• Le aggregazioni fra più realtà cooperative rappresentano il futuro della cooperazione. Ne è convinto Giorgio Mercuri, presidente di Fedagri-Confcooperative e dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, intervistato dal Corriere Vinicolo.

    Le coop agricole hanno dimostrato negli ultimi anni di saper reggere le competizione nazionale ed internazionale, accentuando sempre più il loro essere impresa a 360 gradi. La cooperazione agroalimentare è stato uno dei pochi settori che è riuscito a far rimanere stabile il proprio fatturato, merito di una programmazione orientata verso la qualità e l’innovazione.
    Per restare sempre competitivi, però, è necessario comprendere i mutamenti del contesto economico mondiale ed adattare di conseguenza le proprie strategie aziendali. È diventato sempre più difficile, ad esempio, per le piccole cooperative sostenere i costi delle commercializzazione dei propri prodotti all’estero e resistere agli effetti perversi della crisi.
    Mercuri si rivolge proprio a queste piccole realtà e le invita a compiere il definitivo salto di qualità. I prodotti sono di altissimo livello, le tecniche produttive sono all’avanguardia, l’ultimo step da effettuare riguarda la crescita dimensionale, puntando, però, sui processi aggregativi diversi da quelli implementati nel recente passato: «Quello che si deve fare nel prossimo futuro è cambiare la qualità dell’aggregazione: finora i processi di fusione hanno interessato prevalentemente realtà operanti nello stesso territorio. Bisogna fare un salto di qualità e puntare all’allargamento delle intese a livello nazionale».

    logo alleanzaLa cooperativa, dunque, non più solo come forma d’impresa che nasce sul territorio e ne interpreta i bisogni. La mission sociale delle coop rimane la medesima, ma per una migliore remunerazione dei soci è necessario legarsi ad un’impresa più strutturata sul mercato.
    «Oggi la cooperativa» dice Mercuri «è sempre più un’impresa a tutto tondo, che si propone di arrivare direttamente alla distribuzione e al consumatore, in Italia e nel Mondo, chiudendo la filiera». Per questo motivo il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari invita il mondo della cooperazione ad una migliore divisione delle competenze e ad una riqualificazione degli organici che prenda in considerazione il diverso contesto in cui le cooperative agricole attualmente operano.

     



  • L’Italia torna ad intraprendere la strada della crescita. Lo dicono i dati dell’Istat relativi al Pil italiano nei primi tre mesi del 2015. Dopo messi di recessione, il Prodotto Interno Lordo è tornato a vedere il segno più.

    In base alle elaborazioni dell’Istituto di Statistica, l’Italia fa registrare una crescita rispetto al precedente trimestre dello 0,3%. Una variazione positiva così sostenuta non si vedeva addirittura da 4 anni, segno evidente che la ripresa sta realmente iniziando.
    I dati positivi trovano riscontro anche su base annua, ovvero confrontando il valore del Pil del primi tre mesi del 2014 con quelli del primo trimestre del 2015. Secondo Istat, infatti, il Prodotto Interno Lordo è risultato invariato su base tendenziale dopo ben tredici trimestri consecutivi di segno meno. Dal 2011 in avanti il nostro paese ha sempre visto perdere punti percentuale in materia di ricchezza prodotta, colpa di una crisi che colpito in maniera durissima tutte le attività produttive ed ha avuto delle inevitabili ripercussioni su altri macro-indicatori, come quelli relativi al mondo del lavoro.

    pil italiaLe elaborazioni dell’Istat hanno superato persino le aspettative degli economisti. Le previsioni di Intesa San Paolo, ad esempio, davano il Pil in crescita dello 0,1% su base congiunturale ed in perdita dello 0,2% su base annua.
    Questo rovesciamento delle tendenze recenti, comunica l’Istat, «è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di una sostanziale stazionarietà nei servizi».
    C’è in generale una crescita della domanda interna dopo mesi in cui l’Italia ha fatto affidamento principalmente sull’export e sulla domanda estera. La variazione positiva dei consumi porterà nei prossimi due anni ad una crescita ancora più cospicua del Pil.
    Le previsioni del Governo, riportate nei giorni scorsi nel Def e condivise dall’Istat, danno un Prodotto Interno Lordo in aumento dello 0,7% nel 2015 e poi +1,4% nel 2016 e +1,5% nel 2017.
    La tendenza positiva dovrebbe riguardare anche l’Eurozona. La svalutazione dell’Euro ed il conseguente rilancio dell’export e gli effetti della politica espansiva della Bce dovrebbero portare il Pil a crescere dello 0,4% su base trimestrale.
    La “migliore primavera degli ultimi anni”, come annunciato dalla Commissione nei giorni scorsi, sembra essere, dunque, una realtà concreta e non solo parole di flebile speranza per i cittadini dell’Unione Europea.

