• La Borsa di Atene verrà riaperta dopo quasi un mese. Secondo le indiscrezioni emerse nelle ultime ore la Bce avrebbe dato l’assenso alla riapertura dei listini ellenici chiusi dopo l’inizio delle trattative con i creditori.

    euro greciaLa paura per il default è passata? Nulla di tutto ciò. La Grecia vive ancora una situazione di precarietà e di austerità, con dei piccoli e sporadici segni di normalità.
    Così dopo la riapertura delle banche, già mercoledì dovrebbe essere la volta della borsa di Atene.
    La Bce avrebbe informato il Governo greco di essere disposta ad avviare la procedura di riapertura, ma è necessario l’assenso dell’esecutivo ellenico.
    Nello specifico il Ministro delle Finanze dovrà emettere un decreto con il quale autorizza gli investitori a ricominciare le contrattazioni anche se, considerata la situazione, ci saranno delle importanti restrizioni.

    La riapertura della Borsa di Atene potrebbe essere anche una mossa strategica da parte della Bce per far crescere la fiducia degli investitori dopo il crollo dei listini in questi ultimi giorni.
    Preoccupa soprattutto la bolla cinese, una situazione inedita per i paesi asiatici e per l’Occidente stesso, diventato con il passare del tempo sempre più dipendente dalle vicende della Repubblica popolare. Lo dimostrano le perdite cospicue dei principali indici europei in seguito al crollo di Shanghai.
    Nel frattempo il Governo greco ha già ripreso le negoziazioni con i creditori internazionali per arrivare ad un accordo sul terzo piano di aiuti internazionali da 86 miliardi di euro.


  • agrinsieme

    Anche Agrinsieme, il coordinamento di Cia, Confagricoltura, Copagri ed Alleanza delle Cooperative agroalimentari, ha partecipato all’Ortofrutta Day a Milano Expo 2015.
    È una iniziativa che coinvolge i padiglioni della manifestazione internazionale per promuovere la qualità del comparto ortofrutticolo mondiale.

    agrinsiemeDegustazioni, conferenze informative, giochi: la giornata della frutta e della verdura è una vera e propria festa di sapori e colori. Ogni paese promuove i propri frutti tipici; dal mors russo al melone turkmeno, passando per i succhi di baobab, karkadé e mango del Sudan.
    La frutta e la verdura sono un patrimonio dell’agroalimentare mondiale, anche se spesso le politiche nazionali ed internazionali tendono a sottovalutare l’importanza che questi prodotti rivestono nell’alimentazione degli uomini, donne e bambini.
    L’Italia è uno dei paesi leader del comparto ortofrutticolo a livello europeo  e la cooperazione riveste un ruolo centrale sia dal punto di vista del fatturato che della mole di prodotto fornita.
    Solo all’interno di Agrinsieme ci sono oltre 5.000 cooperative, anch’esse però vittima di un momento delicato per il settore legato soprattutto all’eccesso dell’offerta di prodotto. Una situazione che rende insostenibili i costi di produzione e che ripaga i produttori con redditi poco equi.

    L’Ortofrutta Day serve, secondo Agrinsieme, proprio per comunicare ai consumatori l’importanza di acquistare frutta e verdura di qualità. Solo attraverso un’opera di comunicazione capillare e corretta è possibile riportare la domanda interna sui livelli pre-crisi ed evitare che rimangano invendute enormi quantità di prodotti.
    Il coordinamento di Cia, Confagricoltura, Copagri ed Alleanza delle cooperative agroalimentari ha distribuito gratuitamente oltre 70mila kg di frutta proprio con l’obiettivo di far conoscere ai visitatori la freschezza e la qualità della frutta italiana.
    La crescita dei consumi interni è una condizione indispensabile per l’aumento dei prezzi e per evitare la chiusura di quelle aziende agricole dissanguate dalla differenza tra costi di produzione e prezzi di mercato.
    Expo e la festa della frutta e della verdura, nello specifico, rappresentano un veicolo promozionale enorme per il Made in Italy e per incrementare la nostra quota di esportazioni sui mercati esteri.
    Da questo punto di vista l’embargo russo ha rappresentato un duro colpo per i produttori italiani, che si sono trovati quintali di prodotti invenduti. Agrinsieme intende promuovere accordi commerciali con diversi paesi esteri e per questo motivi ha organizzato per la giornata odierna una serie di incontri con le delegazioni di Qatar, Cuba, Emirati Arabi, Gabon e Russia.



