• Giovani e disoccupazioneLa notizia oramai non desta più sorpresa. Sul fronte della disoccupazione i dati relativi al mese di agosto pareggiano i livelli record dei mesi di giugno e luglio, attestandosi al 10,7% ma, e la notizia probabilmente sta in questo, in aumento del 2,3% su base annua.

    All’Istat, questo ingrato compito, di sviscerare mensilmente dati, da un po’ di tempo a questa parte, sempre più sconfortanti, in particolare per l’universo femminile dove il livello di occupazione scende ancora di uno 0,3% anche su base annua: 80mila unità in meno.

    La disoccupazione giovanile, in età 15-24 anni, è al 35,3%, in calo di uno 0,5% rispetto al mese di luglio, ma aumenta su base annua (5,6%), così come gli inattivi, tra i 15 e i 64 anni, dello 0,6% pari a 92mila unità in meno.

    In soldoni, su base annua, le persone alla ricerca di un posto di lavoro aumentano di 640mila unità, pari al 30,4%, raggiungendo la cifra di 2.774.000 unità. In Italia il dato più alto dal gennaio 2004.

    Il fenomeno tuttavia non si ferma solo al nostro Paese per estendersi, informa più o meno generalizzata, all’intera Europa dove solo Austria (4,5%), Lussemburgo (5,2%), Olanda (5,3%) e Germania (5,5%) registrano i tassi più bassi a fronte di Stati come la Grecia e la Spagna con cifre ancora maggiori rispetto all’Italia: rispettivamente con tassi di disoccupazione del 55,4% (a giugno) e del 52,9%. Sono 25milioni i giovani in cerca di prima occupazione.

    Nell’Eurozona, i Paesi dove circola l’euro, si contano complessivamente 11milioni e 196mila disoccupati pari all’11,4%.

    Negli Usa la disoccupazione, ad agosto, è dell’8,1%, in Giappone al 4,1%.

    I commenti, unanimi nel definire “preoccupante e inaccettabile” tale situazione si sprecano. Purtroppo non si sprecano le iniziative volte ad affrontare con determinazione un fenomeno che, come dicevamo, di record in record, ricade soprattutto sulle fasce giovanili di molti Paesi a partire proprio dall’Italia.

    Un po’ com’è accaduto per il provvedimento del fondo salva-Stati, non sarebbe poi così pellegrina l’idea di un tavolo europeo capace di affrontare comunitariamente il problema disoccupazione con interventi, anche finanziari, destinati alle piccole, medie e grandi industrie.

    Maggiore occupazione equivale, in buona sostanza, alla ripresa dell’economia.

    Perché aspettare ancora?



  • Risorse Umane - La lettera di autocandidaturaÈ stile ricorrente quello di inviare curriculum vitae a casaccio. Presi dalla foga della ricerca di un’occupazione, di propria iniziativa si scrive a più aziende, bussando alla porta del selezionatore delle risorse umane, nella speranza che quella porta si apra. Almeno per un possibile colloquio. Il più delle volte non si ottiene nemmeno una risposta!

    La lettera di autocandidatura, o di marketing, è strumento che accompagna il curriculum vitae finalizzato ad una breve, ma efficace, presentazione personale con l’obiettivo ultimo di far ricadere l’attenzione del responsabile delle risorse umane sul possibile apporto professionale che si intende offrire all’azienda cui ci si rivolge.

    A tal fine deve distinguersi dalla massa delle tante lettere di presentazione al curriculum vitae, centrando l’attenzione sull’azienda, il suo mercato di riferimento, il ruolo per il quale ci si candida, evitando “sviolinate” e astenendosi da ogni forma di servilismo.

    In buona sostanza, non è una vera e propria richiesta di assunzione quanto, piuttosto, il riuscire a far porre l’attenzione sulle proprie professionalità al fine di suscitare nel selezionatore la curiosità utile a fissare un colloquio. Per questa ragione, il curriculum vitae che segue è redatto in forma più essenziale rimarcando in esso le competenze apprese e, possibilmente, anche quelle sperimentate nel corso di esperienze lavorative precedenti.

