• Un atto vandalico ha colpito la cooperativa Terre Joniche – Libera Terra. La scorsa notte alcuni soggetti ignoti si sono introdotti all’interno della cooperativa di Cepa (Kr) distruggendo il vivaio e sottraendo una serie di attrezzi utili alla manutenzione e alla coltivazione dei campi.

    LOGO_LIBERA1Un’azione dalle tempistiche “sospette”, considerando che arriva proprio alla vigilia della visita di don Luigi Ciotti nel crotonese. Non è la prima volta che Libera è oggetto di simili atti minatori nella provincia di Crotone.
    Le terre in questione erano state confiscate nel 2012 alla cosca Arena ed affidate ai volontari di Libera per coltivare una serie di piante donate da una vivaista catanzarese.
    L’obiettivo di questa iniziativa è la costruzione dell’orto botanico di Cepa e la destinazione di una parte delle piante alle scuole e ai giardini pubblici. L’attività di Terre Joniche – Libera Terra si configura come un splendido esempio di destinazione sociale dei beni confiscati alla mafia, un’azione portata in avanti in maniera coraggiosa dai volontari di Libera e dai cooperatori calabresi.

    I soggetti che si sono introdotti nel vivaio crotonese hanno distrutto l’intera serra, prelevando i teli che coprivano i terreni e hanno sottratto anche una serie di beni presenti in un capannone situato vicino ai campi.
    Sono stati portati via, per la precisione, un decespugliatore e vari attrezzi adibiti all’irrigazione dei terreni.
    Cooperative Italia esprime tutta la sua solidarietà ai cooperatori calabresi e ai volontari di Libera, nella speranza che si possa fare chiarezza sui responsabili e che le azioni di contrasto alla mafia, come quelle di Terre Joniche – Libera Terra, possano moltiplicarsi giorno dopo giorno e fare scudo di fronte alle numerose intimidazioni da chi opera per il bene collettivo.



  • La Grecia riapre le filiali bancarie. Da oggi i cittadini greci potranno tornare a prelevare negli sportelli bancari, effettuando di persona quelle operazioni che per 23 giorni era possibile fare solo online.

    22_09_2014Ma cosa cambia effettivamente con l’apertura degli sportelli? Il limite rimane lo stesso: 60 euro al giorno. La principale differenza sta nella possibilità di prelevare tutta in un’unica soluzione il limite settimanale di 420 euro.
    Aumenta, dunque, la liquidità disponibile nell’immediato; sarà inoltre possibile effettuare pagamenti attraverso assegni e depositare i propri risparmi all’interno delle cassette di sicurezza.
    Rimane, invece, il divieto di effettuare bonifici internazionali.
    L’intenzione è di tornare lentamente alla normalità, anche se è difficile anche solo pensare ad una situazione normale con questi limiti settimanali e con la perenne supervisione da parte dell’ex troika.
    Nel frattempo, la notizia migliore per la Grecia viene dal principale interlocutore, ovvero dalla Germania. In queste ore, infatti, Angela Merkel ha aperto alla possibilità di intervenire alleggerendo il debito greco, una volta completata la prima fase del processo di riforma.
    La sensazione è che sul fronte tedesco qualcosa si stia rompendo, come dimostrato dai segni di insofferenza mostrati dal ministro delle Finanze Schauble.
    Quest’ultimo ha espresso più volte i suoi dubbi sui contenuti dell’accordo Ue-Grecia, sostenendo la necessità di una sospensione di cinque anni della Grecia dall’Eurozona.
    Le voci che danno Schauble sempre più lontano dal Governo della Cdu sono in qualche modo un segnale per il paese ellenico, in vista di un possibile negoziato sul proprio debito.



  • Un altro, doloroso rinvio per la riforma del Terzo Settore. Il Presidente della Commissione Affari Costituzionali, Anna Finocchiaro, ha rinviato al 7 settembre il termine ultimo per presentare gli emendamenti alla riforma del Terzo Settore.

