• Il 12° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione ci fornisce alcuni interessanti spunti di riflessione sui consumi mediatici degli italiani.
    Sappiamo benissimo come il mondo dei media abbia subito una vera e propria rivoluzione negli ultimi anni: l’avvento di Internet e dei digital devices ha stravolto il modo di diffondere le notizie e quello di recepirle.
    L’analisi effettuata da Censis-Ucsi conferma le tendenze recenti ed offre soprattutto alcuni dati sulla fruizione delle news da parte dei giovani e sul loro atteggiamento nei confronti dei media tradizionali.
    Ma andiamo con ordine.

    Il primo elemento che balza all’occhio è la diffusione capillare di Internet in tutta la popolazione italiana. Nel 2015, infatti, il 70,9% degli italiani utilizza Internet (+7,4% rispetto al 2013), di questi però solamente il 5,2% si connette attraverso banda ultralarga.
    E qui torniamo ad un problema cronico del nostro paese, collocato all’ultimo posto tra i paesi Ue per diffusione della connettività veloce. Se è vero che la popolazione italiana si trova sempre di più in Rete, bisognerebbe dotarla degli strumenti adeguati per produrre valore attraverso la fruizione del Web.
    I recenti investimenti del Governo e quelli programmati da parte di alcuni operatori telefonici saranno fondamentali per colmare il gap con gli altri paesi europei in materia di banda ultralarga.
    Sono in forte crescita, com’era lecito aspettarsi, sia i social network che smartphone e tablet.
    Il 50,3% della popolazione italiana è iscritto a Facebook (il 77,4% dei giovani under 30), YouTube raggiunge il 42% di utenti (il 72,5% tra i giovani) e il 10,1% degli italiani usa Twitter. Più della metà degli italiani (52,8%), invece, ha uno smartphone, con una crescita rispetto al 2013 del 12,9%, ed il 26,6% possiede un tablet.

    umanitàEffettuata una mappa dell’utilizzo dei media digitali da parte dei cittadini italiani, è interessante verificare quali strumenti mediatici vengano usati per reperire informazioni.
    Qui emerge in tutta la sua ampiezza la crisi dei quotidiani cartacei, i quali perdono 1,6 punti percentuale rispetto al 2013, al cospetto di una lieve crescita dei quotidiani online (+2,6%).
    Nonostante la rivoluzione mediatica degli ultimi anni, la televisione continua ad essere il media più utilizzato (il 96,7% degli italiani ne possiede una).Merito soprattutto della crescita della web tv, mobile tv e smart tv. Bene anche la radio (utenza complessiva del 42,4%), anche qui è in crescita la percentuale di italiani che ascolta la radio attraverso cellulari ed Internet (+2% per entrambi).

    Per quanto riguarda l’informazione, invece, è in forte ascesa quella personalizzata. I telegiornali rimangono la fonte più usata (76,5%), seguita dai giornali radio (52%), ma già al terzo posto troviamo i motori di ricerca quali Google (51,4%), al quarto le tv all news (50,9%) e al quinto Facebook (43,7%).
    Proprio Facebook è la prima fonte di informazione per i giovani con un sorprendente 71,1%, in seconda posizione troviamo Google (68,7%) e solo in terza i telegiornali (68,5%), con YouTube che guadagna terreno (53,6%); bene anche le app per smartphone (46,8%).
    Agli ultimi posti troviamo, invece, siti web informazione (28,4%) e quotidiani (25,1%), a dimostrazione di una certa riluttanza da parte dei giovani nel reperire notizie attraverso i media tradizionali, fatta eccezione per i telegiornali che coprono comunque una buona parte della popolazione giovanile.



  • Continua il processo di razionalizzazione della pubblica amministrazione. L’obiettivo del Governo è ridurre il numero degli enti pubblici, portando così un notevole beneficio alle casse dello Stato.
    Nell’ottica della spending review agisce l’emendamento alla delega sulla riforma della pubblica amministrazione, approvato oggi in commissione Affari Costituzionali in Senato.
    L’articolo in questione riduce il numero di Camere di Commercio, che passeranno da 150 a 60. Si procede, dunque, lungo la strada dei taglio dei fondi per le Camere di Commercio, intrapresa con il decreto legge 90/2014.
    Quest’ultimo disciplina la riduzione progressiva degli importi versati dalle imprese alle suddette strutture (-35% nel 2015, -40% nel 2016 e -50% nel 2017).