    Da queste considerazioni, appare evidente che ogni lettera di marketing va personalizzata in funzione dell’azienda alla quale ci si rivolge; non può, pertanto, essere copia conforme, uguale per ogni situazione: perderebbe in validità ed efficacia configurandosi al pari di tante comunicazioni e richieste di assunzione che quotidianamente ogni azienda riceve.

    Anche in questo caso, si tratta di fare un bilancio delle competenze di cui si è in possesso al fine di individuare quelle che nel caso specifico meglio si prestano al ruolo per il quale ci si autocandida.

    Nessuno può colpire un bersaglio che non vede!”.



  • Esercizi per migliorare l'autostimaDopo esserci introdotti nel tema dell’Autostima e averne individuato gli aspetti fondanti (Autostima: una base sicura sulla quale crescere), ti propongo quest’oggi un esercizio strettamente personale sul quale iniziare a lavorare in funzione di una prima “valutazione” della stessa e l’individuazione di aree di miglioramento.

    Avere consapevolezza della propria autostima costituisce un primo passo per alimentarla, accrescerla, svilupparla.

    Partiamo con l’affermare che alla base dell’autostima ci sono quattro componenti fondamentali: sono tra loro trasversali e, pertanto, l’una ha ricadute sull’altra. Non è possibile accrescerne una senza influenzare le restanti così, d’altra parte, non è possibile orientarsi a lavorare esclusivamente su una tralasciando le altre.

    Eccole: consapevolezza di sé, responsabilità personale, valutazione positiva di sé, accettazione di sé. Scopriamole più da vicino e, carta e penna alla mano, dedica un foglio per ciascun aspetto scrivendo in modo quasi immediato le prime cose, le più concrete possibili, che ogni componente in esame pone alla tua attenzione.

    La consapevolezza di sé è l’essere consapevoli dei propri pregi e limiti, di quelli che comunemente chiamiamo punti di forza o di debolezza. Descrivili e verifica quanto gli stessi diventano “virtù”, azioni concrete, in ogni ambito: famiglia, lavoro, gruppi di amici, … . Ricadono nella consapevolezza di sé, altresì, la cognizione che hai dei tuoi desideri (cosa diversa dai bisogni), sentimenti, bisogni, obiettivi che intendi raggiungere, dei successi o degli insuccessi ottenuti, del tuo modo di agire nel mondo.

    Seconda componente: la responsabilità personale. Quante le responsabilità che sai assumerti? Le hai tutte presenti in funzione delle scelte e delle azioni che fai senza attribuire agli altri la colpa di errori o insuccessi, ma allo stesso tempo senza essere eccessivamente severo con te stesso nel giudicarti?

    La valutazione positiva di sé è quella che ti consente di accrescere la tua autostima assumendo un atteggiamento fiducioso e costruttivo verso te stesso, in ciò che sei e vorrai essere, nonché verso le esperienze verso cui vai incontro. Riesci sempre in questo esercizio? Cosa ti impedisce di farlo? Hai memoria di qualche esperienza del passato nel quale ti sei sentito giudicato come persona piuttosto che nell’azione compiuta?

    Infine, una buona autostima presuppone l’accettazione di sé, cosa diversa dalla consapevolezza, rispettosi della propria persona anche quando non si valutano positivamente le proprie sensazioni, decisioni, azioni. Cosa non ti piace di te? Cosa fai per migliorarti in quell’aspetto? E, al contrario, cosa ti piace di te? Cosa fai per migliorarti in quell’aspetto?

    Per ciascun componente dell’autostima esaminato, passa ora a definire un obiettivo, concreto, misurabile, mi raccomando, le buone intenzioni sono altra cosa. Fissa quali azioni farai per raggiungerlo, in quanto tempo, in quale/i ambito/i. Verifica infine, trascorso quel tempo, cosa è accaduto di nuovo. E riparti.

