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  • Nel mese di luglio torna a crescere la fiducia dei consumatori dopo tre cali mensili consecutivi. A riportarlo è l’Istat che ha effettuato la propria rilevazione nei primi dodici giorni di luglio, ovvero dopo il referendum che ha decretato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e prima però dell’ondata terroristica che ha colpito Francia e Germania e che contribuirà certamente a far diminuire la fiducia dei cittadini italiani. 

    Le rilevazioni dell’Istituto di statistica hanno sorpreso molti addetti ai lavori che prevedano un altro calo dell’indice di fiducia proprio per effetto della Brexit. In dati consumi italiarealtà c’è stata una crescita dai 110,2 punti di giugno ai 111,3 di luglio. Se analizziamo nel dettaglio questi dati circoscrivendoli al livello di fiducia delle famiglie, notiamo come ci sia un miglioramento che riguarda soprattutto la situazione personale dei nuclei familiari, che vedono maggiori opportunità di risparmio sia presenti che future; al contrario persiste il pessimismo sulla situazione economica del Paese. La componente economica, infatti, fa registrare una flessione (da 131,7 a 130,1), così come, per il terzo mese consecutivo, peggiorano i giudizi sulla situazione economica dell’Italia.

    Migliora anche il clima di fiducia tra le imprese che sale a 103,3 da 101,2. Le variazioni positive riguardano tutti i settori, con un aumento più rilevente nelle costruzioni (a 126,2 da 121,6) e nei servizi di mercato (a 108,6 da 105,1) e più lieve nella manifattura (a 103,1 da 102,9) e nel commercio al dettaglio (a 101,3 da 99,3).
    Per quanto riguarda il settore manifatturiero migliorano le attese di produzione, mentre rimangono stabili i giudizi sugli ordini e quelli sulle scorte di magazzino. Sale soprattutto il clima di fiducia nei beni di consumo (da 101,1 a 102,2).
    Le notizie positive vengono soprattutto dal comparto dei servizi di mercato, dove migliorano tutte le componenti. Crescono, infatti, sia i giudizi sugli ordini, che le attese sugli ordini e quelle sull’economia.


  • governo pubblica amministrazione

    Il Governo sta lavorando al nuovo testo unico sul pubblico impiego che, come lasciato intendere dal ministro Madia e dal premier Renzi, potrebbe portare diverse novità nel mondo della pubblica amministrazione. 

    Oggi il Corriere della Sera ha svelato alcune indiscrezioni sul contenuto della bozza scritta fin qui. Uno degli aspetti che fanno maggiormente scalpore riguarda la governo pubblica amministrazionenozione di posto fisso, uno dei capisaldi dell’impiego pubblico che potrebbe essere messo seriamente in discussione.
    Secondo il nuovo testo unico, infatti, ogni amministrazione sarà obbligata a comunicare al Ministero le “eccedenze di personale” rispetto alle “esigenze funzionali o alla situazione finanziaria”. Gli “esuberi” potranno essere spostati in un altro ufficio nel raggio di 50 km in stato di mobilità obbligatoria.
    Qualora non fosse possibile spostare i dipendenti, questi ultimi saranno messi in “disponibilità”, ovvero smetteranno di lavorare percependo l’80% dello stipendio.
    Se entro due anni, però, non troveranno un altro impiego, anche attraverso il de-mansionamento, il loro rapporto di lavoro verrà considerato risolto.
    Le amministrazioni saranno inoltre obbligate a comunicare le “eccedenze”; in caso contrario il dirigente incorrerà in un procedimento disciplinare e l’amministrazione dovrà subire il blocco delle assunzioni.

    Il Corriere della Sera riporta anche un’altra novità abbastanza prevedibile, ovvero lo stop definitivo agli scatti di anzianità. Assumerà, dunque, maggior valore il meccanismo di valutazione dei dirigenti, chiamati già adesso a “dare i voti” ai propri dipendenti. Ai migliori (non più del 20% del personale della amministrazione) sarà assegnato un aumento in busta paga, la cui entità dipenderà dalle risorse a disposizione della PA.
    La stretta del Governo riguarda anche altri aspetti: ci sarà, ad esempio, la visita fiscale obbligatoria al venerdì e nei giorni prefestivi, verrà eliminata l’indennità di trasferta e ci saranno dei buoni pasto uguali per tutti.