    Non si tratta del primo rinvio, se pensiamo che il termine era già stato spostato dal 9 luglio al 21 luglio. Il dubbio a stretta di manoquesto punto è se effettivamente il partito di maggioranza, il Pd, sia disposto a portare avanti una riforma molto discussa all’interno dei democratici (un nodo importante è il “ridimensionamento” del volontariato), ma allo stesso tempo invocata da gran parte della società civile.
    In questa sede più volte abbiamo sottolineato quanto sia importante l’operato del no-profit per la società italiana. Proprio per questo motivo è necessario intraprendere un cammino di riforma che valorizzi i principi sani del mondo dell’impresa sociale ed utilizzi i giusti antidoti contro i fenomeni di natura corruttiva.
    Un cammino riformatore che è pienamente condiviso dall’Alleanza delle Cooperative italiane, come dimostrato dalla legge di iniziativa popolare contro le false cooperative.
    Il Terzo Settore si trova di fronte ad un bivio: gli scandali giudiziari che l’hanno colpito rischiano di minare in maniera irreparabile la propria immagine.
    Una riforma che renda più intensivi i controlli nei confronti delle imprese sociali e che effettui un riordino dell’intera normativa sul no-profit è un intervento necessario per rafforzare la sua credibilità e per facilitare l’attività degli operatori sociali.



  • L’Italia può vantare una tradizione importante in materia di welfare e protezione sociale. Ma a fornire servizi alle persone svantaggiate e ai normali cittadini, non ci pensa solo lo Stato.

    Esiste, infatti, una galassia di uomini “invisibili”, tra associazioni no profit e cooperative sociali che opera per il manibenessere collettivo. I recenti scandali giudiziari hanno messo in dubbio l’attività di queste realtà, gettando fango su una tradizione centenaria, da sempre caratterizzata da spirito solidaristico ed enorme senso civico.
    Il Terzo Settore, in realtà, non è solo portatore di valori sani, ma è a tutti gli effetti un patrimonio economico per lo Stato italiano.
    A sostenerlo è la ricerca I.T.A.L.I.A. elaborata da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison. Secondo questa ricerca, infatti, il no-profit rappresenta il 4,3% del Pil che equivale a 67 miliardi di euro.

    Si tratta, dunque, di un apporto all’economia italiana molto rilevante, ma c’è di più.
    L’attività svolta ogni giorno dagli oltre 4 milioni di volontari sparsi sul territorio nazionale si configura come un risparmio enorme per le casse dello Stato, senza contare il benessere immateriale fornito ai soggetti svantaggiati.
    Il valore economico del lavoro prestato dai volontari del no-profit viene stimato attorno allo 0,7% del Prodotto Interno Lordo, un’attività che rappresenta anche un enorme risparmio per le singole amministrazioni. Queste ultime, infatti, dovrebbero spendere in media 4.209 euro per ogni soggetto svantaggiato per il suo inserimento lavorativo.
    Il Terzo Settore, invece, interviene in luogo delle amministrazioni pubbliche e realizza un’attività di grande impatto sociale e di pari rilevanza economica.



  • L’Italia si classifica al primo posto per la presenza di turisti nella stagione estiva, ovvero nel periodo giugno-settembre.
    A rivelarlo è Confartigianato che ha analizzato i flussi turistici relativi all’anno 2014.

    giovani agricolturaIn base a queste elaborazioni l’Italia risulta la regina d’estate, facendo registrare il 16,1% di presenze turistiche, davanti a Francia (15,9%) e Spagna (14,3%).
    Le regioni più visitate sono il Veneto (16,3%), il Trentino Alto Adige (11,8%) e la Toscana (11,3%). Il Veneto, in particolare, può beneficiare dell’eterna attrazione dei turisti stranieri verso Venezia.
    È proprio la “Serenissima”, infatti, la città con la più alta percentuale di presenze turistiche (9,1%).
    L’Italia, dunque, continua ad avere un forte appeal a livello turistico. Se escludiamo Rimini che si colloca al quarto posto, stupisce però che non ci siano località di mare ai primi posti di questa classifica .
    Evidentemente, soprattutto il Sud, non è in grado di fornire ai turisti quelle strutture e quei confort ritenuti ormai indispensabili su scala internazionale.

