• La Legge di Stabilità 2017, approvata la scorsa settimana in via definitiva, prevede una serie di interventi per il mondo delle startup e delle PMI innovative. 

    L’intento della manovra finanziaria è favorire gli investimenti privati sia nelle imprese ad alto contenuto tecnologico che in quelle a vocazione sociale. Per raggiungere questo obiettivo la legge di bilancio modifica il quadro delle agevolazioni e ri-finanzia alcuni bandi.
    Una delle novità più importanti riguarda l’innalzamento dell’aliquota di detrazione per i soggetti che investono nelle startup. Viene infatti alzata dal 19 al 30% l’aliquota della detrazione del capitale investito per i soggetti Irpef, mentre per i soggetti Ires la deduzione dal reddito passerà dal 20% attuale al 30%, uniformando così il regime fiscale per entrambe le categorie.

    Il nuovo quadro fiscale non riguarderà solo le startup tecnologiche, ma anche quelle a vocazione sociale e quelle ad alto contenuto tecnologico in ambito energetico.  Per queste ultime l’aliquota attuale è del 25% per le detrazioni e del 27% per le deduzioni.
    La Legge di Stabilità non si limita a modificare le aliquote ma alza anche l’importo massimo detraibile, portandolo per i soggetti Irpef da 500mila euro e 1 milione di euro. Per quelli Ires, invece, viene mantenuta la soglia di 1,8 milioni di euro.

    La finanziaria prova a dare una mano anche a quelle startup che operano in settori ad elevato rischio fallimento. Viene data loro la possibilità di cedere le proprie perdite fiscali relative solo ai primi tre esercizi ad una società quotata in borsa, purché quest’ultima detenga almeno il 20% delle quote azionarie della startup.
    In questo modo le imprese che operano in mercati particolarmente complessi potranno gestire meglio le pressoché inevitabili perdite dei primi mesi di vita, il tutto sotto il vigile controllo del mercato azionario.

    Le novità per l’ecosistema innovativo non si fermano qui. Abbiamo parlato del cambiamento della normativa sull’equity crowdfunding attraverso il quale viene estesa a tutte le PMI, e non solo dunque alle startup e alle PMI innovative, la possibilità di reperire capitale attraverso i portali online.
    La Legge di Stabilità riduce ulteriormente i costi per le startup innovative, esonerandole dal pagamento delle imposte di bollo e dei diritti di segreteria successivi all’atto costitutivo. Si tratta di un ulteriore passo verso la semplificazione delle procedure burocratiche dopo l’introduzione della firma digitale per dare avvio ad una startup.
    Vengono infine rifinanziati alcuni bandi come Nuove imprese a tasso zero, che riceverà ulteriori 47 milioni di euro sia per il 2017 che per il 2018, e Smart & Start, per il quale sono previsti 100 milioni di euro per i prossimi due anni.


  • giovani-imprese

    Sono 4,6 milioni gli italiani che vivono in stato di indigenza assoluta, corrispondenti all’8% della popolazione. 

    Secondo i dati di Openpolis, negli ultimi dieci anni il numero di poveri è più che raddoppiato: nel 2005 gli indigenti erano 2 milioni, ma la crisi non ha fatto altro che acuire il disagio e le richieste di protezione sociale. L’Italia è stata infatti il quarto paese europeo in cui è cresciuto più di tutti il rischio di povertà tra i lavoratori.
    A questo punto viene spontaneo chiedersi chi siano i nuovi poveri, a quale classe sociale e a quale fascia di età appartengano.

    Innanzitutto, prima di scoprire quali categorie si sono impoverite maggiormente, è bene chiarire cosa si intende per persone che vivono in stato di indigenza assoluta.
    giovani-impreseSecondo l’Istat per poveri vanno intese quelle persone che non sono in grado di affrontare con continuità spese essenziali come quelle per il cibo, le cure mediche, vestiti, la casa e quanto altro. Esiste anche la cosiddetta povertà relativa, identificata dall’Istat attraverso una spesa media per consumi pro capite: se stai sotto quella soglia, versi in una condizione di povertà relativa.