    Buon divertimento!



  • Toyota Prius Plug InIn casa Toyota, la ricerca avviata già dal lontano 1999 sui motori ibridi produce frutti tecnologicamente all’avanguardia. Infatti, se la sperimentazione dei motori elettrici comporterà ancora anni e anni di verifiche di fattibilità, l’ibrido è già oggi una magnifica realtà.

    Lo hanno sperimentato molte case costruttrici e diversi sono i modelli in circolazione: un mix di elettrico e benzina/diesel che fa tanto bene all’ambiente e ai costi di esercizio.

    Toyota, con la Prius Plug In, compie un passo avanti. Questa ibrida, infatti, non solo presenta la prerogativa del doppio motore, ma quello elettrico raggiunge un’autonomia fino a 25 km di percorrenza grazie al motore (a benzina) tradizionale che mentre è in uso ricarica le batterie con l’ulteriore vantaggio che le stesse possano caricarsi dal garage di casa ad una normale presa di corrente.

    Non occorrono colonnine speciali e, soprattutto, si accorciano i tempi di carica: 90 minuti e si riparte con un’autonomia totale estesa fino a 1400 km..

    Anni di ricerca spesi bene con una soluzione che abbatte tante frontiere aprendo la strada al futuro delle elettriche alle prese con  più di una difficoltà.

    E, come sempre per soluzioni come queste, positive le ricadute a salvaguardia dell’ambiente e ai costi di esercizio per le minori tasse, consumi, manutenzione.

    Un unico difetto: la Toyota Prius Plug In costa la bellezza di 39.600 euro! Dotata di ogni comfort e della tecnologia appena descritta, si tratta di un costo oggi difficilmente alla portata di tutti, e mancando ogni forma di incentivo, difficilmente si presta ad un mercato in netta contrazione. Almeno in Europa.

    Nel vecchio continente, di questi tempi, si bada più al sodo. L’ambiente può attendere.



  • Imparare a gestire il tempoAbbiamo imparato a farci i conti da quando, più o meno consapevolmente, abbiamo preso coscienza del suo inesorabile trascorrere, coinvolti come siamo in mille faccende, mille cose da sbrigare, tante persone da incontrare. E per ogni faccenda, cosa, persona, un tempo da dedicare con attenzione, da investire, da restituire, senza farne andare perso nemmeno un minuto.

    Il tempo è quello che non basta mai. Mesi, settimane, giorni, ore, minuti, secondi, trascorrono via velocemente, che sembra appena ieri quel tempo fissato per un obiettivo, un nuovo appuntamento, un impegno assunto con noi stessi o con altre persone.

    Eppure, la risorsa tempo è quanto di più paritario il Padre Eterno abbia distribuito agli uomini. Tutti ne disponiamo in eguale misura e per tutti assume sempre le stesse caratteristiche: è limitato, si esaurisce nello stesso momento in cui nasce; è immodificabile, è sempre uguale a se stesso nel passato come nel presente e nel futuro; è indispensabile, c’è un tempo per ogni faccenda; è irrecuperabile, una volta trascorso non lo si può riguadagnare; non è immagazzinabile, non lo si può accantonare ma solo pianificarne l’uso; è regolare, si ripete sempre con le stesse modalità a cadenza fissa.

    Infine, e volutamente ho lasciato questa caratteristica per ultima, il tempo è incontrollabile: è costante e non può essere amministrato. Quel che possiamo fare, e qui probabilmente abbiamo tutti bisogno di imparare, è controllare e amministrare noi stessi nel tempo e nello spazio.

    Più facile a dirsi che a farsi! L’esperienza mi insegna che per quanta attenzione poniamo nel pianificare impegni e scadenze, diventa sempre più difficile arrivare agli stessi puntuali. Eppure, e fa parte del nostro benessere, è fondamentale imparare a gestire il tempo disponibile.

