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    La pubblicazione di immagini altrui su internet senza consenso costituisce una lesione del diritto all’immagine, diritto soggettivo e della personalità, segno distintivo di un individuo e diritto fondamentale della persona.

    diritto all'immagine Fino ad un po’ di anni fa la compromissione di tale diritto avveniva per lo più mediante la pubblicazione delle foto su giornali o riviste; oggi internet ha moltiplicato i rischi e reso sempre più frequenti comportamenti illegali in tale ambito. Il diritto all’immagine rientra tra i c.d. diritti inviolabili della personalità, ossia quei diritti che, al pari del diritto alla vita e all’integrità fisica, al nome, all’onore ecc., hanno ad oggetto aspetti essenziali della personalità umana. Sebbene il diritto all’immagine non sia esplicitamente incluso tra i diritti inviolabili della personalità dalla Carta Costituzionale del nostro Paese, la giurisprudenza ha unanimemente riscontrato il fondamento giuridico della tutela di tale diritto nell’art. 2 della Costituzione che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’individuo sia nella sfera individuale che in quella collettiva/sociale.

    Nell’ordinamento italiano il diritto all’immagine rappresenta una delle espressioni del diritto alla riservatezza, che garantisce ad ogni individuo uno spazio di riserbo relativamente a tutte quelle caratteristiche della propria personalità che non intende divulgare a terzi. Il diritto alla riservatezza, pertanto, esprime la legittima aspettativa di ciascun individuo di non essere oggetto di interferenze da parte di terze persone circa quelle caratteristiche personali, intime ed interiori che compongono la propria personalità. Il diritto alla riservatezza non comporta soltanto la pretesa – passiva – di evitare che terzi si intromettano nella sfera personale dell’individuo, ma anche quella – attiva – di gestire in piena autonomia la propria personalità aprendo gli spazi di intimità esclusivamente a determinati soggetti dallo stesso eventualmente individuati.

    Più specificatamente, come anticipato, l’ordinamento italiano prevede, nei limiti interpretativi ed estensivi sopra riportati, una specifica disciplina applicabile alle ipotesi di pubblicazione di immagini su internet: l’art. 96 della L. 633/41 (Diritti relativi al ritratto) stabilisce testualmente che “Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa, salve le disposizioni dell’articolo seguente”. E’ incontestabile che la pubblicazione su di un social media tanto famoso e diffuso come Facebook (avente 1,3 miliardi di utenti) possa costituire “il ritratto di una persona” di cui alla norma sopra citata, la quale potrà quindi trovare piena ed incondizionata applicazione al caso di specie. Tale norma introduce nel nostro ordinamento il c.d. “principio del consenso” stabilendo che per riprodurre, esporre o mettere in commercio l’immagine di una persona è sempre necessario ottenere il suo consenso.

    Ed ancora, una pubblicazione senza consenso viola certamente gli artt. 2043 e 2056 c.c., l’art. 10 c.c. (Abuso dell’immagine altrui), secondo cui “Qualora l’immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l’esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l’autorità giudiziaria, su richiesta dell’interessato, può disporre che cessi l’abuso, salvo il risarcimento dei danni”, e  l’art. 15 del D.Lgs. 196/03: “Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è  tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile. 2. Il danno non patrimoniale è risarcibile anche in caso di violazione dell’articolo 11”. Il richiamo, nell’ultima norma citata, all’art. 2050 c.c., si spiega con l’intento del legislatore speciale di agevolare, sul piano probatorio, la posizione del danneggiato: invero, chi abbia subito il danno potrà limitarsi a dimostrare quest’ultimo, mentre sul presunto responsabile graverà la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitarlo, così come richiesto dall’art. 2050 cod. civ. (Cass. Civ., Sez. III, 2468/09).

    Non bisogna poi dimenticare, inoltre, che le fotografie pubblicate su internet possono contenere i c.d. “dati sensibili” di cui al D.Lgs. 196/03, il cui art. 4, lett. d), definiti come  “i dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”.