    Ma andiamo oltre e cerchiamo di capire chi sono i nuovi poveri. Se ci concentriamo sulle classe sociali, Openpolis ci mostra che la professione che si è impoverita maggiormente è quella operaia, dove il tasso di povertà assoluta è passato dal 3,9% del 2005 all’11,7% del 2015. Una sorte simile ha colpito quelle famiglie dove il capo famiglia è un lavoratore autonomo che hanno visto un raddoppio del rischio di povertà.
    Bisogna sottolineare, inoltre, che avere un’occupazione non aumenta di molto le possibile di possedere una forma di stabilità economica. Sono sempre di più infatti le persone che lavorano solo poche ore a settimana e svolgono occupazioni part-time usufruendo dei voucher (25mila persone nel 2005 e 1,4 milioni nel 2015).

    Ma il dato più allarmante riguarda i giovani. Come sottolineato dal cinquantesimo rapporto Censis per la prima volta i giovani sono più poveri dei propri nonni. Anche la ricerca Openpolis conferma questa tendenza.
    Rispetto al 2011, infatti, il tasso di povertà tra gli anziani è diminuito dello 0,4%, mentre è triplicato tra i giovani di età compresa tra i 18 ed i 34 anni.
    Non è un caso che l’Italia sia per il paese europeo con il più alto numero di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) nella fascia di età 18-24 anni. Ci sono dunque sempre più ragazzi in condizioni di difficoltà e sempre più famiglie composte da giovani che si trovano in stato di indigenza assoluta (8% del totale).

    Non va meglio alle donne e ai bambini. La percentuale di donne in stato di povertà, infatti, è passata dal 3,5% del 2005 al 7% del 2015 per via soprattutto delle difficoltà a conciliare lavoro e vita privata e dell’aumento delle differenze salariali tra uomo e donna (l’Italia è uno dei cinque paesi europei dove durante la crisi si è acuita la differenza salariale di genere).
    L’Italia è anche il secondo paese europeo nel quale è aumentata di più la povertà infantile: nel 2015 – racconta Openpolis – l’11,4% dei bambini con meno di 6 anni vive in una situazione di grave privazione materiale.


  • qualità della vita 2016

    Aosta e Vibo Valentia sono due province agli antipodi. Lo sono innanzitutto per la collocazione geografica: una al confine con la Francia e la Svizzera ed abbracciata dalle Alpi, l’altra immersa nel profondo Sud, con i suoi sprechi, le sue contraddizioni ed il suo fascino mediterraneo quasi primordiale. 

    Ma la distanza tra le due realtà non è tracciata tanto dai chilometri o dalle diversità paesaggistiche, quanto dalla qualità della vita. Come ogni anno Il Sole 24 Ore ha stilato la classifica sulla qualità della vita nelle province italiane. L’indagine non prende in considerazione la soddisfazione e la felicità dei cittadini, ma si qualità della vita 2016limita a valutare le opportunità offerte ai propri abitanti.
    Ciascuno di noi, per sviluppare la propria personalità e mettere a frutto i propri talenti, ha bisogno di un contesto cittadino adeguato, di territori che offrano stimoli culturali, che sappiano garantire sicurezza e servizi essenziali, oltre ovviamente ad assicurare opportunità di lavoro e di reddito.
    La classifica de Il Sole 24 Ore analizza 42 indicatori (l’anno scorso erano 36) suddivisi in sei categorie:

    • Reddito, risparmi, consumi
    • Affari, lavoro, innovazione
    • Ambiente, servizi, welfare
    • Demografia, famiglia, integrazione
    • Giustizia, sicurezza, reati
    • Cultura, tempo libero, partecipazione

    La classifica finale non è altro che la somma dei punteggi ottenuti dalle singole province nei diversi indicatori. Può accadere che un territorio abbia un rendimento scadente per quanto riguarda il Pil pro capite o il tasso di disoccupazione, ma che presenti canoni di locazione bassi ed un numero limitato di scippi e borseggi. E questo è il caso delle province del Mezzogiorno, specie della Calabria, dove però livelli di reddito bassissimi, la scarsa natalità delle imprese e tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa riducono le opportunità di ascesa sociale dei cittadini.

    Quest’anno all’ultimo posto della graduatoria de Il Sole 24 Ore si colloca proprio Vibo Valentia. La provincia calabrese toglie questo poco ambito primato ad una corregionale, ovvero Reggio Calabria.
    Vibo perde innanzitutto la sfida occupazionale, specie tra i più giovani, dove il tasso di disoccupazione supera addirittura il 60%. Giovani che non trovano lavoro e sono costretti dunque a lasciare la propria terra per emigrare in altre zone d’Italia o all’estero. Non è un caso che Vibo presenti il più alto tasso di migrazione dei propri abitanti. Non va meglio la pagella ambientale e quella culturale, che raccontano una provincia povera di opportunità ricreative e colma di abusi edilizi, abitazioni non finite ed industrie abbandonate.

