• digitale italia

    È stato pubblicato oggi il Digital Economy and Society Index, l’indagine della Commissione europea sui progressi dei paesi comunitari in materia di digitale. 

    Il rapporto evidenzia, ancora una volta, i gravi ritardi dell’Italia.
    Nel 2015 sono stati lanciati tanti provvedimenti che avevano come obiettivo la crescita digitale del nostro Paese, ma solo pochi di essi hanno visto una reale attuazione.
    Se escludiamo la fatturazione elettronica, per il resto abbiamo tante misure che ancora non sono operative. Il piano banda ultralarga, il Pin unico, i pagamenti digitale italiadigitali, il FOIA ed altri provvedimenti lanciati dal Governo sono in realtà ancora in una fase embrionale.
    Per questo motivo il Digital Champions italiano, Riccardo Luna, ha commentato con un pizzico di delusione i dati pubblicati dalla Commissione europea.
    Dalle pagine dell’Huffington Post si è espresso in questi termini: “Difficile trovare aspetti positivi. Probabilmente l’unico dato confortante è l’aumento del 4 per cento, nella fascia di età 16-74 anni, degli utenti di Internet. Serve una verifica ulteriore, ma ad una prima lettura si tratta di un milione e ottocentomila nuovi utenti, un sensibile progresso rispetto al passato: dovrebbe trattarsi di un milione di utenti in più rispetto all’anno precedente. Ma non basta, di questo passo il digital divide lo chiudiamo fra 10 anni“.

    Se analizziamo nel dettaglio i dati DESI ci rendiamo conto di quanto sia indietro l’Italia. Nella classifica del Digital Economy and Society Index il nostro Paese si trova al 25° posto, solo Grecia, Bulgaria e Romania hanno fatto peggio.
    Una delle poche notizie positive è che l’Italia è stata inserita nel gruppo di nazioni definite come “catching up”, ovvero paesi che stanno crescendo più velocemente della media europea. Ma considerando il punto di partenza, era scontata una crescita di questo tipo.
    Il punteggio fatto registrare dall’Italia è di 0,4, al di sotto dello score complessivo dell’Europa che si attesta quest’anno a 0,52 punti su 1.
    I progressi sono piuttosto limitati in tutti gli indicatori, fatta eccezione per la crescita del ruolo del commercio elettronico nel fatturato delle PMI (8,2%).
    E anche qui, il punto di partenza non era dei più esaltanti. Secondo una recente indagine condotta da TNS e commissionata da eBay, infatti, il 92% delle PMI intervistate dichiara di non aver mai preso in considerazione di utilizzare l’e-commerce nonostante più della metà (52%) dichiari di avere un sito internet.
    Migliorare le proprie performance in termini di commercio elettronico era, dunque, piuttosto facile.

    In materia di connettività l’Italia si posiziona al ventisettesimo posto. Come evidenzia il DESI c’è una broadband sempre più diffusa ma ancora poco veloce. Secondo questa indagine i cittadini italiani preferiscono utilizzare connessioni per mobile (75 italiani su 100).
    Per quanto riguarda, invece, il capitale umano l’Italia si attesta al 24esimo posto, con uno score di 0,42 punti.
    Per dare l’idea dello stato di arretratezza nel quale verso il nostro Paese basta evidenziare come un terzo dei cittadini italiani non utilizza Internet regolarmente; di quelli che si collegano in rete quotidianamente il 31% non possiede le competenze digitali base.
    La categoria, però, dove l’Italia si classifica all’ultimo posto è l’utilizzo di Internet nelle attività quotidiane con uno score di 0,33: gli italiani sono molto diffidenti quando devono effettuare pagamenti online o più semplicemente cercare news in rete.
    Ci sono realtà come quella dell’eBanking, degli acquisti online e la semplice lettura di quotidiani su Internet che sono meno diffuse rispetto la media europea.
    Emerge, dunque, un quadro abbastanza preoccupante. La speranza è che la nomina di Diego Piacentini come commissario del Governo per l’innovazione ed il digitale riesca a dare all’Italia un impulso decisivo in un ambito vitale per la crescita del Paese.


