• Al termine della discussione in Consiglio dei Ministri, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, hanno tenuto una conferenza della stampa nel corso della quale hanno chiarito alcuni punti essenziali del nuovo documento di economia e finanza (Def).
    Non ci saranno tagli ed aumento della tasse, ha assicurato Renzi, parlando addirittura di tasse ridotte per un ammontare 18 miliardi da quando si è insediato lui al Governo.
    La manovra di riduzione del cuneo fiscale proseguirà con l’eliminazione delle clausole di salvaguardia, che prevedevano l’aumento dell’Iva e delle accise sulla benzina.

    renziMa l’intervento più importante verrà effettuato attraverso la spending review. L’esecutivo ha pronta un’operazione di razionalizzazione degli enti pubblici e di tagli dei costi della politica e della pubblica amministrazione, stimato attorno allo 0,6% del Pil, per un totale di 10 miliardi di euro.
    Secondo il premier, però, ci sono ulteriori margini di manovra che potrebbero portare ad un risparmio complessivo di 20 miliardi. Del resto i dossier elaborati dal super commissario Carlo Cottarelli hanno messo in evidenza quanto l’Italia guadagnare attraverso la riorganizzazione degli enti pubblici. Si tratta di una strada che deve essere intrapresa senza esitazione.
    Il Ministro Padoan si è espresso, invece, su quelle che sono le previsioni sull’andamento dell’economia italiana nel triennio 2015-2017. I dati riportati dal ministro dell’Economia sono molto ottimistici.

    In primo luogo vengono riviste al rialzo le previsioni sul Prodotto Interno Lordo: le stime del Mef danno un Pil in aumento dello 0,7% nel 2015, +1,4% nel 2017 e +1,5% nel 2017.
    Un andamento egualmente positivo è previsto per il debito pubblico e per il deficit, che, secondo queste stime, porterà l’Italia a raggiungere gli obiettivi contabili posti in sede europea di qui ai prossimi tre-quattro anni.
    Come riportato da Padoan, le previsioni del Mef danno il debito al 132,5% del Pil nel 2015, 130,9% nel 2016 e 127,4% nel 2017 ed infine al 123,4 nel 2018.
    Il deficit, infine, sarà del 2,6% nel 2015, 1,8% nel 2016 e 0,8% nel 2017. Merito anche della privatizzazione delle aziende di proprietà dello Stato, come Enel e Poste, o nel prossimo futuro Ferrovie dello Stato ed Enav, che potrebbe portare all’Italia” in quattro anni circa 1,7-1,8 punti di Pil”. 



  • Il caso Xyella continua a far discutere. Dopo la decisione del ministro dell’Agricoltura francese, Stéphane Le Foll, di sospendere l’importazione di ben 102 specie vegetali provenienti dalla regioni colpite dal batterio, è arrivata la reazione da parte dell’Alleanza delle Cooperative italiane.
    La centrale di rappresentanza delle coop difende le istanze della Puglia e dei propri ulivi, che sono tra le maggiori vittime di Xylella. L’agroalimentare pugliese è una vera e propria fonte di ricchezza per il settore italiano ed europeo, rappresentando il 10% del comparto agricolo nazionale ed esportando quasi 200 milioni di euro di prodotti agricoli, la maggior parte dei quali verso il mercato europeo.

    logo alleanzaLa scelta del governo francese di chiudere le proprie porte ai prodotti pugliesi potrebbe arrecare gravi danni ai produttori locali, già di per sè costretti ad affrontare questa calamità naturale senza il supporto adeguato da parte delle istituzioni.
    Una simile decisione potrebbe, infatti, provocare un effetto a catena all’interno dell’Unione Europea, con altri stati pronti ad innalzare le barriere nazionali per evitare la propagazione del virus.
    Di questo ne è consapevole Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari italiani, che commenta con amarezza e stupore il blocco delle importazioni: ““Un comportamento incomprensibile e contrario ad ogni logica politica quello attuato dal governo francese per scongiurare il rischio di un’irruzione del batterio Xylella sul loro territorio. Ci chiediamo che concetto di Europa abbia il ministro dell’Agricoltura Le Foll e quale strategia politica stia attuando per promuovere il mercato unico europeo e quella Politica agricola comune di cui da oltre 50 anni la Francia è tra i principali beneficiari”.