  • Qual è la regione nella quale si vive meglio, quella che ti offre il mix perfetto tra un livello di tassazione adeguato ed un pool di servizi pubblici efficienti?

    Secondo l’edizione 2016 del Taxpayer Italia la regione migliore è l’Umbria, davanti alle Marche e al Friuli Venezia Giulia. La classifica è costruita in base a 25 classe-banchiindicatori che analizzano l’efficienza delle infrastrutture, del sistema sanitario e scolastico, ma anche il grado di rispetto dell’ambiente ed il livello di benessere economico.
    Troviamo ad esempio la Calabria che ha la pressione fiscale più bassa d’Italia ma si trova al penultimo posto, davanti solo alla Sicilia, per qualità dei servizi offerti. Tutte le regioni del Sud, in generale, presentano delle imposte basse ed un livello delle prestazioni sociali scadente.
    Dall’altra parte ci sono le regioni del Nord e del Centro-Nord come la Lombardia, l’Emilia Romagna ed il Veneto che offrono servizi di alta qualità che gravano, però, sulle spalle e sulle tasche dei contribuenti. Il Veneto, ad esempio, è la regione migliore per i servizi offerti, specie nel campo dell’istruzione e delle infrastrutture, ma paga dazio in termini di tassazione.
    Le regioni migliori da questo punto di vista sono le piccole realtà del Centro, come appunto l’Umbria e le Marche che da sempre garantiscono un’elevata qualità della vita, grazie ad un benessere economico diffuso, a fronte di costi più che sostenibili.


  • sprechi alimentari

    Nel mesi di maggio 2016 le vendite al dettaglio mostrano un forte calo rispetto all’anno precedente. 

    I dati dell’Istat ci dicono, infatti, che su base annua le vendite diminuiscono complessivamente sia in valore (-1,3%), sia in volume (-1,8%). La variazione negativa più sostenuta riguarda i prodotti alimentari: -1,8% in valore e -2,0% in volume.
    sprechi alimentariNon vanno meglio i prodotti non alimentari. Ad accezione dei prodotti farmaceutici (+2%), infatti, tutti gli altri presentano un rendimento negativo. Le categorie di prodotto che evidenziano le perdite maggiori sono Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-3,2%), Giochi, giocattoli, sport e campeggio (-2,8%) e Abbigliamento e Pellicceria (-2,4%).
    Il valore delle vendite al dettaglio diminuisce su base annua sia per la grande distribuzione (-1,7%) che per le aziende che operano su piccole superfici (-1%). Queste ultime subiscono soprattutto un crollo delle vendite di prodotti alimentari con una variazione negativa di 3,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
    Al contrario, tra gli operatori della grande distribuzione, a mostrare un rendimento peggiore sono quelli a prevalenza non alimentare (-3,4%).
    Per quanto riguarda, infine, le dimensioni delle imprese, pagano dazio soprattutto quelle di piccole dimensioni. Le aziende fino a 5 addetti, infatti, diminuiscono il valore delle vendite di 2,6 punti percentuali. Va meglio, invece, per le imprese da 6 a 49 addetti che perdono lo 0,2%, mentre nel confronto tra i primi cinque mesi del 2015 e i primi cinque del 2016, questo tipo di esercizi percentuali guadagnano ben 2,6 punti percentuali.



  • Il Parmigiano Reggiano è senza dubbio uno dei prodotti italiani più copiati nel mondo. Dal “Parmesan” al “Reggianto”, passando per il “Parmezza” ed il “Parmessano” si sprecano i tentativi di imitazioni che arrecano gravi danni al Consorzio del Parmigiano Reggiano Dop, sia in termini di immagine che di esportazioni. 

