• way-out-bcc

    Non ci sarà un unico Gruppo Bancario a capo del sistema delle BCC. La notizia era nell’aria, ma oggi abbiamo anche l’ufficialità che viene direttamente dall’ufficio stampa di Federcasse dopo l’assemblea svoltasi oggi a Roma. 

    “L’Assemblea – fa sapere Federcasse – dopo aver ascoltato la relazione del Presidente Alessandro Azzi, tesa ad informare sulle risultanze del lavoro dei “quattro Presidenti” (Alessandro Azzi, Maurizio Gardini, Augusto dell’Erba, Diego Schelfi) incaricati di verificare l’esistenza di condizioni per costruire un Gruppo way-out-bccBancario Cooperativo unico a livello nazionale, ha preso atto della non praticabilità di tale soluzione”.
    Con ogni probabilità, dunque, vedremo due capogruppo: Iccrea e la Cassa Centrale Banca. Tanto si è discusso in questi mesi sulla necessità di creare una holding unica a capo dell’intero sistema delle Banche di credito cooperativo, la cui riforma era stata votata – con non pochi risvolti polemici – la scorsa primavera.
    Nelle intenzioni dell’esecutivo c’era quella di far confluire tutte le Bcc in un’unica capogruppo con un patrimonio di almeno 1 miliardo di euro.

    Una soluzione, quest’ultima, che non è stata sposata da diversi istituti di credito del Nord-Est e del Mezzogiorno. Dovrebbero essere circa 90 le banche che hanno deciso di non seguire il progetto Iccrea e di formare una holding autonoma con un patrimonio di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro.
    Sono state soprattutto le BCC trentine a spingere per questa soluzione volendo confermare quell’autonomia che le ha sempre contraddistinte.
    Nei mesi scorsi, sia Bankitalia che il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan avevano fatto sapere di non volere entrare nel merito nella questione della creazione di una o più capogruppo, individuando nella solidità patrimoniale e nella capacità aggregativa come gli unici aspetti essenziali per l’attuazione della riforma. Ricordiamo che le Bcc avranno tempo fino al 3 maggio 2018 per costituire le holding a capo dell’intero sistema e completare così il processo di auto-riforma.

     


  • poverta-caritas

    Qual è la percezione del livello di disuguaglianza sociale esistente in Italia? Secondo un’indagine realizzata da Demopolis per Oxfam su un campione di 3.000 intervistati, i cittadini italiani credono che le diseguaglianze siano fortissime e soprattutto che siano aumentate negli ultimi cinque anni (61% degli intervistati).

    Negli ultimi giorni vi abbiamo parlato di diversi studi sulla povertà nel nostro Paese, tutti concordi nell’affermare che il numero di indigenti è in costante aumento e abbraccia classi sociali ed anagrafiche differenti, interessando da vicino anche i giovani. Si tratta dunque di un grave problema sociale che dovrà nei poverta-caritasprossimi mesi diventare una priorità del Governo.
    Demopolis ha chiesto anche agli intervistati di individuare gli ambiti in cui si manifestano maggiormente le diseguaglianze e soprattutto quali sono, a loro avviso, le cause.
    Secondo il 76% dei cittadini italiani le disparità economiche e sociali sono espresse soprattutto dai livelli di reddito e quindi anche dalle differenti retribuzioni. La concentrazione delle risorse nelle mani di pochi individui si manifesta però anche nel patrimonio (63%) e nelle opportunità di accesso al mondo del lavoro (60%). Pure la sanità e l’istruzione vengono percepiti come un fattore di  diseguaglianza, a maggior ragione in cui periodo storico in cui lo Stato non riesce a garantire i servizi essenziali, specie nelle aree periferiche e rurali.