    CAMERE_DI_COMMERCIOIl testo di riforma della P.A. accorperà le Camere di Commercio, modificando i requisiti dimensionali minimi per poter mantenere in vita questi organismi. Il limite sarà di 80.000 aziende iscritte al registro delle imprese ed in generale ci dovrà essere almeno una struttura per Regione, una per ogni città metropolitana, una a Trento e una a Bolzano.
    Il dispositivo dovrebbe approdare in aula giovedì, quando potremo conoscere nel dettaglio i contenuti del decreto di riforma della P.A.

    Per adesso monta la polemica sulla modifica della disciplina dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti). Vengono inseriti, infatti, incentivi e meccanismi di premialità per gli enti locali che “che favoriscono l’aggregazione delle attività e delle gestioni secondo criteri di economicità ed efficienza”.
    La misura in questione è stata aspramente criticata dal Movimento 5 Stelle, che vede in essa la prosecuzione del processo di privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, esclusa di fatto dal referendum sull’acqua avvenuto nel 2011.
    La norma prevede, infatti, “l’abrogazione, previa ricognizione, dei regimi di esclusiva, comunque denominati, non conformi ai principi generali in materia di concorrenza”, riformando, dunque, ancora una volta un settore, quello dei servizi locali, che ha dimostrato in questi anni enormi inefficienze, sia in termini di qualità che di costi delle prestazioni offerte.



  • 25 miliardi di euro di esportazioni in più nei prossimi due anni.
    L’Italia sarà uno dei pochi paesi a beneficiare degli scambi commerciali con gli altri paesi. A riportarlo è un’indagine di Euler Hermes, società del gruppo Allianz. Il surplus commerciale sarà di 10 miliardi per il 2015 e di 15 per il 2016.
    L’export italiano sarà trainato principalmente da quattro settori: meccanica (+3 miliardi), chimica (+1,9 miliardi), tessile (1,4 miliardi) ed agricoltura (+1,0 miliardi).
    I numeri complessivi ci raccontano di una quota di esportazioni inferiore del 30% rispetto ai dati pre-crisi. Ma si tratta ad ogni modo di risultati importanti, soprattutto se paragonati alla situazione attuale del commercio internazionale.

    28102014Secondo Euler Hernes, nei prossimi due ci sarà una crescita del commercio nominale mondiale dell’1,8% nel 2015 e del 4,5% nel 2016. Per avere un’idea del rallentamento avvenuto nel volume totale degli scambi commerciali, basta considerare che nel periodo compreso tra il 2001 ed il 2008 l’espansione commerciale era stata del 12% su base annua!
    Le ragioni di questo rallentamento vengono individuate principalmente nei ridimensionamento del ruolo della spesa pubblica nell’economia di ogni singolo stato. L’intervento pubblico è stato storicamente un importante veicolo di sviluppo che negli ultimi anni è venuto meno e ha condizionato anche l’attività delle imprese.
    Un ulteriore fattore di ridimensionamento dell’export viene individuato nella bassa percentuale di consumi ed investimenti, ovvero una delle principali conseguenze della fase di recessione.

    L’Italia è uno dei pochi paesi a limitare le perdite in termini di attività commerciali.
    Merito innanzitutto di alcuni fattori internazionali. La svalutazione dell’Euro, soprattutto nel rapporto con il dollaro, ed una base di beni e servizi molto diversificata aiuterà i prodotti italiani a trovare sbocco sui mercati esteri.
    L’alta qualità del “made in Italy”, infatti, è tuttora apprezzata in tutto il mondo. Gli attuali prezzi bassi dei nostri beni li rendono ancora più appetibili, specie in una realtà come quella statunitense storicamente avvezza ad intrattenere relazioni commerciali con il nostro paese e capace negli ultimi mesi di far ripartire il proprio livello di consumi.
    La “qualità a basso prezzo” aiuta, soprattutto in tempo di crisi: ecco perché l’Italia potrà trarre beneficio da questa difficile situazione a livello globale, nella speranza di raggiungere un volume complessivo di esportazioni simile a quello antecedente alla fase di recessione.