    Al primo posto, invece, per la terza volta da quando venti sette anni fa è nata questa indagine, troviamo Aosta. Il primato valdostano è l’ennesima conferma dell’elevata qualità della vita delle piccole e media realtà cittadine italiane, soprattutto quelle situazione in aree montane. Gli indicatori economici parlano tutti a favore della provincia al confine con la Francia. Aosta, tra le altre cose, dimostra di essere sempre più innovativa grazie alla nascita di startup dall’elevato contenuto tecnologico.
    Voti alti anche sulla demografia, il patrimonio immobiliare e l’ordine pubblico. Tra le metropoli spicca il secondo posto di Milano, patria delle startup ed in generale vero e proprio motore dell’economia italiana.
    Terzo posto per Trento, davanti a Belluno e Sondrio. Roma invece si colloca al 13° posto, mentre Napoli sprofonda in quartultima posizione, davanti solo a Caserta e per l’appunto a Reggio Calabria e Vibo Valentia.


  • professioni agricoltura

    Il rapporto pubblicato nei giorni scorsi dall’Osservatorio della cooperazione agricola italiana ci ha svelato punti di forza e di debolezza dell’agricoltura cooperativa italiana. 

    Un settore che vale quasi 35 miliardi di euro (23% dell’intero fatturato dell’industria alimentare italiana) grazie all’apporto di comparti come quello delle carni professioni agricolturae dell’ortofrutta, ambiti che annoverano alcune delle maggiori cooperative italiani. L’aspetto più positivo dell’indagine realizzata da Nomisma riguarda il valore occupazionale generato dalle coop agricole. Dal 2013 al 2015, infatti, il numero di occupati è aumentato dello 0,4% mentre il numero medio di addetti è passato da 18,3 al 19.
    La resilienza si conferma, dunque, una caratteristica essenziale del modello cooperativo, sia nel comparto agricolo che in altri settori come quello della cooperazione sociale.

    Il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, Giorgio Mercuri, è intervenuto su Radio 1 commentando i risultati del rapporto. “Questo rapporto dimostra ancora una volta come la cooperazione agricola riesce a portare a casa quei risultati di cui il mondo agricolo ha sempre più bisogno“.
    Risultati sia economici che sociali, quelli ottenuti dalle coop, come dimostrano i dati sul numero di imprese e soprattutto quelli sull’export: “Oggi abbiamo raggiunto i 6,6 miliardi di euro ed il 20% del nostro valore della produzione – dichiara con soddisfazione Mercuri – e questo avviene soprattutto perché riusciamo a dare garanzie di origine, puntiamo molto sui marchi di qualità europea“.

    Non mancano, però, i problemi. Le criticità riguardano soprattutto le differenze territoriali tra Nord e Sud. Il 77% del fatturato della cooperazione agricola italiana, infatti, viene realizzato in Trentino, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Mercuri identifica nella dimensione aziendale la ragione principale del diverso rendimento delle coop agricole meridionali rispetto a quelle del Nord .
    Al Sud, infatti, operano per lo più piccole cooperative che, specie in un momento di crisi, non riescono ad essere competitivi sui mercati internazionali. “Al Sud – conclude Mercuri – abbiamo oltre il 60% delle cooperative associate, sono piccolissime cooperative che probabilmente non riescono a dare quel valore aggiunto che il mondo agricolo si aspetta. C’è la necessità di fare un grosso lavoro di aggregazione e questo permetterà anche di aumentare il numero di associati agricoli alle nostre centrali cooperative“.


  • credito-d'imposta-mezzogiorno

    “Meglio tardi che mai” potremmo dire. La finanza etica entra finalmente nella Legge di Stabilità italiana attraverso un emendamento approvato nei giorni scorsi. 