    Il coordinamento Agrinsieme chiederà in questi giorni l’intervento delle istituzioni italiane ed europee. Nella giornata di domani è previsto l’arrivo in Puglia del Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, che parteciperà a un vertice a Bari con il commissario per l’emergenza, Giuseppe Silletti, prima di recarsi a un incontro a Lecce con i sindaci e le associazioni olivicole e ambientaliste.
    Difficile, però, che il provvedimento possa essere ritirato, come auspicato da Mercuri, visto che proprio in questi minuti è arrivato un comunicato da parte delle istituzioni europee che reputano “legittima” la decisione del governo francese di sospendere le importazioni. L’Italia, dunque, sarà chiamata a fronteggiare questa emergenza senza il giusto supporto da parte dell’Unione Europea, come invece è accaduto in passato di fronte a situazioni di questo tipo, segno evidente che la Politica agricola comune, intrapresa decenni fa, ormai vacilla in maniera prepotente.

     


  • europa bce

    Anche la Commissione europea valorizza l’innovazione sociale e anche quest’anno indice un concorso a livello continentale per premiare le migliori idee innovative.
    La crisi del 2008-2009 ha messo in evidenza i limiti del capitalismo contemporaneo e dei suoi modelli di crescita. Sono necessari, dunque, fonti alternative di ricchezza, nuovi progetti che possano avere degli effetti benefici sull’intera società.
    Uno dei limiti degli attuali modelli economici è quello di aver acuito il gap tra i più ricchi e più poveri, aumentando in generale il livello di povertà. Questo ha portato ad avere un conflitto sociale sempre più intenso e far nascere partiti e movimenti populisti che minano alla base le attuali istituzioni democratiche ed i relativi capisaldi economico-finanziari.

    eurogruppoOra più che mai sono necessarie idee innovative, in grado di dare un contributo al disincantato processo di integrazione sociale, fornendo così nuovi vincoli di solidarietà ad una società in crisi identitaria.
    La Commissione rinnova l’impegno preso lo scorso anno, quando sono state presentati 1.254 progetti innovativi. Il concorso è aperto a cittadini dell’Unione Europea e dei paesi partecipanti al programma europeo per la ricerca e l’innovazione nel quadro della strategia Horizon 2020.
    La Commissione fornisce anche alcuni consigli in merito al tipo di progetti che intende sostenere.
    Uno dei sistemi socio-economici più diffusi, ad esempio, è la cosiddetta economia collaborativa (“sharing economy”). Il concorso premierà quelle idee in grado di proporre nuovi modelli di crescita che contemperino per l’appunto una maggiore condivisione di capitale umano ed economico, apportando benefici all’intera società. I progetti di sharing economy veicolano proprio questi valori ed è probabile che assumano una rilevanza maggiore di qui ai prossimi anni.
    Tra gli ambiti incentivati dalla Commissione vi è anche quello delle tecnologie innovative a scopo sociale e la previsione di interventi che si pongono come obiettivo la risoluzione di problematiche globali come il surriscaldamento del pianeta o l’inquinamento.

    Le domande potranno essere inviate entro le ore 12.00 dell’8 Maggio (orario di Bruxelles). I progetti migliori saranno scelti come semifinalisti ed i relativi team verranno invitati all’accademia dell’innovazione sociale in settembre a Vienna. Sarà un’occasione importante per sviluppare questi programmi e farli conoscere al pubblico all’interno di un evento prestigioso.
    Le tre idee vincitrici riceveranno, infine, un premio di 50.ooo euro ciascuno durante la cerimonia di premiazione che si terrà a Bruxelles nel mese di novembre 2015.
    Per avere ulteriori informazioni sul concorso, consultare questo sito.