    Tanto per iniziare, certi che su questo argomento ci ritorneremo ancora e più di una volta, proviamo a fare una distinzione tra nostri impegni quotidiani: individuiamo e descriviamo per ciascuna occupazione giornaliera, tutte comprese, quelle che rispondono al principio dell’importanza da quelle urgenti.

    La curiosità mi spinge a chiedervi di mettermi a conoscenza del vostro elaborato e, vi giuro, dedicherò tempo per offrirvene una lettura!



  • Auto elettricheCi sono due problemi tra loro collegati: quello della crisi dell’auto e quello ambientale, con particolare riguardo alle emissioni prodotte dalle stesse auto.

    Da più tempo, una delle direttrici intraprese è quella di puntare ad una nuova generazione di vetture elettriche: tanti sono gli investimenti effettuati dalle case costruttrici ai quali hanno fatto eco gli incentivi promossi anche da questo governo.

    Ma è davvero questa la strada giusta per affrontare i due problemi?

    Pare proprio di no e per due semplici, ed evidenti, ragioni. Le auto elettriche hanno ancora costi elevati e, aspetto non trascurabile, mancano ancora dei supporti necessari per il loro funzionamento, a partire dalle colonnine utili a “rifornirle” (unica eccezione in Olanda). Si tratta di un segmento che in Italia non ha sfondato, sono appena 289 le vetture immatricolate nel 2011, coprendo appena lo 0,04% del mercato in questo 2012. Pur rispettando, e molto, l’ambiente, nel medio periodo gli effetti maggiori si otterrebbero spingendo sulle vetture a idrocarburi a basse emissioni di CO2, o alimentate a GPL o Metano.

    Soluzioni alternative ma di cui le case costruttrici dispongono in quantità con l’offerta di auto di piccole, medie e grandi dimensioni a costi, tutto sommato, abbordabili o, quantomeno, ammortizzabili nel corso di un tempo medio (24/30 mesi).

    La direzione proposta da molti è allora quella di incentivare le vetture così alimentate magari attraverso una nuova campagna di rottamazione che richiami a “casa”, con proposte allettanti, quelle con età superiore ai dieci anni di vita.

    Da un’azione siffatta ne trarrebbe vantaggi non solo l’ambiente, ma anche il gettito fiscale, l’occupazione, la sicurezza stradale per via di veicoli nuovi e certamente più efficienti.

    Non sembra un’ipotesi “pellegrina”. Tutt’altro. Siamo convinti che i benefici si estenderebbero a tutti: a cittadini, allo Stato, alle case costruttrici, Fiat in testa, alle prese con i conti che non tornano.



  • Rapporto Svimez 2012Dopo i dati negativi, manco a dirlo, di Istat, Confcommercio, Coldiretti, Cia, ed altri ancora, arriva anche il Rapporto Svimez (l’associazione per lo Sviluppo industriale nel Mezzogiorno) a disegnare n quadro del Sud del Paese davvero disastroso.

    Dire “all’anno zero” non è un’esagerazione, poiché non c’è un solo dato a supporto di una seppur lontana ipotesi di ripresa: è un Mezzogiorno in emergenza su ogni fronte, “a rischio desertificazione industriale e segregazione occupazionale, dove i consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25% e lavora meno di una giovane donna su quattro.

    Un quadro drammatico che fotografa una realtà preoccupante sotto ogni suo aspetto, le cui “vittime” si contano copiose soprattutto sul dato del lavoro e, in particolare a quello femminile, per il quale lo stesso Rapporto si esprime parlando di “vera e propria segregazione occupazionale delle donne, che nel Mezzogiorno scontano una precarietà lavorativa maggiore sia nel confronto con i maschi del Sud sia con le donne del resto del Paese” (27,3% rispetto al 29,9% del Centro-Nord).

