• Nessuna sorpresa nelle elezioni greche. Come nel gennaio 2015 vince Syriza con il 35,5% dei voti seguita dai conservatori di Nuova Democrazia (28,1%); rischiano di fallire, invece, l’accesso al Parlamento i fuoriusciti da Syriza (Unità Popolare), che con il 99% delle sezioni scrutinati sono sotto la soglia del 3%.
    A Tsipras vanno 145 seggi, ma per raggiungere la maggioranza di 151 seggi dovrà ancora una volta andare al Governo con la destra di Anel che ha ottenuto dieci seggi.

    Lo scenario proposto da queste consultazioni è, dunque, pressoché il medesimo di quello visto a gennaio, con Syriza e Nuova Democrazia che si sono confermati sulle stesse percentuali di 8 mesi fa e l’esecutivo che vedrà una coalizione formata dagli stessi partiti.
    A cambiare, invece, è l’affluenza alle urne scesa al 54,8% dopo il 63,6% delle ultimi elezioni; la partecipazione elettorale di queste consultazioni rappresenta il secondo dato più basso della storia greca dopo il 53%del 1946.
    alba dorataUn altro dato inequivocabile è la lenta ascesa dei neonazisti di Alba Dorata, passati dal 6,28% di gennaio al 6,99% attuale.
    Alba Dorata è così il terzo partito greco con 19 seggi ottenuti (uno in più rispetto a gennaio).
    La posizione dei neonazisti esce rafforzata soprattutto all’interno di due categorie di elettori, ovvero giovani e disoccupati.
    Secondo il quotidiano Kathimerini, infatti, il partito di Nikolaòs Michaloliàkos è stata la forza politica più votata tra i disoccupati con una percentuale del 16,6%. Nonostante la vittoria, dunque, i greci diffidano ancora di Tsipras, soprattutto chi, dopo mesi di governo di Syriza, si trova ancora senza lavoro e con un accordo con i creditori ritenuto penalizzante per il popolo ellenico.
    Di qui la scelta di molti disoccupati di dirottare il proprio voto verso Alba Dorata, ritenuta l’unica vera opposizione alle politiche di austerity imposte da Bruxelles.

    Il pericolo, dunque, di una crescita sempre più forte dei neonazisti è concreto. L’emergenza rifugiati, che ha interessato anche vaste aree della Grecia, rischia di aumentare i sentimenti intolleranti e razzisti di un popolo in grave difficoltà e ancora lontano dall’uscire dalla crisi.
    La vittoria di Tsipras ha sicuramente un valore simbolico importante, soprattutto dopo la spaccatura interna seguita all’accordo stipulato con i creditori. La maggioranza, però, continua ad essere risicata ed un eventuale fallimento potrebbe portare a scenari preoccupanti per la Grecia e l’Europa intera.
    I partiti populisti, euroscettici e neonazisti sono in costante crescita in tutto il Vecchio Continente e non è escluso possano aumentare ulteriormente i propri consensi sfruttando l’emergenza rifugiati ed il fallimento di alcune politiche europee.
    Ecco perché la conferma di Alba Dorata è un fenomeno da non sottovalutare, sia ad Atene che a Bruxelles.



  • I Big Data sono probabilmente la più grande realtà dell’economia digitale. I metodi analitici di raccolta, elaborazione ed applicazione dei dati sono diffusi in ogni campo della vita sociale ed economica.
    Anche l’agricoltura è coinvolta nei processi della rivoluzione digitale, ma non c’è ancora un uso intensivo e soprattutto aggregato dei big data.