    In questi giorni il Consorzio ha reso noti i dati sull’attività di contrasto all’Italian Sounding che ha toccato soprattutto i paesi extraeuropei. La nazione con contraffazione parmigianopiù richiami falsi alla denominazione del Parmigiano sono gli Stati Uniti. Il Consorzio ha effettuato cinque operazioni contro imprese americane che hanno cercato di depositare marchi di salse, piatti pronti e formaggio grattugiato con denominazioni che richiamano il Parmigiano.
    Al secondo posto troviamo il Vietnam con tre tentativi di frode alimentare bloccati dal Consorzio; seguono Giappone e Argentina con due azioni e Bolivia, Cina, Colombia e Ucraina con un’operazione bloccata.
    “Gli interventi che abbiamo messo in atto – ha dichiarato il presidente del Consorzio, Alessandro Bezzi – rientrano in quell’attività di contrasto ai falsi che ci vede impegnati da molti anni e che negli ultimi 24 mesi abbiamo rafforzato ulteriormente soprattutto nell’ambito dei paesi extraeuropei. Proprio qui, infatti, non solo si riscontra il maggior numero di quelle che rappresentano autentiche frodi per i consumatori e un danno per i nostri produttori, ma non esistono norme – al contrario di quanto abbiamo ottenuto dalla UE – che impongano alle autorità dei singoli Paesi un intervento drastico e d’ufficio a tutela delle Dop”.

    Il contrasto all’Italian Sounding dovrà essere un tema dirimente dell’azione del Mipaaf nei prossimi mesi. Sono tantissimi i prodotti italiani contraffatti: il settore più colpito è il lattiero-caseario, ma stanno aumentando a dismisura anche le contraffazioni di olio e salumi.
    Il Governo ha varato un accordo con le piattaforme di e-commerce Alibaba ed Ebay per bloccare le vendite di prodotti contraffatti soprattutto nel mercato asiatico.
    Bisognerà, però, lavorare più intensamente con i singoli Paesi, affinché questi ultimi adottino provvedimenti più severi contro chi colpisce le denominazioni protette. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono il principale mercato per i prodotti del Made in Italy agroalimentare: riuscire a limitare le contraffazioni e l’Italian Sounding in un mercato così vasto ed attraente per l’agroalimentare italiano rappresenterebbe un passo in avanti enorme per l’export italiano.
    Coldiretti ha stimato che l’Italian Sounding costa all’Italia ben 300.000 posti di lavoro. Capiamo benissimo, allora, quanto sia importante adottare misure incisive a tutela del Made in Italy e dei produttori nostrani.


  • part time lavoro

    Nei primi cinque mesi del 2016, stando ai dati Inps, c’è stato una forte diminuzione dei contratti a tempo indeterminato rispetto allo stesso periodo degli anni 2015 e 2014. 

    Nello specifico – spiega l’Inps – nel periodo gennaio-maggio 2016 sono stati stipulati 712.007 rapporti di lavoro stabili contro 629.936 cessazioni. Il saldo, dunque, è positivo di 82.071 unità. Tuttavia il confronto con il 2015  ed il 2014 è impietoso.
    part time lavoroNell’anno appena trascorso, infatti, il saldo è stato positivo di ben 379.282 e nel 2014 il bilancio tra nuovi contratti a tempo indeterminato e cessazioni è stato di +122.188.
    La spiegazione è presto detta. L’ultima Legge di Stabilità ha ridotto in maniera sensibile gli sgravi contributivi per le nuove assunzioni stabili, portandoli da 8.125 euro l’anno a 3.250.
    In generale sono diminuite le assunzioni nel settore pubblico, che ammontano a 2.076.000, con una variazione negativa di 263.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (- 11,2%).
    La riduzione ha colpito soprattutto i contratti a tempo indeterminato, calati di 280.000 unità nel confronto con i primi cinque mesi dell’anno scorso.
    Aumentano, invece, sia i contratti a tempo determinato che soprattutto i voucher. La forme contrattuali a termine stipulate nel periodo gennaio-maggio 2016 sono state 1.441.000, con una variazione positiva del +0,6% sul 2015 e del +1,2% sul 2014.
    C’è stato, invece, un vero e proprio boom dei voucher dal momento che nei primi cinque mesi del 2015 sono stati venduti ben 56,7 milioni di voucher dal valore di 10 euro per il pagamento di prestazioni di lavoro occasionali. Rispetto all’anno passato c’è stata una crescita del 43%.


