• Il Primo Ministro Matteo Renzi ha annunciato le misure approvate dall’esecutivo per contrastare il terrorismo e sostenere le attività culturali.
    Il presidente del Consiglio ha parlato di un investimento di un miliardo di euro per la sicurezza e di un altro miliardo per la cultura. Un dirottamento di risorse che porterà allo slittamento della riduzione dell’Ires per le imprese al 2017, una misura che sarebbe comunque scattata solamente previa accettazione della “clausola migranti” da parte della Commissione europea.

    «Per ogni euro in più investito sulla sicurezza – dichiara Renzi – ci deve essere un euro in più investito sulla cultura. Per ogni intervento sulla cyber security renzi istatdeve crescere una startup. Ci deve essere più pulizia nelle nostre periferie. La risposta non può essere solo securitaria».
    Nel dettaglio, la misura prevede un investimento di 500 milioni di euro nella sicurezza italiana, 150 milioni nella cybersecurity, altri 50 milioni nella strumentazione delle forze dell’ordine. Tra i provvedimenti deliberati dal Governo c’è anche l’estensione del bonus 80 euro a tutte le persone che lavorano nelle forze dell’ordine.
    L’Italia, afferma Renzi, risponde all’attacco contro la cultura europea ed occidentale attraverso un rafforzamento del nostro bagaglio culturale. L’investimento in educazione sarà equivalente a quello nella sicurezza. Cinquecento milioni, in particolare, andranno alle città metropolitane per la riqualificazione delle periferie.
    L’esecutivo inserirà, inoltre, la possibilità di destinare il due per mille a specifiche associazioni culturali e fornirà ai giovani che compiono diciotto anni una card attraverso la quale sarà possibile partecipare ad attività artistiche e culturali.



  • Cascina Triulza guarda oltre Expo 2015 e diventa il punto di riferimento permanente del mondo dell’innovazione sociale.
    La Fondazione Triulza lancia il progetto “100 giorni 100 proposte”, una serie di appuntamenti promossi dalle organizzazioni del Terzo Settore nel corso dei quali si cercherà di tramutare le idee emerse durante Expo in proposte operative.

    «Saranno 100 eventi da realizzare con la partecipazione delle organizzazioni della società civile – spiega Sergio Silvotti, Presidente di Fondazione Triulza – alcune delle quali hanno già lanciato le loro idee nel Consiglio Generale di questa mattina, proponendo attività sui temi dei cambiamenti climatici e cascina triulzadell’acqua, progetti di educazione alla sostenibilità per i bambini, idee sull’accessibilità del sito per i prossimi mesi».
    Si partirà il 26 ed il 27 novembre con il BITAC, Borsa Italiana del Turismo Cooperativo e Associativo, e l’incontro sull’impatto della riforma sanitaria sul welfare di comunità, organizzato dal Forum del Terzo Settore Lombardia, che si terrà il 30 novembre.
    Cascina Triulza diventerà, inoltre, il Lab-Hub dell’innovazione sociale. Al proprio interno ci sarà un acceleratore per imprese innovative nel campo del sociale e dell’ambiente e verranno svolti specifici percorsi di consulenza per PMI, organizzazioni no profit, operatori dell’economia civile e di assistenza ai workers buyout, oltre ad un centro di sperimentazione per il welfare di comunità.
    L’obiettivo della Fondazione è non disperdere l’enorme patrimonio generato dal primo padiglione della storia delle esposizioni universali a rappresentare l’intero Terzo Settore.
    Il mondo del non profit è una realtà che merita spazio per la sua capacità innovativa e per le risposte che ha saputo dare negli anni alle mutate esigenze sociali.
    Cascina Triulza può rappresentare da questo punto di vista una straordinaria opportunità per fare rete e mettere insieme idee e competenze nel campo del welfare, della sostenibilità ambientale, della valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico, ambiti nei quali le cooperative sociali operano da anni con ottimi risultati.



  • In occasione dell’assemblea nazionale dei delegati e delle delegate, Legacoop ha deciso di organizzare per il 25 novembre, a Bari, un evento aperto a tutti sull’innovazione e l’economia collaborativa.
    Il titolo dell’iniziativa è Legalab e sarà un vero e proprio laboratorio di discussione tra cooperatori, investitori, docenti e ricercatori sul ruolo della cooperazione all’interno della sharing economy.