  • digitale europa

    Il Digital Economy and Society Index (DESI) è uno strumento che misura il progresso dei paesi europei in materia di digitale. 
    L’indagine è giunta alla sua seconda edizione e rientra all’interno della Single Digital Market Strategy della Commissione Europea, il programma comunitario che si pone come obiettivo quello di portare entro il 2020 l’Europa ai livelli di Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud per connettività e competenze digitali. 

    Il DESI prende in considerazione trenta indicatori per ogni paese membro suddivisi in cinque macro-categorie:

    • Connettività: diffusione e velocità della connessione a banda larga;
    • Capitale umano e competenze digitali: conoscenze e competenze digitali della popolazione europea;
    • Utilizzo di internet: uso della rete per effettuare operazioni come pagamenti o ricerca di news;
    • Integrazione delle tecnologie digitali: implementazione delle tecnologie digitali come il cloud service o l’e-commerce nelle aziende;
    • Servizi pubblici digitali: gli strumenti online messi a disposizione dalla PA.

    L’Europa nel suo complesso ha ottenuto un punteggio di 0,52 su 1 migliorando di pochissimo lo 0,50 dell’anno scorso. Si tratta, dunque, di una crescita piuttosto lenta, soprattutto in alcune categorie come quelle della banda larga e delle competenze digitali.
    digitale europaC’è da dire, però, che per la prima volta i paesi europei con lo score più alto nel DESI sono ai livelli delle migliori nazioni mondiali in tema di digitale.
    Al primo posto troviamo la Danimarca, davanti a Olanda, Svezia e Finlandia. L’Italia si trova solamente al 25° posto su 28 paesi, evidenziando sì una crescita che le consente di essere inserita nel gruppo dei “catching up” (paesi che stanno rimontando), ma non sufficiente per parlare di annullamento del digital divide.
    Tra le realtà che stanno crescendo in misura maggiore troviamo Olanda, Estonia, Germania, Malta, Austria e Portogallo.
    In generale l’unico paese che ha mostrato un arretramento è la Svezia.

    Se analizziamo i risultati delle singoli categorie, la Commissione evidenzia come oggi il 71% delle case europee può accedere ad una connessione a banda ultralarga (almeno 30 Mbps), con un aumento di nove punti percentuali rispetto all’anno scorso.
    L’obiettivo, dunque, di coprire il 100% della popolazione entro il 2020 sembra più credibile nonostante ci siano paesi, tra i quali l’Italia, che fanno registrare dei ritardi piuttosto evidenti.
    Preoccupano le competenze digitali dei cittadini europei. Il 45% della popolazione dell’Unione europea, infatti, non possiede le competenze digitali base (corretto utilizzo della propria casella di posta elettronica o degli strumenti editoriali). Male anche l’e-commerce. Il DESI segnala, infatti, che il 65% degli utenti Internet compie degli acquisti online, mentre solo il 16% delle PMI vende online e solo il 7,5% vende al di fuori dei propri confini nazionali.
    Per questo motivo la Commissione ha annunciato che presenterà a Maggio un pacchetto legislativo con l’obiettivo di incrementare il commercio online attraverso delle misure volte a migliorare la trasparenza e a garantire i consumatori che acquistano all’estero.
    Rimane stabile, infine, il numero di cittadini europei che interagisce con la pubblica amministrazione online (32%).


  • cooperative di comunità

    L’11 Marzo a Bologna, presso la sede della Regione Emilia Romagna, si svolgerà il convegno dal titolo “Cooperare nelle comunità: un bene comune per il Paese”. 
    L’evento rientra all’interno delle attività promosse dalla Scuola Nazionale delle Cooperative di Comunità, giunta quest’anno alla sua seconda edizione. 