     


  • facebook logo

    Instant Articles è la nuova funzione mobile di Facebook che permette di leggere gli articoli dei siti d’informazione rimanendo collegati sulla app del social network. L’idea è nata per risolvere il problema del caricamento troppo lento delle notizie, che è stato calcolato essere di ben 8 secondi.

    Facebook ha pensato di ovviare a questa situazione, inserendo una funzione che abbatterà i tempi di caricamento riducendoli addirittura di dieci volte tanto. In questo modo il social network di Menlo Park diventerà anche un contenitore di notizie, senza che sia necessario spostarsi da Facebook ad un sito specializzato.
    Instant Articles sarà disponibile solo per gli smartphone, non vedremo (almeno in questa prima fase) la versione desktop. Potranno usufruirne, inoltre, solamente i possessori di I-Phone, la versione Android verrà sviluppata nei prossimi mesi.
    Ma chi saranno i protagonisti di questa novità e sopratutto quali saranno le modalità di pubblicazione dei contenuti?

    instant articlesHanno aderito al progetto cinque testate: New York Times, Buzzfeed, National Geographic, Nbc, The Atlantic. Nei prossimi giorni dovrebbero unirsi anche la Bbc, il Guardian, la Bild ed lo Spiegel.
    Si tratta, dunque, di siti d’informazione molto importanti che hanno deciso di sperimentare questa nuova funzione, rinnovando così la collaborazione con Facebook.
    Saranno le testate a decidere quanti contenuti e con quale frequenza pubblicare le notizie su Instant Articles. La grafica del post sarà quella del giornale d’appartenenza.
    La peculiarità è che l’utente potrà avviare una discussione anche su un singolo contenuto dell’articolo, commentando o mettendo “mi piace” anche solo su un’immagine, su un video oppure sul testo.
    Ci sarà ovviamente anche la possibilità di condividere l’articolo sui social; qualora invece si volesse condividere il contenuto fuori dal mondo dei social network, l’url non sarà quello di Facebook ma quello del sito d’informazione di riferimento.

    Nei prossimi mesi altre testate aderiranno al progetto, rimangono però alcune perplessità espresse dagli attori coinvolti. Facebook ha specificato che i proventi derivanti dal traffico generato e dalla pubblicità spetteranno ai siti d’informazione, allo stesso modo tutte le informazioni sulle abitudini dei lettori verranno rese disponibili.
    I dubbi riguardano più che altro la nuova mission di Facebook. Attraverso Instant Articles, infatti, il social network diventa un vero e proprio contenitore di notizie, senza che ci sia bisogno di uscire da Facebook.
    Siamo di fronte, dunque, ad una vera e propria rivoluzione concettuale che riguarda la funzione dei social, una strada intrapresa qualche anno fa e diventata ormai irreversibile.

     

     



  • Sono in crescita le start up che scelgono la forma giuridica cooperativa. È questo il risultato di uno studio dell’Alleanza delle Cooperative, che mostra le tendenze recenti nel mondo delle imprese innovative.