    L’economia collaborativa è diventato un modello di organizzazione della società e della sfera economica sempre più diffuso anche in Italia. Gli esperimenti di car sharing e house sharing sono solo alcuni esempi di come i cittadinlegalabi abbiano deciso di condividere le risorse a disposizione per offrire servizi alle comunità locali.
    Grazie alla sharing economy le città sono più smart e la cooperazione è tornata ad essere un valore di riferimento.
    Legalab intende interrogarsi sui recenti sviluppi di questo modello economico, valutando il ruolo della forma giuridica cooperativa all’interno dell’universo dell’innovazione.
    L’evento inizierà alle ore 15:00 presso la Villa Romanazzi-Carducci di Bari attraverso il workshop “Nuova Economia Comunitaria – Il Ruolo della Cooperazione”.
    Il panel sarà presentato da Enzo Risso (SWG) e da Luca De Biase (Nòva – Il Sole 24 Ore), al quale seguirà lo svolgimento di una serie di workshop tematici su:

    • Sharing economy e cooperazione;
    • Autoimprenditorialità e nuovi mestieri;
    • Innovazione d’impresa e start up;
    • Protagonismo sociale tra Stato e mercato.

    La seconda parte di Legalab sarà dedicata al tema della sharing economy con il workshop “Nuova economia collaborativa, uno Sharing Act per rinnovare il Paese”.
    Enzo Risso e Luca De Biase dialogheranno con:

    • Silvia Avesani, cooperativa sociale Progetto Quid;
    • Maurizio Decastri, prorettore Università Tor Vergata;
    • Andrea Dili, portavoce Associazione XX Maggio;
    • Walter Dondi, AD e direttore Fondazione Unipolis;
    • Alessandro Hinna, presidente CNS;
    • Marta Mainieri, fondatrice di Collaboriamo.org;
    • Fabio Simonelli, project manager Eppela.

    L’evento si concluderà con un’intervista a cura di Risso e De Biase al presidente di Legacoop Mauro Lusetti.
    Alla conclusione dell’iniziativa i partecipanti sono invitati alla Tappa pugliese del 25ennale di Doc Servizi la cooperativa italiana dei professionisti dello spettacolo presso il Teatro Kismet OperA Str. S. Giorgio Martire e alla conferenza “Il tuo mondo del lavoro è cambiato: ecco le nuove opportunità”.

     



  • Italia, Francia e Spagna sono avvisate. I tre maggiori produttori di vino al mondo devono guardarsi dalla concorrenza sempre più agguerrita dai paesi oltre oceano: Cile, Nuova Zelanda, Argentina e Sudafrica stanno emergendo come dei mercati di riferimento nel settore vitivinicolo con una crescita delle esportazioni davvero sostenuta.

    A riportarlo è Wine Monitor, l’Osservatorio di Nomisma sul mercato del vino che analizza le dinamiche del settore svolgendo un compito di grande rilievo per le aziende vitivinicole italiane.
    vino cileStando ai dati riportati dall’osservatorio sul vino, nei primi otto mesi del 2015 i paesi dell’emisfero Sud hanno avuto un incremento dell’export più sostenuto rispetto a Italia e Francia.
    La quantità di vino esportato dalla Nuova Zelanda è cresciuta del 13%, quella del Cile dell’8%, dell’Argentina del 4% e dell’Australia del 2%.
    Italia e Francia, invece, hanno fatto registrare rispettivamente una variazione negativa del 3% e del 2%.
    Alcuni individuano le ragioni di questo exploit nella svalutazione delle monete dei paesi emergenti, al cospetto di un euro che ha rafforzato la propria posizione nei confronti del dollaro.
    In realtà, le spiegazioni vanno ricercate innanzitutto nel costo del prodotto che risulta essere inferiore rispetto al vino di qualità italiano o francese, ma anche nella stipulazione di una serie di accordi commerciali con paesi come la Cina, che hanno reso più vantaggioso per gli importatori comprare il vino cileno o neozelandese rispetto a quello italiano.
    Il mercato cinese rappresenta un’opportunità commerciale enorme per il nostro paese; mentre la Francia ha una posizione quasi dominante in questo contesto, le aziende vitivinicole italiane hanno difficoltà ad accedere a questo mercato, lasciando spazio così ai paesi dell’emisfero Sud.
    Le imprese agricole italiane devono fronteggiare delle imposte elevatissime (14% per i vini imbottigliati e 20% per quelli sfusi) per poter entrare in Cina, quando ci sono realtà come il Cile e l’Australia che attraverso accordi commerciali con le istituzioni e gli importatori hanno abbattuto le barriere doganali e si apprestano ad invadere questo mercato.
    Le istituzioni italiane dovranno, allora, compiere un passo importante per evitare che il più grande produttore mondiale di vino possa gradualmente cedere il passo a realtà emergenti (Cile e Nuova Zelanda) e ad altre consolidate (Francia e Spagna).