    L’intento dell’iniziativa è promuovere lo sviluppo delle cooperative di comunità e delle cooperative paese, vere e proprie risorse per le aree rurali e svantaggiate.  logo alleanzaApre e introduce i lavori Stefano Arduini, caporedattore di Vita Magazine.
    Seguirà un intervento sul tema delle “comunità, i loro territori e le loro cooperative” affidato a Fausto Giovanelli, Parco Nazionale-MaB UNESCO Appennino Tosco Emiliano, e Fabio Renzi, Fondazione Symbola.
    Flaviano Zandonai di Euricse, invece, spiegherà ai partecipanti cosa sono le cooperative di comunità e qual è la loro attività sul territorio. Il cuore dell’evento sarà rappresentato dagli interventi di Simona Caselli, assessore all’agricoltura della Regione Emilia Romagna, Claudia Fiaschi di Confcooperative e Mauro Lusetti, presidente di Legacoop. Il titolo del loro panel sarà “Cooperare in comunità: un bene comune per il Paese”.
    Paolo Gazzolo, assessore alla montagna della Regione Emilia Romagna parlerà delle “Cooperative di comunità per lo sviluppo dell’Appennino”. L’evento sarà, infine, concluso da Francesco Milza dell’Alleanza delle Cooperative Emilia Romagna.


  • industria fatturato

    Torna a crescere il fatturato dell’industria italiana nel 2015. 
    A comunicarlo è l’Istat che rileva come nell’anno appena trascorso ci sia stata una variazione positiva dello 0,2% rispetto al 2014 per effetto di una crescita del fatturato legato alle operazioni con l’estero (+1,2%) e ad una diminuzione di quello legato al mercato interno (-0,2%). 

    Si tratta di una variazione piuttosto limitata, ma che assume un connotato importante se analizziamo le serie storiche.
    industria fatturatoNon accadeva, infatti, dal 2011 che il fatturato dell’industria italiana facesse registrare un andamento positivo su base annua. Nel 2013 e nel 2014, ad esempio, c’era stata una flessione del -3,3% e del -0,1%.
    I segnali positivi sono confermati dai dati sugli ordinativi che hanno fatto registrare un aumento del 5,2% (il più alto dal 2010) per effetto del +8,6% delle commesse nazionali e del +0,7% degli ordini sull’estero.
    Meno incoraggianti sono, invece, le rilevazioni sull’ultimo mese del 2015. A dicembre, infatti, secondo l’Istat, c’è stato un forte calo del fatturato industriale rispetto al mese precedente con una perdita di 1,6 punti percentuali.
    Tale variazione negativa va attribuita al -1,7% sul mercato interno e al -1,4% su quello estero. Rispetto a dicembre 2014, inoltre, il fatturato dell’industria diminuisce addirittura del 3% per via di una perdita del 2,7% sul mercato interno e del 3,2% su quello estero.
    In termini di serie storica, quella fatta registrare a dicembre rappresenta la flessione tendenziale più elevata da agosto 2013, il che accresce la complessità nella valutazione dei dati sul mercato italiano pervenuti negli ultimi mesi.

     


  • europa bce

    La forma cooperativa può essere un modello d’impresa valido in Italia ed in Europa. 
    La prova tangente di questo assunto viene dai dati sul rendimento delle coop durante la crisi che vedono i livelli occupazionali inalterati laddove invece le altre forme imprenditoriali hanno dovuto ridimensionare i propri organici. 