    La cooperazione mostra un andamento diverso rispetto agli altri tipi di imprese. Dal 2007 al 2013, infatti, il numero di nuove aziende che hanno scelto la forma della società di capitali si è ridotto del 12%; nello stesso periodo di tempo le nuove realtà imprenditoriali di tipo cooperativo sono aumentate dell’1,5%.
    Questi dati dimostrano come l’impresa cooperativa rimanga, nonostante la crisi, un modello aziendale di riferimento. Il suo legame con il territorio ed i suoi principi costitutivi, quali quello della mutualità, della democrazia economica e del valore sociale del capitale, la rendono il contesto ideale per chi decide di avviare un nuova attività imprenditoriale.

    maniIl reportage dell’Ufficio Studi di Confcooperative sposta poi l’analisi sulle caratteristiche delle start up cooperative che sono riuscite a superare la fase iniziale, corrispondente ai primi tre anni di attività.
    Sappiamo benissimo come per una start up sia difficile superare questo scoglio. Sono diverse le coop che ce l’hanno fatta a proseguire nonostante le difficoltà offerte dal periodo di recessione, quelle più solide, però, sono le imprese sociali che hanno ottenuto un finanziamento bancario.
    Per la precisione il 27,2% delle coop sopravvissute ai primi tre anni di attività hanno ricevuto un sostegno da parte delle banche. Questa differenza è evidente anche se analizziamo l’importo medio e mediano del valore della produzione ed i margini operativi.
    Il margine operativo lordo medio delle cooperative che hanno ricevuto un finanziamento bancario è infatti di 22.100 euro e quello mediano di 4.500 euro, al contrario quello delle imprese sociali senza sostegno bancario si attesta sui 10.200 euro ed il suo importo mediano sui 1.700 euro.

     

     

     


  • Gardini Confcooperative

    Gli interventi di microcredito non sono solo un aiuto finanziario a famiglie ed imprese in difficoltà. Rappresentano anche uno straordinario strumento etico di inclusione sociale.

    A sostenerlo è Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, intervistato da Rai Radio Uno. In questi primi giorni di Expo, il tema del microcredito è una questione molto dibattuta.
    Rappresenta infatti una delle tante misure necessarie per far ripartire l’economia dal basso, investendo ad esempio nelle start up e nelle pmi innovative e rilanciando il livello dei consumi delle famiglie.
    Confcooperative ha lanciato una serie di progetti per quei soggetti che hanno bisogno di accesso al credito, ma che devono scontrarsi contro i no delle banche e le loro rigide garanzie richieste.
    La centrale di rappresentanza fornisce loro somme di piccola entità (dai 10.000 ai 30.000 euro) a tassi d’interesse agevolati, fondamentali per iniziare un’attività di start up o per sostenere le spese familiari.

    Gardini_Confcooperative_MicrocreditoGardini ci tiene a ribadire il carattere etico e di inclusione sociale di queste iniziative: «È un percorso che ha un grande valore etico ed un valore morale di inclusione perchè spesso chi ha più difficoltà nell’accesso al credito sono profili, persone o imprese che hanno il baratro dell’esclusione sociale ed invece, grazie ad una piccola risorsa e ad un piccolo intervento, riescono a varcare la soglia dell’inclusione e ad essere un pezzo dalla società perché è chiaro che a quel punto c’è la virtuosità che prende il sopravvento e diventa tutto più facile».
    Proprio nei giorni scorsi Confcooperative ha lanciato Operazione Primi passi, un programma di finanziamenti alle start up e al micro-cooperative aderenti alla centrale di rappresentanza, invitando, però, quest’ultime ad aumentare il proprio capitale sociale. L’obiettivo è creare un rapporto di fiducia sempre più stretto tra l’ente finanziatore e l’impresa ed inserirle all’interno di un cammino imprenditoriale virtuoso.



  • La legge di Stabilità contiene una serie di misure per aiutare le famiglie e rilanciare i consumi. Uno di questi interventi è il cosiddetto “bonus bebè” o assegno di natalità.

    Si tratta di un incentivo di natura economica rivolto ai nuclei familiari con un Isee inferiore ai 25.000 euro. Il decreto attuativo del 10 aprile 2015 disciplina nel dettaglio i criteri operativi del suddetto bonus, entrato in vigore a partire dal 27 aprile.
    Possono presentare la domanda i cittadini italiani, dell’Unione Europea o appartenenti a Stati extra-comunitari che abbiano, però, un permesso di soggiorno dell’Unione Europea di lungo periodo.
    Un’altra condizione imprescindibile è la condizione reddituale del richiedente. Quest’ultimo, oltre a convivere con il figlio, deve possedere un reddito familiare inferiore a 25 mila euro.

    ctuLa misura normativa è valida dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2017; una volta richiesto, il bonus dura per i primi anni di vita del bambino. La domanda può essere presentata, inoltre, entro novanta giorni dall’avvenuta nascita o dalla presa in adozione del figlio, fatta eccezione per quelli nati o adottati tra il 1° gennaio 2015 ed il 27 aprile 2015, data quest’ultima a partire dalla quale è possibile richiedere il bonus.
    In questo caso i novanta giorni di tempo per presentare la domanda partono proprio dal 27 aprile.