    A proposito di questo argomento un interessante articolo di Business Insider ci offre la possibilità di effettuare alcune riflessioni soprattutto sul contesto italiano, dove l’eventualità di un utilizzo di tecnologie di questo tipo è ancora piuttosto remota.
    L’innovazione, in Italia, è applicata principalmente ai metodi produttivi piuttosto che all’analisi dei prodotti e del contesto fisico e meteorologico.
    Negli Stati Uniti d’America, big data agricolturacome riporta Business Insider, il 60% delle aziende agricole possiede un sistema di analisi dei dati e l’80% delle telecamere e dei sensori sono posizionati sui trattori.
    In questo modo è possibile effettuare dei veri e propri report sul tipo di fertilità del terreno, sulle caratteristiche di determinate sostanze chimiche o anche sugli effetti delle condizioni atmosferiche sulla qualità dei prodotti. Per non parlare dell’utilità dei sensori che rilevano eventuali perturbazioni o ondate di caldo che possono provocare gravi danni alle coltivazioni.
    Questo tipo di analisi, anche se abbastanza diffusa negli Stati Uniti, risulta essere relegata alle singole aziende: i dati elaborati dai vari sistemi, infatti, non vengono aggregati; non c’è un effettivo scambio di informazioni tra produttori che renderebbe i big data ancora più efficienti.
    Le aziende, infatti, vivono i dati in loro possesso quasi come un segreto aziendale, per cui hanno difficoltà a diffonderli impedendo così all’intero sistema agricolo americano di essere più performante.

    Ovviamente, per implementare questi sistemi sono necessari ingenti investimenti, che non tutte le aziende agricole italiane possono permettersi, soprattutto in una fase di recessione.
    Un investimento tecnologico di questo tipo potrebbe essere, però, affrontato, dalle grandi cooperative e dai consorzi che uniscono diversi produttori e associati. Una condivisione dei dati tra soci produttori operanti in diverse zone d’Italia rappresenterebbe certamente un salto di qualità, sia in termini di visione aziendale che di efficacia della produzione.
    Allo stato attuale, se escludiamo alcune intuizioni di pochi isolati imprenditori, la nostra agricoltura fatica a ragionare in questi termini, ma il rischio di avere degli svantaggi competitivi nel medio periodo è palpabile.
    Ecco perché è quanto mai necessario quantomeno iniziare a discutere di queste tematiche e farle conoscere a chi fa impresa nel nostro Paese.



  • Il 22 settembre si riunirà a Bologna la Rete europea dei giovani cooperatori, il movimento fondato lo scorso aprile a Parigi che riunisce tutti i giovani imprenditori di tipo cooperativo.
    Bologna rappresenta la seconda tappa di un percorso di contaminazione di idee e di modelli cooperativi, nato con l’intento di creare una visione comune europea su come fare cooperazione in un contesto economico certamente difficile, ma non privo di opportunità.

    La scelta dell’Emilia Romagna come sede dell’incontro non è casuale: le regione italiana è, infatti, la patria della cooperazione non solo su scala nazionale, ma anche a livello continentale.
    OOP! GiovaniNel capoluogo romagnolo si riuniranno 30 cooperatori provenienti da dodici Paesi dell’Unione Europea, ai quali si riuniranno i cooperatori italiani di Generazioni Legacoop, OOP! Giovani e AGCI giovani.
    L’evento inizierà il 22 settembre alle 14:30 presso il Castello di Bentivoglio, sede della Cooperativa Sociale Istituto Ramazzini. Nel corso del pomeriggio verranno affrontati vari temi inerenti al futuro della Rete, provando a definirne l’identità, il tipo di governance da adottare e quali sono gli obiettivi e i prossimi eventi da organizzare nel medio e lungo periodo.
    Condividere le proprie idee e i propri progetti con altri giovani cooperatori provenienti da realtà diverse è una straordinaria opportunità di arricchimento e di maturazione, soprattutto per una realtà come l’Italia che ha bisogno di sviluppare un tessuto imprenditoriale giovane che comporti un effettivo cambio generazionale anche all’interno dei vertici aziendali.
    Ma l’Italia possiede anche tante eccellenze invidiate ed apprezzate dagli altri paesi europei. Due di queste sono Granarolo e Coop Italia, realtà che potranno essere conosciute dai giovani cooperatori nel corso della visita ad Expo che verrà effettuata il 23 settembre e che concluderà la due giorni della Rete europea dei giovani cooperatori in Italia.



  • Un’iniziativa importante, quella organizzata per la giornata di ieri da Federsolidarietà e Confcooperative a Milano Expo 2015. Un workshop dal titolo “Sviluppo locale e legalità”, nel corso del quale si è dibattuto della necessità di un profondo cambiamento della normativa sugli appalti e di una maggiore vigilanza da parte delle coop nei confronti dei propri dirigenti e dei propri associati.