     



  • Per conoscere il contenuto del nuovo Documento di Economia e Finanza dovremmo attendere con ogni probabilità la fine di questa settimana, quando il Consiglio dei Ministri dovrebbe varare l’intera manovra contabile contenente il Def, il Programma nazionale di riforma e l’aggiornamento del programma di stabilità.
    In attesa di sapere nel dettaglio gli obiettivi dell’esecutivo, possiamo effettuare un primo bilancio su quali saranno i più critici che il governo Renzi dovrà affrontare nelle prossime ore e portare avanti di qui alla fine della legislatura.

    Una delle questioni maggiormente problematiche riguarda la tassazione dei comuni. Il presidente dell’Anci, Piero Fassino, ha già espresso tutta la preoccupazione degli enti locali in merito alla Local Tax, l’imposta sugli immobili che a partire dal 2016 dovrebbe ricomprendere Imu e Tasi.
    Un ulteriore aumento del carico fiscale sui comuni, infatti, potrebbe mettere a repentaglio l’erogazione di alcune prestazioni sociali come gli asili nido, l’assistenza agli anziani ed i trasporti locali. Secondo Fassino i comuni sarebbero stati in questi anni l’ente istituzionale maggiormente colpito dalla pressione fiscale, il che ha portato numerosi enti locali a vivere una situazione di grave dissesto finanziario, tanto da non poter garantire ai propri cittadini alcuni diritti essenziali.
    La mobilitazione dell’Anci ha portato il Governo a rimandare di qualche giorno l’esame definitivo del Def, nella speranza di giungere ad un compromesso con l’associazione dei comuni visto che detiene un potere di veto importante sia all’interno delle Camere che nei singoli partiti.

    ctuCi sono poi delle tematiche che vanno affrontate in sede europea, dove l’Italia da tempo richiede una maggiore flessibilità dei conti pubblici. La recente revisione del Patto di Stabilità e crescita ed il varo del Quantitative easing fornisce all’Italia margini di manovra più ampio, grazie all’inserimento, ad esempio, della cosiddetta “clausola di flessibilità sulla riforme”.
    La Commissione ha deciso, infatti, di dare una mano a quei paesi che realizzeranno delle riforme strutturali con effetti quantificabili sul proprio potenziale di crescita. L’Italia vuole giocarsi questa carta e difatti si sta impegnando ad attuare una serie di interventi riformatori all’interno del mercato del lavoro, del settore bancario e della pubblica amministrazione.
    Da qui alla fine dell’anno l’esecutivo proseguirà su questa strada, cercando così di ottenere una clausola di flessibilità stimabile attorno allo 0,5% del Pil e di rinviare l’obiettivo del pareggio di bilancio al 2018.

    Il risparmio più rilevante potrebbe avvenire, però, dalla riduzione della spesa corrente. Da questo punto di vista il lavoro del commissario straordinario Carlo Cottarelli può offrire interessanti spunti operativi per capire quali possono essere i settori e le attività oggetto di tagli.
    Qualora il Governo dovesse riuscire ad ottenere una grande quantità di risorse, operando degli tagli alla pubblica amministrazione e ai costi della politica, potrebbe decidere di dirottare tali risorse per ridurre la pressione fiscale, specie quella sul lavoro.
    Sarebbe importante, ad esempio, mantenere oltre il 2017 gli incentivi fiscali sull’assunzione di nuovi dipendenti a tempo indeterminato o impedire il probabile aumento dell’Iva.



