• Un emendamento di Annalisa Pannarale (Sel) alla proposta di legge sui contributi pubblici ai giornali inserisce una nuova tassa sulle grandi concessioni pubblicitarie della televisione, della radio, della stampa quotidiana e periodica e di Internet.

    Il provvedimento prevede che le concessionarie versino nelle casse dello Stato lo 0,1% del loro reddito complessivo, risorse che andranno a finanziare il Fondo per l’editoria.
    storytelling digitaleOltre a ricevere 100 milioni dal recupero dell’evasione del canone Rai e altre risorse provenienti dalle multe che il Garante per le Comunicazioni (AgCom) comminerà nel prossimo anno, il Fondo per l’editoria si arricchisce, dunque, di nuovi finanziamenti.
    Le concessionarie televisive hanno, però, espresso le proprie perplessità sulla nuova imposta che, a loro dire, potrebbe avvantaggiare i grandi colossi di Internet, che rappresentano ormai i veri punti di riferimenti in materia di advertising.
    In realtà la normativa specifica che anche le piattaforme elettroniche saranno sottoposte alla nuova tassazione.
    C’è da chiedersi più che altro come saranno destinate le risorse del Fondo per l’editoria. La speranza è che i nuovi finanziamenti servano a redistribuire in maniera più equa i soldi disponibili, dando spazio anche ai piccoli editori.
    Il Fondo per l’editoria deve essere, infatti, anche uno strumento per aiutare quelle realtà emergenti che spesso devono scontrarsi con un mercato dominato da pochi big players.

     


  • bcc riforma

    Il decreto di riforma delle Banche di Credito Cooperativo ha scatenato diverse reazioni sdegnate nel mondo della cooperazione.

    Il  vicepresidente vicario di Confcooperative, Maurizio Ottolini, ha parlato di una “violenza istituzionale” che “riporta indietro di decenni, ai giorni del Fascismo che sciolse le associazioni cooperative”; il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, ha parlato, invece, di una “pagina dolorosa per la cooperazione italiana” che rischia di mettere in discussione valori e pratiche coltivati in questi anni.

    Ma qual è la norma in questione e quali sono le ragioni che hanno spinto le cooperative ad insorgere?
    Il decreto approvato mercoledì sera in Consiglio dei Ministri obbliga le Bcc ad aderire un’unica holding che svolgerà le funzioni di capogruppo dell’intero sistema. bcc riformaNon sarà più il singolo istituto di credito a gestire le criticità e le sofferenze bancarie, ma sarà al contrario tutto il sistema a condividere i rischi aiutando la banca in difficoltà.
    C’è, però, un’importante eccezione che fa saltare l’intero impianto normativo e rischia di creare un pericoloso precedente.
    Nel comunicato del Governo in seguito al Consiglio dei Ministri si aggiunge infatti che “La Bcc che non intende aderire ad un gruppo bancario, può farlo a condizione che abbia riserve di una entità consistente (almeno 200 milioni) e versi un’imposta straordinaria del 20 per cento sulle stesse riserve. Non può però continuare ad operare come banca di credito cooperativo e deve deliberare la sua trasformazione in spa. In alternativa è prevista la liquidazione”.

    Il patrimonio accumulato dalle cooperative è frutto di rilevanti agevolazioni fiscali a disposizione delle Bcc, ma cosa ancora più importante appartiene ai soci e alle comunità di riferimento. Le risorse degli istituti di credito cooperativo sono in altre parole delle riserve indivisibili.
    Inserire una norma che consente di trasformare una Bcc in una spa, portando con se il capitale accumulato con una tassazione solamente del 20%, significa dividere delle risorse che erano indivisibili e negare un principio che sembrava indiscutibile.