  • Scatta oggi l’operazione fatturazione elettronica. A partire dalla data odierna, tutte le pubbliche amministrazioni saranno tenute ad effettuare o ricevere dei pagamenti emettendo la relativa fattura in un formato strutturato e firmato digitalmente.
    Si tratta di una vera e propria rivoluzione che opera nel senso della digitalizzazione, semplificazione e riduzione dei costi dell’apparato burocratico.
    Lo strumento della fatturazione elettronica è già operativo da giugno per tutte le amministrazioni centrali: ministeri, enti previdenziali, presidenza del consiglio, forze di polizia, ecc. hanno già sperimentato l’efficacia di questo meccanismo.
    Dal 31 marzo sono coinvolti dalla misura anche le amministrazioni periferiche. con particolare riferimento agli enti locali. I nuovi soggetti coinvolti sono 12.450, per un totale di 21.500 enti pubblici e 46.076 uffici che saranno obbligati a redigere la fattura elettronica.

    agenda-digitaleL’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano, in occasione del convegno “31 Marzo 2015 – Fatturazione Elettronica: ultima chiamata!”, ha fornito alcuni dati interessanti sull’impatto prepotente che avrà la fatturazione elettronica nel mondo della pubblica amministrazione italiana.
    Secondo l’osservatorio sono già 2,2 milioni le fatture elettroniche inviate al Sistema di Interscambio, il sistema informatico che fa da tramite tra le P.A. ed in fornitori analizzando i documenti inviati. Quando lo strumento entrerà a regime si calcola che saranno addirittura 50 milioni le fatture che ogni anno passeranno dal sistema di interscambio, per un valore complessivo di 135 miliardi di euro.

    Si tratta, dunque, di numeri esorbitanti che testimoniano la rilevanza delle rivoluzione che porterà questo meccanismo sia all’interno delle P.A. che tra i fornitori.
    L’implementazione della fatturazione elettronica renderà più trasparenti e semplificati i rapporti tra cittadini ed enti pubblici e, cosa ancora più importante, comporterà un enorme risparmio di risorse per i conti pubblici e per le casse delle stesse aziende fornitrici.
    L’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione, infatti, ha calcolato che le P.A risparmieranno circa 17 euro per ogni documento elettronico ricevuto: 14 euro sono dovuti alla riduzione dei costi della manodopera per l’approvazione delle fatture, la protocollazione ed il registro; 3 euro, invece, sono per la gestione e l’archiviazione dei dati.
    Ci sarà un risparmio notevole anche per i fornitori, attestato attorno ai 6-8,5 euro per ogni fattura emessa, dovuti al minor costo della manodopera e alla riduzione del materiale utilizzato e dello spazio occupato nella conservazione della fattura.
    In totale si parla addirittura di una riduzione dei costi per la P.A. stimata attorno ad 1 miliardo di euro l’anno.
    Abbattimento dei tempi di pagamento, diminuzione dei costi, digitalizzazione e maggiore trasparenza dei rapporti tra pubblica amministrazione ed imprese: la fatturazione elettronica rappresenta un passo importante verso la reale innovazione del sistema amministrativo italiano.


  • latte granarolo

    Dopo oltre trent’anni di storia oggi è l’ultimo giorno di quote latte. I produttori italiani sono letteralmente in fermento, preoccupati per gli effetti di un simile processo di liberalizzazione.
    Il mercato del latte vive un periodo di profonda incertezza dovuto principalmente all’instabilità dei prezzi. La fine dell’era della quote latte non farà altro che acuire questa tendenza, mettendo in seria difficoltà i produttori meno competitivi sul mercato.

    Potrebbe essere questo il caso dell’Italia. Il latte italiano presenta dei prezzi comparativamente più alti rispetto a quello tedesco, polacco o francese. Per questo motivo i produttori italiani potrebbero patire nel confronto con gli omonimi europei.
    Ma l’Unione Europea ha previsto delle misure per affrontare questa fase di transizione? È in fase di studio, ad esempio, uno strumento di natura finanziaria che coinvolgerà la Banca europea degli investimenti, con l’intento di tutelare i produttori di latte dall’estrema volatilità dei prezzi del settore.
    Allo stato attuale, però, sono pochi i salvagenti a disposizione degli allevatori in difficoltà: ci sono i contratti collettivi obbligatori, le associazioni interprofessionali tra allevatori ed industrie e alcune forme di finanziamento per le aree svantaggiate e per favorire lo sviluppo rurale.