  • Non avrà tempi rapidi di attuazione il piano banda ultralarga lanciato circa un mese fa dal governo Renzi.
    L’esecutivo ha previsto lo stanziamento di 6 miliardi di euro per implementare strutture a fibra ottica e spingere i soggetti privati ad abbandonare gradualmente il rame.
    Il piano d’intervento del Governo è però ancora piuttosto vago, soprattutto in merito alla copertura di tali finanziamenti. Delle risorse stanziate solo 2 miliardi, gestiti dalle regioni attraverso i fondi Fesr e Feasr, ssaranno disponibili fin da subito.
    I restanti 4 miliardi, presenti nel Fondo sviluppo e coesione, invece, potranno essere utilizzati solamente a partire dal 2017. Ma c’è di più.

    agenda-digitaleL’idea del Governo è di favorire soprattutto le regioni del Sud, vincolando così l’80% delle risorse ad investimenti nel Mezzogiorno. Un quadro che appare abbastanza squilibrato, considerando anche la forte domanda di banda ultralarga presente al Nord.
    Per questo motivo sarà necessario un nuovo accordo con le Regioni, le quali chiederanno certamente un maggiore impegno per dotare le zone settentrionali delle strutture a fibra ottica.
    Ci sono, dunque, ben 4 miliardi di euro bloccati e non sarà facile renderli disponibili nel breve periodo, almeno che non si decida di coinvolgere la Banca europea degli Investimenti attraverso un prestito, come paventato in questi giorni.

    Sul decreto del Governo pesa, però, anche la scure dell’Unione Europea. Bruxelles, infatti, ha chiesto al nostro esecutivo un documento più dettagliato nel quale vengano illustrate quali sono le fonti di finanziamento e le modalità attraverso le quali sono previsti gli incentivi fiscali per gli operatori privati che decideranno di investire nelle strutture a fibra ottica.
    Sappiamo benissimo come l’Ue sia molto attenta ai vincoli di bilancio e a come vengono utilizzate le risorse pubbliche. Per questo motivo vuole vederci chiaro e capire inoltre se ci siano problemi in materia di libera concorrenza.
    Il documento richiesto sarà pronto entro aprile ha assicurato Raffaele Tiscar, vicesegretario di Palazzo Chigi e coordinatore del gruppo di lavoro sul tema.
    Rimangono comunque delle perplessità per un’Italia che viaggia a velocità ridotta, ma c’era da aspettarselo visto i tempi biblici che caratterizzano la nostra burocrazia. La digitalizzazione, dunque, per adesso può attendere, in attesa di tempi e velocità migliori.



  • Il Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia ha fornito i dati sulle dichiarazioni Irpef presentate dai contribuenti italiani attraverso la Certificazione Unica ed il 730.
    Possiamo avere così un quadro più chiaro sulla situazione reddituale degli italiani. Il numero di contribuenti che hanno presentato la suddetta dichiarazione è di 41 milioni: siamo di fronte ad un calo dell’1% rispetto al 2014.
    In totale ci sono 425 mila contribuenti in meno nel confronto con l’anno precedente, con variazioni negative maggiori tra i lavoratori dipendenti (-334 mila), soprattutto tra quelli più giovani.

    downloadQuesti numeri si spiegano in parte con l’aumento delle tasse. L’imposta netta Irpef, infatti, costa 4.910 euro, in crescita dello 0,6% rispetto al 2014. In totale sono 31 milioni i cittadini che l’hanno dichiarata, al cospetto di ulteriori 10 milioni di contribuenti risultati incapienti.
    Lo stesso andamento è seguito dall’addizionale regionale Irpef. In questo caso il suo valore medio è di 370 euro, in aumento di dieci euro rispetto al 2012, con delle punte molto elevate in regioni sottoposte a piani di rientro come Lazio e Campania, dove l’importo è rispettivamente di 470 e 440 euro.
    Ancora più elevato è l’aumento dell’addizionale comunale: in questo caso il suo valore complessivo è di 4,4 miliardi, con una crescita rispetto al 2012 dell’8,9%.

    In base ai dati forniti dal Mef possiamo trarre un bilancio anche sui redditi medi degli italiani.
    Quelli con il reddito medio più alto sono i lavoratori autonomi: 35.660 euro. Gli imprenditori, invece, percepiscono 17.650 euro, meno dei dipendenti (20.600 euro) e poco più dei pensionati (16.280 euro). In questo caso, però, il Ministero dell’Economia precisa che si tratta solo di imprenditori che possiedono ditte individuale e non imprese sotto forma di società.
    La regione, infine, con il reddito medio più alto è Lombardia con 23.680 euro, mentre quello più basso è dei cittadini calabresi (14.390). C’è in generale una riduzione del reddito mediano del nostro paese, ovvero quello che non prende in considerazione stipendi particolarmente elevati, che passa da 20.070 euro a 16.213 euro.