  • L’Istat ha comunicato i dati relativi ai contratti collettivi nazionali e alle retribuzioni contrattuali.
    Secondo le elaborazioni dell’Istituto di Statistica, ad ottobre 2015 c’è stato un aumento delle retribuzioni contrattuali orarie dello 0,1% rispetto a settembre e dell’1,2% nel confronto con l’anno precedente.
    In tutto i contratti collettivi nazionali di lavoro coprono il 62% degli occupati dipendenti, corrispondenti al 59% del monte retributivo.

    Il settore privato fa registrare un miglioramento tendenziale delle retribuzioni dell’1,7% mentre i lavoratori pubblici hanno lo stesso trattamento economico 27102014dell’anno precedente.
    I comparti con l’incremento tendenziale maggiore sono quelli del tessile, abbigliamento e lavorazioni pelli (+4,5%), agricoltura (+3,9%), energia e petroli (+3,5%). Si registrano, invece, variazioni nulle nei settori del credito e assicurazioni, delle telecomunicazioni e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.
    Per quanto riguarda, invece, il numero di contratti, l’Istat ne individua 39, che regolano il trattamento economico di 8 milioni di dipendenti.
    L’incidenza complessiva nel settore privato è dell’80,9%, con il settore agricolo che ha una copertura del 100%, mentre l’industria del 95,9% ed i servizi privati del 66,2%.
    Non si registra nel mese di ottobre alcun rinnovo contrattuale; la percentuale di lavoratori dipendenti in attesa del rinnovo è del 38% (invariata rispetto al mese precedente), di cui il 19,9% nel settore privato.
    Nello specifico sono 36 i contratti da rinnovare (15 nella pubblica amministrazione), con un’attesa media calcolata sul totale dei dipendenti di 22,2 mesi, in crescita rispetto a un anno prima (19,8).



  • Inizierà mercoledì 25 novembre “Altacoop Senior”, il progetto di alta formazione per manager, amministratori e quadri cooperativi promosso da Confcooperative Reggio Emilia ed Irecoop (l’Istituto di formazione della centrale cooperativa).
    L’iniziativa si articolerà in otto incontri formativi sui temi inerenti alle strategie di sviluppo dell’impresa cooperativa.

    Verranno affrontate in particolare le seguenti questioni: gli scenari economici attuali, le reti di impresa, la gestione delle risorse umane e il benessere confcooperativeorganizzativo, le leve dell’innovazione cooperativa, le nuove tecnologie e la new economy, il rapporto tra Consigli di amministrazione e management, il lavoro in rete e le economie di filiera, il controllo e pianificazione.
    L’obiettivo di questo percorso di formazione è mettere al centro la persona, il socio ed il lavoratore in quanto risorse principali della forma d’impresa cooperativa.
    Recentemente, gli scandali giudiziari hanno evidenziato come lo storico sistema valoriale del mondo della cooperazione venga messo in discussione; una deviazione dal percorso originario che ha visto come protagonisti amministratori corrotti, legati a logiche di tipo particolaristico.
    Con questa iniziativa Confcooperative intende riportare il capitale umano al centro dei principi e dell’attività delle coop, approfondendo anche tematiche di stringente attualità per l’universo cooperativo.
    Gli incontri saranno tenuti da esperti consulenti aziendali e docenti provenienti dalle Università di Bologna, Brescia, Firenze, Venezia Ca’ Foscari, e Milano Bocconi.