    Tra l’altro è da rilevare una modifica dei criteri di way-out. Il decreto approvato in Gazzetta ufficiale, a differenza del comunicato stampa, non parla più di riserve ma di patrimonio netto oltre i 200 milioni di euro per poter trasformare la Bcc in SpA.
    La differenza è sostanziale: sono poche le Bcc che possiedono riserve superiori ai 200 milioni, mentre sono diversi gli istituti di credito cooperativo che hanno un patrimonio netto di più di 200 milioni di euro. Difficile capire se si tratti di un errore materiale o di un cambiamento in itinere volto ad allargare la platea di banche che possono optare per la fuoriuscita dal sistema dell’unica capogruppo. 
    Non è da sottovalutare, inoltre, il rischio che alcune cooperative rivendichino loro stesse il diritto di trasformarsi in società per azioni, come avverrà per l’appunto per le Bcc, portando con se il capitale sociale della coop.
    fiducia consumatoriLa cooperativa è prima di tutto un’impresa che agisce partendo da e per la comunità. Non a caso l’articolo 45 della Costituzione disciplina la sua funzione sociale a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata.
    Proprio in merito all’art. 45 della Costituzione sorgono ulteriori dubbi. In questi giorni il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, ha sollevato alcuni dubbi sulla costituzionalità della riforma. “Chi non aderisce può anche trasformarsi in SpA – ha dichiarato Azzi – ma deve lasciare le riserve ai fondi mutualistici. Perché altrimenti si tradisce l’articolo 45 della Costituzione sulle finalità mutualistiche del denaro raccolto sul territorio e che appartiene ai soci delle cooperative”
    In via definitiva, permettere un passaggio così facile verso realtà che fanno del profitto il proprio scopo ultimo, vuol dire mettere in crisi valori consolidati e sferrare un duro colpo a chi crede in questi principi.


  • cooperative vino

    L’export agroalimentare ha raggiunto la quota record di 36,85 miliardi di euro nel 2015.
    A comunicarlo è il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali che ha rielaborato i dati Istat sul commercio internazionale.

    Nei giorni scorsi più volte il ministro Martina ed il premier Renzi hanno sottolineato i grandi risultati portati a casa dall’agroalimentare italiano, soprattutto nel periodo di Expo 2015, preannunciando cifre record relative al livello di esportazioni.
    cooperative vino“Rispetto a 12 mesi fa – ha dichiarato Martina – oggi l’agroalimentare ha un segno unico distintivo, che lo rappresenta in maniera univoca ed è stato protagonista anche di una campagna mirata su un mercato strategico come quello degli Usa, e un piano di azioni che porta tutto il sistema a fare squadra. Se non fosse stato per gli effetti dell’embargo russo avremmo certamente superato i 37 miliardi. Questi risultati sono la prova che possiamo raggiungere quota 50 miliardi entro il 2020″.
    Se analizziamo nel dettaglio i singoli mercati, notiamo come la destinazione principale dei prodotti agroalimentari italiani sia ovviamente l’Unione Europea, dove nel 2015 l’export ha raggiunto quota 24,1 miliardi di euro con un incremento del 6,1% rispetto al 2014.
    Il paese che accoglie il maggior numero di beni agroalimentari nostrani è la Germania che ha importato 6,5 miliardi di euro di prodotti agricoli e alimentari Made in Italy.
    È da segnalare, però, la crescita delle esportazioni nei mercati extraeuropei, con particolare riferimento a Stati Uniti e Cina.
    La quota di export nell’area extra Ue ha superato nel 2015 quota 12 miliardi, con una variazione positiva su base annua del 9,4%. Il mercato statunitense rappresenta ormai un punto di riferimento cruciale per il nostro agroalimentare, grazie ad un quota di esportazioni pari a 3,2 miliardi di eurod, cresciuta del 20% rispetto al 2014.
    Anche la Cina fa registrare un aumento cospicuo: il valore dell’export è infatti di mezzo miliardo di euro con una variazione positiva del 23%.


  • Gardini Confcooperative

    Il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini è tornato sul tema della riforma del credito cooperativo nel corso dell’assemblea di Confcooperative Piacenza.
    L’evento ha visto la partecipazione anche del ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan.