  • Gli ultimi provvedimenti del Governo si sono posti come obiettivo quello di incentivare l’assunzione di giovani attraverso forme di contratto a tempo indeterminato. Sia all’interno della Legge di Stabilità che nei decreti attuativi del Jobs Act, si è cercato di porre al centro del nostro mercato del lavoro la forma contrattuale a tempo indeterminato anche attraverso una riduzione delle garanzie all’interno del rapporto di lavoro stesso.
    La Legge di Stabilità prevede, per fare un esempio, una serie di detrazioni contributive triennali per tutti quei datori di lavoro che decidono di stipulare nuovi contratti a tempo indeterminato o di convertire quelli esistenti.
    Il limite massimo di questo esonero contributivo è fissato in 8.060 euro in tre anni. È evidente come una disciplina fiscale di questo tipo, unita ad una riforma del mercato del lavoro che rende più facile sciogliere i vincoli contrattuali, può incoraggiare gli imprenditori a stipulare contratti a tempo indeterminato, soprattutto quando la controparte è un giovane.

    06112014Il discorso è parzialmente diverso per quanto riguarda il settore agricolo. In questo caso prima della Legge di Stabilità è intervenuto il decreto legge 91/2014, convertito poi nella legge 116/2014.
    L’art. 5, in particolare, disciplina sgravi contributivi per i datori di lavoro che assumono giovani di età compresa tra i 18 ed i 35 anni con forme di contratto a tempo indeterminato o determinato.
    E proprio in quest’ultima dizione la novità rispetto alla Legge di Stabilità, poiché prevede eguali incentivi economici anche in caso di assunzioni a tempo determinato. Da questo punto di vista rileva il carattere peculiare del settore agricolo, che rende comunque più difficile la stipulazione di forme di contratto a tempo indeterminato.
    Il legislatore ha voluto comunque incentivare quei rapporti di lavoro a tempo determinato di una certa durata. Per questo motivo lo sgravio contributivo è valido solamente per quei contratti della durata almeno triennale e che garantiscano almeno 102 giornate lavorative.

    In questi giorni l’Inps ha risolto un problema interpretativo proprio su quest’ultimo tipo di contratto. Attraverso il messaggio 2239 l’Inps ha chiarito che i giovani assunti dalle imprese agricole possono richiedere l’assegno di disoccupazione agricola secondo le regole ordinarie per i giorni in cui non hanno lavorato durante tutti e tre gli anni.
    Non importa, dunque, se il contratto è ancora in essere: i lavoratori al secondo anno di contratto, per fare un esempio, potranno richiedere la quota di disoccupazione agricola spettante per le giornate in cui non hanno lavorato nei primi dodici mesi.
    L’Inps specifica che “è ininfluente lo status del lavoratore al momento della presentazione della domanda, rilevando, invece, il percorso lavorativo dello stesso nell’anno di competenza dal 1°gennaio al 31 dicembre”.



  • Mancano ormai due settimane, dopodiché i cittadini potranno avere a disposizione il proprio 730 precompilato.
    Il nuovo modulo sarà disponibile, infatti, a partire dal 15 aprile sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Gli utenti potranno verificare la correttezza dei propri dati richiedendo l’abilitazione a Fisconline; quest’ultimo fornirà loro una password ed un pin necessari per poter accedere ai servizi online dell’Agenzia delle Entrate.
    Da qui sarà possibile scaricare il 730 e conoscere la propria situazione reddituale e patrimoniale.