    È interessante, inoltre, osservare quali sono, secondo gli intervistati, le cause della persistente e crescente disparità economica e sociale presente in Italia. Secondo il 65% degli interpellati il principale fattore di diseguaglianza è rappresentato dall’evasione e dall’elusione fiscale; seguono a ruota le relazioni politiche e/o clientelari (64%) e le politiche in ambito economico e fiscale.
    I cittadini credono che un intervento per ridurre le diseguaglianze sia prioritario ed urgente (80% degli intervistati) e che soprattutto debba essere riformato l’intero impianto fiscale, ritenuto dall’82% come non equo.
    La lotta contro l’evasione, una maggiore redistribuzione delle risorse ed un sistema fiscale meno oppressivo devono essere, dunque, secondo i cittadini, le priorità del Governo per avere una società più giusta.


  • natale-confcooperative

    Cosa mangeranno gli italiani al cenone di Natale? Se vi aspettate qualche novità come l’introduzione di cibi etnici, rimandate l’appuntamento all’anno prossimo, perché nel 2016 le tavole nostrane rispolvereranno la tradizione. 

    Ad accertarlo è uno studio di Confcooperative. Secondo l’indagine dell’organizzazione di rappresentanza delle cooperative quest’anno gli italiani spenderanno 4,6 miliardi per i cenoni di Natale (2,5 miliardi) e Capodanno (2,1 miliardi). La spesa media delle famiglie sarà invece di 106 euro, con aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente.
    La maggior parte degli italiani, come accennato in precedenza, continua a seguire la tradizione, sia nella scelta del cibo che in relazione ai luoghi dove trascorrere il Natale.

    Per quanto riguarda il cibo più scelto per il cenone di Natale, a primeggiare sono le vongole. Ben otto italiani su dieci, infatti, sceglieranno le vongole come natale-confcooperativeelemento principale dei piatti della Vigilia. La spesa complessiva per vongole e frutti di mare sarà di 90 milioni di euro.
    L’Italia del resto, come afferma il presidente di Federcoopesca, con 60 mila tonnellate è il primo produttore europeo di vongole veraci; un mercato che vede le cooperative in prima fila grazie alle tante coop di pescatori che si aggregano per razionalizzare l’offerta e avere una posizione contrattuale più forte di fronte alla grande distribuzione.
    Sempre secondo Confcooperative la spesa di pesce per i secondi piatti ammonterà a 450 milioni di euro; quella per carne, salumi e uova è di 520 milioni di euro.
    Ovviamente non mancheranno vini, spumanti e prosecchi che porteranno gli italiani a spendere circa 430 milioni di euro.
    Verranno scelte soprattutto le bottiglie italiane: Confcooperative prevede infatti che vengano stappate oltre 60 milioni di bottiglie di prosecco e spumante Made in Italy, in aumento del 6% rispetto all’anno scorso. Per quanto riguarda i dolci, invece, tra panettone, pandoro ed altre specialità dolciarie regionali la spesa sarà di 420 milioni di euro.


  • microcredito-emilia

    Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, nato da un accordo tra Fondazioni di origine bancaria e Governo, mette a disposizione 115 milioni di euro per le organizzazioni del Terzo settore, le scuole, le università e le amministrazioni pubbliche. 

    Il Fondo, istituito presso l’Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio), è finanziato attraverso le risorse delle fondazioni di origine bancaria come Fondazione Cariplo e Fondazione Con il Sud, che ricevono un contributo statale sotto forma di credito d’imposta corrispondente al 75% delle risorse investite.
    Negli ultimi giorni sono stati indetti i primi due bandi per il contrasto della povertà educativa. 69 milioni saranno destinati all’avviso “Prima infanzia” che si rivolge ai bambini da 0 a 6 anni; 41 milioni, invece, verranno erogati per il progetto “Adolescenza”, rivolto ai ragazzi di età compresa tra gli 11 ed i 17 anni.
    Il soggetto attuatore dei due bandi è l’impresa sociale Con i bambini, organizzazione partecipata per intero da Fondazione Con il Sud.