  • latte soresina

    Nel corso della riunione del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione Europea la Commissione ha presentato il piano contro la crisi del settore lattiero-caseario e ortofrutticolo. 

    In tutto vengono stanziati 500 milioni di euro, di cui 150 verranno destinati per la costituzione di un Fondo per la programmazione produttiva volontaria. latte soresinaL’obiettivo dell’intervento, che diventerà operativo da metà settembre, è ridurre volontariamente la produzione di 1,4 milioni di tonnellate a livello continentale e di conseguenza far aumentare i prezzi di conferimento.
    La Commissione ha investito ulteriori 350 milioni per azioni più flessibili a livello nazionale. L’Italia riceverà 21 milioni di euro che potranno essere destinati per fornire prestiti agevolati agli allevatori, incentivare l’internazionalizzazione e l’aggregazione delle piccole imprese e valorizzare la qualità dei prodotti.
    “Le proposte del commissario Hogan – ha dichiarato il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina – vanno nella direzione da noi indicata per dare risposte concrete agli allevatori e agli agricoltori. Finalmente non solo misure spot, ma anche potenzialmente interventi strutturali per affrontare la crisi del settore lattiero. C’è il sostegno alla programmazione produttiva del latte che varrà per tutta Europa con tempi e risorse certe, sul quale avremmo voluto ancora più coraggio da parte della Commissione. Il budget da 350 milioni su misure flessibili, anche di medio periodo, in qualche modo disegna un primo punto di partenza per la costruzione di una Ocm Latte ed è importante che sia indirizzato per la salvaguardia soprattutto dei piccoli produttori. Per l’Italia significa uno stanziamento da circa 21 milioni di euro, che utilizzeremo anche per un supporto alla crisi del latte ovino». 

    Anche l’Alleanza delle Cooperative agroalimentari ha accolto positivamente la presentazione del piano contro la crisi del lattiero caseario, con particolarmente riferimento alle misure sulla riduzione volontaria della produzione: “Il pacchetto di aiuti messo a disposizione dall’Europa – ha commentato Giampiero Calzoari, coordinatore del settore lattiero caseario dell’Alleanza delle Cooperative italiane – per sostenere l’agroalimentare ed in particolare il settore lattiero-caseario, con misure volte ad incentivare la riduzione della produzione, è una novità importante. Auspichiamo che i produttori europei scelgano con convinzione la strada del contenimento volontario della produzione di latte”.
    Da tempo l’Italia richiedeva un intervento dell’Unione Europea sul tema. Proprio il nostro Paese è stato tra quelli che ha subito maggiori contraccolpi dalla fine delle quote latte per effetto di una corsa al ribasso dei prezzi che ha penalizzato gioco-forza i produttori che puntano sulla qualità.
    Tra le proposte del ministro Martina c’è anche quella di distribuire gli eccessi produttivi agli indigenti e di sperimentare nuovi strumenti di gestione del rischio che siano più vicini alle esigenze delle aziende.



  • I temi di questa edizione del Notiziario della Cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Martedì 19 luglio, alle ore 10:00, a Piazza del Pantheon a Roma, si terrà un presidio di Fai, Flai e Uila.

  • strage nizza

    Due chilometri di corsa folle contro la vita. La festa che si trasforma in disperazione, la musica che diventa silenzio inerme. 

    Ricorderemo a lungo questo 14 Luglio. La nostra memoria non lo assocerà alla presa della Bastiglia e alla festa nazionale francese, ma alla strage di Nizza.
    Più di 80 persone sono morte lungo la Promenade des Anglais, il lungomare di Nizza, travolte da un camion bianco che per oltre due chilometri ha letteralmente zig-zigato sulla folla per provare ad uccidere più persone possibili.
    Migliaia di cittadini francesi e di turisti si trovavano in riva al mare per festeggiare il 14 luglio ed assistere ai fuochi d’artificio. Proprio il rumore dei botti e la musica festosa hanno reso ancora più confusa la scena, impedendo di fatto a molte delle vittime di comprendere quanto stava accadendo.