  • Anche i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno firmato la proposta di legge contro le false cooperative. Nel corso dell’incontro tra l’Alleanza delle Cooperative ed i sindacati sul testo unico sulla rappresentanza, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo hanno dato il loro importante contributo alla battaglia contro le cooperative spurie.

    cgil false cooperativeProsegue la campagna di raccolta firme dell’Alleanza delle Cooperative, un’iniziativa che da oggi potrà contare sull’impegno concreto di tre figure centrali del mondo della rappresentanza sindacale, come i tre segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil.
    Susanna Camusso ha sottolineato come sia importante effettuare una distinzione tra la cooperazione vera e quella falsa, che altera il mercato e provoca danni economici ad imprese e lavoratori. Una battaglia, dunque, condivisa fianco a fianco dalle centrali di rappresentanza delle cooperative e dei lavoratori, perché per sconfiggere la corruzione, l’evasione ed il malaffare c’è bisogno dell’apporto di tutte le associazioni di categoria.
    Le firme di Camusso, Furlan e Barbagallo si uniscono a quelle importanti del ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali Maurizio Martina, del fondatore di Libera Don Luigi Ciotti e Monsignor Galantino.
    L’Alleanza delle Cooperative ha già raccolto più di 30.000 firme e conta di intensificare la propria campagna nei mesi di agosto e settembre per raggiungere presto l’obiettivo delle 50.000 sottoscrizioni.

    Nel corso dell’incontro a Palazzo della Cooperazione, a Roma, il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti, ed il presidente di Agci, Rosario Altieri, hanno firmato il testo unico sulla rappresentanza, un accordo che consente di aggiornare la rappresentanza per effetto del mutato contesto lavorativo e che assicura una maggiore democrazia ai lavoratori nella scelta dei propri rappresentanti sindacali.



  • In queste ore sta facendo discutere l’analisi del Fmi sul mercato del lavoro dell’Eurozona. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il livello occupazionale del nostro paese potrà tornare uguale a quello pre-crisi solamente tra vent’anni.

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    Parole che hanno fatto scalpore e hanno scatenato anche la reazione del Mef secondo il quale il Fmi non ha preso in considerazione le riforme strutturali intraprese dal Governo che dovrebbero portare ad una più veloce diminuzione del tasso di disoccupazione.
    Difficile fare delle previsioni precise a riguardo; certamente gli effetti positivi del Jobs Act tardano ancora ad arrivare come ha evidenziato l’Istat nelle ultime rilevazioni sulla disoccupazione in Italia.
    È possibile, al contrario, fare un bilancio di quanto accaduto al mercato del lavoro italiano dall’inizio della crisi.
    La Cgia di Mestre ha effettuato questo tipo di analisi, rilevando che nel periodo post crisi l’Italia ha perso 932mila posti di lavoro. Un numero enorme che pesa soprattutto sul Sud Italia.

    Sono 580mila gli occupati in meno nel Mezzogiorno: in valori assoluti le regioni che hanno visto le maggiori perdite di posti di lavoro sono state la Sicilia (-168.000), la Campania (-129.000) e la Puglia (-100.000).
    In termini percentuali, invece, la maggiore variazione negativa la troviamo in Calabria. Dal 2008 al primo trimestre del 2015 nella regione calabrese c’è stata una perdita di posti di lavori stimabile attorno al -15,9%, seguita dal Molise (-13,9%) e Sicilia (-11,4%).
    Le uniche regioni che hanno dei saldi positivi nel periodo post crisi sono Lazio (+88.000 posti di lavoro) e Trentino Alto Adige (+11.000).
    Sempre secondo la Cgia di Mestre i settori maggiormente colpiti sarebbero stati quelli dell’edilizia, il manifatturiero ed il piccolo commercio per effetto soprattutto del crollo della domanda interna e della contrazione degli impieghi bancari.