    Per quanto riguarda “Prima infanzia“, l’obiettivo è migliorare i servizi educativi e di cura per i bambini di età compresa tra 0 e 6 anni, soprattutto quelli microcredito-emiliache vivono in contesti territoriali disagiati. Verranno premiati quei progetti in grado di migliorare l’accessibilità dei servizi e di promuovere l’innovazione.
    Nello specifico si cercherà di potenziare l’offerta relativa ad asili nido e scuole di prima infanzia attraverso programmi che vadano incontro alle esigenze economiche e non delle famiglie disagiate. Vengono promosse, ad esempio, forme di pagamento non economiche delle rette scolastiche e maggiore flessibilità in termini di orari.
    I progetti dovranno anche sperimentare nuovi modelli di conciliazione vita/lavoro per i genitori e studiare un’offerta scolastica in grado di integrare diversi servizi (educativi, sociali, sanitari, culturali, ecc.)

    Il bando “Adolescenza” si rivolge invece ai ragazzi di età compresa tra gli 11 ed i 17 anni ed intende contrastare e prevenire l’abbandono scolastico. Per raggiungere questo obiettivo, l’avviso promuoverà quei progetti in grado di coinvolgere tutti gli attori del sistema di apprendimento, ovvero insegnanti, genitori e operatori sociali, e di rendere la scuola come un luogo di formazione della personalità attraverso attività che coinvolgano il tempo libero degli studenti.
    La scuola diventerà così non solo il centro della formazione dell’individuo, ma il vero e proprio baricentro dell’intera comunità.

    Sia il bando “Prima infanzia” che quello “Adolescenza” propongono un approccio di Welfare comunitario. Il coinvolgimento di tutti gli attori sociali è infatti fondamentale per attivare i processi di socializzazione e di inclusione sociale troppo spesso assenti tra le persone disagiate.
    Gli avvisi si rivolgono a partnership basate su “accordi paritetici” tra due o più soggetti di cui almeno uno appartenente al Terzo Settore. È prevista anche la partecipazione di amministrazioni locali, scuole ed università. Verranno formate due graduatorie: una che riguarda quei progetti che coinvolgono una sola regione e che avranno un budget compreso tra i 250mila euro ed i 1 milione; i progetti, invece, che coinvolgeranno più regioni avranno un budget compreso tra 1 e 3 milioni di euro.
    Il termine per presentare la domanda è il 16 gennaio per il bando “Prima infanzia” e l’8 febbraio per quello dell’”Adolescenza”.


  • italia-4-0

    Dopo più di 10 mesi di liquidazione coatta, il gruppo Querzoli, con sede a Forlì, rinasce grazie alla spinta dei propri lavoratori. Nella giornata di venerdì, infatti, è nata ufficialmente la cooperativa Querzoli Costruzioni. 

    Il modello scelto è quello dei workers buyout. Alcuni soci/lavoratori hanno deciso infatti di investire i propri risparmi per far ripartire l’attività dell’azienda.
    italia-4-0Per oltre cinquant’anni il gruppo Querzoli è stato uno dei punti di riferimento nel settore dei prefabbricati in cemento armato per uso civile, industriale e commerciali. La crisi che ha colpito il settore edile ha messo in ginocchio anche la storica azienda.
    Il primo passo della ripartenza è rappresentato dalla costituzione di una nuova cooperativa. Il percorso, però, sarà lungo e complesso.
    La nuova società specifica che in una prima fase non potranno essere assunti tutti gli operai che hanno lavorato per il gruppo Querzoli, ma in futuro ci sarà la possibilità di stipulare rapporti di lavoro con i suddetti soci/lavoratori.

    Per i prossimi mesi, infatti, la cooperativa Querzoli Costruzioni intende intraprendere un programma di crescita commerciale che parte dalla ripresa degli ordinativi, dalle operazioni di accesso al credito e dalla successiva fase di realizzazione del prodotto.
    I tempi saranno lunghi soprattutto a causa della fase di recessione che continua a colpire l’Italia ed in misura maggiore il settore edile.
    “Il percorso del workers buyout Querzoli Costruzioni – ha dichiarato il presidente Giorgio Lazzarini – necessiterà di un intenso dialogo con le tre centrali cooperative Agci, Legacoop e Confcooperative, costituenti l’ACI, Associazione delle Cooperative Italiane, al fine di agevolare l’approccio verso primarie cooperative e non solo, in grado di sovvenzionare il progetto, oltre a chiedere alle stesse l’intervento dei fondi mutualistici”

     

  • bufale-debunking

    In gergo viene chiamato debunk e significa letteralmente “smontare un’affermazione sulla base di presupposti scientifici“. Negli ultimi giorni questo termine è diventato quasi di uso comune in riferimento alle decine di bufale condivise in rete e alla necessità di smascherarle per avere un’informazione corretta. 