    Molti cittadini si staranno chiedendo: a quanto ammonta l’assegno? E ancora quali sono i canali per presentare la domanda?
    L’assegno corrisponde ad 80 euro mensili per tre anni, tale cifra tuttavia viene raddoppiata mensilmente nel caso in cui il nucleo familiare richiedente possieda un Isee inferiore a 7.000 euro annui.
    È bene, però, effettuare una precisazione. Per mantenere l’assegno di natalità per i primi tre anni di vita, è necessario che la famiglia richiedente mantenga la situazione reddituale e patrimoniale al di sotto delle soglie richieste.
    Qualora ciò non avvenisse, non avrà più diritto al bonus.
    Per presentare la domanda, il richiedente ha a disposizione una serie di alternative, tutte per via telematica. Lo si può fare, ad esempio, accedendo con il proprio Pin dispositivo ai servizi online del sito Inps, oppure usufruire dei servizi offerti dai patronati o attivare la procedura con il numero verde 803.164 o il numero 06 164.164.

     



  • Un’azienda di successo è chiamata a prendere delle decisioni strategiche per rimanere sempre competitiva in un mercato che cambia. Quali sono, però, le priorità assolute da tenere a mente?

    L’obiettivo generico di ogni realtà aziendale è rendere il proprio band appetibile sul mercato. Per raggiungere questo obiettivo, ogni impresa ha una diversa scala delle proprie priorità.
    Al primo posto nella maggior parte dei casi ci sono le strategie di marketing. Migliorare l’immagine del proprio marchio e della propria organizzazione, utilizzando anche gli strumenti forniti dai social media, rimane un obiettivo strategico di primo piano anche in un contesto regolatore profondamente cambiato, ma non rappresenta più l’elemento in grado di fare la differenza.
    Gli investimenti in marketing sono ormai sempre più diffusi e corposi, il che rende la competizione una sorta di guerra a somma zero.

    businessIl mercato attuale esige un cambiamento di prospettiva ed un rovesciamento della gerarchia delle priorità a livello aziendale. Sono due, in particolare, gli elementi da valorizzare e che sono in grado di dare valore al tuo prodotto e alla tua impresa: la cosiddetta conformità normativa e l’efficienza operativa.
    Per quanto riguarda il primo elemento, è sempre più importante conoscere le regole imposte dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. Ovviamente un’operazione di questo tipo impone un notevole dispendio di tempo e anche di risorse, ma ti consente di venire a capo di un mercato sottoposto a rigidi controlli da parte delle autorità.
    Il mancato rispetto delle nome anti-concorrenza, ad esempio, può portare le imprese a pagare multe salate e a perdere, magari, i vantaggi competitivi forniti dalle strategie di marketing attuate.
    Un ulteriore elemento da mettere in testa nella scala delle priorità aziendali è l’efficienza operativa, ovvero l’attenta gestione del rapporto tra costi e guadagni.
    Da questo punto di vista risulta essenziale puntare sull’innovazione e sulla qualità dei prodotti. L’implementazione dei processi di automazione e delle nuove tecnologie porta alla riduzione dei tempi e dei relativi costi produttivi.
    Per certi aspetti la cultura aziendale italiana sembra ancora legata alle logiche di tipo fordista, nonostante i modelli e la forme di organizzazione aziendale siano stati totalmente rivoluzionati.
    Conoscenza delle leggi e del mercato, innovazione e qualità sono tre principi che il mondo cooperativo intende portare avanti, veicolando così un modello aziendale che sappia guardare avanti anziché essere ancorato a stereotipi e modus operandi passati.

     



  • La fine dell’era delle quote latte ha generato una gara al ribasso sui prezzi. Così anche i prodotti italiani si sono dovuti adattare ad una competizione sempre più orientata sui costi piuttosto che sulla qualità.