  • Infocamere ha fornito i dati sulle imprese italiane nel secondo trimestre del 2015. Le elaborazioni raccolte parlano di una lenta ripresa del nostro sistema imprenditoriale, con i risultati maggiormente positivi riscontrabili al Sud.

    CAMERE_DI_COMMERCIONel periodo aprile-giugno si sono iscritte al registro delle imprese 97.811 nuove attività, mentre ci sono state 59.831 chiusure di imprese già esistenti. Quest’ultimo dato rappresenta addirittura il numero più basso di cessazioni degli ultimi dieci anni, segno evidente di una maggiore stabilità del nostro apparato industriale.
    Il dato sulle nuove imprese, invece, è il secondo peggiore del periodo post-crisi.
    Il saldo rimane comunque positivo con 37.980 aziende in più rispetto ai primi tre mesi del 2015, una variazione congiunturale che risulta essere la migliore degli ultimi quattro anni ed la quinta migliore del decennio.

    Ci sono, dunque, dei segnali di vitalità che interessano anche e soprattutto il Mezzogiorno. In base alle elaborazioni di Infocamere, nel periodo aprile-giugno risultano essere più di 13.000 le nuove imprese nel Sud Italia.
    Le migliori performance in termini di crescita le riscontriamo in Calabria (+0,89%), Puglia (+0,76%) e Campania (+0,72%).
    Nel secondo trimestre del 2015 le nuove imprese calabresi iscritte nel registro sono state 1.594 ed il tasso di crescita della provincia di Crotone è stato il più alto in Italia (+1,46%): si tratta di un risultato importante per una regione con il più alto tasso di disoccupazione in Italia ed uno dei più alti in Europa.

    Per quanto riguarda l’Italia, in generale, ci sono 6.045.771 imprese su tutto il territorio nazionale con un tasso di crescita dello 0,63% su base congiunturale e dello 0,59% su base tendenziale. Di queste aziende, il 27% opera nel settore del commercio, il 20% nelle costruzioni e attività immobiliari, il 13% nell’agricoltura ed il 12% nel turismo e servizi.
    I settori maggiormente in crescita in valori assoluti sono quelli del commercio (+10.274), seguito da alloggio e ristorazione (+6.002) e noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (+3.555).



  • La Borsa di Shanghai a picco come mai negli ultimi otto anni. Un’altra giornata nera per i listini cinesi dopo il parziale recupero dei giorni scorsi; il timore, adesso, è che l’economia reale possa risentirne in maniera pesante.

    borsa cineseSpeculazione che diventa azzardo. La Borsa in Cina viene considerata quasi come un gioco: inevitabile che prima o poi dovesse presentarti il conto.
    Un conto salatissimo, se consideriamo che la borsa cinese sta vivendo una crisi finanziaria di dimensioni epocali. Alcuni l’hanno già soprannominata come la “crisi del ’29 cinese“.
    E non si tratta di un accostamento esagerato se pensiamo che tra il 12 giugno ed i primi di luglio, la borsa cinese ha perso più del 30% per proprio valore del equivale a circa venti volte il debito greco.

    Il Governo ha provato ad intervenire immettendo liquidità sul mercato e acquistando titoli attraverso enti controllati dallo Stato. In tre settimane la borsa è riuscita a recuperare il 16%; la sensazione, però, che si trattasse di una quiete prima della tempesta era nell’aria ed infatti gli investitori hanno ricominciato a vendere le proprie azioni con delle conseguenze devastanti per i listini cinesi e possibili effetti rilevanti per l’economia reale e per i partner commerciali.
    Oggi Shanghai ha perso -8,48%, risultando il peggior giorno della borsa di Shanghai negli ultimi otto anni, mentre Hong Kong ha perso il 3,1%.
    La vendita delle azioni potrebbe ricominciare in maniera compulsiva ed è impossibile non immaginare effetti sull’economia reale. In questi anni sono stati tanti i piccoli risparmiatori che hanno deciso di investire in borsa, vittime di una bolla speculativa senza precedenti.
    La perdita dei loro risparmi e le difficoltà che potrebbero sopraggiungere nell’estinguere i loro debiti con gli istituti di credito potrebbe rischiano di causare un importante calo dei consumi.