    Le banche che investiranno in progetti etici riceveranno delle detassazioni sugli utili reinvestiti, a patto che questi ultimi vengano dirottati in progetti di rilevanza sociale. Si tratta di un importante passo in avanti per il mondo del non profit e delle imprese sociali che troppo spesso trova difficoltà nell’accesso al credito.
    credito-d'imposta-mezzogiornoSovente gli istituti bancari optano per investimenti di tipo speculativo piuttosto che scegliere finanziamenti ad alto impatto sociale. La finanza capitalista ha mostrato però tutti i suoi limiti e la crisi di alcuni grandi gruppi bancari italiani lo dimostra.
    Occorre riformare l’intero sistema ed inserire elementi di sostenibilità per rendere le banche degli strumenti finanziari al servizio delle imprese, delle persone e dei territori e non solo dei guadagni.

    Lo schema legislativo della finanziaria prevede delle agevolazioni per quelle banche che investono nelle organizzazioni di volontariato, nelle Ong e nelle cooperative sociali, ovvero quegli enti che offrono nuove opportunità di welfare e danno lavoro ai soggetti svantaggiati. Un’attività, quest’ultima, lasciata quasi totalmente nelle mani delle cooperative di tipo B, ma in grado di aumentare in maniera esponenziale il livello di inclusione sociale.
    Ovviamente vigerà il principio della trasparenza nella scelte degli enti non profit che potranno beneficiare degli investimenti delle banche. Ciascuna organizzazione non profit, infatti, sarà controllata per verificare l’effettivo perseguimento di obiettivi ad impatto sociale.

    La Legge di Stabilità modificare anche la normativa sull’equity crowdfunding. Viene estesa, nello specifico, la possibilità di raccogliere capitale attraverso portali online a tutte le PMI. Nel precedente quadro legislativo l’ordinamento italiano limitava la raccolta online alle startup e alle PMI innovative.
    Secondo molti addetti ai lavori l’Italia, insieme alla Gran Bretagna, possiede la normativa più avanzata in tema di equity crowdfunding, poiché rende abbastanza agevole per gli investitori fornire alle imprese le risorse necessarie per realizzare il loro progetto. Anche la modifica del regolamento Consob  aveva agito in questa direzione riducendo i costi di raccolta ed ampliando il numero di soggetti che può finanziare le iniziative.



  • Le notizie del giorno di CoopTG: 

    • Economia – Approvata la Legge di Stabilità in serata le dimissioni ufficiali del premier Renzi.
    • breaking news coopitalia-04Cooperative – Connessioni: il meeting nazionale di Coopstartup. Giovani e vecchi cooperatori a confronto e connettere le esperienze.
    • Cooperative – Coop: un supermercato interattivo. Schermi digitali e cassa automatica nel nuovo punto vendita a Milano.
    • Fare impresa – Esteso l’equity crowdfunding a tutte le PMI passato l’emendamento della finanziaria che incentiva la raccolta online.
    Gli appuntamenti:
    • Martedì 13 dicembre, a Milano, ci sarà la presentazione del nuovo Quaderno della Fondazione Giacomo Brodolini dal titolo “I luoghi dell’innovazione aperta. Modelli di sviluppo territoriale ed inclusione sociale”.


  • Le notizie del giorno di CoopTG: 

     Gli appuntamenti:
    • Lunedì 12 dicembre, alle ore 15, presso il Centro italiano di Documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale di Bologna, si svolgerà l’evento dal titolo “Vitamica C. Cooperazione, condivisione e cultura d’impresa” organizzato dall’Alleanza delle Cooperative Emilia Romagna.

  • dati agricoltura 2015

    Il 77% del fatturato (26,7 miliardi di euro) delle cooperative agricole viene espresso da Trentino, Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, il tutto nonostante le imprese operative in queste regioni rappresentino solo il 31% del totale. Lo rivela il Rapporto 2016 dell’Osservatorio della cooperazione agricola che ogni anno descrive le tendenze del mercato cooperativo agroalimentare. 

    In Italia, dunque, persistono delle forti differenze territoriali tra Nord ed Sud, anche in termini di rendimento delle cooperative agricole. Le imprese più grandi si trovano infatti nell’Italia settentrionale e sono attive nel settore della carne, del vino, dell’ortofrutta e del latte. Nel Mezzogiorno continuano ad operare dati agricoltura 2015invece aziende di piccola dimensione, costrette in molti casi ad aggregarsi a causa della crisi e della conseguente difficoltà ad essere competitivi sui mercati esteri.
    Dall’analisi effettuata da Nomisma emerge, però, un quadro tutto sommato positivo per la cooperazione agricola italiana, un contesto economico che può contare su 4.722 imprese attive associate, con 90.542 addetti e 771mila adesioni (dati 2015).
    Nel 2015 è aumentato il fatturato medio delle coop agroalimentari italiane (+2,7%), passato da 7,2 a 7,4 milioni di euro. Un rendimento che, secondo le ultime stime, porterà l’export ad arrivare ad un valore di 6,6 mld di euro nel 2016 (+1,5% sul 2015), grazie soprattutto alle vendite nei paesi extra Ue. Il settore che mostra una maggiore propensione all’estero è quello del vino, davanti all’ortofrutticolo.