    È stata, dunque, un’opportunità per confrontarsi con un esponente governativo e ribadire la posizione del mondo della cooperazione italiana in merito al decreto sulle Bcc.
    Mentre viene condivisa l’impostazione generale dell’intervento normativo, non può essere accettata, invece, una norma che consente alle Bcc con un Gardini Confcooperative patrimonio superiore ai 200 milioni di euro di trasformarsi in Spa portando con se le risorse accumulate in questi anni.
    Si tratta, infatti, di un patrimonio che appartiene ai soci e soprattutto all’intera collettività.
    «Chi non ci vuole stare non può diventare Spa e portarsi dietro il patrimonio. – dichiara Gardini – Il nostro rapporto con i ministri è quotidiano e la nostra riforma non l’abbiamo scritta da soli, l’abbiamo costruita con la Banca d’Italia e il Mef. Legittimo che ci sia una via di fuga dal progetto, ma non è legittimo che si chieda a una coop che ha accantonato magari in 130 anni di storia riserve indivisibili di dividere questi “patrimoni” che non sono dei soci, ma sono della comunità. É un’aberrazione mettere in pratica questo snaturamento. Sarebbe una pagina davvero dolorosa per la cooperazione italiana».

    Come ribadito a più riprese dal presidente di Confcooperative, il mondo della cooperazione “non chiede favoritismi” ma il rispetto dell’identità e della storia cooperativa.
    Lo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è consapevole della funzione sociale svolta dalle coop lungo 130 anni di storia, soprattutto nel momenti di crisi, sottolineando “il ruolo anti-ciclico della cooperazione che ha lo scopo di mantenere i livelli occupazionali, di dare lavoro e di rispondere a bisogni del territorio. Lo hanno fatto con aggregazioni e utilizzando il patrimonio intergenerazionale”.
    Vedremo nei prossimi giorni se i passaggi parlamentari e l’opera di mediazione dei dirigenti cooperativi servirà a cambiare i connotati della riforma, inserendo magari dei meccanismi di opting-out che tutelino le riserve indivisibili e i valori portanti della cooperazione italiana.


  • pomodoro italia

    Si è svolto ieri il Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura e della Pesca dell’Unione europea.
    Una riunione alla quale ha partecipato anche il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina.

    Tanti agli argomenti sul tavolo. Uno su tutti riguarda la crisi che stanno attraversando il settore lattiero caseario e l’ortofrutticolo, entrambi vittima di un vistoso crollo dei prezzi che rende insostenibili i costi di produzione.
    pomodoro italiaIl Ministro Martina ha ribadito in sede europea la necessità di intervenire tutelando il reddito dei produttori con delle misure specifiche per i singoli comparti:
    “Per il settore ortofrutticolo – ha dichiarato Martina in una nota del Mipaaf – abbiamo evidenziato anche l’urgenza di un sostegno ai produttori di pomodoro. Due le priorità indicate: aumento del prezzo di ritiro differenziato per tipologie di prodotto, attivazione della clausola di salvaguardia prevista nei trattati bilaterali con i paesi del Nord Africa. Anche sul fronte del latte bisogna fare di più, rafforzando il primo intervento dello scorso anno con ulteriori misure che aiutino a contrastare il calo dei prezzi. Ci aspettiamo novità già nelle prossime giornate con un aumento delle quote a disposizione dell’Italia per lo stoccaggio privato dei formaggi”.
    Una delle priorità dell’Italia in sede europea è il riconoscimento dell’origine dei prodotti attraverso l’indicazione geografica sulle etichette. Una battaglia che il nostro Paese sta portando avanti da molti mesi e che diventa fondamentale alla luce di un’invasione sempre più consistenti di prodotti provenienti dall’estero o di specialità contraffatte.
    “Valorizzare l’origine – ha spiegato Martina in merito all’argomento – è fondamentale per salvaguardare il modello agricolo europeo, il lavoro delle nostre aziende e tutelare il consumatore che deve poter scegliere in maniera trasparente e informata”.  


  • innovazione giovani

    I giovani universitari possiedono discrete conoscenze in tema di digitale ma difficilmente riescono ad applicarle avviando attività d’impresa in questo campo.
    Uno studio della University2Business ci svela un quadro piuttosto ambivalente circa lo stato dell’innovazione tra chi frequenta un corso universitario.