    La contrazione della domanda cinese avrebbe delle conseguenze inevitabili anche negli altri paesi. La Cina è diventata ormai uno dei principali partner commerciali degli stati occidentali, con un percentuale di export che cresce di anno in anno.
    Non è un caso che le borse americane ed europee abbiano accusato il colpo del nuovo crollo asiatico, aprendo la giornata in segno negativo. Le dimensioni della bolla speculativa cinese potrebbe, dunque, essere più grandi del previsto e coinvolgere non solo l’economia reale locale, ma in parte anche quella di Stati Uniti ed Europa.



  • Un 2015 positivo per il mercato delle pesche e delle nettarine? Gli ultimi dati sul raccolto 2015, elaborati dal Centro servizi ortofrutticoli (Cso), parlano di 579 mila tonnellate di prodotto che dovrebbero essere immesse sul mercato, con un aumento del 4% rispetto allo scorso anno.

    frutta embargo russiaSi tratta di un risultato molto positivo, considerando anche il momento difficile che sta attraversando il settore. Basta dare uno sguardo alle altre maggiori realtà europee per comprendere la dimensione della crisi del comparto delle pesche e delle nettarine.
    La Spagna, per fare un esempio, che viene considerato il modello di riferimento immetterà 563 mila tonnellate, facendo registrare un aumento solo dell’1% nel confronto con l’anno precedente.
    Francia e Grecia, al contrario, dovrebbero avere una variazione negativa vicina al -10%.

    Il Mediterraneo delle pesche e delle nettarine, dunque, torna a parlare italiano, ma sono elaborazioni che non devono trarre in inganno.
    I problemi rimangono molto importanti: l’embargo russo, ad esempio, costringerà i produttori a vendere una parte considerevole del proprio raccolto sul mercato italiano.
    L’eccesso di offerta, al cospetto di una domanda interna piuttosto debole, fa crollare letteralmente i prezzi. Attualmente le pesche e le nettarine sono vendute a 25-30 centesimi al chilo, un prezzo che non ripaga in maniera adeguata l’agricoltore.
    L’Unione Europea è dovuta intervenire per dare una mano ai produttori estendendo le misure straordinarie per il settore ortofrutticolo fino a giugno 2016.
    La crisi del comparto delle pesche e delle nettarine ha portato molti produttori ad orientarsi verso altre colture, con il kiwi che sta prepotentemente salendo alla ribalta.
    Ci sono state in questi mesi diverse opere di riconversione ed accordi tra aziende agricole, consorzi e cooperative per implementare le coltivazioni di kiwi.
    Tra gli accordi più importanti in questo senso c’è quello tra la cooperativa Osas – Campoverde ed Agrintesa con un investimento di 40 milioni di euro per la riconversione di 700 ettari di terreno nell’area di Sibari – Castrovillari.
    Il kiwi può diventare, dunque, un prodotto fondamentale per il settore ortofrutticolo in un periodo di difficoltà per le altre colture.



  • Cosa pensano gli italiani del Jobs Act? Le polemiche sulla nuova riforma del mercato del lavoro hanno monopolizzato la scena pubblica degli scorsi mesi, con l’abolizione della reintegra per i licenziamenti illegittimi di tipo economico e disciplinare che ha fatto mobilitare i sindacati.

    caschetto lavoroUn’indagine di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, ha analizzato il grado di conoscenza della riforma da parte dei cittadini ed i loro orientamenti in merito al Jobs Act nel suo complesso e alle sue proposte più discusse.
    Ne è venuto fuori un quadro per certi versi sorprendente. Gli italiani sembrano essere abbastanza aperti alle novità introdotte dal Jobs Act (maggiore flessibilità, indennizzo economico in caso di licenziamento, tutele crescenti), ma sono condizionati dall’appartenenza politica.