  • La notizia dell’apertura di un’inchiesta da parte della procura di Torino contro sette note case produttrici di olio, colpevoli, secondo il Pm Guariniello, di aver venduto olio vergine spacciandolo per extravergine, ha fatto scattare l’allarme nell’intero comparto.
    Dopo un’ultima annata disastrosa a causa del virus Xyella, il settore olivicolo necessita di un cambio di marcia che possa riportare l’Italia ai vertici europei in termini di vendite e di immagine.

    Per questo motivo il mondo del commercio, dell’industria e dei produttori ha stretto un accordo di filiera per rafforzare i controlli anti-frode e rafforzare la qualità.
    olioSi tratta di un momento di grande rilevanza simbolica, perché, come dimostrato dalla crisi del latte, è estremamente difficile mettere insieme le istanze di queste tre parti.
    L’accordo ha una durata triennale ed è stato sottoscritto da Aipo, Cno, Unasco, Unaprol, Unapol, Assitoll, Federolio e Assofrantoi. Tra i contenuti dell’accordo c’è la realizzazione di controlli più stringenti per far emergere la qualità del prodotto.
    Le modalità verranno poi stabilite da una commissione di tecnici che valuterà il tipo di controllo più efficace.
    Tra le ipotesi c’è anche quella di inserire i cosiddetti “blind test”, ovvero dei controlli alla cieca sui campioni di olio extra vergine d’oliva.
    I produttori si sono impegnati al mantenimento di determinate qualità organolettiche in base agli standard stabiliti dai laboratori certificati ed hanno ottenuto un prezzo di vendita di 40 centesimi in più al chilo rispetto ai prezzi di mercato per le partite di olio qualitativamente superiori.
    L’intento, dunque, è riportare la qualità al centro della produzione, pagandola meglio. In questo modo il consumatore, qualora dovesse trovare negli scaffali olio a prezzi stracciati (difficile reperirlo ad un prezzo inferiore a 7 euro al litro), capirebbe benissimo di trovarsi di fronte ad una truffa alimentare o ad un prodotto proveniente dall’estero.



  • L’Istat ha fornito i dati sulle stime di povertà ed esclusione sociale degli italiani nel 2014 in base ai redditi percepiti nel 2013.
    Quello descritto dall’Istituto di statistica è un quadro inquietante che mostra come la crisi abbia accresciuto le diseguaglianze portando molto famiglie alle soglie della povertà.
    Nel 2014 si attesta al 28,3% la stima delle persone a rischio di povertà o esclusione sociale residenti in Italia, secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia Europa 2020.

    All’interno di questa categoria rientrano tutte le persone caratterizzate da da grave deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro (calcolata sul numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante il 2013).
    dati consumi italiaNel 2014 è diminuita la percentuale di persone gravemente deprivate per effetto della riduzione del numero di individui che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 13,9% al 12,6%), una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 51,0% al 49,5%) o una spesa imprevista pari a 800 euro (dal 40,2% al 38,8%).
    Aumenta, invece, la percentuale di persone con bassa intensità lavorativa, soprattutto nel Mezzogiorno (dal 18,9% al 20,9%).
    In generale sono solamente cinque i paesi dell’Unione Europea con un rischio di povertà o esclusione sociale maggiore rispetto all’Italia: Romania (40,2%), Bulgaria (40,1%), Grecia (36,0%), Lettonia (32,7%), Ungheria (31,1%).
    Spagna, Croazia e Portogallo hanno, invece, valori simili a quelli del nostro Paese.
    Dall’indagine dell’Istat si può ricavare anche il livello di reddito delle famiglie italiane ed il grado di diseguaglianza.
    “Nel 2013 – riporta l’Istat – si stima che la metà delle famiglie residenti in Italia abbia percepito un reddito netto non superiore a 24.310 euro l’anno (circa 2.026 euro al mese); questo valore scende a 20.188 euro nel Mezzogiorno (circa 1.682 euro mensili)”.
    Il Sud Italia si contraddistingue anche per un grado di diseguaglianza maggiore: la stima dell’indice di Gini, infatti, è di 0,305 contro lo 0,296 nazionale.