    È per questo che l’Alleanza delle Cooperative ha chiesto all’Unione Europea una maggiore promozione della “cultura del pluralismo d’impresa”.
    I rappresentanti di Legacoop, Confcooperative e Agci hanno incontrato nella giornata di ieri circa trenta europarlamentari italiani, appartenenti ai gruppi politici eurogruppoeuropei dei Socialisti&Democratici, Gruppo Popolare PPE e M5S.
    L’iniziativa è stata organizzata dal vicepresidente del Parlamento europeo Antonio Tajani e dall’onorevole Patrizia Toia.
    “Le cooperative sono fondamentali per il nostro modo di essere impresa – ha dichiarato Antonio Tajani – e rappresentano l’opportunità di crescita per la nostra società non un atto di cortesia, ma un sentire diffuso nella delegazione degli eurodeputati italiani”.
    L’Alleanza delle Cooperative ha chiesto, dal canto suo, un dialogo maggiore con le istituzioni comunitarie, una collaborazione rafforzata che deve passare necessariamente dai parlamentari europei.
    L’auspicio delle organizzazione di rappresentanza è che insieme venga costruita una politica cooperativa, un insieme, cioè, di azioni e misure in grado di cogliere la peculiarità delle coop rispetto alle altre forme d’impresa.
    “Troppo spesso – evidenzia l’Alleanza – siamo impegnati a correggere misure omologatrici che arrivano dall’Europa in tutti settori: nel welfare, nel credito, nel fisco, nel lavoro, nel commercio internazionale, nel fare impresa in generale e nella valorizzazione di giovani e donne”.


  • festival del giornalismo

    Il Festival del giornalismo è giunto alla sua decima edizione e, come di consueto, anche quest’anno propone una serie di ospiti di caratura nazionale ed internazionale da far invidia a qualsiasi evento sul tema. Non a caso, come raccontano gli organizzatori, si tratta del più grande media event annuale in Europa.

    L’edizione 2016 si svolgerà a Perugia dal 6 al 10 aprile 2016 e vedrà la partecipazione di oltre 500 relatori, tra giornalisti, blogger, professori ed altri esperti del settore.
    festival del giornalismoNel corso dei 200 incontri previsti, tra workshop, documentari, panel, presentazioni di libri e hackaton, verranno declinati i principali temi riguardanti la professione giornalistica.
    Verrà dato grande spazio, come è lecito aspettarsi, alla nuova era digitale. I protagonisti offriranno degli spunti di analisi e riflessione su come usare i tool che il Web mette a disposizione: dagli strumenti di analisi dei dati, ai social media, passando per il crowdsourcing al mondo del SEO.
    Basta guardare l’infinito l’elenco degli speaker per rendersi conto della portata e dell’importanza dell’evento. Per chi vuole intraprendere la strada impervia della professione giornalistica il Festival del giornalismo rappresenta una fonte dalla quale attingere per apprendere alcune nozioni e soprattutto per fare rete.
    L’iniziativa consente, infatti, di stare a contatto con esperti del settore e di avere con loro anche un dialogo informale.
    L’evento è totalmente gratuito. Di seguito vi proponiamo il video di presentazione, dove si può ammirare il contesto di svolgimento, ovvero la città di Perugia, vera e propria patria del giornalismo italiano.
    Per ulteriori informazioni potete consultare il sito ufficiale del Festival.


  • consorzio kore

    Recuperare la coltura del melograno non solo è possibile, ma può risultare anche una strategia imprenditoriale vincente. 
    Lo ha dimostrato Kore, un consorzio di produttori di melograno siciliani, nato nel 2014 con l’intento di valorizzare le esperienze dei coltivatori locali. 

    In soli 20 mesi di attività il consorzio è riuscito ad impiantare 90 ettari di terreno, con una produzione di 1.200 quintali nel 2014 e 1.800 quintali nel 2015.
    Numeri importanti che sono valsi all’impresa anche un premio di 30.000 euro per il concorso “Nuovi talenti imprenditoriali”, un contest indetto dal Ministero per le Politiche agricole nel corso di Expo 2015 e dedicato alle migliori start up agricole giovanili dell’anno appena trascorso.
    consorzio koreIl successo di Kore deriva principalmente dalla capacità di comprendere la mutata sensibilità del mercato, sempre più attento ai prodotti altamente benefici per il nostro organismo.
    Il melograno è certamente uno di questi: non a caso è uno dei frutti più utilizzati nelle diete per il suo straordinario apporto di vitamina C.
    Gli esperti, inoltre, consigliano di gustare un buon succo di melograno per prevenire malattie come l’influenza e soprattutto perché rappresenta un ottimo antidoto contro il tumore alla prostata e contro i problemi cardiaci.
    Sono soprattutto i giovani che hanno riscoperto questo frutto, con una richiesta di acquisto crescente in Italia e nel Mondo.
    Il prossimo obiettivo di Kore è proprio quello di espandere la propria attività sui mercati esteri. Per questo motivo il Consorzio sta puntando su una strategia di marketing e comunicazione innovativa che passa prima di tutto dai social e dal Web.
    Una scelta particolarmente positiva si è rivelata, infine, quella di puntare sulla varietà di melograno Wonderful, proveniente da Israele.
    Si tratta di un tipo di frutto particolarmente apprezzato per via del suo sapore agrodolce e perché particolarmente adatto alla produzione di succhi di melograno.