    Sul tema del risarcimento dei danni non patrimoniali derivanti dalla lesione del diritto d’immagine l’art. 10 cod. civ. è stato normalmente interpretato nel senso che la lesione del diritto all’immagine dà diritto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali, soluzione confermata e rafforzata dal rilievo che, trattandosi di diritto costituzionalmente protetto (art. 2 Cost.), vale il principio più volte enunciato dalla Suprema Corte, secondo cui la relativa lesione non è soggetta al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 cod. pen., e non presuppone la qualificabilità del fatto come reato, giacché il rinvio di cui all’art. 2059 cod. civ.: “….ben può essere riferito……. anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica, implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale” (Cass. civ., Sez. III, 31 maggio 2003 n. 8828, fra le altre). Ed invero la Suprema Corte ha stabilito che “L’illecita pubblicazione dell’immagine altrui obbliga l’autore al risarcimento dei danni non patrimoniali sia ai sensi dell’ art. 10 cod. civ., sia ai sensi dell’art. 29 legge n. 675 n. 1996, – ove la fattispecie configuri anche violazione del diritto alla riservatezza, sia in virtù della protezione costituzionale dei diritti inviolabili della persona, di cui all’art. 2 Cost.: protezione costituzionale che di per sé integra fattispecie prevista dalla legge (al suo massimo livello di espressione) di risarcibilità dei danni non patrimoniali, ai sensi dell’art. 2059 cod. civ.” (Cass. n. 12433/08).

    Qualora la pubblicazione senza consenso offenda l’altrui reputazione si potrà configurare, oltre all’illecito civile, anche il reato di diffamazione, mentre qualora dalla pubblicazione derivi un profitto anche il reato di trattamento illecito di danni.

     



  • Torna a presentarsi in maniera preoccupante il fenomeno delle “morti bianche”.
    Come riportato dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (Inail) nei primi dieci mesi del 2015 ci sono state 729 “denunce di infortunio con esito mortale sul luogo di lavoro” contro le 628 dello stesso periodo dell’anno precedente.

    In tutto, quindi, ci sono stati 101 morti bianche in più con una variazione del +16,1%.
    Il dato è abbastanza preoccupante se consideriamo che negli ultimi dieci anni il numero di morti sul lavoro era stato in costante diminuzione. L’anno scorso era inailstato addirittura raggiunto il minimo storico (674), frutto probabilmente di una migliore prevenzione e di una maggiore attenzione verso le tematiche sulla sicurezza sul lavoro.
    Sono aumentati gli strumenti a disposizione dei lavoratori per conoscere i propri diritti, oltre ad essere cresciute le sanzioni per chi non rispetta le regole disciplinate nel decreto legislativo 81 del 2008.
    Come riporta l’Inail, però, se consideriamo anche i cosiddetti “decessi in itinere”, ovvero quelli accaduti mentre ci si recava o si tornava dal posto di lavoro, le morti salgono addirittura a 988 contro le 833 dei primi dieci mesi del 2014 (+18,6%).
    Continua a diminuire, invece, il numero di infortuni sul posto di lavoro. Nel periodo compreso tra gennaio e settembre 2015 sono state 463.189 le denunce d’infortunio, con un calo del 4,2% rispetto al 2014, per effetto di una diminuzione più sostenuta per gli infortuni in occasione di lavoro (-4,6%) e di uno più contenuto per quelli in itinere (-2,0%).



  • La forma cooperativa è lo strumento giuridico migliore per resistere alle congiunture economiche negative.
    Ne abbiamo avuto la prova nel corso dell’ultima crisi, dove a differenza di molte aziende di tipo capitalistico, le cooperative sono riuscite a mantenere costanti i livelli occupazionali, sfruttando i propri principi costitutivi che rifuggono il profitto come obiettivo ultimo dell’attività aziendale.

    Uno degli strumenti cooperativi più affascinanti è sicuramente il workers buyout. Nel corso della trasmissione Il Posto giusto, l’approfondimento settimanale sulle tematiche del lavoro trasmesso ogni domenica dai Rai Tre, Giovanni Marcantonio della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha spiegato l’origine ed i vantaggi di questo istituto.
    produzione industriale istatÈ una forma di acquisizione aziendale tipicamente anglosassone, sempre più diffusa in Italia nel periodo post-crisi. Si tratta, come spiega lo stesso Marcantonio, di un’operazione di tipo societario e finanziario da parte dei lavoratori finalizzata all’acquisto della società per la quale lavorano. La forma giuridica scelta è quella cooperativa.
    Per investire il capitale necessario all’acquisizione, i lavoratori possono decidere di ricorrere ai propri risparmi o di utilizzare il proprio Trattamento di Fine Rapporto (Tfr) chiedendo all’Inps la sua erogazione anticipata in un’unica rata.