    In generale da giugno 2014 a marzo 2015, la presenza di turisti sul nostro territorio è stimata attorno ai 378,3 milioni di persone (+0,6% rispetto all’anno precedente); tra questi il 49,6% proviene dall’estero, una percentuale seconda solo a quella della Spagna tra i paesi europei.
    La presenza di turisti stranieri appare, dunque, in lieve crescita, mentre è in calo il numero di italiani che sceglie il nostro paese come meta delle proprie vacanze. Per quanto riguarda l’estate in corso, il 52% dei nostri connazionali ha in programma di trascorrere una vacanza in Italia, il 19% visiterà un paese dell’Unione Europea ed il 15% andrà fuori dall’Ue.



  • Qual è il migliore ateneo italiano e sopratutto quali università possiedono il tasso di occupazione più alto fra i suoi ex studenti? È una classifica che interessa da vicino i giovani che si apprestano ad entrare nel mondo accademico, ma anche quelli che stanno per conseguire un titolo di studio universitario e sono pronti ad affacciarsi al mondo del lavoro.

    Come ogni anno Il Sole 24 Ore ha stilato la sua “classifica della qualità universitaria” in base ai dati forniti dal Ministero dell’Istruzione e da Anvur. La graduatoria viene realizzata in base ai parametri della didattica e della ricerca, suddividendo queste categorie a seconda di indicatori quali la quantità di stage forniti ai propri studenti, il tasso occupazionale post-laurea, la mobilità, l’attrattiva verso studenti provenienti da altre regioni, la mobilità internazionale e la soddisfazione degli studenti.
    Al primo posto tra le università pubbliche c’è l’ateneo di Verona, che l’anno scorso condivideva il primato con Trento, oggi seconda.
    ctuVerona primeggia per due aspetti in particolare: il numero di crediti formativi che i propri studenti ottengono grazie a stage e tirocini presso le aziende e l’elevato tasso di occupazione degli ex-studenti ad un anno dal conseguimento del titolo di studio.
    Evidentemente l’ateneo veneto riesce a preparare al meglio i suoi allievi al mercato del lavoro, promuovendo esperienze lavorative durante il percorso accademico che vengono poi proseguite con successo una volta ottenuta la laurea.
    Al secondo posto, come accennato in precedenza, c’è l’università di Trento, mentre al terzo troviamo con lo stesso punteggio il Politecnico di Milano e l’università di Bologna.
    In quinta posizione c’è Padova, che può vantare dei punteggi molti alti nel settore della ricerca grazie ai suoi dottorati di ricerca e al livello delle pubblicazioni scientifiche. Tra le università del Sud, la migliore risulta essere Salerno al 27° posto.

    Per quanto riguarda, invece, gli atenei privati al primo posto troviamo Milano-Bocconi davanti alla Luiss e al San Raffaele, primo nella classifica del 2013. La Bocconi primeggia grazie al numero di esperienze internazionali realizzate dai suoi studenti, al basso tasso di dispersione e alla qualità della didattica e della struttura docenti.
    Non è possibile, invece, avere dei dati certi in merito al livello di occupazione degli ex studenti dal momento che Bocconi, Luiss e Cattolica non aderiscono al consorzio AlmaLaurea, che rappresenta al momento l’unico ente in grado di fornire elaborazioni certe sull’occupazione post-laurea.



