alla sobrietà, all’essenzialità, ad un benessere ricercato in stili di vita non dipendenti dai consumi.

    Ai nuovi poveri, di beni da mangiare, si può e si deve rispondere (è il significato della parola responsabile) attraverso una razionalizzazione della filiera alimentare e una più attenta gestione e distribuzione della produzione agricola e alimentare ma anche, e forse soprattutto, acquistando il necessario e avendo cura che nulla finisca, tra gli “avanzi”, nella spazzatura.

    E, a crisi terminata, ritrovarci soddisfatti per un nuovo stile di vita, acquisito e consapevolmente maturato, certamente più virtuoso.



  • Settembre: scuole aperte anche per i docenti a… concorsoL’attesa è stata decisamente lunga ma, finalmente, il 24 settembre, torna un nuovo concorso nella scuola italiana. 11.892 cattedre negli istituti di ogni ordine e grado, risultati vacanti e disponibili ed altrettanti posti messi a disposizione dal Ministero della Pubblica Istruzione Università e Ricerca (Miur) attingendo alle attuali graduatorie.

    Il concorso, per titoli ed esami, su base regionale, oltre a costituire un vero e proprio evento, si avvarrà delle nuove procedure meritocratiche volte a premiare gli insegnanti più capaci, attraverso due prove, una scritta a gennaio 2013 e la successiva orale, da svolgersi in tempo utile affinché i nuovi assunti possano rendersi già disponibili dal prossimo anno scolastico 2013/14.

    A questo bando, nel maggio del 2013, ne seguirà un secondo che consentirà l’innalzamento delle assunzioni fino a 21.112 unità di personale docente ed educativo.

    Il decreto ministeriale (nr. 74 del 10 agosto 2012) all’art. 2, fissa poi i criteri per le assunzioni a tempi indeterminato sulla base di graduatorie vecchie e nuove.

    Diverse, come c’era da aspettarsi, i commenti dei due ultimi ex ministri.

    Mariastella Gelmini, PdL, promuove l’iniziativa del nuovo maxi concorso voluto da Francesco Profumo pur consapevole dei tagli che incombono sulla scuola; per Giuseppe Fioroni, PD, l’iniziativa del ministro tecnico, il bando avviene ancora sulla base di vecchie regole e graduatorie che hanno come effetto quello di aumentare il precariato.

    Su queste due posizioni si dividono anche le valutazioni dei sindacati.

    Noi pensiamo che l’iniziativa di Profumo sia meritevole: in particolare per l’opportunità offerta a tantissimi giovani docenti ed educatori di apportare nella scuola italiana una ventata di freschezza in fatto di offerta formativa e di “vicinanza-distanza”, in età, dalla popolazione degli studenti.

    Molta, infine, è l’attesa rispetto alle nuove regole con le quali avverranno le assunzioni. Ci auguriamo possano, senza “interferenza” alcuna, premiare le risorse più valide poiché ne disponiamo davvero di tante e sarebbe davvero un peccato, a concorso chiuso, trovarle ancora fuori la porta.

     

     



  • Lettera di presentazione allegata al c.v.La ricerca di personale si accompagna, il più delle volte, con la richiesta di un curriculum vitae. Ed è del tutto spontaneo attenersi rigidamente alla richiesta prodigandosi nell’invio di quanto richiesto.

    Sono poche le persone che al documento riepilogativo del nostro percorso di studi e della nostra storia professionale allegano una lettera di presentazione perdendo così l’occasione di prodigarsi, significativamente, in una buona azione di selfmarketing.

    La lettera accompagna il nostro curriculum vitae ed ha un obiettivo ben preciso: ottenere un colloquio. L’azienda richiedente, probabilmente, sarà sommersa di adesioni ed una opportuna presentazione consente al responsabile delle risorse umane di cogliere, tra tutti i curriculum, le ragioni per le quali scegliere proprio quel candidato.

    Per tali ragioni la lettera di presentazione risponde ad alcune caratteristiche precise.

    Poiché precede e inquadra il curriculum vitae non può essere sempre la stessa. Per ogni profilo richiesto, la lettera, così come accade per il curriculum, ha bisogno di un “taglio” specifico, adatto a quella circostanza.

    Trattandosi del primo foglio che il selezionatore legge deve destare, da subito, una buona impressione manifestando interesse per il settore in cui opera l’azienda e per il ruolo richiesto e presentare (non riepilogare) il curriculum allegato.

    L’evidenziazione, infine, delle proprie capacità e dei propri punti di debolezza, unitamente alla disponibilità offerta nella direzione della crescita dei primi e dello sviluppo dei secondi, consente al selezionatore di cogliere una sorta di intesa possibile: “siamo fatti per capirci e collaborare insieme”.

    Il tono meno formale rispetto al curriculum non consente, tuttavia, l’uso di luoghi comuni o di smancerie di vario tipo; la dimensione professionale e la coerenza rispetto ai nostri valori di fondo devono sempre fare da guida.

    “Vendersi” bene è un’azione di selfmarketing che fa la differenza tra tante risorse umane. La lettera di presentazione ne è uno strumento importante.



  • colloquio di lavoroGli americani dicono “You’ll never have a second chance to make a good first impression”, non hai una seconda opportunità per fare subito una buona prima impressione. Ed è proprio così.