    Questo tipo di operazione si configura soprattutto nei casi di fallimento di un’azienda o di successione alla titolarità della stessa. Serve, innanzitutto, a mantenere inalterato il numero dei posti di lavoro, oltre a conservare il patrimonio aziendale ed il know-how produttivo.
    Sono molteplici gli esperimenti di workers buyout diffusi in tutta Italia. Tra questi ricordiamo la cooperativa Soles Tech, nata dalle ceneri della Soles s.r.l attraverso l’acquisto dei brevetti dell’azienda da parte dei suoi lavoratori dipendenti.
    La cooperativa opera nel campo delle costruzioni producendo tecnologie innovative di sollevamento di manufatti e di isolamento sismico. Si tratta di uno dei tanti esempi di come la cooperazione possa dare voce e forza a chi non ha le risorse per avviare un’attività d’impresa.
    La condivisione delle idee, delle risorse e dei valori può essere, dunque, la chiave per trasformare una storia di fallimento in una di successo.



  • Mercoledì scorso è stata celebrata in tutto il mondo la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
    Il 25 novembre rappresenta ogni anno un momento di riflessione sulle questioni di genere, una discussione che parte dal problema della violenza per arrivare alla questione della parità di diritti e di retribuzione nei luoghi di lavoro.

    Come rileva l’Istat nelle sue rilevazioni mensili, il tasso di disoccupazione femminile è ancora comparativamente più elevato rispetto a quello maschile.
    Nel mese di settembre, per fare un esempio, il tasso di disoccupazione femminile si attestava al 12,5% contro l’11,3% maschile.
    donne imprenditriciIl livello di diseguaglianza è ancora più accentuato al Mezzogiorno. Nel secondo trimestre del 2015 il tasso di occupazione degli uomini è del 58,67% contro il 33,97% delle donne.
    Al Nord, per rendere l’idea delle differenze territoriali, il tasso di occupazione femminile è del 61,12% (quasi trenta punti percentuali di divario).
    Al Sud, in poche parole, lavora solo una donna su tre: un dato che spiega alla perfezione il disagio economico e sociale vissuto da chi vive nel Mezzogiorno.
    In generale, però, sempre secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2015 l’occupazione femminile ha raggiunto uno dei livelli più alti degli ultimi venticinque anni, attestandosi al 50,9%. Questo vuol dire che in Italia una donna su due lavora.

    Siamo arrivati, dunque, ad un momento di svolta in materia di parità di genere? La risposta purtroppo è negativa.
    L’incremento del tasso di occupazione femminile è dovuto principalmente all’innalzamento dell’età pensionabile, disciplinato dalla tanto discussa riforma Fornero.
    Le donne, dunque, sono costrette a lavorare ben oltre i 60 anni di età. In un mercato del lavoro stagnante come quello italiano, questa situazione ha degli effetti negativi sull’entrata nel circuito lavorativo delle giovani donne.
    Secondo l’Istat, infatti, dal 2011 (anno dell’approvazione della riforma delle pensioni) ad oggi le lavoratrici over 55 hanno raggiunto quota 1,5 milioni, crescendo di quasi mezzo milione di unità.
    A questa variazione positiva fa da contraltare, però, una diminuzione delle lavoratrici under 35, passate da 2 milioni a 1.730.
    Si tratta, dunque, di un andamento positivo solamente illusorio. I numeri aggregati sono comunque deludenti: l’obiettivo delle istituzioni europee, venuto fuori dalla Conferenza di Lisbona, è arrivare ad un tasso di occupazione femminile del 60%.
    L’Italia, dunque, con il suo 50,9% è ancora ben lontana da questo traguardo neanche troppo ambizioso.


  • granarolo

    La seconda edizione dello studio Comprend-Lundquist ha analizzato i siti web delle aziende italiane in base al grado di trasparenza dei propri dati e ricavando così delle informazioni utili sull’importanza strategica assegnata alla comunicazione nelle singole realtà aziendali.
    Tra le imprese non quotate in borsa, sul podio troviamo anche Granarolo, classificatosi al secondo posto con 40,7 punti.