  • Sono 68 mila i laureati over 25 che dal 2002 al 2011 si sono trasferiti all’estero. La fuga dei cervelli è un problema reale per l’Italia.
    Le nostre università si rilevano adeguate per accogliere i nostri studenti, mentre il mondo del lavoro non rispetta le aspettative dei laureati più qualificati.

    umanitàEcco perchè molti neo “dottori” decidono di recarsi all’estero e di iniziare lì la loro vita lavorativa, cercando di apprendere una lingua straniera e di costruirsi un solido background culturale e professionale.
    Il Governo ha deciso di porre un freno a questo fenomeno, incentivando il ritorno dei cervelli evasi.
    All’interno del decreto fiscale sull’internazionalizzazione delle imprese, è stata inserita una norma che disciplina una riduzione del reddito imponibile del 30% per chi decide di tornare in Italia.
    L’incentivo avrà una durata di cinque anni e riguarda nello specifico quei lavoratori che rivestono un ruolo per il quale è richiesta un’elevata specializzazione e una laurea e che negli ultimi 5 anni hanno avuto la residenza fuori dell’Italia.
    Si tratta di un provvedimento doveroso, che deve essere però accompagnato da un tessuto normativo e fiscale che consenta a professionisti ed imprenditori di investire nel nostro paese.
    Il ritorno dei cervelli non esisterebbe senza la loro fuga: è su questo punto che le istituzioni dovranno concentrarsi maggiormente.


  • Gardini Confcooperative

    Le cooperative guardano ai mercati esteri, con particolare interesse verso la Cina. La crisi della domanda interna porta le imprese agroalimentari italiane a cercare nuovi approdi per i propri prodotti.
    Ci sono nuovi consumatori da conquistare e un brand Italia da rendere sempre più forte.

    La scorsa settimana le cooperative calabresi hanno avuto un assaggio del mercato cinese, incontrando il direttore generale dell’Ice di Pechino, il dottor Antonino Laspina.
    Laspina ha parlato di un mondo, quello cinese, in continua evoluzione, con gusti e preferenze sempre più vicini a quelli europei ed italiani.
    La Cina può essere, dunque, un mercato di riferimento per le imprese agroalimentari nostrane, a patto di presentarsi all’appuntamento con l’internazionalizzazione con la giusta competenza e conoscenza del contesto di riferimento.

    Gardini_Confcooperative_MicrocreditoAnche il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, condivide questo punto di vista.
    Il mondo della cooperazione ha bisogno di cercare nuove sfide.
    Non a caso recentemente è stato aperto all’interno di Confcooperative, un ufficio ed un portate dedicati esclusivamente al tema dell’internazionalizzazione e dell’export.
    Il potenziale dell’Italia, dal punto di vista dell’agroalimentare, è semplicemente immenso. L’immagine del Made in Italy è molto forte fra i consumatori internazionali e va sfruttata affiancandola a strategie integrate fra istituzioni ed imprese. Expo servirà per rafforzare ulteriormente l’idea di un’Italia come un paese leader nel settore del food and wine e sinonimo assoluto di qualità.
    Secondo Gardini il nostro Paese esporta ancora troppo poco in Cina: nel 2014 le esportazioni italiane verso il mercato cinese hanno superato di poco i 340 milioni di euro contro i 34,1 miliardi complessivi.
    Numeri troppo ristretti per una realtà, quella cinese, contraddistinta da almeno 300 milioni di possibili acquirenti. E non parliamo solo dell’agroalimentare, ma anche della moda e del turismo, settori simbolo dell’Italia nel Mondo.
    La cooperazione italiana ha allora il dovere e la necessità di esplorare questo mercato, costruendo con la Cina “una grande, durevole amicizia”.

    L’approdo delle cooperative italiane in terra cinese non è però una questione di business. Le coop nascono con l’intento di rispondere alle esigenze economiche e sociali dei soci, ovvero quelle di creare reddito e lavoro nei territori di riferimento.
    «Più le cooperative esportano, più trovano nuovi mercati, tanto meglio riescono a remunerare il socio e svolgono la loro propria funzione sociale prima ancora che economica» scrive Gardini sulla rivista Cinitalia.
    Gli spazi di approdo sono enormi e sono già stati esplorati da alcuni grandi colossi cooperativi come Conserve Italia, Granarolo, Caviro e Naturitalia. Ma anche le piccole e medie realtà cooperative possono tentare la sfida dell’internazionalizzazione attraverso processi di aggregazione, assolvendo così al meglio il proprio compito di impresa sociale.