    Il 58,2% degli intervistati dichiara di aver seguito a grandi linee il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, mentre il 12,6% dice di averlo seguito in maniera approfondita. Quindi c’è una discreta informazione sull’argomento, dovuta all’esposizione mediatica che una questione come il lavoro riesce ad ottenere sui principali canali informativi, sia in Tv che sul web.
    La maggioranza degli interpellati (37,3%) ritiene che il Jobs Act sia vantaggioso sia per le imprese che per i lavoratori, mentre il 33,6% sostiene ne trarranno beneficio solo le imprese.
    C’è comunque un sentore diffuso che i lavoratori non siano molto avvantaggiati dalle misure introdotte nella riforma, come dimostrato dalla scarsa percentuale di intervistati (3,0%) che vede dei vantaggi solo per i lavoratori.
    Gli orientamenti si dimostrano comunque abbastanza condizionati dalle ideologie politiche. È soprattutto nell’area di Centro (61,6%) e di Centro sinistra (52,6%) che prevale la convinzione che il Jobs Act favorisca sia imprese che lavoratori; mentre chi dichiara di essere di sinistra reputa la riforma vantaggiosa solo per le imprese (51,6%).
    Anche a destra sono diffuse opinioni prevalentemente contrarie sul Jobs Act: il 21,1% degli intervistati di destra, ad esempio, pensa che sia svantaggioso sia per le imprese che per i lavoratori.

    L’indagine svolta da Community Media Research disaggrega, inoltre, le singole proposte del Jobs Act per vedere se trovano pareri favorevoli o contrari da parte degli intervistati. Alla domanda se è meglio ricevere un indennizzo economico al posto della reintegra nel posto del lavoro, il 77,5% degli intervistati ha risposto di sì.
    Allo stesso modo sempre il 77,5% si dichiara favorevole ad una maggiore mobilità pur di non perdere il lavoro ed il 76,3% ritiene corretta un’assunzione a tempo indeterminato con tutele crescenti con l’aumentare dell’anzianità.
    Le tre misure principali del Jobs Act, dunque, trovano pareri abbastanza favorevoli. Anche la riforma nel suo complesso viene valutata positivamente con il 51,4% degli intervistati che si trova prevalentemente d’accordo con il Jobs Act ed il 29,4% che è totalmente d’accordo.

     



  • Il Ministero dello Sviluppo Economico per effetto del decreto del 4 dicembre 2014 offre finanziamenti a tasso agevolato per la nascita e lo sviluppo di società cooperative di piccola e media dimensione.

    stretta di manoLa misura si pone come obiettivo la crescita dell’occupazione e lo sviluppo delle aree territoriali più arretrate del nostro Paese.
    Nello specifico i finanziamenti sono rivolti alla nascita di nuove cooperative che abbiano in misura prevalente lavoratori provenienti da aziende in crisi e di cooperative che gestiscono aziende confiscate alla criminalità organizzata.
    Particolare attenzione viene inoltre riservate alle imprese del Mezzogiorno. Il provvedimento prevede, infatti, finanziamenti per lo sviluppo o la ristrutturazione di cooperative già esistenti presenti nel territorio meridionale.
    L’iniziativa del Mise, dunque, oltre a favorire l’occupazione e lo sviluppo territoriale ha anche delle specifiche finalità sociali. E non è un caso che la forma giuridica scelta cui destinare i finanziamenti sia stata quella cooperativa.
    Le coop sono, infatti, storicamente vicini alle esigenze dei singoli territori ed operano nel rispetto dei principi di mutualità e solidarietà ricercando il profitto sociale.
    La cooperativa è lo strumento migliore per integrare lavoratori provenienti da aziende in crisi e per aiutare queste ultime a ristrutturarsi, abbassando i costi di produzione e ripartendo i guadagni tra i soci.