    I giovani conoscono molti strumenti di natura digitale (soprattutto riguardo al mondo social), ma spesso hanno un approccio passivo alla tecnologia. Questo fa sì che arrivino impreparati sul mercato del lavoro, non conoscendo il reale impatto della rivoluzione digitale.
    La ricerca della University2Business, condotta su un campione di circa 2.200 universitari sparsi su tutto il territorio nazionale, indaga su quattro aspetti in innovazione giovaniparticolare: le conoscenze teoriche sull’innovazione digitale applicata al business, l’esperienza concreta nel mondo digitale, le competenze di sviluppo del software e l’approccio imprenditoriale (teorico e pragmatico).
    Per quanto riguarda le conoscenze teoriche ci sono ancora notevoli carenze in materia di cloud e big data, ovvero alcune delle competenze emergenti a livello internazionale.
    Solo il 12% conoscono, infatti, il significato ed il campo di applicazione della categoria “cloud”, mentre ben tre studenti su quattro sono molto deboli sul tema dei big data.

    Ancora più problematica la situazione in merito all’esperienza concreta nel mondo digitale. Uno studente su cinque dichiara di avere una progettualità legata a Internet, intenzioni che però non si traducono in professionalità o in imprese digitali.
    Ad esempio, il 13% degli universitari dichiara di avere un proprio blog o sito, ma solo solo il 50% lo aggiorna almeno una volta alla settimana. Il 17% degli studenti ha un proprio canale YouTube, il 23% dice di gestire una pagina Facebook diversa dal proprio profilo personale ed il 36% ha usato almeno una volta Internet per vendere qualcosa di proprio.
    In generale uno studente su tre esprime il desiderio di fare impresa, ma solo in pochi riescono effettivamente a farlo, mancando ad esempio, la capacità di sviluppare software, posseduta solamente dal 10% degli intervistati.
    Si rileva, dunque, una scarsa attitudine pratica in tema di digitale che rischia di essere un punto debole per l’evoluzione dell’ecosistema innovativo italiano, legata necessariamente alle intuizioni dei giovani universitari.


  • opencantieri mit

    Trasparenza ed innovazione. Sono questi i due principi alla base dell’apertura del portale OpenCantieri.
    Si tratta di un’iniziativa del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che offrirà ai cittadini informazioni e numeri sullo stato di avanzamento dei lavori in 961 cantieri attualmente aperti su tutto il territorio nazionale.

    OpenCantieri utilizzerà i dati forniti dall’Allegato Infrastrutture 2015 e dai Contratti di programma ANAS e RFI. Sarà possibile così avere una serie di notizie sullo stato di avanzamento dei lavori, sull’entità dei finanziamenti, sul numero di ore effettivamente lavorate e sul termine dei lavori stessi.
    opencantieri mitCome dichiarato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio, la piattaforma consentirà ai cittadini di esercitare un maggiore controllo sociale sul Ministero ed in generale sulla compagine governativa.
    L’Ocse ha già valutato OpenCantieri come una “best practice” da replicare anche in altre amministrazioni perché si basa sul principio della trasparenza e del controllo democratico dell’operato dei governanti.
    Insieme ad OpenCantieri sono stati presentati oggi difronte alla stampa altri due progetti di natura digitale: il nuovo sito del Mit e il portale OpenData.
    Quest’ultimo si inserisce nella scia di OpenCantieri fornendo, ad esempio, statistiche sull’incidentalità, sulle opere pubbliche, oltre agli importanti dati sulle concessioni autostradali in corso con un focus sulle società di gestione delle tratte, data e stato delle concessioni ed i relativi finanziamenti.
    Il nuovo sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti segue, infine, le linee guida di design per i siti web della Pubblica amministrazione emanati dall’Agenzia per l’Italia digitale nello scorso novembre.
    Sarà facilmente utilizzabile anche su smartphone e tablet e indicizzabile su Google.