    Un dato allarmante, sempre riguardante le donne, è che il 67,6% di questa lavora part-time perché non trova un lavoro a tempo pieno e che l’inattività delle stesse riguarda due donne del Sud su tre.

    Il Rapporto Svimez punta quindi l’attenzione anche sul fenomeno migratorio che in dieci anni, 2000-2010, conta più di 1milione e 350mila persone che, valigia in mano, hanno preso la direzione del Centro-Nord del Paese destinazione Roma, Milano, Bologna, Parma, Modena, Reggio Emilia, Bergamo, abbandonando città come Napoli (-115mila), Palermo (-20mila), Bari (-16mila) e Catania (-11mila), solo per citare quelle che maggiormente si sono spopolate.

    In crisi anche l’industria del Sud che, in soli quattro anni, dal 2007 al 2011, ha perso 147mila unità (-15,5%) pari al triplo del resto d’Italia (-5,5%), in fuga verso lidi più sicuri.

    Commentando il Pil procapite meridionale, Svimez sottolinea che “continuando così ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Nord dal Sud” e che solo un nuovo modello “capace di integrare sviluppo, qualità ambientale, riqualificazione urbana e valorizzazione del patrimonio culturale” consentirebbe un cambio di passo.

    Una “ricetta” che, ci pare, ha il sapore più di proclama se la stessa, sempre a nostro avviso, non passa prima attraverso una nuova coscienza civile di ogni cittadino del Mezzogiorno e di una classe politica capace di dare buon esempio, favorendo processi culturali seri e impegnandosi realmente con politiche di sviluppo di tante aree depresse.

    Possibilmente fuori da logiche di parte.



  • Salone dell'auto di Parigi 2012Il Salone di Parigi, che aprirà i battenti al pubblico sabato 29 settembre, per la stampa internazionale l’appuntamento è già da oggi, si presenta in un anno in cui il mercato dell’auto, in Europa in particolare, registra dati preoccupanti con vendite scese al 6,6% nei primi otto mesi e con proiezioni che sfiorano il 9% a fine 2012.

    Non c’è casa costruttrice, fatta forse eccezione per la sola Volkswagen, che possa vantare un segno “più”, sia pure in un segmento piuttosto che in un altro. Come accade per la Fiat, il dato è fin troppo noto viste le recenti polemiche, tutto è riposto nel mercato d’oltre Europa dove le cose, per fortuna, vanno meglio anche se non proprio per tutti.

    È in questo quadro, non proprio edificante, che si inaugura il Salone di Parigi con un chiaro obiettivo: presentare tante novità al fine di combattere la crisi del settore. Quantomeno, ci prova.

    Gli elementi ci sono tutti: nuove vetture compatte, attrezzate con motori ecologici a basso impatto ambientale, senza rinunciare a tecnologia e comfort e, soprattutto, a prezzi decisamente resi più accessibili. Almeno con riferimento alla tasca “media” europea, quella che in buona sostanza si è rivelata l’anello debole del mercato.

    Non mancano tuttavia il lusso e le vetture dalle grandi dimensioni, Ferrari in testa tra cui l’ultima nata la F12berlinetta, destinate ai mercati emergenti, quelli del Bric per intenderci, Brasile, Russia, India, Cina, con quest’ultima in particolare, particolarmente attratta da Suv, sportive e ammiraglie generose sotto ogni aspetto.

    Tante novità da quasi tutte le case costruttrici. A partire da Fiat con la Panda nelle versioni Natural Power e Trekking, e l’esordio della nova 500L. Detto della Ferrari, il gruppo torinese espone anche la Maserati GranCabrio nella versione MC stradale.

    Dalla Francia, riflettori puntati sulla nuova Renault Clio, la versione cabriolet della Citroen DS3, il piccolo Suv 2008 di Peugeot, così come dalla Germania con l’attesissima settima generazione della Volkswagen Golf, la Ford EcoSport, la Concept Active Tourer di Bmw (la prima a trazione anteriore della casa bavarese), l’inedita – per dimensioni e caratteristiche – Opel Adam.