    Il gruppo cooperativo è anche la migliore nuova entrata della classifica, dimostrando, dunque, di comprendere i mutamenti del mercato e di conseguenza di capire la rilevanza della comunicazione per attrarre investitori e consumatori.
    granaroloAl primo posto troviamo Sace con 41,4 punti, mentre al terzo posto c’è Poste italiane (le rilevazioni sono state effettuate prima della sua entrata ufficiale in borsa).
    Proprio Poste risulta essere l’azienda con i miglioramenti più evidenti; probabilmente l’imminente quotazione ha inciso sull’implementazione dei servizi online, vista la rilevanza che l’aspetto comunicativo assume una volta entrati nel mercato azionario.
    Male, invece, tutte le imprese del Made in Italy agroalimentare e soprattutto quelle della moda, che risultano essere i settori peggiori tra quelli esaminati.
    In generale solo due aziende (Sace e Granarolo) hanno ottenuto un punteggio superiore alla metà del massimo raggiungibile (80 punti). Secondo Comprend-Lundquist quaranta punti è la quota che definisce il livello minimo di soddisfazione degli shakeholders.
    Il mercato dimostra come per attirare nuovi investitori, soprattutto quelli provenienti dall’estero, sia necessario implementare le proprie strategie di comunicazione, prestando grande attenzione alle informazioni presenti sul proprio sito web e al grado di interazione con l’esterno.
    Sono poche le aziende che hanno compreso il rapporto stretto tra comunicazione e marketing: non è un caso che 35% di quelle analizzate abbia fatto registrare un punteggio inferiore al 30% del massimo ottenibile.
    Ed è ancora più grave che le debolezze strutturali maggiori siano state riscontrate in aziende dell’agroalimentare e della moda, ovvero settori che sono espressione del Made in Italy in tutto il mondo.
    La comunicazione in questi comparti dovrebbe essere il pilastro della strategia aziendale: è su questo aspetto che deve crescere la cultura aziendale del nostro Paese per essere realmente competitivi al cospetto di chi investe in innovazione e comunicazione.



  • Si è svolto oggi a Verona il convegno “Le prospettive economiche della viticoltura veronese” organizzato da Confcooperative Verona con il sostegno del Banco Popolare.
    All’incontro erano presenti, tra gli altri, il ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali Maurizio Martina ed il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini.

    L’argomento principale di discussione è la nuova normativa europei sui diritti d’impianto, che obbliga i produttori a partire dal 1° gennaio 2016 a installare nuovi impianti solo previa autorizzazione.
    cooperative vinoI suddetti permessi per le nuove installazioni verranno rilasciati, inoltre, per una superficie non superiore all’1% della superficie vitata nazionale dichiarata l’anno precedente.
    Il nuovo regolamento comunitario rischia così di limitare l’attività dei produttori, soprattutto di quelli che si vogliono affacciare al mercato vitivinicolo in un momento produttivo di grande espansione per il nostro paese.
    Come evidenziato nel corso del convegno ci sono una serie di paesi dove la percentuale di persone che sceglie il vino è in netta crescita rispetto allo scorso decennio: basti pensare alla Cina, nella quale il consumo di vino in rapporto alle altre bevande alcoliche è cresciuto dal 5% del 2000 al 16% del 2004, con un aumento del 173% degli acquisti online
    In generale i mercati asiatici rappresentano un bacino fondamentale per le nostre esportazioni. La soluzione organizzativa portata avanti da Confcooperative è l’implementazione delle strategie di aggregazione e lo sviluppo di politiche di filiera che possono dare maggiore forza economica anche alle piccole imprese e consentire loro di affacciarsi in Cina o negli Stati Uniti.
    Secondo il ministro Martina per il periodo 2014-2020 sarà fondamentale perseguire un utilizzo più efficiente della risorse comunitarie anche in tema di internazionalizzazione. Il Psr nazionale e quelli regionali hanno messo al centro della programmazione l’aumento delle esportazioni, cercando di assistere le imprese nei rapporti con gli importatori ed abbattendo alcune barriere doganali particolarmente pesanti, come quelle presenti in Cina.
    Come dichiarato dal presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, la rinnovata attenzione del presente Governo sul tema dell’agricoltura, come dimostrato dalla Legge di Stabilità, rappresenta un bel segnale per il settore e deve fungere da stimolo per affrontare con maggiore fiducia le prossime sfide del comparto.