  • Agrinsieme, il coordinamento che rappresenta le aziende e le cooperative agricole di Cia, Confagricoltura ed Alleanza delle cooperative italiane, commenta in maniera positiva le misure proposte dalla Commissione Europea in merito all’embargo della Russia.

    produzione aranceL’estensione dell’embargo fino a giugno 2016, rappresenta un duro colpo per le aziende italiane ortofrutticole.
    Pesche, nettarine, kiwi, mele, pere e agrumi non riescono a trovare sbocco in altri mercati: questo comporta un aumento dell’offerta interna con conseguente ribasso dei prezzi.
    Per questo motivo l’Alleanza delle Cooperative ha chiesto al commissario Ue all’Agricoltura, Phil Hogan, di estendere fino al prossimo giugno le misure straordinarie per il settore ortofrutticolo.

    La Commissione ha accolto l’invito dell’Italia e di altri paesi come Spagna e Francia, presentando al competente Comitato di gestione il progetto di regolamento europeo per nuove misure a favore del settore ortofrutticolo colpito dall’embargo russo.
    Il provvedimento dovrà essere esaminato dal collegio de Commissari e sarà approvato prima del 31 luglio. Proprio la tempistica è una delle priorità delle associazioni di categoria, per evitare che, come l’anno scorso, vengano adottate misure alla fine della campagna produttiva.
    Per l’Italia è previsto, nello specifico, un plafond di ritiri complessivo di circa 50 mila tonnellate di prodotto e in particolare di: mele e pere (17.500 tonnellate), pesche e nettarine (9.200 tonnellate), agrumi (3.300 tonnellate), susine kiwi e uva da tavola (15.300 tonnellate) e altri ortaggi (650 tonnellate). A questo si aggiunge anche un ulteriore plafond da 3 mila tonnellate che può essere gestito a livello nazionale.
    Sono previste tre tipo di azioni: ritiro dal mercato e distribuzione dei prodotti agli indigenti, mancata raccolta e raccolta verde.

    «Valutiamo positivamente le proposte della Commissione al competente Comitato di gestione di estendere le misure straordinarie per il settore ortofrutticolo a seguito della decisione della Russia di prorogare l’embargo» commenta in una nota Agrinsieme «Grazie al grande lavoro e all’impegno che il Mipaaf ha da mesi dedicato alla questione, si sta ottenendo l’estensione delle misure di crisi fino a giugno 2016».
    Il mercato ortofrutticolo, dunque, dovrà fronteggiare un altro anno di crisi, ma le misure adottate in sede europea consentiranno alle aziende e alle cooperative agricole di limitare le perdite nel corso di questa campagna produttiva.



  • La Camera dei Deputati ha approvato un emendamento al Ddl Pubblica Amministrazione, presentato dal deputato Pd Marco Meloni, che prevede l’eliminazione del voto minimo di laurea per poter partecipare ad un concorso pubblico.

    FormazioneSi tratta di una novità importante che amplierà ulteriormente la platea dei partecipanti a delle selezioni pubbliche che sono già adesso affollatissime.
    Questo provvedimento non è accompagnato da un aumento dei posti nella Pubblica Amministrazione. Al contrario, la riforma della Pubblica Amministrazione prevede un corposo taglio agli enti pubblici, rendendo ancora più difficile il turnover generazionale.
    Tra le misure approvate dal Parlamento c’è infatti il dimezzamento delle Prefetture: gli enti periferici verranno accorpati agli Uffici territoriali dello Stato, un ufficio che farà da raccordo tra Stato e periferia.
    L’intento del provvedimento è snellire la burocrazia, velocizzando soprattutto le pratiche per i permessi da accordare alle nascenti attività imprenditoriali e commerciali.