    Le prime ricostruzioni parlano di un solo attentatore, un trentunenne di origini tunisine residente a Nizza, che riesce superare i cordoni di sicurezza e a strage nizzatravolgere la folla festante, tra cui anche diversi bambini. Il racconto dei testimoni è scioccante. Decine i corpi rimasti a terra e migliaia le persone che hanno provato a rifugiarsi negli hotel e nei ristoranti locali.
    Il camion riesce a percorrere circa due chilometri ad 80 km/h mettendo giù i passanti e sparando contro la polizia. Una dinamica insolita per gli attentati messi in scena in Europa, ma di certo non sconosciuta in Medioriente.
    Il suo viaggio sarà interrotto dalle forze dell’ordine che dopo numerosi tentativi riescono ad uccidere l’uomo al volante. All’interno del mezzo vengono ritrovati fucili e granate.
    Al momento non è stata diffusa l’identità dell’attentatore e pare non avesse alcun complice. Non ci sono, inoltre, certezze sulle responsabilità e la matrice dell’attentato.
    Lo Stato Islamico nei giorni scorsi aveva lanciato diverse minacce nei confronti della Francia. C’era massima allerta soprattutto durante lo svolgimento degli Europei di Calcio e del Tour de France.

    Ad essere colpito, invece, è stato uno dei centri turistici più visitati della Francia, nel giorno della celebrazione della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza.
    Una giornata e dei valori cardine non solo per la nazione francese, ma per tutta l’Europa. Dopo l’attacco a Charlie Hebdo e quello di Parigi, si tratta del terzo attacco terroristico subito dalla Francia in meno di due anni e si va ad aggiungere alle recenti stragi di Bruxelles ed Istanbul.
    Il livello di paura e di insicurezza probabilmente non è mai stato così alto nel Vecchio Continente. Atti di questo tipo scuotono le nostre coscienze, perché avvengono in luoghi a noi vicini, in città visitate da turisti o nelle quali abbiamo vissuto per ragioni di lavoro o di studio.
    Iraq, Israele, Siria, Nigeria, per fare degli esempi, stanno combattendo la lotta al terrorismo fondamentalista da diversi anni, subendo attentati di questa portata con una frequenza disarmante. Adesso anche l’Europa è diventata il centro della violenza e delle rivendicazioni dei gruppi terroristici.
    Non sarà un allarme di breve durata e non sarà di certo l’intolleranza la soluzione. Queste sono le poche certezze che ci sentiamo di avere, in un momento storico in cui anche le azioni quotidiane assumono i connotati dell’incertezza e della fragilità.



  • I temi di questa edizione del Notiziario della Cooperazione: 

    Gli appuntamenti:

    • Si terrà a Venezia, il 15 e 16 luglio, la Biennale Innovazione, un evento promosso da Intesa Sanpaolo in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia.


  • Sono 4 milioni e 598 mila i poveri in Italia nel 2015. Si tratta del numero più alto fatto registrare dal nostro Paese dal 2005. 

    Da tempo si parla di un intervento sulla povertà e l’inclusione sociale per arginare un problema che si è aggravato durante la crisi. Il ministro Poletti ha alleanza contro la povertàannunciato recentemente un piano per contrastare l’indigenza attraverso un investimento da oltre 1 miliardo di euro. Da settembre le regioni potranno accedere alle risorse messe a disposizione dall’esecutivo e intraprendere percorsi di politiche attive per il lavoro per chi ne farà richiesta.
    Alla luce dei dati pubblicati dall’Istat appare ancora più impellente intervenire in tal senso, spostandosi da una logica meramente assistenziale ad una inclusiva. Se analizziamo le elaborazioni dell’Istituto di Statistica notiamo, però, come non ci siano variazioni significative dell’incidenza della povertà assoluta delle famiglie sul numero di persone residenti in Italia.
    Sono 1 milione e 582 mila le famiglie in condizione di povertà assoluta, corrispondenti al 6,1% delle famiglie residenti in Italia nel 2015 contro il 5,7% del 2014 e 6,3% del 2013.
    C’è, invece, una maggiore crescita dell’incidenza della povertà per quanto riguarda i singoli individui: siamo passati, infatti, dal 6,8% del 2014 al 7,6% del 2015.