    21102014Scaricato il precompilato, quali sono i passi successivi da seguire? Innanzitutto il pensionato o il lavoratore dipendente dovrà controllare se i dati in possesso dell’Agenzia siano corretti.
    Qualora dovessero essere presenti degli errori, l’utente dovrà procedere alla correzione.
    Qui subentrano, però, le prime questioni problematiche.
    Il cittadino, infatti, può decidere di procedere autonomamente alla compilazione oppure di rivolgersi ad un Caf o ad un professionista. L’ipotesi più conveniente sembra essere quest’ultima.
    Basterà, difatti, presentare la propria documentazione e poi spetterà ai professionisti effettuare la compilazione previo un compenso in denaro. Le responsabilità per ogni dichiarazione errata graveranno tutte sulle spalle dei professionisti.
    Proprio per questo motivo, negli ultimi mesi, è montata la protesta dei Caf. Di qui ai prossimi mesi potrebbero essere numerosi i contenziosi e le sanzioni a loro carico: c’è il rischio così che molti molti centri di assistenza fiscale siano costretti a chiudere o che in alcuni casi i professionisti decidano addirittura di rifiutare i clienti.
    Le responsabilità, infatti, sono troppo elevate, soprattutto se parametrate ad una tariffa esigua e che non verrà aumentata, come invece richiesto dai Caf stessi.

    Il problema principale del 730 precompilato viene dall’assenza delle spese sanitarie, che saranno presenti solo dal 2016. Come riporta il Corriere della Sera circa il 70% dei contribuenti presenta la dichiarazione proprio per avere la detrazione delle spese mediche, soprattutto quelle effettuate in farmacia.
    Appare evidente, dunque, come la maggior parte dei 730 andrà corretta, con una mole di lavoro e di assunzioni di responsabilità davvero notevole per i Caf.
    I margini di errore, dunque, aumentano. Non è un caso che vista la complessità di tale nuovo strumento, molti cittadini stiano già ponderando la possibilità di rinunciare alla prestazioni ottenibili attraverso la presentazione della dichiarazione dei redditi.
    E pensare che il 730 precompilato avrebbe dovuto semplificare il rapporto tra i cittadini e fisco, obiettivo che al momento è tutt’altro che raggiunto, in attesa di miglioramenti che saranno assolutamente necessari negli anni a venire.



  • Da domani scatta l’operazione Tfr in busta. I lavoratori dipendenti del settore privato, con un contratto in essere presso la stessa azienda da almeno sei mesi, potranno richiedere la liquidazione anticipata del proprio trattamento di fine rapporto dal 3 aprile fino al 30 giugno giugno 2018.
    Il decreto attuativo del Governo, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 19 marzo, entra finalmente in vigore. Sarà possibile richiedere il Tfr in busta paga fino al 30 giugno 2018, dopodiché l’esecutivo valuterà l’efficacia della misura e deciderà se prolungare la fase di sperimentazione o addirittura se farlo diventare strutturale.
    L’obiettivo del governo Renzi è aumentare la liquidità disponibile dei lavoratori dipendenti e rilanciare così il livello dei consumi.

    27102014È bene, però, fare delle precisazioni utili per i lavoratori, più volte effettuate in questa sede. Una volta richiesto il Tfr anticipato non si potrà più tornare indietro fino al 30 giugno 2018 e si riceverà ogni mese uno stipendio “maggiorato” dalla quota di trattamento di fine rapporto maturato fino adesso.
    Un altro aspetto critico della misura del Governo riguarda la sua tassazione. Diversamente dal normale Tfr, che è soggetto ad una tassazione speciale, la sua liquidazione direttamente in busta paga viene considerata come una componente aggiuntiva dello stipendio ed in quanto tale viene sottoposta a tassazione ordinaria.
    Questo comporta una perdita di risorse nel lungo periodo. Secondo i calcoli della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, richiedere il Tfr in busta paga conviene solo per quei lavoratori che dispongono di un reddito inferiore ai 15.000 euro l’anno.
    Chi percepisce una cifra superiore e decide di richiedere la liquidazione immediata del Tfr pagherà delle tasse maggiori.