    D’oltre “oceani”, la Suzuki S-Cross, la Chevrolet Trax, la Toyota Aris.

    Tante prime mondiali, con la speranza, non proprio mascherata, di dare un duro colpo alla crisi e sollecitare un’inversione di tendenza nella curva discendente del mercato europeo.



  • Crollo immobliare e mutuiLa casa bene rifugio? È da tempo che non è più così.

    Le previsioni d’inizio anno, sulla scia dei dati dell’ultimo trimestre 2011, non lasciavano presagire nulla di nuovo cosicché nuove tasse (leggi Imu), retribuzioni pressoché statiche, erogazione del credito da parte delle banche sempre più misurato, hanno prodotto effetti quantomeno preoccupanti. E tutto ciò nonostante un calo dei prezzi del comparto.

    L’Istat ha fotografato il primo trimestre di questo 2012: le compravendite di unità immobiliari sono diminuite del 16,9% su base annua; quelle di immobili ad uso residenziale del 17,2%; quelle di immobili ad uso economico dell’11,8%. Vale a dire che gli acquisti di abitazioni vanno peggio rispetto ad uffici, negozi e capannoni commerciali/industriali.

    Ancora peggio per i mutui: con riferimento sempre allo stesso periodo, sono crollati del 49,6% rispetto al primo trimestre del 2011. Solo 92.415 nel totale quelli erogati, suddivisi tra quelli con costituzione di ipoteca immobiliare (64.116) con una flessione tendenziale del 39,2%, e quelli non garantito da ipoteca (28.299), diminuiti del 63,6%.

    Effetti della minore capacità di spesa degli italiani, dal Nord al Sud del Paese, dovuta alla crisi ed alla consequenziale minor fiducia accordata dagli istituti di credito, davvero poco disposte ad accettare domande di finanziamento.

    Un mercato pressoché fermo nonostante il valore degli immobili, lo accennavamo poc’anzi, continui a scendere: secondo Immobiliare.it del 2,7% rispetto allo stesso periodo del 2011, mentre è in aumento la richiesta di affitti con un +16%.

    Per il mattone le cose vanno sempre peggio e, a quanto pare, sulla scia del primo trimestre, le cose non sembrano siano andate meglio nei successivi tre mesi. I dati ufficiali non sono ancora disponibili ma, di questi tempi, visto l’andazzo, anche ad occhio, non è difficile cogliere l’assenza di segnali di ripresa.



  • Consumi mai così in bassoLo avevamo detto già scritto un paio di mesi fa (Consumi al dettaglio: tutti con il segno meno) e, non per esser profeti di sventura, fin troppo semplice visto l’andazzo, quello che pensavamo accadesse è accaduto.

    Sul fronte consumi, non che per altri settori dell’economia le cose vadano meglio, i dati sono sempre più negativi. Mai così bassi, rileva Confcommercio, dal 1946: praticamente dall’immediato dopoguerra quando, allora sì, alle prese con i postumi della grande guerra e la ricostruzione fisica del Paese, la fame serpeggiava da nord a sud.

    Una riduzione della spesa procapite da record, oltre il -3%, quello proiettato in questo 2012, che diventa del 6,5% rapportato tra il terzo trimestre del 2007 e quello di quest’anno. Un dato, il primo, che per Federconsumatori e Adusbef è possibile raggiunga il 5%. Per il Codacons i consumi per prodotti della tavola sono tornati indietro di 33 anni. Anche Coldiretti e Cia evidenziano la crisi dei consumi per i prodotti dell’agricoltura.

    Fatta eccezione per i settori della telefonia e dell’informatica e i soli discount (con qualche eccezione per i supermercati), che tengono i livelli di fatturato del 2011, per tutti gli altri comparti è crisi nera.