    Le cooperative confermano inoltre la loro elevata resilienza. Nonostante la grave crisi che ha colpito settori come il lattiero-caseario e l’olivicolo, le coop sono comunque riuscite a mantenere inalterati i livelli occupazionali. Nel periodo di tempo compreso tra il 2013 ed il 2015 il numero medio di addetti è addirittura aumentato, passando da 18,3 al 19.
    Il mondo della cooperazione trova da sempre al proprio interno le forze per ripartire e non è un caso che, sempre secondo Nomisma, sia alto il tasso di mutualità, che al Sud arriva addirittura al 92%. Per mutualità in questo caso parliamo di conferimento di materie prime da parte dei soci alla cooperativa, un modello economico e sociale che è molto forte soprattutto nel comparto lattiero caseario e vitivinicolo, dove il tasso di mutualità è dell’88%.
    In questo tipo di imprese la cooperazione esprime il massimo della sua potenzialità, aggregando territori, persone e realtà economiche diverse in vista del profitto sociale.
    Se volete approfondire questi dati potete consultare il testo completo del rapporto.


  • italia-4-0

    Mutualita-al-sud è un bando di Fondazione Con il Sud che mette a disposizione fino a 300.000 euro per progetti di mutualità sociale. 

    L’iniziativa è rivolta sia ad organizzazioni non profit che ad enti pubblici e società for profit. Nello specifico l’iniziativa si rivolge a partenariati pubblico-privati composti per almeno il 60% da organizzazioni non profit e per un minimo del 10% da enti pubblici e profit.
    italia-4-0Il progetto dovrà svolgersi inoltre in un territorio di almeno 200.000 abitanti e composto da più comuni. L’avviso specifica inoltre che il territorio scelto deve avere un chiaro profilo identitario dal punto di vista sociale e culturale.
    La Fondazione Con il Sud ha deciso di indire questo bando preso atto della grave crisi che sta attraversando il settore del welfare che colpisce inevitabilmente le fasce deboli ed i territori periferici. La dilagante precarietà reddituale e relazionale portano però ad una riscoperta della mutualità, per come era intesa tra fine Ottocento ed inizio Novecento, quando cioè nascevano le prime società di mutuo soccorso.
    Oggi nelle comunità locali le imprese, le associazioni e le istituzioni decidono di collaborare per assicurare ai cittadini quei servizi essenziali che spesso lo Stato non è in grado di fornire. Assistiamo allora al proliferare delle cooperative di comunità e ad esperimenti di welfare partecipato e generativo.
    La Fondazione Con il Sud intende promuovere queste esperienze ed indice il bando Mutualità al Sud con l’obiettivo di:

    • promuovere una nuova cultura della protezione sociale, attraverso le esperienze della mutualità territoriale, intesa come forma di collaborazione fondata sulla reciprocità nell’assistenza, nella tutela, nell’aiuto;
    • individuare e sostenere un territorio nel Sud Italia, al fine di sperimentarvi un modello flessibile di mutualità territoriale, applicabile a individui, gruppi, organizzazioni. Il modello dovrà dimostrarsi sostenibile nel tempo, capace di rispondere ai bisogni di differenti target e non dovrà generare relazioni d’aiuto asimmetriche o volte al profitto;
    • verificare la sostenibilità di un nuovo modello di mutualità territoriale direttamente sui territori, garantendo ai soggetti beneficiari una quota di risorse per soddisfare le condizioni di partenza necessarie per iniziare la sperimentazione.

    Le domande di partecipazione dovranno essere presentate entro e non oltre le ore 12:00 del 28 febbraio 2017.