    Tra i contributi più significativi va registrato quello del presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone. Nel suo intervento non risparmia anche critiche al mondo delle cooperative, colpevoli a suo avviso di non avere effettuato una sana autocritica prima che esplodessero alcuni scandali giudiziari.
    «Il mondo della cooperazione è stato spesso utilizzato per fare affari o dalla politica per distribuire posti di lavoro. Non c’era un politico che non avesse la sua cooperativa. Su questo bisogna essere chiari e lo dobbiamo soprattutto per chi fa cooperazione vera. Noi dobbiamo vantarci delle nostro cooperative, ma per farlo dobbiamo avere il coraggio di fare piazza pulita».
    raffaele cantone cooperativePiù volte in questi mesi il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini ha ribadito la necessità di eliminare il finanziamento (legale) delle coop al mondo della politica. Questo rapporto di tipo lobbistico finisce col creare dei circoli viziosi che sfociano nell’illegalità.
    La cooperazione per ripulire la propria immagine deve effettuare un taglio netto con il passato, intensificando i controlli interni ed eliminando le cosiddette “mele marce”.
    Un altro punto chiave del discorso di Cantone riguarda la normativa sugli appalti e soprattutto l’articolo 5 della legge n.381 dell’8 novembre 1991 sulle cooperative sociali.
    L’articolo in questione stabilisce la possibilità per le amministrazioni di effettuare convenzioni dirette con le cooperative per la fornitura di beni e servizi purché “tali convenzioni siano finalizzate a creare opportunità di lavoro per le persone svantaggiate”.
    In questi anni c’è, però, stato un chiaro abuso di questa deroga che permette di aggirare di fatto la normativa sugli appalti pubblici. La proposta di Cantone a tal proposito di effettuare almeno un confronto competitivo tra i fornitori prima della stipula della convenzione e di eliminare senza sé e senza ma il meccanismo del rinnovo automatico.
    Qui sotto vi proponiamo il video dell’intero intervento di Cantone ad Expo pubblicato sul canale ufficiale YouTube di Federsolidarietà.



  • La nuova legge sull’agricoltura sociale ha provocato reazioni negative da parte di molti esponenti del Terzo Settore. La normativa, oltre ad istituire il concetto di agricoltura sociale, limita di fatto l’attività di quelle cooperative sociali che portano avanti da anni progetti di inserimento lavorativo per soggetti svantaggiati attraverso il lavoro nei campi.

    L’agricoltura sociale nasce proprio all’interno del Terzo Settore per merito di educatori ed altri tipi di operatori sociali che hanno visto nell’agricoltura uno straordinario strumento di inclusione sociale.
    agricoltura socialeLa legge pubblicata in Gazzetta ufficiale l’8 settembre rischia, però, di estromettere molte cooperative, onlus, fondazioni e associazioni che operano da anni in questo settore. A lanciare l’allarme è Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà – Confcooperative: «La legge ha il merito di porre attenzione sulla materia, ma occorre rimetterci le mani, perché l’effetto paradossale di questa legge è che, oggi, un agricoltore potrebbe improvvisarsi operatore sociale, insegnante, formatore, pur senza le professionalità ed i requisiti che deve rispettare una cooperativa sociale per aprire un centro diurno, un nido».
    Tra le novità inserite all’interno del decreto c’è, infatti, la possibilità per gli agricoltori di aprire fattorie didattiche, agri-nido e agri-asilo, ovvero attività di tipo formativo per persone svantaggiate.
    Il rischio, secondo Guerini, è di creare formatori ed educatori che non abbiano le dovute competenze.
    L’aspetto paradossale è che viene limitata la possibilità di fare agricoltura sociale per chi già opera in questo settore da parecchi anni.
    Il riferimento è soprattutto alle tantissime cooperative sociali: queste ultime per essere classificate come operatori di agricoltura sociale devono avere l’agricoltura come attività prevalente e se il fatturato agricolo è superiore al 30% sono considerate operatori dell’agricoltura sociale in proporzione corrispondente al  proprio fatturato agricolo.
    Ci sono, dunque, dei requisiti ben precisi che le imprese sociali devono rispettare e che potrebbero limitare fortemente la loro attività.