  • parmigiano reggiano

    A breve sulle nostre tavole vedremo formaggi freschi e ricotte prodotte con lo stesso latte del Parmigiano Reggiano. 

    È nato, infatti, Mito, il marchio lanciato dal Consorzio del parmigiano-reggiano per allargare la gamma di prodotti a disposizione dei propri caseifici e dei consumatori.
    Con questo brand potranno essere venduti formaggi, ricotte, burro ed altri prodotti lattiero caseari realizzati con lo stesso latte del parmigiano reggiano. Questo significa che per realizzare le specialità Mito non potranno essere utilizzati additivi e conservanti e sarà necessario nutrire le mucche solamente con alimenti parmigiano reggianonaturali.
    I costi di produzione inevitabilmente aumentano ma la qualità del prodotto è enormemente superiore.
    La scelta del Consorzio del parmigiano di ampliare il paniere a disposizione dei 363 caseifici facenti parte dell’istituto è dettata dalla volontà di promuovere il Made in Italy agroalimentare: “Abbiamo deciso di facilitare l’ampliamento della gamma – ha dichiarato ad Italia Oggi il presidente del Consorzio del parmigiano-reggiano Giuseppe Alai – ed i caseifici che lo vorranno potranno marchiare con la griffe Mito questi prodotti, che il consumatore potrà così riconoscere di alta gamma perché realizzati con lo stesso latte del parmigiano-reggiano. In questo modo intendiamo valorizzare le eccellenze del Made in Italy alimentare“.

    L’obiettivo è aumentare il consumo di formaggi in Italia e nel Mondo. I dati recenti danno ragione al Consorzio: il consumo di parmigiano-reggiano in Italia è aumentato del 3,8% nell’ultimo anno e l’intento è far crescere nei prossimi anni anche il livello di esportazioni in paesi permeabili come gli Stati Uniti ed in altri meno propensi al consumo di formaggio come la Cina.
    Non a caso il Consorzio ha deciso di investire 10,8 milioni di euro in marketing per aumentare l’appeal del prodotto ed incentivare le produzioni di qualità italiane. Il lancio del marchio Mito va proprio in questa direzione ed indica all’Italia la strada da seguire per difendere le proprie specialità lattiero-casearie dall’invasione di latte e cagliate provenienti dall’estero.


  • consorzi di bonifica calabria

    Dopo la denuncia del presidente di Confcooperative Camillo Nola in merito alla situazione dei Consorzi di bonifica calabresi, argomento sul quale si è espresso anche il nostro legale, arrivano le prime reazioni da parte delle organizzazioni di rappresentanza agricole. 

    Il presidente di Coldiretti Calabria, Pietro Molinaro, ha pubblicato sul Corriere della Calabria una risposta alle accuse pervenute nei giorni scorsi.
    Camillo Nola ha denunciato, infatti, apertamente gli sprechi del consorzio Sibari-Crati prima e degli attuali Consorzi di bonifica gestiti dalle rappresentanza agricole poi.
    Attraverso le cartelle esattoriali di Equitalia questi enti fanno gravare sulle spalle degli agricoltori costi eccessivi al cospetto di servizi gravemente consorzi di bonifica calabriainsufficienti e di una gestione scarsamente rappresentativa degli interessi delle rappresentanze agricole.
    Accuse forti e circostanziate, quelle di Nola, che non sono andate giù al presidente di Coldiretti che risponde in questi termini: “Chi confonde l’ex Consorzio di Bonifica Sibari-Crati (dinosauro del passato) con gli attuali Consorzi di Bonifica gestiti dagli agricoltori, certamente ignora i fatti o peggio, strumentalmente, vuole creare confusione”.