  • La regione con gli stipendi più alti d’Italia è la Lombardia.
    Lo rivela un’indagine dell’Osservatorio Jobpricing per Repubblica, secondo la quale il livello medio dei salari di chi lavora in Lombardia è di 31.179 euro.
    L’analisi è stata condotta prendendo in considerazione solamente i lavoratori dipendenti, vengono esclusi, dunque, autonomi e P.A.

    Alla Lombardia va anche la palma della provincia di più “ricca” d’Italia, con Milano che fa registrare i salari più elevati.
    stipendi italiaIl capoluogo lombardo spicca, infatti, con i suoi 34.508 euro medi per lavoratore dipendente.
    Tra le altre regioni, bene anche Trentino Alto Adige (30.803), Emilia Romagna (29.894), Lazio (29.615) e Valle d’Aosta (29.484); la regione fanalino di coda è, invece, la Calabria che presenta un salario medio di 23.465 euro; poco più avanti la Basilicata (23.876) e la Sardegna (24.110).
    Esistono, dunque, delle differenze sostanziali tra i vari contesti regionali, mitigati solo in parte da un costo della vita diverso tra regioni come la Lombardia e la Calabria che si trovano ai lati opposti della graduatoria.
    Il pessimo risultato della Calabria è dato dalla sommatoria dei livelli salariali delle singole province; non a caso quella di Crotone, con 22.736, è la seconda peggiore d’Italia, dietro quella di Medio Campidano.
    Nella bottom ten troviamo anche Reggio Calabria (sestultima con 23.033) e Vibo Valentia (la decima peggiore con 23.282).
    Per quanto riguarda, invece, le province con il reddito più elevato, spicca l’assenza di Roma tra le prime dieci, mentre dietro Milano troviamo Bolzano (32.987), Genova (31.404), Parma (31.273) e Reggio Emilia (30.913).



  • Il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti, è intervenuto nel corso dell’assemblea dei delegati della centrale di rappresentanza delle cooperative, tenutasi ieri a Bari.
    Lusetti ha affrontato varie questioni che riguardano il presente ed il futuro del mondo della cooperazione. Una delle sfide imminenti è l’unione delle sigle di Legacoop, Confcooperative e Agci che nel 2017 formeranno un’unica organizzazione: l’Alleanza delle Cooperative italiane (Aci).

    Un percorso di sintesi identitaria ed organizzativa, che è in atto già da qualche mese e che sarà portato a termine tra poco più di un anno.
    Si tratta di un atto di grande responsabilità e coraggio, che chiude di fatto un capitolo decennale. Ogni centrale di rappresentanza ha avuto ed in parte continua ad avere un riferimento politico e valoriale.
    lusetti coopstartupLa costituzione dell’Alleanza delle Cooperative rappresenta la dimostrazione di come la cooperazione sia in grado di cogliere i cambiamenti della realtà e superare vecchi schemi vecchi: “Dobbiamo avere oggi il coraggio – ha dichiarato Mauro Lusetti – che hanno avuto coloro che 170 anni fa hanno dato avvio a questa storia, che è la nostra storia. Rimanere ancorati alle nostre abitudini, ai nostri schemi mentali e fermare per questo il cambiamento vuol dire essere fedeli alle nostre paure, non alla nostra storia. È questo invece il momento, e non ce ne sarà un altro, per dimostrare che siamo capaci di far vivere nel presente i valori che abbiamo ricevuto e per i quali generazioni di cooperatori hanno lavorato e si sono sacrificati”.

    L’Alleanza nasce con lo spirito pionieristico ed innovativo che ha sempre contraddistinto la galassia cooperativa. Le coop sono interpreti dei cambiamenti ed agenti di rivoluzione.
    Una rivoluzione che deve guardare con occhio critico al proprio interno. Non sono passati inosservati, infatti, gli scandali giudiziari che hanno visto alcune cooperative essere protagoniste del malaffare.
    Un simile rinnegamento dei valori cooperativistici non è più accettabile. Per questo motivo l’Alleanza ha portato avanti una proposta di legge contro le false cooperative, applicando l’espulsione immediata di chi non si sottopone ai controlli e chiedendo il cambiamento della normativa degli appalti e del sistema dell’offerta più bassa.
    “Siamo in una fase di cambiamento – aggiunte il presidente di Legacoop – che impone di ripensare il ruolo della cooperazione nel Paese. Mafia capitale, lo scandalo del Mose, la vicenda di CPL potevano fermare questo percorso, provocando un ripiegamento difensivo. Non è stato così. Abbiamo scelto una linea di tolleranza zero all’illegalità fatta di espulsioni, costituzioni in giudizio, azioni di responsabilità e rifiuto netto di ogni compromesso o doppia morale”.
    La cooperazione, dunque, deve guardare al futuro continuando a studiare la società e a cogliere i suoi bisogni.
    La crisi del modello aziendale capitalistico e l’affermazione del logica dell’utilizzo e della condivisione lascia nuovi spazi alla forma giuridica cooperativa.
    I nuovi modelli di sharing economy si adattano alla perfezione al vestito cooperativistico: quella offerta dalla nuova economia collaborativa è un’opportunità che l’intero mondo della cooperazione non può lasciarsi scappare, riaffermando anzi dimenticando quelli che sono i suoi valori costitutivi.