    latte_fresco_L’Italia intende espandere questo tipo di garanzie per aiutare i propri produttori a restare competitivi sul mercato internazionale. A sposare questa linea c’è anche l’Alleanza delle cooperative agroalimentari.
    Il presidente Giorgio Mercuri rassicura le proprie associate, dichiarando che sono allo studio una serie di misure per mantenere inalterata la competitività delle aziende nostrane.
    Consapevoli del profondo cambiamento che investirà il settore lattiero-caseario con l’abolizione del regime delle quote latte – spiega Mercuri – abbiamo avviato una task force con esperti del settore, con l’obiettivo di individuare le strategie da mettere in campo per tutelare e rafforzare la competitività delle aziende. In particolare sono stati prospettati alcuni strumenti assicurativi che attenuino gli effetti della volatilità dei prezzi nell’ambito di un mercato che sarà inevitabilmente più globalizzato”.

    Una delle iniziative più importanti in tal senso è quella lanciato dal Mipaag e da Unioncamere e condivisa dall’Alleanza delle cooperative agroalimentari, che prevede l’utilizzo di un unico logo “100% Latte italiano”.
    Si tratta di una campagna di promozione del latte italiano, ovvero di un prodotto dai costi più elevati ma dalla qualità eccelsa. Proprio sulla qualità dovranno puntare i produttori nostrani, colmando così il vantaggio competitivo posseduto dagli allevatori europei per via dei prezzi inferiori.
    La cooperazione italiana, infine, vuole formare la prima Aop (Associazione di organizzazione di produttori) lattiero-casearia nazionale che intende aggregare in un primo momento il 10% del latte italiano per poi arrivare in poco tempo al 30%.



  • Una settimana di buone notizie spazzata via in un colpo solo.
    Le nuove elaborazioni dell’Istat, relative al mondo del lavoro, sono un vero e proprio un boccone amaro per l’Italia.
    Dopo due mesi in cui il tasso di disoccupazione è sceso, lasciando presagire ad un ulteriore calo nei mesi seguenti, febbraio porta con sé un andamento opposto.
    Secondo i dati riportati dall’istituto di statistica, infatti, sono tornati a crescere il numero di disoccupati ed il tasso di disoccupazione, mentre è diminuita la quota di occupati.
    Si tratta di numeri negativi, sia su base mensile che annua. Ma analizziamoli con precisione.

    Nel mese di febbraio 2015 il numero di occupati è diminuito dello 0,2% (-44 mila occupati); il tasso di occupazione si attesta, invece, al 55,7%, con una variazione negativa su base mensile dello 0,1%.
    I dati che colpiscono maggiormente, però, riguardano la disoccupazione. Rispetto al mese scorso sono aumentati i disoccupati (+23mila) e soprattutto è cresciuto il tasso di disoccupazione, giunto al 12,7% (+0,1% rispetto a gennaio).
    C’è, dunque, un’inversione di tendenza nel confronto con dicembre e gennaio, quando i valori congiunturali avevano fatto registrare una netta diminuzione del tasso di disoccupazione.

    caschetto lavoroIl confronto diventa ancora più impietoso quando paragoniamo i dati attuali con quelli di dodici mesi fa. In questo caso il tasso di disoccupazione è cresciuto di 0,3 punti percentuale, con un aumento del numero di disoccupati di 67mila unità.
    Preoccupa soprattutto la crescita della disoccupazione giovanile. In base alle elaborazioni dell’Istat, infatti, “gli occupati 15-24enni diminuiscono del 3,8% rispetto al mese precedente (-34 mila). Il tasso di occupazione giovanile, cala di 0,6 punti percentuali, portandosi al 14,6%”.
    Il tasso di disoccupazione giovanile è addirittura al 42,6%, in aumento dell’1,3% su base mensile e dello 0,1% su base annua.
    Per poter effettuare delle analisi più chiare, l’Istat riporta anche i dati in termini trimestrali, mostrando dunque delle elaborazioni meno soggette a variazioni di brevissimo periodo.
    Se prendiamo in considerazione, ad esempio, il trimestre dicembre-febbraio notiamo una diminuzione del tasso di disoccupazione di 0,4 punti percentuale rispetto ai tre mesi precedenti.
    Questo risultato, però, è quasi totalmente ascrivibile al contemporaneo aumento del tasso di inattività (+0,3%), che era stato del resto la principale causa della decrescita del tasso di disoccupazione nel mese di dicembre.
    I dati offerti in questi giorni dal ministro Poletti, dunque, non trovano riscontro con i macro-aggregati riportati dall’Istat, anche se va sottolineato come i risultati descritti dal ministro del Lavoro fossero circoscritti agli effetti delle detrazioni fiscali della Legge di Stabilità e alla conseguente stipula di nuovi contratti a tempo indeterminato.
    Certamente, però, ci saremmo aspettati dei numeri diversi o quantomeno il mantenimento del trend positivo degli ultimi mesi, cosa che di fatto non è avvenuta.