    Una questione centrale all’interno della vicenda sui Consorzi riguarda per l’appunto la gestione di Coldiretti la quale secondo Nola “fatica a comprendere che i consorzi di bonifica sono una vera impresa economica, che come tale vanno gestiti, riorganizzando la pianta organica con criteri di efficienza e competenza e, soprattutto, spingendo sugli investimenti poiché ci sono ancora infrastrutture obsolescenti dell’epoca di Mussolini”.
    Molinaro ci tiene a ribadire come Coldiretti abbia lavorato in questi anni per garantire un servizio idrico efficiente e diffuso su tutto il territorio regionale, cercando di mettere una pezza all’operato disastroso del Sibari-Crati: “I dirigenti Coldiretti amministratori dei Consorzi, in questi sei anni, hanno lavorato sodo e si badi bene nel rispetto delle norme. Sono stati anni difficili ma esaltanti; anni nei quali si sono azzerati i trasferimenti della Regione, ma nonostante questo, sono stati garantiti e ampliati i servizi. L’acqua ad uso irriguo è stata erogata senza un giorno di interruzione; questo nonostante che a causa dei cambiamenti climatici si sia allungato il periodo di siccità, negli ultimi anni si irriga ininterrottamente da aprile a novembre. Certo tutti vorremmo un servizio gratuito, ma ricordiamo che oggi, il costo ad ettaro per l’utilizzo dell’acqua ad uso irriguo in provincia di Cosenza è tra i 160 e 200 euro ettaro, molto più basso rispetto a Regioni, per rimanere nel sud Italia, come Puglia, Basilicata e Sicilia, dove i Consorzi sono commissariati (gestiti dalla regione) e il costo per ettaro va dai 400 agli 800 euro. Comunque siamo nella media del nord Italia”.

    Il presidente di Coldiretti Calabria critica anche la soluzione proposta da Nola, il quale aveva proposto affidamento dei servizi idrici alla Regione “che dovrebbe riunire sotto un’unica regia l’intero sistema di gestione delle acque, potabili e per uso agricolo”. Una proposta, questa, che secondo Molinaro rappresenterebbe un enorme passo indietro e significherebbe portare avanti modelli gestionali ormai superati e generatori di sprechi e corruzione: “Sostenere questa “ricetta” – dice Molinaro – oltreché denigrare i risultati fa sorgere più di un dubbio. Ci sono altri interessi? Si vogliono privare gli agricoltori virtuosi e responsabili dell’esercizio del voto e dell’autogoverno? Si vuole un sistema padronale? Certamente, una scelta siffatta, non produce efficienza e prospettive per i consorziati, e si ritornerebbe a far lievitare l’elusione e l’evasione. Una rude, nefasta e antistorica proposta. Davvero è incomprensibile!”. 