    La misura viene definita dal Governo come “legge nuova Marcora”, in quanto riprende un provvedimento del 1985 che prevedeva finanziamenti agevolati per quelle cooperative partecipate dalle società finanziarie Soficoop sc e CFI Scpa. Condizione indispensabile per ricevere questo finanziamento è dunque la partecipazione di questi enti al capitale sociale. L’intento è dare alle coop una maggiore solidità finanziaria.
    L’investimento complessivo dell’intervento è di 9,8 milioni di euro e la durata massima dei finanziamenti agevolati è di 10 anni; sono regolati a un tasso di interesse pari al 20% del tasso comunitario di riferimento e hanno un importo massimo non superiore a 4 volte il valore della partecipazione detenuta dalla società finanziaria nella società cooperativa beneficiaria (importo comunque non superiore a euro 1.000.000,00).
    Le domande per ricevere i finanziamenti possono essere inviate alle suddette società finanziarie a partire dal 20 luglio, solamente attraverso posta elettronica certificata ai seguenti indirizzi:



  • Ai soci lavoratori di cooperativa con rapporto di lavoro subordinato si applica la legge 20 maggio 1970, n. 300 (Statuto dei lavoratori), ma con la significativa esclusione del solo articolo 18 (tutela reale e, quindi, diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo) ogni volta che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo.

    Tale prescrizione è prevista dall’art. 2 della l. 142/01, disciplinante le cooperative di lavoro, volto a garantire ai soci lavoratori una parità di diritti rispetto ai lavoratori propriamente subordinati, o comunque un complesso di tutele minime ed inderogabili, ma con la contestuale previsione di un rapporto di consequenzialità fra l’esclusione del socio ed il recesso, incidendo la delibera di esclusione pure sul concorrente rapporto di lavoro.

    art.18Secondo l’intendo del legislatore, l’esclusione della tutela reale opera in ogni caso in cui insieme al rapporto di lavoro venga a cessare anche il rapporto associativo, al fine di evitare per le società cooperative, considerata l’evidente rilevanza dell’intuitus personae, la possibilità di reintegrazione del socio lavoratore e quindi di ricostituzione in via autoritativa del rapporto societario.

    Tale principio, nella sua eccezione, è stato di recente ribadito dalla Cassazione con la sentenza n. 11548/15, con la quale la Suprema Corte ha stabilito il diritto alla reintegra di un socio-lavoratore, con conseguente applicabilità dell’art. 18 Stat. Lav., in quanto nell’ipotesi all’attenzione degli ermellini la delibera di esclusione del socio era già stata dichiarata nulla dal giudice di secondo grado e non impugnata davanti al giudice delle leggi. In assenza di un legittimo provvedimento di esclusione del socio (l’annullamento del recesso era oramai passato in giudicato), ha quindi trovato spazio l’ipotesi altrimenti residuale di cui all’art. 18 Stat. Lav.



  • L’Italia è insieme alla Francia la patria del vino. Lo dice la storia, la tradizione ed i numeri di produzione, anche se i dati degli ultimi anni sembrano mettere in discussione questo primato.

    Accade, ad esempio, che la Cina sia diventata con il tempo il secondo vigneto più grande al mondo davanti a Francia e Italia e dietro solo alla Spagna e che i vini argentini e cileni siano saliti prepotentemente alla ribalta nella scena internazionale.
    cooperative vinoIl vino italiano deve, dunque, competere con delle realtà emergenti e con un mercato che dopo il clamoroso boom del periodo 2009-2014 (+122%), sembra avere avuto una battuta d’arresto.
    Uno dei fattori determinanti di questo parziale rallentamento è il blocco del mercato russo, che rappresentava uno sbocco importante per il vino europeo. L’Italia, ad esempio, secondo il Wine Monitor di Nomisma ha fatto registrare una variazione negativa delle esportazioni vitivinicole verso la Russia del 36%.