  • La cooperazione agricola guarda al 2016 con fiducia grazie anche i provvedimenti inseriti nella Legge di Stabilità, definita da Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, come “la più agricola degli ultimi anni“.
    L’eliminazione dell’Imu e dell’Irap agricola potranno comportare un dirottamento di risorse verso innovazione ed internazionalizzazione, portando il fatturato dell’agroalimentare cooperativo a 37 miliardi di euro.

    Il mondo delle coop agricole rappresenta circa un quarto del fatturato dell’agroalimentare nazionale, grazie all’attività di 800mila soci produttori, 5.000 vino cooperativecooperative agricole e 93mila addetti.
    Numeri importanti che spingono i dirigenti cooperativi a pretendere ancora di più, consapevoli di alcune debolezze strutturali, soprattutto in tema di internazionalizzazione delle piccole cooperative.
    Il valore dell’export è, infatti, solo di 4 miliardi corrispondente al 11% dell’intero fatturato. Una cifra che, nonostante i recenti progressi (previsione di crescita del 6,5% per l’anno prossimo), ha portato i vertici dell’Alleanza delle Cooperative a cercare nuove soluzioni trovandole nell’aggregazione e nell’interprofessionalità: “Ora tocca sempre di più a noi creare un sistema economicamente sostenibile, perché sono finiti i tempi in cui si ricorreva alla politica per trovare le mediazioni sul mercato; – ha dichiarato Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari  – Oggi le imprese della produzione, della trasformazione e del commercio devono riuscire a trovare soluzione valide dal punto di vista economico, dialogando tra loro in un’ottica sempre più interprofessionale”. 



  • Una settimana di formazione dedicata al mondo delle startup nel campo dell’editoria e del giornalismo.
    Google sceglie il campo dell’informazione per portare per la prima volta in Italia la Launchpad Week, un percorso di apprendimento rivolto alle imprese nascenti per consentire loro di migliorare la propria strategia d’impresa.

    Sono 14 le startup selezionate da Google che hanno partecipato all’iniziativa; un evento che si concluderà oggi con un dialogo serrato con i cosiddetti “sharks”, ovvero google launchpad weekpersonaggi di spicco del mondo dell’innovazione, che sottoporranno i partecipanti ad una serie di domande sul loro modello di business e la loro idea d’impresa per verificare la sostenibilità del progetto proposto.
    L’incontro con gli sharks arriva alla fine di una settimana intensa, dove le startup selezionate hanno seguito lezioni frontali su questioni quali la strategia di prodotto e lo sviluppo del business, l’user experience e interfaccia utente, tecnologia, marketing e abilità di presentazione.
    La Google Launchpad Week, svoltasi presso il Talent Garden a Milano, ha consentito inoltre ai partecipanti di confrontarsi con una serie di mentor noti nel settore, tra i quali vanno annoverati Claudio Vandi, Luigi Greco, Niccolò Sannarico, Emily Luxy Underwood, Marco Massarotto, Biagio Stasi, Lisa di Sevo, Emanuela Zaccone, Silvio Cioni, Silvio Gulizia, Matteo Valoriani.
    Il campo dell’editoria e del giornalismo viene considerato da Google come un mondo nel quale i processi innovativi possono rivelarsi estremamente fertili.
    Del resto le nuove tecnologie digitali hanno già rivoluzionato questa realtà, ampliando in maniera enorme il mercato e allargando la platea delle fonti.
    Ricevere una formazione specifica su queste tematiche risulta quanto mai importante per una startup che deve destreggiarsi in un mondo, quello dell’editoria, in continua evoluzione, il che complica ulteriormente le possibilità di successo di un’impresa nascente.