  • culturability bando

    La Fondazione Unipolis lancia la terza edizione del bando “Culturability – rigenerare spazi da condividere”.
    L’avviso premia i progetti innovativi in ambito culturale e creativo che favoriscano processi di rigenerazione, recupero e rivitalizzazione di spazi dismessi o, al momento, con altre destinazioni d’uso.

    Il bando si pone diversi obiettivi. C’è innanzitutto l’intenzione di riqualificare gli spazi urbani e di farlo attraverso iniziative di carattere creativo e culturale.
    Fornire ai cittadini dei luoghi della cultura e dell’innovazione significa offrire loro anche rinnovati spazi di socialità, aree dove incontrarsi, fare rete ridando forma al protagonismo civico.
    La call apre ufficialmente, oggi, lunedì 15 febbraio 2016 e ci sarà tempo fino al 15 aprile 2016 per presentare il proprio progetto. La Fondazione Unipolis mette a disposizione in tutto 400.000 euro articolati in contributi di natura economica per lo sviluppo dei progetti selezionati, erogazione di servizi di formazione e accompagnamento per l’empowerment dei team proponenti, rimborsi spese per partecipare alle attività di supporto.

    Alla fine della prima fase di selezione verranno scelti 15 progetti che potranno beneficiare di attività di formazione e mentoring. In un secondo momento culturability bandoverranno selezionati 5 progetti che riceveranno 50mila euro per sviluppare la propria idea.
    Questi ultimi seguiranno un ulteriore percorso formativo utile per realizzare il progetto presentato; la fondazione mette a disposizione altri 150mila euro complessivi per attività di formazione e percorsi di accompagnamento individuale e garantire i rimborsi spese ai partecipanti per prendere parte alle attività di supporto.

    Per quanto riguarda, invece, i soggetti che possono partecipare al bando, la Fondazione Unipolis chiarisce che l’avviso è aperto alle organizzazioni senza scopo di lucro (associazioni, comitati, fondazioni, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, associazioni e società sportive dilettantistiche senza fini di lucro, associazioni di promozione sociale, cooperative culturali e sociali, imprese sociali, altre ONLUS non ricomprese in questo elenco) e alle imprese private che operano nel settore culturale orientate a produrre significativi impatti sociali per la collettività.
    Le organizzazioni devono, però, operare in Italia e devono avere un organo di gestione composto in maggioranza (più del 50%) da giovani di età compresa tra i 18 ed i 35 anni.
    Possono essere presentati, inoltre, progetti in partnership, dove con questo termine si intende un intervento realizzato congiuntamente da un soggetto “capofila” e da una o più organizzazioni “partner”, che partecipino attivamente alle iniziative previste.
    Tra i partners ci possono essere anche enti pubblici o università; deve essere inoltre presentato un accordo di partenariato ovvero un documento certifichi la relazione formale tra i diversi partners.
    Viene, infine, data la possibilità di partecipare a gruppi informali, composti in misura maggioritaria da giovani di età compresa tra i 18 ed i 35 anni, i quali però dovranno sottoscrivere un documento che li impegna a formare in tempi brevi un’organizzazione senza scopo di lucro o un’impresa privata che opera nel settore culturale.
    Per ulteriori informazioni sul bando potete consultare il regolamento.


  • sociale italia

    Un sorprendente passo indietro per il mercato del lavoro italiano.
    Come comunicato dall’Inps, infatti, dopo che nel 2015 c’era stato un calo del 35,6%, nel mese di gennaio 2016 sono tornate a crescere le ore di Cassa integrazione richieste dalle imprese.