    Non si è fatta attendere in queste ore anche la risposta di Alberto Statti di Confagricoltura Calabria, pervenuta anch’essa sulle pagine del Corriere della Calabria. “Oggi i Consorzi – dichiara Statti – a dispetto dei comunicati stampa, non interpretano il ruolo che la legge assegna loro, continuano a disperdere energie e risorse, mantengono costi che sono eccessivi, insistono – in forza di una legge regionale sbagliata – nel far ricadere questi costi sulle imprese. Il giochino di dire: tizio critica perché non vuol pagare è indecente e vergognoso”.
    Statti, dunque, condivide con Nola il malcontento per come vengono gestiti questi enti che eppure dovrebbero portare vantaggi e servizi a tutte le imprese agricole, indipendentemente dall’appartenenza ad una determinata organizzazione di rappresentanza: “Dica il presidente Molinaro perché il sistema consortile calabrese abbia scelto, pagando con i denari ricevuti da tutti e non solo dai tesserati della sua organizzazione, l’acquisto di servizi da società che rientrano nella galassia Coldiretti? Ci dica il Presidente Molinaro se l’ex Urbi Calabria – organismo di sintesi e rappresentanza di tutti i Consorzi – abbia o meno impegnato risorse per “rinforzare” la partecipazione a iniziative Coldiretti. Far pagare i tributi consortili a tutti e senza aver fornito servizi è oggi consentito dalla legge, noi immaginiamo per i Consorzi una sostenibilità unicamente “imprenditoriale”; comodo invece ripararsi dietro il taglio dei trasferimenti e le inadempienze regionali. Molto più logico – e questo sì in linea con un’agricoltura “bella e vera che piace e che vince” – sarebbe accettare la sfida dell’impresa”.
    In merito alla vicenda vi proponiamo la puntata di Pubblica Piazza, andata in onda giovedì 18 febbraio, nel corso della quale si fa il punto sulla situazione dell’agricoltura calabrese con un focus particolare sulla questione dei consorzi di bonifica.


  • latte enel

    Nel corso del convegno sulla “competitività per il latte italiano” promosso da ADM – Associazione Distribuzione Moderna è stata presentata una ricerca del professor Roberto Della Casa, docente di marketing e gestione dei prodotti agroalimentari all’Università di Bologna, dal titolo “Analisi economica della filiera del latte italiano”. 

    L’indagine rileva alcuni importanti dati sul comparto lattiero caseario. Un primo aspetto che emerge riguarda le zone di produzione.
    latte enelIl 55% delle stalle si trova, infatti, in aree montane o svantaggiate. Diventa a questo punto fondamentale dotare queste zone di tutte le infrastrutture necessarie per poter limitare i costi di produzione, soprattutto in un periodo particolarmente difficile per il settore.
    Ma c’è di più. Il 68% della produzione di latte italiano deriva da tre regioni: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto e addirittura il 30% è concentrata in tre sole province, quelle di Brescia, Cremona e Lodi.
    È evidente, dunque, come ci sia una concentrazione della produzione in determinate aree dove tra l’altro sono collocate le aziende di dimensioni maggiori. Come riportato da Ismea, infatti, il 9,7% delle stalle lombarde possiede da 200 a 499 capi.
    Numeri che le altre regioni d’Italia non riescono neppure ad avvicinare. L’indagine di Della Casa evidenzia, per l’appunto, che solo il 9% degli allevamenti italiani ha più di 115 capi, mentre il 48% degli oltre 33.000 allevamenti è di piccola dimensione.
    Sono proprio quest’ultimo tipo di aziende che patiscono maggiormente l’impatto della crisi del lattiero caseario, dovendo sostenere una scarsa produttività per capo ed essendo costrette a fronteggiare le grandi multinazionali del latte, in grado queste ultime di applicare prezzi al ribasso.


  • reti d'impresa bando

    L’agricoltura dà lavoro a 25 milioni di persone in tutta Europa, producendo un valore aggiunto di 420 miliardi di euro l’anno. In poche parole “il settore agricolo è il primo datore di lavoro in Europa”. 

    Con queste parole il commissario Ue all’agricoltura Phil Hogan ha parlato al Workshop sull’EFSI e l’Investment Plan for Europe.
    Sreti d'impresa bandoecondo Hogan, però, gli investimenti nel settore primario sono ancora piuttosto limitati: la Commissione ha calcolato come nel 2014 siano stati investiti dai 2 ai 9 miliardi di euro, variando di paese in paese.
    L’obiettivo dell’Ue attraverso la nuova tornata di fondi europei è assistere in maniera più convinta e cospicua il comparto agricolo, individuando alcune aree chiave.