  • L’industria agroalimentare rappresenta il vero e proprio volano dell’industria italiana all’estero. Lo dicono i dati più recenti che mostrano come i prodotti del Made in Italy siano ancora oggi tra i più richiesti sui mercati internazionali.
    Secondo Coldiretti, inoltre, il 2015 potrebbe essere un anno da record: il fatturato realizzato all’estero dall’agroalimentare italiano è aumentato dell’8% rispetto all’anno precedente e dovrebbe raggiungere quota 36 miliardi entro la fine del 2015.

    Sarebbe una cifra record per il comparto a testimonianza del grande lavoro svolto dalle imprese agroalimentari nostrane e dell’appeal di cui gode il Made in Italy in questo periodo storico, complice anche l’apporto positivo fornito da Expo.
    Il valore complessivo dell’industria agroalimentare, sempre secondo i dati di Coldiretti, è di 132 miliardi di euro; la crisi dei consumi interni ha portato i produttori italiani a svolgere una frutta embargo russiasempre maggiore quantità di operazioni commerciali all’estero.
    Nel 2013 il 20% del valore della produzione agroalimentare veniva dalle esportazioni, una cifra che è destinata a salire ulteriormente visti gli ultimi dati.
    L’obiettivo nel medio periodo è raggiungere i livelli di due colossi come Francia e Germania, dove le esportazioni incidono sul fatturato dell’alimentare rispettivamente per il 27% ed il 32%.
    Le potenzialità dell’agroalimentare italiano sono enormi: la maggiore ricerca della qualità ed un rapporto più stretto con il territorio sono sicuramente dei valori aggiunti rispetto ai competitors europei.
    Per effettuare un salto di qualità dal punto di vista dell’internazionalizzazione è necessario, però, dotare le imprese agricole di ingenti risorse economiche e di figure professionali competenti in materia.
    Anche il mondo delle cooperative ha il dovere di guardarsi attorno e di tentare la sfida estera, siglando accordi di collaborazione con altre imprese o coop ed implementando quei processi di aggregazione in grado di dare loro maggiore stabilità economica.



  • La notizia era nell’aria e ieri c’è stata la conferma ufficiale: la Federal Reserve ha deciso di non alzare i tassi d’interesse. Una scelta quella della Banca Centrale americana dettata dall’evoluzione della situazione internazionale, con la crisi finanziaria cinese e degli altri paesi asiatici che preoccupa e non poco i vertici della Fed.
    In questo momento i tassi sono vicini allo zero e si attestano su questa cifra dal 2006, ovvero prima della crisi dei mutui subprime.

    L’economia internazionale vive su equilibri molto delicati. Non è un caso che il ribasso dei titoli cinesi abbia avuto delle ripercussioni in tutto il mondo.
    decreto salva bancheSono proprio le possibili conseguenze della situazione cinese a portare la Fed ad avere maggiore cautela e a rinviare l’aumento dei tassi d’interesse, che potrebbe però avvenire già ad ottobre.
    «La preoccupazione per la Cina e i mercati emergenti ha portato volatilità sui mercati e, date le significative interconnessioni tra gli Usa e il resto del mondo, la situazione va osservata con attenzione» ha commentato Janet Yallen, la presidente della Fed «La Federal Reserve — aggiunge — non deve rispondere agli alti e bassi dei mercati: ma quando ci sono importanti sviluppi finanziari, dobbiamo chiederci cosa è stato a provocarli».

    L’economia statunitense è in netta fase di ripresa. La Fed ha rivisto al rialzo le stime del Pil, passando da +1,9% a +2,1%; anche per il 2016 ed il 2017 è previsto un aumento del Prodotto interno lordo americano rispettivamente del +2,3% e del +2,2%.
    Non basta, però, la crescita americana a giustificare una stretta sui tassi d’interesse. A preoccupare la Federal Reserve c’è anche il basso livello d’inflazione che dovrebbe attestarsi quest’anno sullo 0,4%, ben lontano dunque dal 2% auspicato.
    Solo una maggiore stabilità dell’economia internazionale potrà, dunque, cambiare lo scenario portando la Fed a prendere una decisione che influirà anche sull’intera finanza mondiale.



  • È stato inaugurato a Polistena (Rc), martedì 15 settembre, il Centro Polifunzionale “Padre Pino Puglisi” nato all’interno di un bene confiscato alla ‘ndrangheta.
    Il palazzo in questione (il più alto del paese di Polistena) rappresentava negli anni Ottanta il simbolo del potere mafioso della cosca Versace.