  • Domani sarà l’ultimo giorno delle quote latte. A partire dall’1° aprile non ci saranno più restrizioni a livello europeo per la produzione di latte.
    Dopo 32 anni di storia, si compie un’operazione di liberalizzazione del settore lattiero-caseario quasi epocale.
    La domanda che si pongono gli esperti è ovviamente quali possano essere gli effetti della fine delle quote latte sull’intero ambito produttivo.
    Allo stato attuale il settore si trova in un momento estremamente difficile, visto il crollo verticale del livello dei prezzi. Negli ultimi dodici mesi, per fare un esempio, i prezzi della polvere di latte sono diminuiti addirittura del 35%, mentre quelli del burro presentano una variazione negativa del 15%.

    Una situazione di questo tipo avvantaggerà con ogni probabilità i paesi produttori più forti: Germania, Olanda e Polonia su tutti. Non a caso nell’ultimo Consiglio agricoltura, svoltosi il 16 Marzo a Bruxelles, la Germania si è dichiarata contro ulteriori misure di protezione del settore lattiero-caseario, neppure temporanee.
    Liberalizzazione totale, dunque, con annesse difficoltà per quei paesi, come l’Italia, che difficilmente riusciranno a reggere la concorrenza estera.

    46726-milkSul latte italiano graverà innanzitutto il peso dei 4,4 miliardi di euro di multe emesse in questi anni per il mancato rispetto delle quote. Sono tantissimi i produttori, specie nel Nord Italia, che spinti dalla propaganda politica di attori come la Lega non hanno rispettato la legislazione europea penalizzando in questo modo l’intero settore.
    Tornando alla competizione su scala globale, l’Italia potrà puntare su un solo aspetto: la qualità del prodotto. Il latte italiano, infatti, viene utilizzato quasi solo esclusivamente per la produzione di formaggi oppure viene commercializzato come latte fresco.

    Per tutti gli altri utilizzi vengono preferiti prodotti come quello tedesco, francese o polacco che offrono dei costi minori. Secondo un’indagine del Clal, il latte italiano ha un prezzo di 35 centesimi al litro, comparativamente più alto rispetto ai 31 centesimi di quello francese o ai 28 di quello polacco.
    E come se non bastasse in questi anni si sono ridotte esponenzialmente il numero delle stalle. Come riporta Repubblica, infatti, siamo passati dalle 180 mila stalle degli anni Ottanta alle 30 mila attuali.
    Bassa produzione, dunque, ma di qualità. Difficilmente, però, basterà per reggere il ritmo degli altri produttori europei.
    Bisognerà puntare sui mercati extra Ue, cercando di vendere bene un prodotto che è il marchio di fabbrica dell’agroalimentare doc italiano.


  • agrinsieme

    Una manifestazione nazionale per chiedere più rispetto e maggiori investimenti verso il mondo dell’agroalimentare italiano. Il 31 marzo Agrinsieme, il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, scenderà in piazza a Roma per protestare contro alcune scelte dell’attuale governo.
    Una di queste è certamente l’Imu agricola, una misura che graverà sulle spalle di migliaia di produttori agricoli e che servirà per finanziare il bonus degli 80 euro.

    agrinsiemeL’iniziativa inizierà alle ore 9:00 e vedrà dei sit-in organizzati in tre parti diverse della città di Roma: uno si terrà di fronte alla Camera dei Deputati, un altro davanti al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ed un altro ancora davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze.
    Come riporta Agrinsieme in un comunicato “questa manifestazione ha un obiettivo chiaro: l’agricoltura vuole farsi sentire, chiede la giusta attenzione del Governo e delle Istituzioni per potersi sviluppare, creare lavoro, produrre cibo di qualità e benessere per la collettività. Ma questo non è possibile senza interventi legislativi lungimiranti ed investimenti mirati. È necessario fare un ulteriore passo avanti per alleggerire il settore dal peso della burocrazia e della fiscalità, scongiurando una nuova iniqua tassa, come quella dell’Imu”.