    Le elezioni americane hanno portato il dibattito sulle fake news ad un livello superiore, costringendo addirittura Facebook a cercare delle contromisure per limitare la condivisione delle notizie false. Secondo molti analisti, infatti, Donald Trump sarebbe stato avvantaggiato anche dalla diffusione di bufale su Hillary Clinton ed in generale di notizie – non vere – favorevoli al candidato repubblicano.
    Buzzfeed ha addirittura individuato più di 100 bufale pro-Trump, tutte realizzate in una piccola città della Macedonia. Solo a Veles (località macedone di 45.000 abitanti) – riporta Buzzfeed – sono stati creati più di 140 siti sulla politica americana e grazie alla condivisione su Facebook di bufale a favore di Trump, i creatori di questi siti sono riusciti a guadagnare migliaia di dollari.
    L’algoritmo di Facebook consente infatti la diffusione capillare di news senza verificare le eventuali implicazioni politiche e soprattutto senza effettuare alcuna operazione di fact-checking. Basti pensare che la notizia (falsa) della colpevolezza di Hillary Clinton in relazione al celebre scandalo delle email ha ottenuto oltre 140mila reazioni tra condivisioni, like e commenti.

    Un problema, quello della diffusione delle bufale, più che mai presente in Italia. Nei giorni scorsi il portale Liberogiornale.com ha diffuso una vecchia bufale-debunkingdichiarazione del nuovo Presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni. Secondo il sito web, Gentiloni in passato avrebbe invitato gli italiani a fare sacrifici e a smetterla di lamentarsi. Parole mai pronunciate, ma, nonostante questo, condivise da migliaia di utenti su Facebook.
    Oggi Paolo Attivissimo ha fatto chiarezza sul suo blog svelando l’identità di chi sta dietro ad alcuni siti di bufale che imperversano sul web italiano. Vengono riportati i casi di portali come per l’appunto Liberogiornale.com, ma anche News24tg.com, Ilfattoquotidaino.com e la Gazzettadellasera.com.
    Tutti i  siti citati si rivolgono ad un’unica fonte per i banner pubblicitari, ovvero Edinet, un gruppo editoriale con sede a Sofia e gestito da un italiano: Matteo Ricci Mingani. Ascoltato da Riccardo Luna per Agi, Ricci Mingani ha però smentito di essere il creatore delle fake news, sostenendo, invece, di fornire a questi siti solamente i server per gestire la mole di utenti che quotidianamente visitano questi portali.

    Al di là della questione di merito, è forse arrivato il momento di porre un limite ai guadagni facili nel mercato dei media online e di applicare una sorte di codice etico nell’utilizzo dei social network. Siamo di fronte ad un settore quasi privo di regole, dove la ricerca del click per aumentare gli introiti pubblicitari è diventata ossessiva, sancendo di fatto la fine del giornalismo come ricerca della verità.
    I primi a porre dei rimedi dovranno essere i social network stessi. Proprio ieri Facebook ha annunciato l’implementazione di alcuni strumenti per combattere le bufale.
    Gli utenti potranno segnalare una notizia, mettendone in discussione la veridicità. Una squadra di fact-checker avrà il compito di verificare il suo contenuto e stabilire se si tratti o meno di una bufala. Qualora venga accertata la sua falsità, la fake news verrà declassata nella news feed di Facebook e contrassegnata come “contestata” con annesso un link ad un articolo che spiegherà perché si tratta di una bufala.
    Lo strumento messo a punto da Facebook consentirà certamente di contrastare questo fenomeno, ma non potrà comunque impedire la diffusione di notizie false. Qui subentra lo spirito critico degli utenti…


  • non-profit

    Da qualche mese la Francia è diventata il primo paese europeo continentale a sperimentare strumenti finanziari di payment by result. Parliamo di investimenti privati in attività ad alto impatto sociale che vengono ripagati dallo Stato solo se la suddetta attività ottiene un risultato sociale apprezzabile (es. re-inserimento lavorativo di persone che hanno perso il lavoro, creazione di nuove imprese, riduzione del tasso di recidiva tra gli ex detenuti, ecc). 