    La liberalizzazione del mercato lattiero-caseario, intrapresa un paio di mesi fa dopo anni di rigide regolamentazioni sui prezzi e sulla produzione, ha messo in seria difficoltà i produttori italiani. Il latte ed i derivati nostrani si contraddistinguono nella filiera internazionale per la loro elevata qualità, bilanciata da prezzi comparativamente più alti. Sono tantissimi gli esempi di consorzi e cooperative agricole, di piccole e medie dimensioni, che puntano sulla genuinità delle materie prime e sull’innovazione nei processi produttivi per arrivare ad un prodotto di qualità migliore rispetto ai competitors internazionali.

    Quote latte
    Gli effetti della fine delle quote latte sui prezzi dei nostri prodotti

    La fine delle quote latte e la conseguente volatilità dei prezzi rischia di far venir meno questo vantaggio competitivo, portando il mercato mondiale verso una gara al ribasso estremamente pericolosa. Possiamo riportare alcune esemplificazioni di come le importazioni provenienti dall’estero verso l’Italia abbiano avuto un forte impatto anche sui prezzi dei nostri prodotti.
    Il cosiddetto “latte spot” ha sceso sotto la soglia dei 30 centesimi al litro, quando solitamente può essere venduto anche a 42 centesimi. La motivazione di questo crollo va ricercata nell’invasione di prodotti provenienti dall’Est, specie dalla Slovenia, dove il “latte spot” per l’appunto viene commercializzato a 28 centesimi al litro.
    La competizione al ribasso interessa anche altri prodotti derivati: è il caso delle mozzarelle ed in generale dei formaggi. Secondo la Camera di Commercio di Udine, ad esempio, il prezzo del formaggio Montasio (prodotto Dop) è crollato in maniera verticale. È passato, infatti, dai 6 euro e 50 al chilo per la forma di stagionatura a 60 giorni (rilevazione del mese di marzo) all’essere venduto addirittura a 5 euro.
    Si tratta di un ribasso spropositato per un prodotto di altissima qualità che deve reggere, però, la competizione con i formaggi provenienti da altre realtà, che evidentemente non puntano sulla qualità e riescono a commercializzare i loro prodotti nei discount a prezzi molto più convenienti per il consumatore.
    C’è da chiedersi se sia questa la strada che si vuole seguire, a maggior ragione nell’anno di Expo, dove la qualità e la sicurezza alimentare sono dei veri e propri assi portanti di tutta la manifestazione.



  • È possibile vedere gli italiani fiduciosi per la realizzazione di un evento mondiale in casa nostra? La risposta è sì e l’evento in questione è Expo 2015.

    Il risultato risulta essere piuttosto sorprendente per una serie di motivi. In primis perché nei mesi precedenti la maggior parte dei cittadini italiani si era dimostrata piuttosto diffidente nei confronti della riuscita dell’evento. Vuoi per gli scandali emersi, vuoi per l’attitudine pessimista tipicamente italiana, le opinioni nei confronti di Expo non erano delle più positive.
    In generale c’è sempre il timore che un evento di caratura internazionale, organizzato in Italia, sia destinato a fallire. C’è la paura della gestione dell’ordine pubblico, dell’organizzazione dell’iniziativa in sé e di cosa accadrà dopo che il suddetto evento finirà.

    expoQuesta volta la situazione sembra essere parzialmente diversa. In base ad un sondaggio di Ipsos, infatti, il 71% degli intervistati esprime sentimenti positivi nei confronti di Expo; di questi il 31% pensa sia già un successo ed è il restante 40% ritiene che lo sarà a breve.
    Ipsos suddivide le opinioni espresse in base agli orientamenti politici. Da questa analisi emerge che i cittadini più fiduciosi sono gli elettori dei partiti di centro, con una propensione positiva più rimarcata tra i simpatizzanti di Forza Italia, seguiti da quelli del Partito Democratico.
    Il 29% dei grillini, invece, esprime pareri negativi nei confronti dell’esposizione universale, ma in ogni caso la maggior parte degli elettori del Movimento 5 Stelle risulta essere fiduciosa sulla riuscita dell’evento.