  • Le notizie del giorno di CoopTG: 

     Gli appuntamenti:
    • Domani alle ore 10 a Roma verrà presentato il Rapporto 2016 dell’Osservatorio della cooperazione agricola italiana. L’iniziativa è organizzata dall’Alleanza delle cooperative italiane.

  • reti-dimpresa

    Il 50° Rapporto Censis racconta un’Italia lacerata, divisa in due tra giovani sempre più poveri e sempre più digitali e gli over 50 più ricchi rispetto a qualche anno fa e più propensi a risparmiare piuttosto che ad investire. 

    Sono diversi gli aspetti interessanti della ricerca sulla situazione sociale dell’Italia nel 2016. Quello che ha colpito le cronache dei principali organi di informazione riguarda proprio la situazione dei giovani. I dati diffusi nei giorni scorsi dall’Istat sulla disoccupazione giovanile, arrivata nel mese di ottobre ai minimi dal 2012, possono trarre in inganno sulle effettive difficoltà dei millennials.
    Secondo il Censis “rispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%”. Ma l’elemento più preoccupante riguarda il confronto con gli anni precedenti. Il Censis prende come anno di riferimento il 1991 per reti-dimpresaevidenziare come nello stesso periodo di tempo la ricchezza dei millennials si è ridotta del 4,3% mentre per gli anziani è aumentata dell’84,7%.

    Accade dunque che i giovani siano più poveri dei nonni: sembra una situazione paradossale, ma è la conseguenza di un’occupazione a bassa produttività e a basso reddito.
    Le diseguaglianze non sono solo inter-generazionali ma riguardano anche le classi sociali. Il rapporto Censis conferma infatti l’allargamento della forbice tra i ceti sociali più agiati e quelli più poveri. Si riduce, ad esempio, il peso economico delle figure intermedie esecutive, come il ceto impiegatizio (-5,1%), e la componente operaia, degli artigiani e degli agricoltori (-14,2%).

    Ne viene fuori, dunque, un quadro abbastanza preoccupante, aggravato dalla scarsa fiducia nei confronti di alcuni storici riferimenti ideologici e nello specifico verso i soggetti intermedi tradizionali. Impressiona, ad esempio, la fiducia pressoché inesistente che ripongono i cittadini verso le banche (1,5%), i partiti politici (1,6%) ed i sindacati (6,6%).
    Non va molto meglio il mondo delle cooperative, dal momento che solo l’8,9% dei soggetti intervistati dichiara di avere fiducia verso le coop. Una percentuale che sale di qualche punto tra i più giovani, ma che rimane comunque su livelli estremamente bassi e che racconta perfettamente il sentiment dell’opinione pubblica soprattutto dopo lo scandalo Mafia Capitale.

    Ma ci sono dei dati che possono lasciare qualche speranza, specie per il mondo dell’impresa sociale? Riteniamo di sì. Uno di questi riguarda la propensione al dono da parte degli italiani. Negli ultimi anni, raccolta il Censis, sono aumentate in maniera esponenziale le risorse raccolte dalle associazioni e gli enti non profit.
    Tra il 2007 e il 2015 Save the Children Italia, ad esempio, è passata da 15,2 a 80,4 milioni di euro (+428,9%), con il numero di sottoscrittori aumentato da 137.328 a 408.500 (+197,5%), Emergency da 23,3 a 51,9 milioni (+123,3%), Medici senza frontiere da 35,9 a 52,3 milioni (+45,9%).
    Il dono, dunque, sta diventando un metodo di redistribuzione delle risorse che può aiutare l’economia ad avere una valenza sempre più sociale.

    Le notizie positive vengono anche dal Made in Italy, ovvero quel tipo di industria che il Censis definisce come “il bello ed il ben fatto” e che riguarda sia le produzioni fortemente brandizzate, come la moda e l’agroalimentare, che le piccole produzioni universalmente riconosciute come di alta qualità.
    Nel 2015 il saldo commerciale del Made in Italy ha raggiunto quota 98,6 miliardi di euro, mentre l’export dell’industria alimentare ha fatto registrare variazioni percentuali più che doppie rispetto all’export complessivo: +83,9% in termini nominali nell’ultimo decennio rispetto al +37,5%.
    Secondo il Censis, infine, le imprese agiscono sempre di più seguendo le logiche di filiera e dando maggiore importanza al territorio. Dinamiche, queste ultime, che aprono la strada al mondo cooperativo e a quelle forme di impresa che lavorano per raggiungere il profitto sociale.