    Nella categoria del payment by result rientrano anche i contratti ad impatto sociale (in francese Contrats à Impact Social) promossi dal governo francese ed in questo momento in piena fase di sperimentazione. Ma come funzionano in concreto questi strumenti e che ritorni portano allo Stato, ai privati e alla società civile?
    In genere l’iniziativa viene dal mondo del non profit (organizzazioni di volontariato, associazioni, cooperative) che decide di rispondere ad un bisogno della comunità locale proponendo un progetto innovativo. In Francia, ad esempio, Adie, un’organizzazione attiva nel campo del micro-credito, attuerà programmi di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati nelle aree rurali.

    Si tratta, ovviamente, di un’operazione molto difficile per la criticità del contesto e per le caratteristiche dei lavoratori che richiederebbe notevoli investimenti non-profitda parte dello Stato. Le istituzioni, dunque, hanno tutto l’interesse a promuovere e premiare il protagonismo dei privati e del sociale.
    In questo caso a finanziare l’iniziativa di Adie ci hanno pensato investitori privati come Bnp Paribas e AG2R che riceveranno dallo Stato l’intera cifra investita nel caso raggiungano risultati sociali significativi.
    Al momento della stipula del contratto tra i privati e lo Stato, un soggetto esterno quantifica l’impatto sociale dell’iniziativa imprenditoriale. Nel caso di Adie l’obiettivo da raggiungere è la creazione di 320 posti di lavoro stabili alla fine del programma. Qualora i promotori riuscissero a superare questa soglia il “rimborso” supererebbe la cifra investita.

    Come accennato in precedenza, si tratta di esperimenti e, in quanto tali, non è detto portino agli esiti sperati, soprattutto vista la complessità degli interventi e la pluralità dei soggetti coinvolti. Non è la prima volta, del resto, che si provano ad implementare strumenti di payment by result. In Inghilterra, nel 2010, sono stati lanciati i famosi Social Impact Bond e negli Stati Uniti l’amministrazione Obama ha promosso investimenti ad impatto sociale.
    L’Italia, invece, sembra essere parecchio indietro sulla questione, nonostante alcune regioni come il Piemonte e la Sardegna stiano portando avanti progetti di questo tipo.
    Rimane comunque positivo il fatto che molte realtà europee stiano cercando soluzioni per porre rimedio alla crisi del welfare state, puntando sull’innovazione sociale ed uscendo, tra le altre cose, dalla classica dicotomia profit/non profit. I risultati sociali possono essere misurati e devono portare a forme di remunerazione, soprattutto in un’epoca in cui le istituzioni pubbliche hanno grosse difficoltà a garantire i servizi essenziali alle comunità.


  • copenaghen green economy

    È Copenaghen la città più verde del mondo. Lo dice la quinta edizione del Global Green Economy Index, lo studio realizzato dal DualCitizenLLC sulla sostenibilità ambientale basato su un campione di 80 paesi del mondo e oltre 50 città. 

    L’indagine esamina il rendimento dei territori analizzati in base ai seguenti indicatori: leadership e cambiamento climatico; efficienza industriale; marketing e investimenti; sviluppo ambientale.
    copenaghen green economyCopenaghen conferma il primato mondiale del Nord Europa in termini di green economy. Lo fa grazie ad una rete di piste ciclabili efficiente, a costruzioni sostenibili e alla diffusione capillare di supermercati biologici. Alle spalle della capitale danese troviamo un’altra capitale del verde, ovvero Stoccolma.
    Ai piedi del podio si colloca invece Vancouver, davanti ad Oslo e Singapore.
    L’Europa e nello specifico l’Europa del Nord dominano questa graduatoria con ben sei città nella top ten.