    L’idea che emerge più di tutte le altre è che l’Expo servirà per il rilancio economico del Paese, opinione espressa dal 57% degli intervistati e molto ricorrente tra i sostenitori di Forza Italia e Partito Democratico; c’è anche la convinzione che l’esposizione universale servirà per dare all’Italia l’immagine di un paese che ce la fa nonostante le numerose difficoltà (53% degli intervistati).
    Ma a cosa è addebitabile tale cambiamento repentino nelle opinioni su Expo? Molto probabilmente hanno inciso le prime visite ai padiglioni, che hanno inciso evidentemente sui sentimenti e gli orientamenti di chi è riuscito a recarsi a Milano. Questa percezione è confermata da un ulteriore dato, secondo il quale circa un terzo degli intervistati ha cambiato opinione su Expo, contribuendo così a far crescere l’immagine positiva dell’esposizione universale.



  • Gli sgravi contributivi contenuti all’interno della Legge di Stabilità hanno generato un circolo virtuoso in favore della stipulazione di nuovi contratti lavorativi. A comunicarlo è l’Inps, che riporta i dati relativi al primo trimestre del 2015.
    La decontribuzione inserita nella Legge di Stabilità prevede tagli fino ad 8.060 euro in tre anni per le aziende che assumono nuovi dipendenti attraverso forme contrattuali a tempo indeterminato oppure che decidono di convertire i contratti a tempo determinato già esistenti.
    L’obiettivo è rendere centrale il nuovo contratto a tutele crescenti, disciplinato nel Jobs Act. I risultati di questa scelta di campo sono ancora piuttosto incerti. I numeri elaborati dal Ministero del Lavoro e dall’Inps sono piuttosto positivi, ma stonano con quelli riportati dall’Istat, che evidenzia invece come il tasso di disoccupazione sia ancora in crescita.

    caschetto lavoroIl comunicato dell’Inps sottolinea come nel primo trimestre del 2015 ci siano state 206.786 nuove assunzioni con contratti a tempo indeterminato e 61.184 conversioni di contratti a termine che hanno goduto della decontribuzione della Legge di Stabilità. In totale nei primi tre mesi del 2015 sono stati 470.785 i nuovi contratti a tempo indeterminato, mentre le trasformazioni di rapporti a termine in tipologie contrattuali a tempo indeterminato sono state 149.041. Si tratta di numeri importanti che diventano ancora più rilevanti se parametrati a quelli del primo trimestre del 2014.
    La variazione positiva su base annua è infatti del +24,1% per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e del +5% per le trasformazioni.
    Il saldo tra nuove attivazioni e cessazioni è positivo: +319mila unità ed un aumento del 138,3% rispetto allo stesso periodo del 2014.
    In base a questi dati l’obiettivo del Governo sembra essere stato raggiunto. C’è infatti un’enorme crescita della forme contrattuali a tempo indeterminato ed una contemporanea diminuzione dei contratti a termine e di quelli di apprendistato. Una tendenza confermata dalle elaborazioni relative a marzo, ovvero il mese in cui entrato in vigore il nuovo contratto a tutele crescenti.
    In questo periodo di tempo, infatti, c’è stato il picco di nuove assunzioni a tempo indeterminato (115.317) che hanno usufruito degli sgravi contributivi della Legge di Stabilità. Il combinato disposto delle misure decontributive e del nuovo Jobs Act sembrano, dunque, funzionare, in attesa che anche l’Istat certifichi questi risultati.


  • agrinsieme

    Il coordinamento Agrinsieme esprime forte preoccupazione per la gestione dell’emergenza Xyella. I ritardi nell’attuazione del piano Silletti rischiano di arrecare ulteriori danni all’agricoltura pugliese. La recente sentenza del Tar del Lazio bloccherà il piano d’intervento, la cui modifica a questo punto sembra essere inevitabile in vista anche di una possibile azione in favore dei produttori e dei vivaisti pugliesi da parte dell’UE.
    «L’Unione europea – recita il comunicato di Agrinsieme – continua a chiedere azioni concrete. Occorre modificare il piano Silletti, senza però interrompere gli interventi necessari per gestire la grave epidemia».
    La situazione in Puglia è ancora piuttosto grave, con il rischio propagazione del virus molto elevato.