    Le ripercussioni sulle attività commerciali, i piccoli negozi al dettaglio specialmente, con chiusure che confermano lo stato di difficoltà per mobili e arredamento su tutti dell’1,3% con punte del 2% al Sud e nel Nord-Est.

    Più in generale, Molise (-1,9%), Friuli Venezia Giulia (-1,1%) e Liguria (-0,9%), sono le regioni che, nel complesso, registrano le maggiori “perdite” di esercizi, mentre si sviluppano al Centro e al Sud nuovi supermercati e ipermercati e centri commerciali nel Nord. Un dato quest’ultimo che sta radicalmente cambiando le abitudini dei consumatori producendo una forte contrazione delle piccole attività commerciali, quelle presenti nei centri storici ad esempio, che non resistono più, fuori anche da ogni logica di un buon servizio o di prodotti di nicchia, alle continue offerte provenienti dalla grande distribuzione. Un segnale ancora della crisi generalizzata delle famiglie italiane.

    Ai dati di Confcommercio, fanno eco quelli dell’Istat relativi all’allarme retribuzioni.

    Gli stessi si attestano ad una crescita annua attorno all’1,6%: insufficiente per far fronte all’inflazione (che cresce quasi del doppio) ed ai maggiori costi per servizi e utenze varie, senza dimenticare gli aumenti di carburanti e di più di un prodotto alimentare, nonostante le continue promozioni.

    Se a ciò aggiungiamo i contratti scaduti o quelli di prossima scadenza non si può che temere il  peggio che, si sa, non conosce limiti.



  • I costi della polica nelle regioni italianeIn tempi di spending review e di sacrifici richiesti ad ogni cittadino italiano per far fronte alla crisi in atto, l’indagine del Sole 24 Ore sulle spese dei Consigli regionali induce a più di una riflessione. In pieno polverone mediatico e politico consequenziale a quanto accaduto nel Lazio, ma sulla stessa scia in seno al Partito Democratico (caso Lusi), alla Lega, in Lombardia (con Pionati), vado a memoria, i dati presentati dal quotidiano economico fanno rabbrividire. Non che non ce ne fossimo accorti, “a naso”, ma averli davanti è tutt’altra faccenda.

    Il Lazio è la regione in testa alla classifica per gli stipendi erogati ai consiglieri regionali con una spesa complessiva di 24milioni 150mila euro, sebbene sia la Valle d’Aosta quella in cui gli stessi emolumenti incidono di più con 4.176 euro per ogni 100 abitanti. Una regione “piccola” come la Calabria si colloca al 12° posto con una cifra complessiva di poco superiore ai 7milioni di euro.

    Per ciò che concerne i finanziamenti ai gruppi consiliari, l’analisi del Sole 24 Ore sul rendiconto del 2011, pone in testa (in termini assoluti) la Sicilia con 13milioni 712mila euro, seguita dalla Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Liguria, Valle d’Aosta, Trentino, Molise.

    Altra voce, i vitalizi, altra classifica, con in testa il Molise anche se in termini assoluti di spesa il primato va ancora alla Sicilia (21.060.240) seguita da Sardegna e Lazio.

    Per quanto riguarda, infine, le spese per il personale a guidare la classifica è la Valle d’Aosta ma in termini assoluti di nuovo Sicilia (44.218.000), Campania e Veneto.

    Un fiume di denaro pubblico che fa rabbrividire chi quotidianamente è costretto a fare i conti i soldi che non bastano nemmeno per la spesa necessaria alla sopravvivenza.

    Denaro pubblico, questo la ricerca non lo evidenzia, ancora maggiore per commissioni fisse o speciali ravvisabili in seno ad ogni Consiglio regionale.

    Il caso del Lazio ha il “merito” di aver riportato all’attenzione di tutti gli sprechi della politica: di spese non sempre necessarie se non del tutto illegali, molto spesso del tutto personali. Per non parlare poi di auto, viaggi, riunioni straordinarie e quant’altro.