    Per quanto riguarda, invece, le singole nazioni, svetta la Svezia che ormai da parecchi anni ha intrapreso un percorso deciso verso la sostenibilità ambientale e lo sfruttamento delle energie rinnovabili. Un obiettivo che viene perseguito innanzitutto attraverso la riduzione delle emissioni di materiale inquinante (-23% dal 1990).
    Parliamo dello stesso paese che sta discutendo in questi giorni una proposta di legge per certi aspetti rivoluzionaria. Il governo guidato dai socialdemocratici e dai verdi ha proposto di abbassare dal 25% al 12% l’Iva per chi decidere di far riparare i piccoli beni e di riutilizzarli per altri scopi riducendo così il numero di rifiuti.
    L’idea è anche quella di far crescere l’industria delle riparazioni, un settore scarsamente professionalizzato e che può accogliere i tanti migranti in cerca di lavoro.
    In parallelo è stata pensata anche una “chemical tax” per i costi di smaltimento dei prodotti abbandonati.
    Capiamo benissimo, dunque, come e perché la Svezia e la Scandinavia siano sempre ai primi posti nelle classifiche su ambiente e sostenibilità.
    Nella classifica del Global Green Economy Index al secondo posto troviamo la Norvegia, davanti a Finlandia, Svizzera e Germania. L’Italia, invece, si deve accontentare del sedicesimo posto.


  • next-energy

    L’industrial design è sempre più diffuso non solo nelle grandi aziende ma anche nelle startup. Una ricerca effettuata dalla NEA (New Enterprise Associate), realizzata su un campione di 400 imprese provenienti da tutto il mondo, appartenenti a settori differenti e situate in fasi diverse di crescita aziendale, mette in luce quante startup mettono il design al centro della loro attività e soprattutto che tipo di risultati economici porta questa scelta strategica. 

    Dall’indagine è emerso che l’87% delle startup intervistate crede che il design sia importante per l’attività aziendale e addirittura l’85% dei CEO o fondatori delle next-energystartup sono coinvolti nel processo decisionale inerente l’attività di design.
    L’aspetto più rilevante della ricerca riguarda però la valutazione dell’impatto economico del disegno industriale. La maggior parte degli intervistati sostiene che puntare sul design significhi aumentare le vendite per via di un migliore e maggiore ascolto delle esigenze dei clienti.
    Un’azienda di questo tipo è alla costante ricerca di soluzioni innovative e vicine ai gusti dei consumatori, non interrompendo mai il processo creativo.
    La customer experience è ormai al centro di qualsiasi decisione strategica, di conseguenza anche la parte dedicata all’estetica non può che assumere un ruolo sempre più rilevante.

    Questo porterà inevitabilmente ad un aumento del numero di designers assunti. La maggior parte delle startup ascoltate, infatti, dichiara di voler aumentare la propria squadra di disegno industriale almeno del 50%.
    Ma quali sono le figure professionali maggiormente richieste? Come è facile immaginare a spuntarla è il product designer, seguito da altre categorie professionali come il visual designer ed il marketing/brand designer. Per quanto riguarda invece l’attività più richiesta, al primo posto c’è ovviamente lo sviluppo del brand, dove la parte creativa ed estetica è dirimente. Bene anche il product marketing e le operazioni di comunicazione.
    Prepariamoci dunque ad assistere ad una vera e propria rivoluzione estetica.


  • Lusetti coopstartup

    Il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti, ha commentato l’esito del referendum e l’attuale situazione politica italiana. La vittoria del No nella consultazione sulla riforma costituzionale ha portato alle dimissioni del presidente del consiglio Matteo Renzi e alla nomina di un nuovo esecutivo guidata dall’ex ministro degli esteri Paolo Gentiloni, ma ancora è forte il dibattito sul referendum.