    Oggi quello stesso palazzo ha una nuova vita ed un nuovo scopo sociale grazie al progetto “Liberamente Insieme”, realizzato con il sostegno della Fondazione CON IL SUD e della Fondazione Il Cuore si scioglie onlus di Unicoop Firenze.
    centro pino puglisiIl centro ha già ospitato il 14 ed il 15 settembre un’iniziativa importante dal titolo “Fateci Spazio“. Si tratta di un camp dedicato a giovani e startupper che intendono presentare progetti sul riutilizzo dei beni confiscati alla mafia.
    L’obiettivo del nuovo centro polifunzionale è proprio quello di aggregare giovani e meno giovani per finalità di tipo sociale. Il territorio della Piana di Gioia Tauro e della Locride ha bisogno di nuove realtà aggregative capaci di creare un tessuto economico e sociale realmente dinamico.
    All’interno del centro “Padre Pino Puglisi” sorgono anche un poliambulatorio di Emergency per i migranti e per persone con disagi sociali, un ostello intitolato a Gianni Laruffa, fondatore dell’associazione antiracket e la nuova bottega dei prodotti dei campi confiscati alla ‘ndrangheta grazie alla collaborazione della cooperativa Valle del Marro.
    Polistena e le zone limitrofe potranno godere di un luogo speciale dove si respira legalità e dove il nome di un martire della criminalità organizzata, come don Pino Puglisi, potrà ispirare l’azione virtuosa di uomini e donne di Calabria.

     



  • La comunicazione istituzionale non può più prescindere dall’utilizzo dei social. Eppure ci sono Regioni che non possiedono neppure una pagina ufficiale Facebook e Twitter oppure, quando sono attive, le utilizzano nel modo sbagliato senza affidarsi a dei professionisti della comunicazione politica.
    DeRev Consulting ha realizzato la prima indagine sull’uso dei social da parte delle 20 Regioni italiane prendendo in considerazione i tre social network più usati, ovvero Facebook, Twitter e YouTube.

    Sono stati analizzati indicatori sia di tipo quantitativo che qualitativo per verificare non solo il numero di likes e di utenti coinvolti, ma anche l’efficacia della comunicazione svolta. Le variabili utilizzate sono nello specifico: numero di iscritti in valore assoluto, numero di iscritti in rapporto alla popolazione, twitter emilia romagnavalutazione qualitativa della gestione, tasso di coinvolgimento degli utenti su Facebook, tasso di efficacia della comunicazione su Twitter, media delle visualizzazioni ai video su YouTube.
    Secondo questa analisi la Regione più social è l’Emilia Romagna, seguita da Valle d’Aosta, Puglia, Piemonte e Lazio.
    In fondo alla classifica troviamo, invece, la Calabria che non possiede nessun account social. Le parole di Roberto Esposito, CEO di DeRev, spiegano alla perfezione l’importanza di una comunicazione istituzionale effettuata attraverso i social network:
    «“I social media oltre a rappresentare un canale privilegiato per dialogare con i cittadini ed uno strumento diretto di partecipazione democratica, sono una scienza esatta e misurabile. Sui social, infatti, non esiste divario economico tra nord e sud, e lo testimonia la classifica: nei primi 5 posti si alternano Regioni del nord, del sud e del centro. Sui social vince chi adotta la migliore strategia e chi riesce a comunicare in modo trasparente».

    Facebook, Twitter e YouTube sono strumenti di democrazia diretta che, se utilizzati bene, possono avvicinare i cittadini alla vita democratica. Il buon funzionamento di una democrazia moderna passa anche attraverso questi canali, sottovalutare il loro potenziale significa non comprendere le evoluzioni della società e le esigenze dei propri cittadini.
    A quel punto non c’è da stupirsi se i giovani, che rappresentano la maggioranza degli utenti dei social media, sono sempre più distanti dalle dinamiche della politica.
    L’uso di Twitter da parte dell’Emilia Romagna rappresenta al contrario un esempio virtuoso, dove partecipazione, informazione e capacità di fare rete costituiscono un prodotto social efficace ed apprezzato.