    Lo scrivemmo a suo tempo, la casta è salva (Spending review: tagli su tutto o quasi. La casta è salva!) ma non per facile populismo, ma come presa d’atto che un governo “tecnico” ha evidenti limiti d’azione sui gruppi politici di ogni colore e direzione che pure, a parole, sono tutti ben disposti a ridurre il numero dei parlamentari o gli stipendi, i vitalizi e quant’altro: sia pure, sempre, a “partire dalla prossima legislatura”.

    Ora tutti parlano di organi di controllo interni ed esterni quando, molto più semplicemente, una maggiore trasparenza consentirebbe azioni più efficaci e, visto l’andazzo, un deterrente a chi approfitta di tanto denaro a disposizione.



  • Incontro fiat governoEra l’“avvenimento” più atteso del weekend dopo una settimana di comunicati (il primo quello di Fiat che annunciava l’ipotesi del blocco degli investimenti del progetto Fabbrica Italia), di sussulti e contestazioni (quelle dei sindacati con in testa la Fiom), di richiesta di chiarimenti (da parte di esponenti del governo), di inutili polemiche e accuse all’amministratore delegato Sergio Marchionne (Diego della Valle e Romiti, su tutti), e così è stato.

    Sabato, a Palazzo Chigi, erano gli uni di fronte agli altri: i vertici Fiat da una parte, John Elkann e Sergio Marchionne, il Presidente del Consiglio Mario Monti, i Ministri Corrado Passera, Elsa Fornero, Fabrizio Barca e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, dall’altra. Tutti attorno allo stesso tavolo. Tutti in giacca e cravatta, vista la “solennità” dell’incontro, con la dovuta eccezione del ministro Fornero e l’abituale maglione dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne.

    Tanto rumore per nulla. Lo stesso Marchionne, tirato per la “giacca” a più riprese in questi giorni, lo aveva annunciato: <per dirci cosa>, considerata la realtà del mercato dell’auto in questo momento (sebbene duri da almeno due anni) e l’impossibilità di alcun intervento da parte del governo sui piani aziendali del gruppo torinese.

    Tanto rumore per nulla, poiché affermare che la Fiat si impegna sull’Italia “investendo al momento idoneo, per approfittare pienamente della ripresa del mercato europeo” è riaffermare il comunicato di otto giorni addietro e ribadire quanto più di elementare vige nelle politiche di investimento di qualsiasi azienda e non solo di Fiat: nel momento in cui il mercato lo consente, torneremo a investire.

    Facendo un parallelo più vicino alla nostra esperienza, si potrebbe spiegare tutta la vicenda in questo modo: una famiglia dice di non poter più sostenere spese straordinarie poiché le stesse si tradurrebbero in costi senza trarne alcun beneficio; il governo interviene, preoccupato, perché in questo modo il ciclo virtuoso dei consumi si interrompe mettendo a rischio altre famiglie. Decide così di convocarci; nell’incontro, di “comune accordo”, conveniamo che appena cessata la crisi dovremo tornare a spendere e investire. Ma va?

    L’esempio è elementare ma, mi auguro, spieghi bene tutto l’accaduto.

    “Scontato” anche il comunicato congiunto emesso a fine vertice: “il Governo e Fiat hanno stabilito di impegnarsi per assicurare nelle prossime settimane un lavoro congiunto utile a determinare requisiti e condizioni per il rafforzamento della capacità competitiva dell’azienda. In pratica: lo Stato interviene, in forma straordinaria, in deroga, finanziando nuova cassa integrazione.

    Cinque ore per non dire nulla di più di quanto era prevedibile.

    Peccato che ciò per la famiglia di cui sopra non sia possibile attuarsi: tutt’altro, pare proprio che queste ultime sopportino il peso maggiore della crisi non potendo godere di alcun intervento, né ordinario e tantomeno straordinario, da parte del governo. E la preoccupazione che, a crisi finita, non disponga più delle risorse per tornare a spendere (sono servite per far fronte alla crisi stessa).