    L’agricoltura ha dimostrato in questi mesi di essere uno dei pochi settori in grado di reggere l’urto della crisi. Sono sempre di più i giovani che decidono di mettersi in proprio e di fondare delle imprese agricole, a prescindere dalla forma giuridica adottata. Il mondo delle cooperative agricole, rappresentato all’interno di Agrinsieme dall’Alleanza, è l’emblema perfetto di come l’agricoltura possa essere un vero e proprio modello di efficienza, programmazione e parità di genere.
    Investire nel settore sarebbe una scelta intelligente in un momento storico in cui il “made in Italy”e l’export rappresentano il più grande volano dell’economia nostrana.
    L’agroalimentare italiano è garanzia di qualità in tutto il mondo, deprimerlo attraverso politiche fiscali miopi significa non comprendere l’attuale congiuntura economica.
    Tutto ciò avviene nell’anno di Expo, un evento che può e deve rappresentare uno straordinario veicolo pubblicitario per l’agricoltura italiana in tutto il mondo. Ecco perché tagliare fondi ai produttori agricoli sembra essere una scelta inopportuna e pronta ad essere aspramente contestata da tutti i rappresentanti del settore.



  • È un Giuliano Poletti particolarmente ottimista quello apparso in questi giorni. Giovedì il Ministro del Lavoro aveva annunciato la crescita esponenziale dei contratti a tempo indeterminato nei primi due mesi del 2015:  +38,4% rispetto al medesimo periodo del 2014, per un totale di 79mila nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato.
    Uno step positivo dettato dagli incentivi fiscali contenuti nella Legge di Stabilità e che uniti alle nuove regole sul contratto a tutele crescenti, dovrebbe portare nei prossimi tre anni ad un incremento notevole della forme lavorative a tempo indeterminato.

    polettiPoletti non si nasconde e nel corso della tavola rotonda di apertura di Tuttolavoro, il convegno del Sole 24 Ore dedicato alla riforma dell’occupazione, alza l’asticella degli obiettivi del Governo. L’intento dell’esecutivo è formare “consumatori diversi e cittadini più propensi a fare investimenti”  attraverso la costituzione di un milione di contratti nuovi o convertiti!
    Fornire maggiori garanzie contrattuali ai cittadini, significa dar loro una diversa consapevolezza nella programmazione della loro vita, il che vuol dire avere una migliore progettualità ed una maggiore propensione all’investimento.
    Secondo Poletti, la modifica dell’art. 18, con il conseguente indebolimento delle garanzie all’interno del rapporto lavorativo, non condizioneranno le scelte dei consumatori, i quali, al contrario, rilanceranno l’economia italiana attraverso la crescita dei livello dei consumi e degli investimenti.

    Per effettuare un’operazione di questo tipo, che miri all’incentivazione dei contratti a tempo indeterminato, sono necessari ingenti finanziamenti. Fondi che però rischiano di non bastare, sia quelli inerenti alle nuove assunzioni che quelli riguardanti la Naspi.
    In totale nel prossimo anno è stato previsto un finanziamento da 1,9 miliardi di euro per le detrazioni fiscali sui nuovi contratti a tempo indeterminato. Qualora queste risorse non dovessero essere sufficienti, significherebbe però che il Governo ha raggiunto l’obiettivo di riportare al centro del mercato del lavoro il contratto a tempo indeterminato e che ha abbassato il tasso di disoccupazione.
    Poletti si dichiara pronto a trovare nuove forme di finanziamento, come già avvenuto con il bonus Irpef, meglio conosciuto come bonus degli 80 euro.

    Un discorso analogo riguarda la Naspi, il nuovo ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria, in vigore dal 1°Maggio per i prossimi 24 mesi. Anche in questo caso c’è il rischio che non possa essere garantita la copertura per l’intero arco di tempo previsto dal Governo.
    A partire dalle prossime misure sui conti pubblici, l’esecutivo dovrà cercare di trovare i finanziamenti adeguati per garantire i diritti sociali ai lavoratori e costruire quel dinamismo necessario all’intero mercato del lavoro italiano.