    “C’è un aspetto nel risultato referendario – ha dichiarato Lusetti – che mi ha colpito e che giudico comunque molto positivo. Dai commenti dopo il voto è emerso che sia chi ha votato sì, sia chi ha votato no, ha espresso comunque una volontà di cambiamento e di partecipazione. Da qui dobbiamo ripartire“.
    Un boom di partecipazione che ha portato l’affluenza alle urne a sfiorare il 70%, facendo registrare numeri da elezioni politiche. Nel Paese, dunque, c’è voglia Lusetti coopstartupdi partecipare e di esprimere la propria opinione, specie sulle questioni più scottanti.
    È innegabile, però, anche la volontà dell’elettorato di fornire un segnale di dissenso nei confronti di Renzi e del suo esecutivo a causa di una ripresa che stenta a decollare e di alcuni provvedimenti, su tutti il Jobs Act e la Buona Scuola, che non sono andati in giù ad alcune categorie di cittadini.
    Sono soprattutto i giovani ed i professori ad avere espresso il loro parere negativo nei confronti della riforma costituzionale ed in maniera indiretta nei confronti del governo in carica.

    Allo stesso Lusetti sono state attribuire parole critiche verso il vecchio esecutivo, dichiarazioni che il presidente di Legacoop intende chiarire: “Mi sono stati attribuiti commenti forzando le parole e snaturandone il senso, estrapolandole dal contesto in cui erano state pronunciate“.
    Il vertice dell’organizzazione di rappresentanza delle cooperative ha commentato in maniera positiva alcuni provvedimenti del Governo Renzi, su tutti la riforma del Terzo settore e la legge di contrasto al caporalato.
    Lusetti ci tiene a precisare inoltre che Legacoop non ha “Governi amici o nemici, ma interlocutori con i quali vogliamo confrontarci seriamente” e chiude parlando delle priorità che dovrebbe avere il prossimo esecutivo al di là della riforma elettorale: “La legge elettorale deve nascere presto e con un ampio coinvolgimento delle forze politiche, ma nel frattempo il Governo deve mettere al centro del proprio operare il lavoro e il sostegno a chi decide di non limitarsi a chiederlo e ad aspettarlo, ma scommette su di sé per crearlo. L’Alleanza delle Cooperative chiede di dare fiato all’Italia che vuole farcela. Adesso, non tra sei mesi”. 


  • welfare-cooperative

    Sono Ben and Care e Smart Donor i due vincitori di Welfare, che impresa! il concorso di idee lanciato da Fondazione Italiana Accenture, UBI Banca e Fondazione Bracco, con il contributo scientifico di Aiccon e Politecnico di Milano – Tiresia. 

    Il bando è rivolto alle startup sociali composte principalmente da giovani under 35 ed in grado di promuovere progetti di welfare di comunità. La giuria ha scelto due progetti, uno per la categoria Nord e Centro e uno per la categoria Sud. Ciascuna startup riceverà un premio in denaro di 20.000 mila euro, messo a disposizione da Fondazione Italiana Accenture per la categoria Nord e Centro e dalla Fondazione Bracco per quella Sud.
    Tra i premi è previsto anche un finanziamento a tasso zero fino a 50.000 mila euro e senza garanzie, oltre all’apertura di un conto non profit online gratuito. Le due startup potranno inoltre seguire un percorso di incubazione della durata di 4 mesi curato da PoliHub e Campus Goel.

    Nella giornata di ieri sono stati proclamati i due vincitori. Per la categoria Nord e Centro è stato premiato Bed and Care – Servizi di assistenza alla persona e welfare-cooperativenoleggio per il turismo accessibile. Il progetto si rivolge agli operatori turistici professionali consentendo loro di rispondere in maniera efficiente alla richieste dei turisti con disabilità.
    Attraverso una piattaforma online Bed and Care mette insieme le organizzazioni del terzo settore che offrono servizi per disabili e gli operatori turistici, con l’obiettivo di rendere l’offerta turistica accessibile anche ai disabili. Questi ultimi potranno beneficiare infatti di strumenti come sedie da mare e da doccia, di letti ospedalieri e di infermieri anche durante la loro vacanza.
    Parliamo, dunque, di un progetto che vuole rendere l’accessibilità un vero e proprio valore in grado di orientare le scelte di consumo.