     


  • renzi-def

    Non ci sarà alcuna riforma costituzionale. Il referendum ha fornito il suo verdetto: netta vittoria del No con il 59% dei voti. Con la sconfitta del Sì si conclude una lunga campagna referendaria e con essa finisce anche l’esperienza di governo del premier Matteo Renzi, dimessosi nella notte pochi minuti dopo le prime proiezioni. 

    Un governo, quello dell’ex sindaco di Firenze, fin dall’inizio estremamente polarizzante e culminato con una discussione sulla riforma costituzionale che ha visto toni da stadio e contenuti mediocri da entrambe le parti, uno spettacolo poco edificante per la legge fondamentale dello Stato e per la politica tutta.
    Il referendum si porta con sé l’elevata mobilitazione degli elettori, con un’affluenza alle urne del 68%. Numeri da elezioni politiche per una consultazione dai forti contorni e significati politici. L’esito di un referendum così polarizzante non poteva che portare ad un rafforzamento del vincitore e soprattutto alla decomposizione dello sconfitto.
    Le dimissioni di Renzi sono sembrate dunque un passo inevitabile che apre diversi scenari, sia nel breve che soprattutto nel medio periodo. Nei prossimi giorni ci renzi-defsarà da approvare la Legge di Stabilità, ferma al Senato con l’esecutivo che aveva promesso alcune modifiche rilevanti, una su tutte quella sulla diminuzione del numero di slot machine.

    Oggi stesso il premier dimissionario rimetterà il suo incarico nelle mani del Presidente della Repubblica che sarà chiamato a verificare se esista una maggioranza parlamentare disponibile a sostenere un nuovo governo.
    Al momento il Partito Democratico possiede la maggioranza dei parlamentari alla Camera, mentre al Senato può contare sull’apporto di Area Popolare. Mattarella potrebbe decidere dunque di affidare l’incarico alla stessa maggioranza che ha sostenuto il governo Renzi, scegliendo il presidente del Consiglio tra uno dei ministri dell’attuale esecutivo.
    In tal caso il favorito per ottenere la carica di premier sembra essere l’attuale Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Più defilati il Ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, e il ministro della Cultura Dario Franceschini.

    L’altra ipotesi in ballo è quella “istituzionale”, con l’attuale presidente del Senato, Piero Grasso, a capo del Governo. L’obiettivo di un ipotetico esecutivo Grasso sarebbe quello di approvare una nuova legge elettorale: ricordiamo che al momento il Porcellum è valido solo per la Camera, mentre al Senato si voterebbe con il cosiddetto Consultellum, ovvero un sistema proporzionale puro nato dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza che le liste bloccate del Porcellum.
    Difficile stabilire se le forze parlamentari riusciranno a modificare la legge elettorale. Al momento, infatti, due dei principali attori politici del fronte del No, ovvero il Movimento 5 Stelle e la Lega, hanno chiaramente detto di volere subito delle nuove elezioni.
    Questa sembra la terza ipotesi più plausibile, con le nuove consultazioni che potrebbero svolgersi già in primavera.

    Una sconfitta, quella del fronte del sì, che riguarda anche buona parte del mondo delle cooperative e del non profit che avevano espresso parere favorevole al processo di riforma costituzionale. L’esperienza del Governo Renzi ha portato diverse novità per l’ecosistema dell’impresa sociale, in primis sicuramente la riforma del Terzo Settore, un provvedimento che ha rotto la tradizionale dicotomia tra profit e non profit, abbracciando modelli imprenditoriali misti. C’è da capire in merito che ne sarà dell’approvazione dei decreti attuativi (l’incarico è stato affidato al sottosegretario Bobba), fondamentali per valutare il possibile impatto della riforma.
    Uno dei maggiori risultati dell’esecutivo dimissionario è poi la Legge sul Dopo di Noi, che assicura ai disabili l’autodeterminazione del proprio futuro dopo la morte dei genitori.
    Per quanto riguarda, invece, l’agroalimentare e le tante cooperative attive nel settore agricolo, una delle leggi più rilevanti è la norma di contrasto al caporalato che intende, nelle intenzioni del Governo, prevenire il fenomeno attraverso il rafforzamento delle sanzioni e l’introduzione del principio della co-responsabilità tra l’intermediario (caporale) e l’imprenditore agricolo che utilizza la manodopera fornita dal caporale.