    A gennaio le ore di Cig sono state quasi 57 milioni, con un aumento del 12,8% rispetto a gennaio 2015. A pesare su questo dato sono soprattutto le ore di cassa integrazione straordinaria. Come comunicato dall’Inps, infatti, la cassa integrazione straordinaria è cresciuta del 69,6% su base annua.
    sociale italiaC’è, invece, una netta diminuzione delle ore di cassa integrazione ordinaria richieste, stimabile attorno al -80,7%. L’Inps specifica, però, che questo dato è da attribuire al blocco autorizzativo deliberato dallo stesso Istituto in attesa di conoscere i nuovi parametri degli ammortizzatori sociali disciplinati nel Jobs Act.
    Presenta una variazione negativa anche il numero di ore di Cassa integrazione in deroga autorizzate dall’Inps, che sono in tutto 6,4 milioni, in calo del 13,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
    In questo caso la diminuzione va ricondotta alle difficoltà dell’Inps nel finanziare questo istituto.
    Ci sono, invece, delle notizie positive per quanto riguarda le indennità di mobilità e le richieste di disoccupazione. Nel 2015, infatti, le domande di disoccupazione e mobilità sono state poco più di 2 milioni, in calo del 15,9% rispetto all’anno precedente.


  • coop occupati

    Il mondo della cooperazione va in controtendenza rispetto al resto del sistema imprenditoriale.
    Durante il periodo di crisi, le cooperative hanno aumentato il numero di posti di lavoro, resistendo agli effetti negativi della crisi e all’aumento delle tasse.

    Confcooperative ha fornito i numeri delle proprie associate relativi al periodo 2008-2014. Secondo la centrale di rappresentanza il numero di occupati è passato da 506.500 nel 2008 a 536.800 nel 2014.
    coop occupatiQuesto vuol dire che durante la crisi il mondo della cooperazione è stato addirittura in grado di far crescere il numero degli occupati del 5,9%; per avere un’idea più chiara della rilevanza di questo dato basta sottolineare che nello stesso periodo il tasso di disoccupazione dell’Italia è cresciuto di circa 7 punti percentuali.
    Le cooperative, dunque, sembra abbiano svolto al meglio la propria funzione sociale, salvaguardando prima di tutto i propri soci e poi le esigenze dei territori nei quali operano.
    Mentre le imprese multinazionali erano impegnate in operazioni di delocalizzazione e di ridimensionamento dei propri organici, le coop tentavano la strada dell’internazionalizzazione per remunerare al meglio i propri soci e salvare numerosi posti di lavoro.

    “Abbiamo utilizzato ogni risorse, ogni nichelino, per continuare a comportarci da cooperatori e a svolgere il ruolo che ci assegna la Costituzione: promuovere lo sviluppo, dare servizi alle persone, rispondere ai bisogni della collettività, mantenere viva l’occupazione senza delocalizzare“.
    Sono queste le parole di Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, che ha parlato al  Corriere Economia. “Le cooperative, le agroalimentari in particolare – aggiunge Gardini – intensificano la via dell’export per remunerare al meglio i soci produttori, per incrociare domanda e offerta su mercati meno maturi“.
    Il tutto nonostante un significativo aggravio fiscale. Come riporta il Corriere Economia, infatti, le cooperative hanno versato 5 miliardi e 476 milioni in più al fisco di quelli che avrebbero versato se avessero mantenuti gli stessi livelli di produzione del 2007. Nello stesso periodo le spa hanno versato all’erario 15 miliardi e 736 milioni in meno.
    Il mondo della cooperazione si è dimostrato, dunque, un baluardo dell’occupazione, specie nel settore dell’agroalimentare, dove rappresenta un modello di eccellenza, sia dal punto di vista della qualità dei prodotti che dal punto di vista organizzativo.



  • Il decreto legge di riforma del credito cooperativo ha sollevato numerose polemiche nel mondo della cooperazione e all’interno della stessa compagine normativa.

    La riforma ricalca sostanzialmente il contenuto della proposta presentata da Federcasse, l’associazione che riunisce tutti gli istituti del credito cooperativo, con la costituzione di un’unica holding a capo del sistema nella quale dovranno confluire tutte le Bcc. L’intento principale è migliorare l’efficienza del sistema attraverso la promozione di fenomeni aggregativi e la condivisione dei rischi delle sofferenze bancarie.
    credito cooperativoC’è, però, una norma che viola in maniera palese il principio della mutualità che ha contraddistinto in oltre 130 anni di storia il mondo della cooperazione.
    Il decreto concede, infatti, alle Bcc che possiedono un patrimonio di oltre 200 milioni di euro di non aderire alla holding e di trasformarsi in spa, versando solamente il 20% delle riserve accumulate. Sarebbero una decina le banche che possiedono i requisiti per utilizzare l’opting out, uscendo fuori dal sistema del credito cooperativo con le riserve accumulate grazie agli sgravi fiscali di cui godono le Bcc.
    Una riforma di questo tipo mina alle fondamenta i valori cooperativi, creando un pericoloso precedente.