    Per quanto riguarda, invece, la categoria Sud il vincitore è Smart Donor. Si tratta di un progetto sviluppato dalla startup innovativa siciliana Moodika.
    Smart Donor è una piattaforma che intende sostenere, migliorare e diffondere la cultura della donazione del sangue in Italia. Lo fa attraverso un’App, disponibile sia per i dispositivi Android che iOS, che permette al donatore di conoscere il fabbisogno reale di sangue nella propria città e di scegliere dove e quando donare. È possibile così effettuare una vera e propria programmazione delle donazioni ed avere contezza delle esigenze più impellenti presenti sul proprio territorio.
    Smart Donor vuole, però, anche promuovere la cultura della donazione. Per questo motivo le organizzazioni e le associazioni di donatori di sangue potranno utilizzare l’App per promuovere la propria attività, coinvolgere nuovi donatori attraverso i social e monitorare online le proprie statistiche, oltre a programmare in maniera più efficiente l’attività futura.


  • poverta-caritas

    Il Rapporto Bes è un’indagine dell’Istat che analizza il benessere equo e sostenibile dell’Italia attraverso fattori come la speranza di vita, il livello di occupazione, la tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, l’esistenza di diseguaglianze ed il livello di istruzione dei cittadini italiani. 

    Si tratta di una ricerca di assoluta rilevanza perché abbraccia diversi fattori di sviluppo. Nello specifico ci sono 130 indicatori suddivisi in dodici domini: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi.
    Secondo il Bes 2016, rispetto al 2013, migliora la situazione dell’Italia in materia di soddisfazione per la vita, occupazione, istruzione, salute e ambiente. Più difficile, come prevedibile, la situazione del Mezzogiorno, soprattutto in relazione alla qualità del lavoro, le condizioni economiche e la soddisfazione per la vita.

    Se analizziamo i singoli domini, impossibile non soffermarci su quelli inerenti il mondo del lavoro. L’indagine racconta un’Italia in ripresa, ma ancora sotto la media europea in termini di crescita economica ed occupazionale. Il tasso di occupazione, ad esempio, è aumentato dello 0,6% contro il +0,8% della media poverta-caritaseuropea. Per effetto della de-contribuzione sulle nuove assunzioni stabili è aumentato di oltre 4 punti percentuali anche il tasso di conversione dei rapporti di lavoro a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.
    Migliorano anche alcuni indicatori sul benessere economico come il reddito disponibile pro-capite (+1% rispetto al 2014), il potere d’acquisto (+0,9%) e la spesa pro-capite per consumi (+1,6%).

    Il quadro appare, dunque, tutto sommato in miglioramento. La crescita parziale degli occupati e del reddito non mitiga però le disuguaglianze sociali. Il Rapporto Bes 2016 evidenzia al contrario che il livello di disuguaglianza in Italia non accenna a diminuire e si mantiene su livelli superiori alla media europea: il rapporto tra il reddito percepito dal 20% della popolazione con i redditi più alti e il 20% con i redditi più bassi è pari nel 2015 a 5,8 contro una media europea di 5,2. Aumentano anche le persone a rischio povertà che rappresentano nel 2015 quasi il 20% della popolazione italiana, mentre i cittadini in stato di indigenza sono pari a 4 milioni e 598mila unità.

    Sono altrettanto preoccupanti i dati su ricerca e innovazione. La spesa per ricerca e sviluppo rappresenta l’1,38% del nostro Pil (in crescita rispetto all’1,31% del 2013), attestandosi sotto la media europea l’intensità degli investimenti non solo per quanto riguarda ricerca e sviluppo, anche per l’intensità brevettuale, la quota di occupazione nei settori high-tech e quella di occupazione di figure professionali altamente qualificate. Per rendere meglio l’idea, in Italia nel 2014 sono state presentate 69,5 domande di brevetto per milioni di abitante contro le 111,6 della media europea.
    I dati appena riportati sono l’ennesima dimostrazione di quanto sia urgente aumentare gli investimenti nei settori della conoscenza, sfruttando le intelligenze a nostra disposizione ed evitando la fuga di cervelli che da troppo tempo contraddistingue l’Italia ed in misura più imponente il Mezzogiorno.