  • Il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, ha affrontato il tema della riforma delle associazioni di categoria nel messaggio inviato alla Cooperazione Trentina in occasione del centoventesimo anniversario dalla sua nascita.
    Confcooperative, Legacoop ed Agci stanno portando avanti un percorso di unione delle sigle che verrà completato nel 2017 con l’istituzione dell’Alleanza delle Cooperative.

    Il mondo della cooperazione intende effettuare una sintesi delle identità e dei valori delle centrali di rappresentanza, mettendo da parte la politica e valorizzando, invece, le peculiarità ed i punti di forza dell’impresa cooperativa in quanto tale:
    logo alleanza«Noi siamo impegnati nella realizzazione di una nuova fase nel panorama della rappresentanza con la costruzione dell’Alleanza delle Cooperative Italiane. Il nostro obiettivo è – dichiara Gardini –  non solo tutelare gli interessi delle imprese, ma essere in grado di dare risposte più efficaci ai bisogni del Paese e delle nostre comunnità».
    All’interno del dibattito sul ridimensionamento del ruolo dei sindacati portato avanti dal premier Matteo Renzi, vanno inserite, secondo molti, anche le associazioni di rappresentanza delle imprese, tra le quale ovviamente rientrano anche Legacoop, Confcooperative e Agci.
    Lo spirito riformatore, secondo Gardini, non deve essere dettato dalla volontà del Governo di cambiare il quadro delle relazioni con i gruppi di interesse, ma da un’esigenza di rinnovamento fornito dal mutato contesto economico e sociale.
    «La crisi economica – sostiene Gardini – ha amplificato e accelerato scenari che ci impongono nuove riflessioni sul ruolo delle associazioni di rappresentanza che non sono in crisi solo perché non vengono più convocate le associazioni a Palazzo Chigi. La rappresentanza deve riuscire a cambiare passo per essere in grado di rispondere in modo adeguato ai bisogni reali dei propri associati e del Paese, bisogni che sono continuamente in evoluzione».



  • Il fenomeno del mancato utilizzo dei fondi europei non tocca minimamente il comparto del vino.
    Come riportato, infatti, dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, il settore vitivinicolo ha speso 336 mln di fondi Ue per aumentare la qualità delle produzioni e l’internazionalizzazione delle aziende del vino.
    Questa cifra rappresenta il 99,9% delle risorse messe a disposizione da Bruxelles.

    Sono stati due, in particolare, gli ambiti di intervento: la ristrutturazione dei vigneti e la promozione del vino italiano nei mercati esteri.
    italia primo produttore vinoPer quanto riguardo il primo aspetto, moltissime aziende si sono dotate di innovazioni tecnologiche in grado di migliorare la qualità delle produzioni con un investimento complessivo di 256 milioni.
    Le aree interessate dall’intervento sono state soprattutto quelle del Nord Est, ma anche alcuni vigneti emergenti come Pignoletto in Emilia Romagna, Pecorino in Abruzzo, Vermentino in Toscana ed in Sardegna, Negramaro e Nero di Troia in Puglia, hanno ricevuto finanziamenti europei.
    Ma l’aspetto più importante, probabilmente, che renderà il settore maggiormente competitivo riguarda gli investimenti in internazionalizzazione.
    Come abbiamo più volte riportato, l’Italia è diventata nel 2015 il maggior produttore di vino al mondo; un traguardo importante che unito alla rinomata qualità dei nostri vini può far crescere la quantità di vendite all’estero.
    Ci sono dei margini di sviluppo importanti sia oltreoceano (soprattutto in Cina e negli Stati) che in Europa. Non è un caso che nei primi otto mesi del 2015, come riporta Ismea, ci sia stato un aumento delle esportazioni del 6%.
    Per diventare, però, ancora più competitivi è necessario promuovere il nostro vino all’estero e veicolare processi aggregativi tra le piccole aziende, anche cooperative, in modo da consentire loro di tentare la sfida estera.
    In questo 2015 sono stati investiti 80 milioni in pratiche di promozione ed internazionalizzazione ed il Governo, come ha ribadito in questi giorni il ministro Martina, ha intenzione di fornire alle aziende vitivinicole strumenti e risorse adeguate per far crescere la quantità di export di un settore che rappresenta un modello di riferimento per tutto l’agroalimentare italiano.