  • È iniziata una nuova primavera anche per l’Italia? Difficile stabilirlo.
    I dati sulla disoccupazione e sul Prodotto Interno Lordo raccontano ancora di un paese in fase di recessione, con alcuni deboli segnali di miglioramento.
    L’attuale Governo è intervenuto effettuando delle importanti riforme, soprattutto all’interno del mercato del lavoro. Allo stato attuale non siamo in grado di valutarle dal punto di vista dei risultati, l’unico giudizio che può essere espresso è di carattere politico o comunque di tipo congetturale.
    Valutazioni più dettagliate potranno essere effettuate solo tra qualche mese, quando si dispiegheranno gli effetti della Legge di Stabilità, del Jobs Act e dell’Investment compact.
    Alla perenne instabilità italiana, va aggiunto un quadro macroeconomico internazionale che sembra favorevole: il crollo del prezzo del petrolio, la svalutazione dell’Euro e il Quantitative easing sono tutti fattori positivi per l’Eurozona e che permetteranno all’Italia di tornare ad investire nel breve periodo.

    stretta di manoPermane, ad ogni modo, una situazione delicata. Il livello di immobilismo del mercato del lavoro italiano preoccupa investitori, lavoratori autonomi e dipendenti.
    Nonostante, però, i problemi ormai cronici del nostro paese, c’è un sentimento di fiducia crescente tra imprese e consumatori.
    Il concetto inglese di “trust” è alla base di qualsiasi sistema economico. Senza la fiducia, una società intraprende necessariamente la strada della depressione, nel senso economico e non solo del termine.
    Dopo anni di sfiducia e pessimismo, però, l’Italia sembra essere tornata a credere nel suo futuro.

    fiduciaÈ quanto rivela nella giornata odierna l’Istat. L’istituto di statistica ha fornito i dati sulla di fiducia di consumatori ed imprese, relativi al mese di marzo.
    Il grafico sopra ci permette di valutare il suo andamento dal 2009 in poi e di comprendere come dopo un periodo di estremo pessimismo, fatto registrare nel 2013, il livello di fiducia sia allo stato attuale ai suoi massimi dopo la crisi economico-finanziaria, segno che qualcosa sta cambiando, anche nella percezione dei cittadini.
    Ma veniamo del dettaglio alle elaborazioni dell’Istat.

    L’indice composito del clima di fiducia dei consumatori, espresso in base 2010=100, aumenta a 110,9 da 107,7 di febbraio 2015. Anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane (Iesi, Istat economic sentiment indicator), in base 2010=100, mostra un deciso miglioramento, salendo a 103,0 da 97,5 di febbraio”.
    Come riportato, dunque, dai dati soprastanti sia i consumatori che le imprese italiane mostrano una fiducia crescente verso il sistema economico italiano.
    Per quanto riguarda i consumatori, è una fiducia che si manifesta sia nella componente personale che più specificatamente in quella economica.
    Quest’ultima passa da 138,1 a 144,8, mentre la componente personale va da 98,0 a 99,7.
    Sono migliorati i giudizi dei consumatori sulla situazione economica del Paese rispetto al mese precedente ( -57 da -71).
    Tale variazione  positiva è dovuta ad un aumento dal 10,7% al 14,3% della quota di coloro che la ritengono “migliorata” e dalla diminuzione  dal 29,9% al 26,7% della percentuale di coloro che giudicano la situazione del Paese “molto peggiorata”.
    Ci sono anche dei miglioramenti nella percezione del mondo del lavoro e dei prezzi al consumo.

    Una situazione simile riguarda le imprese. In questo caso “il miglioramento del clima di fiducia coinvolge tutti i principali settori: manifattura (a 103,7 da 100,5), costruzioni (a 116,0 da 108,5), servizi di mercato (a 108,1 da 100,4) e commercio al dettaglio (a 103,0 da 101,0)”.
    I miglioramenti più cospicui interessano il settore delle costruzioni, dove è cresciuta in particolare la fiducia nel comparto della costruzione degli edifici.
    Migliorano, infine, tutti i comparti delle imprese manifatturiere, con risultati importanti soprattutto per i beni intermedi e strumentali.