    Ma chi ha avuto la peggio nell’ultimo anno? Secondo l’Istat l’aumento della condizione di povertà assoluta è maggiore tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%). Per quanto riguarda, invece, le aree geografiche, cresce l’incidenza dei poveri al Nord (da 4,2% a 5,0% tra le famiglie e dal 5,7% a 6,7% tra le persone) e nelle aree metropolitane (da 5,3% a 7,2%).
    In termini assoluti, invece, l’incidenza più alta spetta ancora al Mezzogiorno, dove la percentuale di famiglie povere sul totale della popolazione è ancora del 9,1%.
    Un aspetto interessante delle elaborazioni dell’Istat è la crescita della povertà tra i nuclei familiari con la persona di riferimento occupata (da 5,2% del 2014 a 6,1% del 2015). Questo vuol dire che nonostante ci sia un innegabile miglioramento del mercato del lavoro in termini di occupati,rimane scarsa la tutela del reddito che porta molte famiglie, specie le più numerose, a versare in condizioni di povertà assoluta.
    Per avere un’idea più chiara, infine, di quale sia la soglia di povertà assoluta, l’Istat ci dice che per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno. Per una famiglia di 4 componenti, invece, che vive in un’area metropolitana la soglia è di 1.698,22 euro per il Nord, 1.598,34 per il Centro e 1.328,79 per il Sud.

     


  • popolazione-europa

    Quando si parla di crisi demografica, il riferimento non è solo all’Italia ma a tutta l’Europa. 

    Nei giorni scorsi abbiamo riportato i dati Istat che mostrano come nel 2015 il saldo tra decessi e nascite sia negativo per 161.791 unità. Una variazione di popolazione-europatale portata non si vedeva addirittura dagli anni della Prima Guerra Mondiale.
    La situazione non è migliore nel resto del Vecchio Continente, soprattutto in Germania e nei paesi dell’ex Unione Sovietica.
    Come riportato da Eurostat, infatti, nel 2015, per la prima volta dopo il 1960, la popolazione europea è a crescita zero. Nell’anno appena trascorso, infatti, ci sono stati cinque milioni e 200mila morti contro 5 milioni e 90mila parti, con un saldo negativo pari a 135mila unità.
    Dal 2008 in poi, fatta eccezione per il 2014, c’è stato un costante calo delle nascite. I paesi con il rendimento peggiore da questo punto di vista, come accennato in precedenza, sono la Germania, l’Italia e molti stati ex sovietici.

    Particolarmente interessante è proprio il caso tedesco. La Germania, infatti, dopo il crollo del Muro di Berlino, ha iniziato ad avere una popolazione a crescita zero. Nel 2015, in particolare, ha fatto registrare un saldo negativo di 187mila unità, di gran lunga il peggiore tra i 28 stati dell’Unione Europea.
    Dietro alla Germania c’è, però, l’Italia con una differenza tra decessi e nascite di 161mila unità. Male anche paesi come Romania, Bulgaria ed Ungheria.
    Mostrano, invece, una crescita Francia e Inghilterra. La prima presenta un saldo positivo 200mila unità, con 800mila parti e 600mila funerali; la seconda si attesta su 777mila nascite e 600mila decessi.
    Tra i paesi con un saldo positivo ci sono anche Irlanda, Svezia ed Olanda. Nonostante, però, il crollo delle nascite, l’Europa continua comunque ad aumentare la propria popolazione di oltre due milioni di unità per effetto dei massicci flussi migratori che hanno così limitato l’impatto negativo del crollo demografico e dell’invecchiamento della popolazione.