  • La cooperativa Conserve Italia ha siglato un accordo commerciale con l’azienda Colavita, leader per vendita di olio extravergine italiano negli Stati Uniti, con l’intento di rafforzare la propria presenza sui mercati extra-europei.
    Nello specifico l’alleanza prevede di sfruttare la rete distributiva dell’impresa olivicola per aumentare le esportazioni di pomodoro marchio Cirio negli Usa.

    L’internazionalizzazione è ormai un aspetto fondamentale per qualsiasi tipo di azienda agricola in un mercato sempre più globalizzato e dipendente da macrofattori internazionali. Gli Stati Uniti, in particolare, rappresentano uno sbocco naturale per le nostre imprese, considerata l’elevata domanda di prodotti nostrani.
    ConserveItalia«Attualmente il fatturato di Conserve Italia in Nord America è di circa 1 milione di euro, di cui 500 mila euro legati al brand Cirio, con una crescita del + 50% in due anni. In virtù dell’accordo siglato con Colavita – commenta Cesare Concilio, Direttore Commerciale Estero Conserve Italia – puntiamo a incrementare ulteriormente i nostri ricavi su un mercato come quello americano in cui la domanda di prodotti italiani è altissima, così come di contro è ancora molto forte la diffusione del fenomeno dell’italian sounding».

    Gli Usa sono tra i primi cinque paesi al mondo per importazione di di pomodoro. Le possibilità, dunque, di incrementare la quantità di esportazioni di un prodotto di qualità, come quello a marchio Cirio, sono elevate.
    Colavita possiede negli Stati Uniti due sedi operative, una in New Jersey e l’altra in California, e vende il proprio olio attraversa una fitta rete di broker. Conserve Italia conta di sfruttare la collaborazione commerciale con l’azienda molisana per diventare un punto di riferimento nel mercato del pomodoro.
    La cooperativa romagnola ha già iniziato ad operare in tal senso, invitando nei propri stabilimenti i broker di Colavita. Nel corso della visita all’azienda, sono stati effettuati dei controlli comparativi tra il prodotto Cirio e altri che concorrono sul mercato americano, controlli che hanno evidenziato la migliore qualità del pomodoro italiano rispetto ai concorrenti statunitensi.



  • Si è svolto questa mattina a Cascina Triulza, il padiglione della società civile a Milano Expo 2015, il workshop “Sviluppo locale e legalità” che ha visto intervenire il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini, il presidente di Federsolidarietà Giuseppe Guerini ed il presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa Umberto Ranieri.
    Il tema centrale dell’incontro è stato ovviamente quello della legalità alla luce dei recenti scandali che hanno colpito il mondo della cooperazione.

    Cantone ha più volte ribadito in questi mesi la necessità di non confondere la cooperazione malsana con quella che per decenni è stata un esempio di trasparenza e legalità. Per questo motivo è necessario porre i giusti rimedi per evitare che fenomeni quali le cooperative spurie si riproducano sul nostro territorio, ma vengano al contrario estirpati con degli efficaci strumenti legali.
    gardini false cooperativeDa questo punto di vista sarà fondamentale modificare la normativa sugli appalti, limitando gli affidamenti diretti e creando uno strumento giuridico che bilanci le esigenze di discrezionalità e quelle di rispetto di criteri oggettivi.
    Ma non basta intervenire modificando il quadro legislativo, è necessario anche agire all’interno della coop aumentando i controlli. Cantone propone dei meccanismi di premialità per chi opera nel rispetto della legalità e delle sanzioni pesanti per chi esce fuori dai binari della legge.
    “Bisogna ragionare anche si abbasseranno i riflettori” ha rilanciato Cantone per evitare che queste tematiche cadano nell’oblio e si ripropongano di fronte all’ennesimo scandalo giudiziario.

    Un punto di vista condiviso anche dal presidente di Confcooperative Maurizio Gardini. Il vertice della centrale di rappresentanza delle coop ha parlato di una stagione nuova per il mondo della cooperazione con lo stop dei finanziamenti alla politica e la tolleranza zero verso chi agisce nell’illegalità.
    Va proprio in questa direzione la legge di iniziativa popolare contro le false cooperative che a breve potrà essere presentata in Parlamento.
    Gardini sente la responsabilità che grava sulle spalle delle coop: “Il clamore per noi è più elevato perché da noi ci si aspetta da più” dice il presidente di Confcooperative.
    La tradizione e la storia del mondo della cooperazione, infatti, parla chiaro, soprattutto in tema di welfare: «Il sistema cooperativo è stato un pezzo fondamentale del welfare – commenta Gardini – ed è stato determinante per la costruzione di un welfare moderno che ha dato risposte».
    La cooperazione deve, dunque, ripartire dal suo bagaglio storico, costituito da trasparenza, legalità ed attività al servizio dei territori: «La cooperazione vive e prospera nella legalità – prosegue Gardini – costruisce un successo ed una risposta ai bisogni dei territori». 