  • Il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto decreto “salva banche”, il provvedimento di salvataggio finanziario di Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e CariChieti.
    L’intervento non prevede alcun finanziamento pubblico, ma fa gravare l’onere dell’operazione sull’intero sistema bancario attraverso il Fondo di Risoluzione, finanziato dai contributi delle banche.

    Il costo complessivo della misura è di 3,6 miliardi, alcuni dei quali sono recuperabili con la vendita degli istituti finanziari. Nella serata di ieri è arrivato anche l’ok della Commissione europea che in precedenza aveva bocciato diverse proposte dell’esecutivo.
    salva bancheL’Unione Europea è molto rigida sul tema del salvataggio delle banche, non ammettendo alcuna forma di finanziamento statale alle banche.
    La soluzione trovata dal Governo prevede che vengano aperte due linee di credito da parte di alcuni dei maggiori istituti finanziari italiani, ovvero Intesa San Paolo, Unicredit ed Ubi.
    Verranno anticipati al Fondo di risoluzione le risorse necessarie per il salvataggio attraverso crediti a tassi d’interesse di mercato.
    Il primo debito verrà estinto entro la fine dell’anno grazie ai contributi versati dalle 208 banche del sistema non-Bcc al Fondo di risoluzione, una quota che ammonta a 500mila euro. A questa cifra andranno aggiunti 2 miliardi di annualità straordinarie.
    Il resto della cifra anticipata verrà, invece, restituita quando sarà completata la vendita degli istituti e dei crediti deteriorati.
    Ciascuna delle quattro banche vedrà una divisione interna tra la cosiddettà “banca buona” o “banca ponte” composta dai depositi, i conto correnti e le obbligazioni ordinarie e la “banca cattiva” dove ci saranno i crediti deteriorati.
    Le “banche buone” verranno gestite dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, mentre le “bad banks” saranno guidati da esperti di recupero crediti che proveranno a rivalutare e vendere le attività deteriorate.



  • Federabitazione – Confcooperative ha presentato l’edizione  2015 di AAA Architetticercasi, il contest per architetti ed ingegneri under 32.
    Quest’anno gli organizzatori hanno deciso di limitare la partecipazione a professionisti con un’età inferiore ai 32 anni per valorizzare la creatività e l’auto-impiego giovanile.
    I vincitori riceveranno un premio di 14.000 euro e potranno seguire un percorso di formazione che li potrà portare alla costituzione di una cooperativa di professionisti.

    Il bando è diviso in quattro aree. Ciascun partecipante potrà presentare un progetto che riguarda uno dei seguenti ambiti che incentivano l’abitare cooperativo:

    • rigenerazione urbana;
    • riqualificazione del patrimonio edilizio;
    • riscoperta dei territori metropolitani, dei centri minori e della città diffusa;
    • residenzialità “produttiva”, intesa come strumento di produzione di servizi per l’intera comunità urbana.

    Ogni categoria vedrà un vincitore diverso che riceverà la cifra di 14.000 euro; i partecipanti saranno giudicato da una commissione mista, composta da esponenti del mondo accademico, professionisti, istituzioni e dirigenti cooperativi.
    Oltre al riconoscimento economico, Federabitazione si impegna a selezionare alcuni professionisti particolarmente meritevoli assegnando loro degli incarichi nel mondo dell’abitare sociale e cooperativo.
    Ci sarà, inoltre, la possibilità di costituire una o più cooperative di professionisti con la formazione ed il sostegno tecnico di Confcooperative.
    L’organizzazione di rappresentanza delle coop conferma la propria sensibilità verso le tematiche della riqualificazione urbana e le questioni emerse in seguito ai processi di urbanizzazione.
    Il progressivo e sempre più intensivo abbandono delle campagne porterà disagi di tipo sociale, ma anche ambientale e paesaggistico. Le soluzioni innovative adottate da architetti ed ingegneri avranno così un ruolo predominante per rendere le nostre città dei luoghi di convivenza civile dall’alto valore artistico.