    Nello spazio di quaranta minuti, minuto in più, minuto in meno, ci si gioca l’opportunità di “vendersi” e lasciarsi acquistare sul mercato del lavoro. Quaranta minuti durante i quali tutte le nostre capacità e azioni di selfmarketing trovano un’occasione, più rara che mai di questi tempi, per essere verificata sul campo con un solo possibile, ai nostri occhi, esito: essere assunti!

    Una “vittoria” con noi stessi che deve fare i conti con i nostri potenziali concorrenti e con il selezionatore ben disposto a lasciarci “vincere” a condizione di “convincerlo” delle nostre qualità personali e professionali. E non a caso uso il termine “convincere”: cum-vincere, vincere insieme. Il selezionatore ha tutto il desiderio di assumervi, di non perdere altro tempo dietro a numerosi colloqui, ma spetta a noi essere convincenti.

    Con la promessa di ritornare ancora sull’argomento, ecco allora alcuni suggerimenti utili ad affrontare un colloquio di selezione vincente.

    La prima buona impressione la si prepara nella fase in cui ci si presenta al selezionatore. Arrivare puntuali è segno di correttezza e rispetto per l’interlocutore così come per l’abbigliamento: sobrio, non eccentrico, capace di comunicare (nel linguaggio non verbale) noi stessi, quel che siamo. Da questo punto di vista le donne sono avvantaggiate.

    È fondamentale non presentarsi accompagnati da nessuno. Ricordo un colloquio in cui un tizio si presentò “scortato” dalla mamma che, puntualmente, interveniva nelle veci del figlio evidenziando, in quest’ultimo, scarsa autonomia, ansia, serie difficoltà nel proporsi.

    Durante il colloquio, cercate di essere il più descrittivi possibili: nel rispondere ad eventuali domande, non limitatevi ad un “sì” o un “no” ma raccontate di voi (ricordate sempre dei 40 minuti), evidenziando il vostro Piano d’Azione Individuale, descrivendone punti di forza e di debolezza, obiettivi sui quali state lavorando, risultati (in termini di cambiamento) raggiunti.

    Sappiate, anche, saper porre domande. In particolare per quel che concerne il vostro possibile ruolo in azienda/ufficio, le prospettive di carriera, i contesti nei quali agirete: sarà il modo per esaltare le vostre competenze o per comunicare eventuali limiti accompagnati da un chiaro piano strategico per affrontarli e superarli in breve tempo.

    Evitate parlare male di nessuno: che si tratti di persone o altre realtà aziendali, se vi viene richiesto, come documentato nel curriculum vitae, parlate delle esperienze precedenti in termini di risultati professionali maturati.

    A fine colloquio, non lasciatevi prendere dalla smania di sapere “com’è andato”. Se non vi viene espressamente comunicato, fissate un tempo entro il quale potete contattare il selezionatore per l’esito dello stesso. Ma, sempre con tatto e cortesia.

    Più in generale, per tutta la durata del colloquio, l’invito è quello di essere spontanei, mostrandosi per quello che realmente si è: ciò perché, non solo il selezionatore (se esperto) comprende se state bluffando quanto, piuttosto, alla resa dei conti, prima o poi, emerge ciò che realmente siete o sapete fare.

    Se esperti di comunicazione, una leva importante è l’empatia: mettetevi nei panni del vostro interlocutore per capirne emozioni, attese e bisogni e, con la stessa spontaneità di cui sopra, stabilite con lui (nella prima fase di qualunque relazione si chiama joining) una comunicazione efficace.

    E, in bocca al lupo!

     

     

     

     



  • lampade incandescenti, addioPer i nostalgici della vecchia lampadina a pera, la data del primo settembre fa memoria della progressiva scomparsa dal mercato del sistema di illuminazione che per anni, dall’invenzione di Edison nel 1878, ha costituito l’unica fonte di luminosità per abitazioni, strade, strutture di ogni tipo.

    Nel 2009 ad andare in pensione sono state le lampadine incandescenti da 100 watt; nel 2010 quelle da 75; nel 2011 quelle da 60 e, dal primo settembre 2012, le restanti da 25 e 40 watt: scatta il divieto di vendita delle ultime in circolazione, realizzando così, ma non definitivamente – per le alogene occorre attendere la stessa data ma del 2016 – l’obiettivo europeo che prevede un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica antro il 2020.

    Ben 130 anni di storia vanno nel cassetto lasciando spazio a nuove generazioni di luci a basso consumo energetico: le note lampade fluorescenti compatte, le alogene a basso consumo e le moderne a diodi a emissione luminosa, più note come Led.

    Si tratta di soluzioni “risparmiose” che consentono di dare nuova “luce” all’ambiente e, da non sottovalutare, alle tasche delle famiglie con una spesa inferiore di almeno 50 euro all’anno sulla bolletta. È pur vero che, soprattutto le lampade di ultimissima generazione, hanno un costo ancora elevato: tuttavia le stesse consumano molto meno (tra il 65 e l’80% di energia in meno) e, in particolare, hanno una durata di gran lunga superiore alle ormai superate incandescenti. Un tempo sufficiente ad “ammortizzare” il maggior costo iniziale sostenuto altresì dal minor esborso in bolletta.

    Nel tempo, il 2020, minori costi per tutti e, soprattutto, ad operazione completata, vale a dire dopo l’attuazione di tutti i provvedimenti entro 2016, un risparmio energetico pari al consumo di 11 milioni di famiglie e, quel che più conta per la salute di tutti e la difesa del pianeta, la riduzione di emissioni di CO2 di 15 milioni di tonnellate all’anno.