    Se da una parte, però, c’è un mercato che frena i nostri vini, ci sono altre realtà pronte ad accoglierli. Una di queste è la Cina, che negli ultimi anni ha aperto le proprie frontiere a vini che non siano francesi.
    Non più solo Cabernet, dunque, ma anche vini australiani, cileni ed italiani. Basti pensare che nei primi cinque mesi del 2015 l’Australia ha fatto registrare un aumento del 134% delle esportazioni di vino verso la Cina, mentre l’Italia è “ferma” ad un +18%.
    Il nostro paese può e deve ancora lavorare su questo mercato, che può offrire opportunità enormi alle nostre aziende vitivinicole, in un settore che sappiamo benissimo essere dominato dai consorzi e dalle cooperative.
    Lì dove l’Italia spopola, invece, sono gli Stati Uniti e l’Inghilterra. In queste due realtà è in atto una vera e propria “Prosecco-manìa”. Nei primi mesi del 2015 l’export di vino verso gli Usa è cresciuto del 10% e quello di Prosecco è aumentato addirittura del 48%.
    Il rendimento del Prosecco è persino superiore in Inghilterra, dove la crescita delle esportazioni ha toccato quota +64%, a testimonianza di come i consumatori americani ed inglesi gradiscano particolarmente i vini nostrani.



  • La classifica Censis per Repubblica sulle migliori università italiane sembra smentire quella pubblicata qualche giorno fa da Il Sole 24 Ore. Alcune realtà, infatti, come Siena, Pavia, Firenze e l’Università della Calabria sono abbastanza penalizzate nella graduatoria de Il Sole 24 Ore ed in vetta a quella di Censis.

    censisA questo punto la vera domanda non è più quale sia il migliore ateneo italiano, ma qual è la migliore classifica sulle nostre università? Difficile avere delle certezza a riguardo.
    Gli indicatori presi in considerazione dalle due ricerche sono diversi e privilegiano determinati aspetti anziché altri. La classifica de Il Sole 24 Ore ha dato spazio, ad esempio, a criteri quali il livello di attrazione verso studenti provenienti da altre regioni o il tasso di occupazione dei propri studenti ad un anno dalla laurea.
    Tutti indicatori che hanno condannato in maniera inappellabile ed inevitabile le università del Sud agli ultimi posti della graduatoria.
    Un verdetto però, quest’ultimo, smentito solo in parte dalla ricerca Censis. Anche nella graduatoria di Repubblica, infatti, gli atenei meridionali sono per lo più agli ultimi posti, fatta eccezione per l’Università della Calabria, terza tra i grandi atenei (20.000-40.000 iscritti).

    Ci sono, dunque, alcune tendenze confermate in entrambe le classifiche come anche il primo posto di Milano Bocconi tra le università private.
    Mentre fra gli atenei statali, al vertice non troviamo Verona ma Siena. L’università senese si conferma in vetta alla classifica di Censis, dove primeggia da qualche anno.
    Siena eccelle soprattutto per i servizi offerti ai propri studenti, coma alloggi, mense, borse di studio, ma ottiene anche degli ottimi punteggi in merito alla presenza sui social.
    Scarso, invece, il rendimento in materia di internazionalizzazione, ovvero la possibilità per i propri studenti di trascorrere un periodo di studio o di effettuare uno stage all’estero.
    Siena rientra nella categoria medi atenei (10.000-20.000 studenti), dove si colloca davanti a Trento e Sassari; tra i mega atenei (oltre 40.000 studenti) al primo posto troviamo Bologna grazie all’efficienza e all’accoglienza delle proprie strutture (aule e biblioteche) davanti a Padova e Firenze.
    Per quanto riguarda, invece, i grandi atenei (20.000-40.000 studenti), guida la classifica Perugia davanti a Pavia e all’Università della Calabria. Tra i piccoli atenei (meno di 10.000 studenti), infine, al primo posto c’è Camerino in provincia di Macerata.