  • Funder 35 è un bando promosso da ben 18 fondazioni, con la Fondazione Cariplo come capofila del progetto, rivolto alle organizzazioni non profit impegnate in attività di impresa culturale e con una componente giovanile (under 35) degli organi di gestione superiore al 50%.
    Entro la fine dell’anno verranno comunicati online i progetti vincitori che potranno ricevere un contributo corrispondente al 75% della somma necessaria per la realizzazione dell’idea e partecipare ad un percorso di accompagnamento di massimo tre anni che dovrà portare al compimento del progetto proposto.

    In tutto sono stati messi a disposizione 2.650.000 euro con la possibilità, inoltre, di istituire un fondo di rotazione o di garanzia per le imprese culturali.
    funder 35L’obiettivo del presente avviso è dare maggiore stabilità alle organizzazioni non profit, la cui attività dipende il più delle volte da finanziamenti pubblici o privati saltuari.
    Con Funder 35 viene avviato, invece, uno specifico percorso di accompagnamento per le imprese volto alla realizzazione di progetti di tipo innovativo.
    Il bando si rivolge alle organizzazioni non profit di natura privata impegnate principalmente in uno dei seguenti campi:

    • l’ambito della produzione artistica/creativa in tutte le sue forme, da quelle tradizionali a quelle di ultima generazione;
    • l’ambito dei servizi di supporto alla conoscenza, alla valorizzazione, alla tutela, alla conservazione, alla circolazione dei beni e delle attività culturali

    Possono partecipare, dunque, le organizzazioni iscritte ai registri regionali del volontariato; le organizzazioni iscritte ai registri delle associazioni di promozione sociale; le organizzazioni iscritte all’albo nazionale delle ONG; le organizzazioni iscritte al registro delle ONLUS e in base alla normativa di riferimento anche le cooperative che operano nel settore dello spettacolo; le cooperative sociali; le imprese sociali iscritte all’apposita sezione del registro delle imprese.
    Vengono posti, però, dei vincoli territoriali che limitano la partecipazione alle organizzazioni che operano nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Lombardia, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta.
    I progetti verranno giudicati da un’apposita commissione di esperti in base innanzitutto ai contenuti innovativi dell’idea, alla sostenibilità economica e anche in base al curriculum dell’organizzazione proponente.
    Quest’ultima deve dimostrare, infatti, di svolgere un’attività costante e non solo saltuaria e di avere un livello stabile di ricavi.

     



  • Continua a salire la fiducia dei consumatori e questa volta raggiunge il massimo storico.
    Nel mese di novembre l’indice elaborato dall’Istat tocca quota 118,4 punti, crescendo di 1,4 punti rispetto al mese precedente e facendo registrare la vetta più alta da quando sono iniziate le serie storiche (gennaio 1995).

    Il miglioramento del clima di fiducia è sicuramente un’ottima notizia per l’Italia in vista del periodo natalizio ed in generale in ottica ripresa dei consumi.
    makersL’arretramento della domanda interna è stata uno dei principali fattori di crisi delle aziende italiane, soprattutto le piccole e medie imprese che, a causa delle loro dimensioni ridotte, privilegiano il mercato interno piuttosto che tentare la sfida estera.
    Un’eventuale ripresa dei consumi, già in parte certificata dagli ultimi dati Istat, renderebbe il tessuto imprenditoriale italiano più propenso ad investire.
    In base alle elaborazioni dell’istituto di statistica, l’aumento maggiore riguardare la componente economica, passata da 153,3 a 158,3.
    Cresce, dunque, la percentuale di italiani che vede dei miglioramenti nella situazione economica del Paese; più limitata, invece, è la fiducia per quanto riguarda la situazione personale (a 105 da 103,9), quella corrente (a 111,6 da 109,3) e quella futura (a 128 da 127,2).
    Stazionario, invece, è il livello di fiducia delle imprese, che rimane comunque ai livelli più alti dall’inizio della crisi.
    L’indice di fiducia delle imprese è passato, infatti, da 107 di ottobre a 107,1 di novembre, con delle variazioni positive maggiori nelle costruzioni e nei servizi di mercato, mentre diminuisce nella manifattura e nel commercio al dettaglio.