  • Il Rapporto coop 2015 analizza la situazione economica italiana, concentrandosi su diversi aspetti: dal grado di mobilità sociale al livello di povertà, passando per le stime sul Pil e le abitudini alimentari e gli stili di vita degli italiani.
    Ne viene fuori un quadro completo sulla realtà italiana post crisi: un contesto economico e sociale profondamente cambiato dagli effetti della recessione e ancora più dalla rivoluzione digitale e dai nuovi tipi di consumi.

    Secondo il rapporto realizzato dall’Ufficio Studi Ancc-Coop, con la collaborazione scientifica di REF Ricerche e il supporto d’analisi di Nielsen e Coop Italia, il nostro paese presenta segnali di ripresa, evidenziati non tanto dalle stime sul Pil (dato in crescita dello 0,7% entro fine anno), ma dal cambiamento del sentiment della popolazione.
    Il 52% dei cittadini italiani (contro il 41% di un anno fa) dichiara, infatti, di considerare invariata o addirittura migliorata la propria situazione economica.
    Uno stato d’animo ed una convinzione che deve, però, fare i conti con un contesto sociale dei più difficili. La crisi ha causato la lenta ed inesorabile erosione della rapporto coop 2015classe media: il 42% degli italiani si definisce appartenente a questa classe sociale contro il 53% del 2008.
    Si è invece rafforzata in termini numerici la classe operaia, se è vero che il 52% dichiara di sentirsi un operaio (era il 41% nel 2008).
    C’è, dunque, una sempre maggiore concentrazione della ricchezza verso l’alto testimoniata anche dal fatto che il 20% delle famiglie detiene il 38% del reddito complessivo del Paese ed un terzo della popolazione è a rischio povertà.
    A questi problemi si aggiunge l’ormai cronico sottosviluppo del Sud e le evidenti differenze economiche e sociali tra aree estremamente ricche come il Trentino Alto Adige ed altre in grave difficoltà come la Calabria.
    Basti pensare che tra la spesa mensile media nella città di Trento e quella calabrese ci sono addirittura 1000 euro di differenza. È fuori dubbio, dunque, che l’Italia sia un paese che viaggia a due, se non a tre velocità ed è inconcepibile che questo divario territoriale aumenti anziché diminuire.

    L’Italia post crisi, però, si mostra cambiata anche negli stili di vita e nella tipologia di consumi effettuati.
    La rivoluzione digitale sembra attrarre gli italiani più degli altri cittadini europei. Siamo, infatti, il popolo più connesso con 6 ore al giorno su Internet tra pc e smartphone e uno dei più affascinati dalla vendita di cibo online (il 70% considera la rete un canale alternativo per l’acquisto di generi alimentari) e dall’utilizzo dei robot domestici (il 17% degli italiani lo possiede, primi in Europa).
    Nonostante, dunque, il nostro paese presenti dei gravi ritardi in tema di economia digitale, innovazione e banda larga, i cittadini spingono per la digitalizzazione del Paese.
    Ma non è solo la rivoluzione digitale ad avere cambiato le abitudini degli italiani, ma anche i consumi alimentari. L’italiano medio è molto più attento all’alimentazione salutare e al cosiddetto cibo della rinuncia: il 10%, infatti, è vegetariano (percentuale più alta in Europa) ed il 2% è vegano.
    C’è, inoltre, una crescita esponenziale del cibo biologico (+20% rispetto al 2014 con il mercato che ha raggiunto un valore pari a 2,5 miliardi di euro) ed una riduzione dei vizi (fumo ed alcool). Questa tendenza a curare in maniera attenta la propria salute ci porta ad essere la nazione con più palestre in Europa (oltre 12.000) e con i cittadini più magri di tutto il Vecchio Continente.