    Hogan, a tal proposito, ha specificato quali saranno le aree d’intervento, identificandole nell’agricoltura di precisione, la bio-economia e l’economia circolare, le infrastrutture a banda larga, l’accesso al credito e le strutture per l’irrigazione dei terreni.
    L’implementazione di innovazioni tecnologiche, con particolare riferimento agli strumenti di agricoltura di precision,e possono rendere più efficiente l’intero comparto. La creazione di nuovi hardware e software, aiuterà, secondo Hogan, a migliorare la qualità del prodotti e la qualità della vita degli stessi produttori, consentendo loro di razionalizzare al meglio i processi produttivi.
    Il commissario Ue all’agricoltura ha portato, inoltre, una serie di esempi di progetti che vedono la partecipazione dell’Ue. Uno di questi è in corso di svolgimento in Finlandia dove sono stati investiti 270 milioni di euro per la costruzione di una nuova cartiera che permetterà all’intero impianto di aumentare la produttività, creando inoltre numerosi posti di lavoro. Il progetto, oltre ad essere finanziato dalla Commissione Europea, ha avuto l’appoggio finanziario di alcune banche commerciali e degli istituti per il commercio estero di Finlandia e Svezia.
    Rappresenta, dunque, un esempio di come sia possibile agire in maniera coordinata per aumentare la competitività e l’efficienza dell’intero comparto.


  • latte agrinsieme

    Si è svolto oggi a Roma, presso la Biblioteca del Senato, il convegno sulla “sfida della competitività per il latte italiano” promosso da ADM – Associazione Distribuzione Moderna. 

    È stata un’occasione per fare il punto della situazione dopo la fine dell’era delle quote latte che ha portato gravi scompensi nel lattiero caseario italiano.
    L’Italia fa fatica a reggere la competizione con gli altri paesi europei, in grado questi ultimi di proporre un prodotto di bassa qualità a prezzi contenuti.
    latte agrinsiemeUna situazione che ha provocato la chiusura di molte stalle , gettando il comparto in una situazione di crisi pressoché perenne.
    “C’è più latte sul mercato in Europa e ce ne sarà sempre di più, con un aumento dell’11-13% nei prossimi dieci anni – ha detto Mario Guidi, rappresentante del coordinamento di Cia, Confagricoltura, Copagri, Alleanza delle Cooperative Agroalimentari -. Se coniughiamo questa situazione di mercato a quella della riduzione dei consumi, si comprende come la filiera lattiero-casearia sia davvero a rischio sopravvivenza”.
    Non giovano certamente al comparto nostrano i dissidi che sta vivendo in questi mesi la filiera produttiva italiana. Allevatori, industrie di trasformazione e grande distribuzione sono sul punto di vivere un’altra “guerra del latte” quando a fine mese scadrà l’accordo siglato a novembre, con il prezzo del latte portato da 34 a 37 centesimi al litro.

    La battaglia tra gli attori della filiera rischia di affossare in maniera definitiva il settore lattiero caseario italiano, facendo il gioco di chi in Europa riesce promuovere prezzi al ribasso.
    “Siamo i primi ad aspirare alla competitività del mondo allevatoriale e della filiera lattiero -casearia tutta – ha commentato  Guidi -. Ma per raggiungere questo risultato servono aggregazione, autoregolamentazione e rapporti di filiera chiari e rispettosi di tutti gli attori. Il banco di prova sarà la definizione del nuovo prezzo del latte e ci attendiamo da trasformatori e distributori proposte responsabili”.
    Le responsabilità, sottolinea Mario Guidi, non gravano però solo sui trasformatori e sulla grande distribuzione, ma sugli stessi allevatori chiamati ad aggregarsi per avere maggiore forza economica e potere contrattuale: “Il mondo allevatoriale deve impegnarsi nell’aggregazione per superare le debolezze strutturali. E Agrinsieme ha ricordato come la più grande associazione delle organizzazioni di produttori (AOP Latte Italia) nata da poco rappresenti meno del 10% del latte italiano; ciò mentre pochi trasformatori gestiscono oltre la metà del mercato”.