    Sono tante le voci che si sono levate contro la riforma. Alcune di esse riguardano esponenti stessi del Governo.
    Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha parlato in questi termini: “Non si può privatizzare un capitale accumulato in 130 anni da soci cooperatori così, pagando una tassa del 20%“. Gli fa eco il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che ha definito un “controsenso” dare la possibilità a piccoli istituti bancari di “farsi la loro società per azioni” dopo che il Governo ha spinto per effettuare una serie di accorpamenti e di razionalizzazioni.
    La stessa posizione è stata assunta dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio, creando non poche tensioni in Consiglio dei Ministri. Sul tema è intervenuto anche l’ex segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani: “È il caso di riflettere bene. Liberare le riserve di una cooperativa crea un precedente molto serio e colpisce al cuore il concetto stesso di cooperazione”
    Il mondo della cooperazione si è espresso in maniera fortemente critica. Il vicepresidente vicario di Confcooperative, Maurizio Ottolini, ha parlato di “violenza istituzionale che che ci riporta indietro di decenni, ai giorni del Fascismo che sciolse le associazioni cooperative”.  Sulla stessa lunghezza d’onda Alessandro Azzi, presidente di Federcasse.
    Nel corso di un’intervista per il quotidiano Avvenire Azzi ha espresso la propria soddisfazione per i contenuti generali del decreto, valutando, però, in maniera estremamente negativa la norma sull’opting out. Secondo il presidente di Federcasse la norma in questione contraddice lo spirito generale della riforma e viola l’articolo 45 della Costituzione che disciplina la funzione sociale della cooperazione.
    “Chi non aderisce – dichiara Azzi – può anche trasformarsi in spa, ma deve lasciare le riserve ai fondi mutualistici. Perché altrimenti si tradisce l’articolo 45 della Costituzione sulle finalità mutualistiche del denaro raccolto sul territorio e che appartiene ai soci delle cooperative”


  • frutta messico

    Un viaggio positivo che potrebbe portare prossimamente ad un’apertura maggiore dei mercati del continente americano.
    Il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari italiane, Giorgio Mercuri, è stato in questi giorni in Colombia e Messico per valutare le opportunità fornite da queste realtà commerciali.

    Le delegazione europea era composta tra gli altri dal commissario Ue all’agricoltura Phil Hogan e da una quarantina di imprese interessate ad investire in Sud America. L’intento dell’iniziativa è soprattutto quello di avviare un frutta messicodialogo con le istituzioni dei due paesi, cercando di aprire nuove frontiere per i prodotti dell’agroalimentare italiano.
    “Durante la missione – ha dichiarato Giorgio Mercuri – abbiamo constatato un’apertura da parte del Messico per rivedere l’accordo di libero scambio con l’Ue e auspichiamo si possano rimuovere le barriere per frutta e verdura. Altra sfida centrale sarà quella delle indicazioni geografiche. Il Messico infatti è uno dei Paesi firmatari dell’accordo di Lisbona e auspichiamo perciò una sensibilità alle istanze della politica europea sul tema della qualità agroalimentare”.
    Un’attenzione verso la tematica della qualità agroalimentare che dovrà essere la medesima anche da parte dell’Unione Europea. La questione dell’indicazione di provenienza del prodotto sarà, infatti, una battaglia da condurre non solo sui mercati extraeuropei ma anche all’interno dell’Europa stessa, dove non mancano le resistenze da parte degli altri stati membri e dove l’Italia sarà chiamata soprattutto a difendere la specificità dei vini e dei prodotti lattiero caseari nostrani.