    agrinsiemeIl dibattito sul comparto olivicolo, però, non si ferma all’emergenza Xyella. Il decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri nei giorni scorsi ha stanziato 20 milioni di euro per rilanciare un settore in difficoltà e ha aperto la strada alla realizzazione del Piano Olivicolo Nazionale, una misura attesa da anni ma mai attuata.
    La crisi produttiva che ha colpito nell’ultimo anno il comparto olivicolo ha portato il Ministero delle Politiche Agricole a delineare degli investimenti e delle strategie ben precise per un ambito fondamentale per l’agroalimentare italiano.
    Ancora non sono chiari i dettagli dell’intervento. Si parla comunque di forti investimenti mirati a far crescere la produzione, recuperando gli ulivi abbandonati, e a creare un sistema di crediti alle imprese più efficiente.
    Nell’ambito della discussione delle misure da adottare all’interno del Piano Olivicolo Nazionale, Agrinsieme ha inviato una lettera al Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e al coordinatore degli assessori regionali all’Agricoltura Fabrizio Nardoni, nella quale vengono esplicitate le proposte del coordinamento per la crescita del comparto.
    Tra queste c’è il miglioramento dell’accesso al credito ed investimenti sulla qualità del prodotto, l’innovazione ed una migliore comunicazione al cliente riguardo le caratteristiche del prodotto.
    «Le nostre posposte riguardano anche la semplificazione normativa del comparto – dichiara Agrinsieme – e a tale riguardo apprezziamo l’ultima modifica del decreto ministeriale sulla commercializzazione degli oli di oliva che amplia, come da noi richiesto, la fascia di produzione da 500 a 700 kg per le annotazioni mensili sui registri di carico e scarico dell’olio».

     



  • C’è un settore in grave crisi all’interno dell’economia italiana ed è quello dell’industria alimentare. La recessione ha colpito in maniera rilevante soprattutto le piccole imprese che riscontrano gravi difficoltà in termini di liquidità disponibile e di conseguenza faticano a pagare i propri fornitori.
    Sono poche le realtà imprenditoriali che hanno deciso di aggregarsi tra di loro, riducendo i costi produttivi e aumentando il proprio livello di competitività sul mercato internazionale.
    La conseguenza è la riproduzione di aziende che accumulano debiti e sono costrette a chiudere i battenti.

    28102014Un’analisi dello “Studio Pagamenti”, riportata da Corriere Economia, evidenzia le abitudini di pagamento delle imprese del settore alimentare italiano. Ne viene fuori un quadro piuttosto preoccupante.
    In base ai dati elaborati da Cribis D&B, solamente il 28% delle imprese del settore alimentare paga i propri fornitori in maniera puntale, mentre il 56,3% espleta i propri doveri creditori entro un mese di ritardo. Addirittura il 15,4% paga con gravi ritardi.
    I numeri appena riportati evidenziano la grave difficoltà del settore rapportato allo stato di salute, già piuttosto precario, dell’industria italiana. Il 36,3% delle imprese italiane, infatti, paga nei tempi prestabiliti  (dunque +8% rispetto all’industria alimentare) ed il 48% lo fa entro un mese di ritardo (-8,3% nel confronto con l’alimentare) .

    Se rapportiamo questi dati a quelli di cinque anni fa, riscontriamo addirittura un aumento del 208% dei ritardi gravi nei pagamenti. Le imprese, dunque, scelgono di ritardare il più possibile l’estinzione dei debiti con i fornitori per scongiurare il rischio di fallimento.
    Per evitare questa situazione, che nel lungo periodo porterà numerose aziende a terminare la propria attività commerciale, è necessaria un’attenta programmazione che ponderi in maniera dettagliata la scelta del cliente e la strategia per il recupero dei crediti. Solo in questo modo si potrà resistere a questa fase di recessione e sfruttare le opportunità che il mercato, soprattutto quello estero, offre ai competitors italiani.
    L’Expo, da questo punto di vista, dovrà essere la carta in più da giocarsi, per far crescere la propria credibilità all’estero e rilanciare la vocazione internazionale dell’alimentare nostrano.