    Bisogna chiedersi, però, se lo snellimento possa essere ottenuto attraverso la spending review. Per rendere l’apparato burocratico più efficiente bisognerebbe intervenire sulle procedure e sulle competenze, piuttosto che sul numero degli enti.
    Il taglio di molte prefetture e l’eliminazione di alcune partecipate (altra misura presente nel Ddl) sono sicuramente interventi necessari, ma che difficilmente renderanno la P.A. più efficiente.
    Tra le altre novità della riforma della Pubblica Amministrazione c’è anche lo stop ai dirigenti condannati per danno erariale: spetterà al Governo stabilire i casi in cui la condanna della Corte dei Conti, anche se non definitiva, porterà alla revoca dell’incarico.
    Una delle misure maggiormente positive è, invece, la nascita della cosiddetta “carta della cittadinanza digitale”, all’interno della quale verranno stabiliti i servizi digitali minimi che una P.A. deve possedere.
    Spetterà ad un dirigente portare avanti la digitalizzazione in ogni singola pubblica amministrazione.



  • L’indagine dell’Istat sulle spese delle famiglie italiane ci aiuta a fare chiarezza sul livello di povertà presente nel nostro paese.
    Secondo l’istituto di statistica nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente).

    I numeri rispetto al 2013 sono piuttosto stabili dopo che il 2012 ed il 2013 aveva visto un costante aumento del numero dei poveri per effetto della crisi.
    Ovviamente la povertà assoluta varia a seconda della zona territoriale. Come è facile prevedere al Mezzogiorno istatl’incidenza della povertà risulta essere più del doppio rispetto al Nord (8,6% contro 4,2%), mentre al Centro si attesta attorno al 4,8%.
    C’è, inoltre, una diversa tendenza tra Nord e Sud per quanto riguarda il grado di povertà povertà nelle grandi città e nei piccoli centri urbani. Mentre nel Meridione la percentuale maggiore di poveri la troviamo nei piccoli centri abitati (9,2% contro 5,8% delle grandi città), nell’Italia Settentrionale sono i centri più popolati ad avere una maggiore percentuale di poveri (7,4%).
    Tra le regioni più povere troviamo la Calabria con un’incidenza della povertà del 26,9%, in aumento dello 0,3% rispetto al 2013, la Basilicata (25,5%) e la Sicilia (25,2%); quelle, invece, con una minor quota di indigenti sono il Trentino Alto Adige (3,8%), la Lombardia (4,0%) e l’Emilia Romagna (4,2%).
    La differenza tra le regioni più ricche e quelle più povere è davvero evidente, a dimostrazione del fatto che la “questione meridionale”, intesa come divario economico tra Nord e Sud, è tutt’altro che vicina ad una soluzione.



  • Il presidente della Bce, Mario Draghi, è intervenuto qualche minuto fa parlando della situazione greca. Il vertice dell’Eurotower ha espresso soddisfazione per l’accordo trovato con il governo greco e ha fornito ulteriori dettagli sui fondi che verranno erogati alla Grecia per evitare il default.

    Draghi ha confermato un aumento di 900 milioni della liquidità straordinaria fornita alle banche greche, draghidichiarandosi inoltre fiducioso sulla possibilità che la Grecia possa rispettare la scadenza del 20 luglio, termine ultimo per saldare il debito di 3,5 miliardi di euro nei confronti la Bce.
    In queste ore i 28 paesi membri dell’Ue hanno deciso di fornire allo stato ellenico un prestito di 7 miliardi proprio per consentire alla Grecia di adempiere a questo suo obbligo nei confronti della Banca centrale europea.
    Ma la dichiarazione più importante, venuta fuori dalla conferenza stampa di Mario Draghi, riguarda l’eventualità di un’uscita della Grecia dall’Euro.
    Il Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, ha ribadito che una sospensione temporanea dalla moneta unica potrebbe essere la soluzione migliore sia per Atene che per Bruxelles.
    Un punto di vista non condiviso dal vertice della Bce: «Per noi la Grecia è e resta nell’euro». Anzi Draghi ha rilanciato parlando di un coinvolgimento della Grecia al Quantitative easing, la misura eccezionale di politica monetaria attraverso la quale la Bce sta acquistando titoli di stato dei paesi membri per rialzare il livello di inflazione.
    La posizione di Atene all’interno dell’Eurozona, dunque, appare molto più solida dopo l’accordo trovato lunedì.