  • Nella giornata di venerdì il commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali, le Competenze e la Mobilità del lavoro, Marianne Thyssen, ha incontrato le parti sociali italiane.
    Al tavolo di concertazione erano presenti Abi, Alleanza Cooperative, Ania, Confindustria, ReteImprese, Cgil, Cisl, Uil e Ugl. È stata un’occasione per discutere della situazione economica contingente e per presentare ognuno le proprie istanze.

    logo alleanzaL’Alleanza delle Cooperative italiane è stata rappresentata dal presidente Rosario Altieri e dal coordinatore Vincenzo Mannino. Il mondo delle coop vuole avere una voce importante in fase di concertazione, sia a livello nazionale che nelle sedi istituzionali continentali.
    Un ruolo da protagonista che, allo stato attuale, spetta solamente alla Business Europe e all’UEAPME, rappresentanti rispettivamente degli industriali e di artigiani e Pmi su scala europea.
    Le cooperative svolgono ormai una parte fondamentale all’interno del quadro economico continentale, soprattutto nel settore dell’agroalimentare e nel terzo settore.
    Come ricorda il Rapporto 2014 dell’Osservatorio sulla Cooperazione agricola, l’agroalimentare cooperativo, per fare un esempio, corrisponde al 27% del valore dell’intero settore alimentare italiano. Senza dimenticare l’attività svolta dalle coop di tipo B, fondamentale per l’adempimento dei diritti sociali e per il processo di integrazione dei più deboli e delle persone svantaggiate.

    Si tratta di numeri e realtà che non possono essere trascurate. Per questo motivo il presidente Altieri ha chiesto esplicitamente al commissario Thyssen un maggiore coinvolgimento delle cooperative nei momenti di dialogo sociale che avvengono in sede europea.
    La Thyssen ha aperto le porte al mondo della cooperazione, rassicurando l’Alleanza e sottolineando che sono in fase di studio forme di coinvolgimento delle imprese sociali.
    L’attuale contesto economico ha sempre più bisogno di solidarietà e spirito mutualistico: l’Unione Europea, dunque, non può tirarsi indietro e dovrà trarre nuova linfa da agenti economici che hanno fatto e continueranno a fare la storia della società continentale.



  • Un documento condiviso, un’assunzione di responsabilità a livello internazionale per combattere gli sprechi e garantire ai cittadini una maggiore sicurezza alimentare.
    Si tratta della Carta di Milano, la cui bozza sarà presentata tra oggi e domani al Palazzo Vecchio di Firenze. Tanti gli ospiti che illustreranno una serie di relazioni sulla tematica: dal ministro delle politiche agricole e delegato all’Expo Maurizio Martina ad Emma Bonino e Romano Prodi.
    Il mondo delle istituzioni e della società civile italiana intende sfruttare la visibilità mondiale che offrirà Expo alla città di Milano e all’Italia intera per avviare politiche di sviluppo sostenibile a livello mondiale.

    expoDal 7 febbraio scorso un apposito comitato scientifico, incaricato dal Governo italiano e da Expo, sta elaborando la carta di Milano. Nello specifico l’Itala inviterà la comunità internazionale ad avviare nuovi modelli di sviluppo sostenibile, un’agricoltura rispettosa delle biodiversità e delle politiche attive efficaci per ridurre le diseguaglianze.
    La bozza sarà elaborata in questi giorni, dopodiché verrà discussa prima in Parlamento e poi a Bruxelles. Il 28 aprile il documento ufficiale verrà presentato a Milano e potrà essere sottoscritto all’interno di Expo.
    L’esposizione universale sarà una straordinaria opportunità per sensibilizzare istituzioni e cittadini sulle tematiche della sicurezza alimentare e sulla lotta agli sprechi.
    Durante i sei mesi di durata di Expo, cittadini, imprese e altri esponenti della società civile potranno sottoscrivere il documento, disponibile sia all’interno dell’esposizione che sul sito dell’evento.
    Non si tratta, però, di una semplice firma ma di una vera e propria assunzione di responsabilità con la quale i firmatari dichiarano di “avere consapevolezza e cura del della natura del cibo di cui ci nutriamo e di consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno“.

    Diventa fondamentale sensibilizzare le persone su queste tematiche, soprattutto in un periodo di recessione, dove la povertà e le diseguaglianze sono in forte aumento e le questioni dell’inquinamento e dell’igiene pubblica minacciano il presente ed il futuro della popolazione mondiale.
    La Carta di Milano vuole un essere un input per la discussione su scala globale delle nuove sfide del Terzo Millennio. Per questo motivo il 16 ottobre, al termine di Expo, il documento verrà consegnato al segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, affinché anche l’Italia possa svolgere un ruolo da protagonista nella definizione delle politiche di salute pubblica a livello internazionale.