    I problemi non si pongono, però, solo per i lavoratori dipendenti, ma anche per le imprese stesse. Le aziende, qualora ci fossero molte richieste, sarebbero chiamate a versare ingenti quantità denaro in un periodo storico in cui la maggior parte delle imprese è in grave crisi di liquidità.
    Per questo motivo nei giorni scorsi il Governo ha firmato un’intesa con Abi che permetterà alle piccola imprese di avere accesso a finanziamenti agevolati e poter così versare le quote dovute ai lavoratori che ne faranno richiesta.



  • Con 165 voti a favore, 74 contrari e 13 astenuti è stato approvato in Senato il ddl anti-corruzione, il provvedimento che contiene una serie di misure per contrastare la corruzione e le pratiche elusive come il falso in bilancio.
    L’art. 8, proprio quello contenente la disciplina sul falso in bilancio, era uno dei più discussi dell’intera manovra e dopo mesi di polemiche è stato approvato con 124 voti favorevoli.
    Siamo in grado di effettuare un breve riepilogo di quelle che saranno le principali novità del provvedimento, in attesa di eventuali modifiche che potranno avvenire nei prossimi giorni quando il Ddl passerà alla Camera.
    L’impianto, comunque, resterà il medesimo.

    La ratio, per quanto riguarda i reati contro la pubblica amministrazione, è quella di inasprire le pene. Nel ddl appena approvato c’è, infatti, un generale innalzamento delle sanzioni.
    Per la corruzione propria (atti contrari ai doveri d’ufficio), ad esempio, si passa dai 4-8 anni attuali ai 6-10 anni della nuova disciplina normativa. Aumenta anche la pena massima per la corruzione impropria (si passa da 5 a 6 anni) e per la corruzione in atti giudiziari, si va dai 4-10 anni attuali ai 6-12 del nuovo decreto.
    Crescono anche le pene per il peculato e l’induzione indebita, la cui sanzione massima sarà in entrambi i casi di 10 anni e 6 mesi. Pure l’associazione mafiosa è protagonista di un inasprimento delle pene: i capi mafia, ad esempio, potranno scontare una pena che va da 15 a 26 anni contro i 12-24 attuali.

    14112014Ci sono poi due norme particolarmente significative che dovrebbero aiutare i magistrati nell’individuazione degli illeciti. Una di queste è lo sconto di pena, che va da un terzo a metà della sanzione, per i corrotti che decideranno di collaborare con la giustizia, aiutando le autorità ad individuare le prove del reato, gli altri responsabili e le modalità della pratica corruttiva in atto.
    Un’altra novità importante riguarda la possibilità di ricorrere al patteggiamento o alla condizionale per i reati contro la pubblica amministrazione solo qualora il responsabile restituisca alla P.A. la somma sottratta.
    In ogni caso per tutte queste fattispecie di reato, il corrotto sarà costretto a versare l’importo oggetto del fenomeno corruttivo.
    Aumentano, inoltre, i poteri dell’Autorità nazionale anti-corruzione (Anac), la quale potrà essere informata dai Pm nel momento in cui viene attivata un’azione penale.

    Confermata la norma sul falso in bilancio, com’è stata riportata in questi giorni. L’art. 8 del ddl disciplina una differenza tra società quotate e società non quotate. Per le prime le pene vanno da 3-8 anni, mentre per le seconde si va da un minimo di 1 anno ad un massimo di 5 anni; sono escluse soglie di non punibilità.
    La pena massima di cinque anni per le società non quotate risulta comunque rilevante, dal momento che esclude la possibilità che vengono effettuate intercettazioni: per tutti i reati con pena fino a 5 anni, la legge non consente l’utilizzo di questo strumento investigativo.
    È prevista, infine,  la possibilità di una riduzione della pena (6 mesi-3 anni) quando i fatti sono di modesta entità «tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta». 

     



  • Il termine “spending review” è certamente uno dei più utilizzati nel lessico politico degli ultimi anni.
    L’imponente macchina statale non riesce più a reggere i propri costi: il debito pubblico è diventato insostenibile, ragion per cui le istituzioni europee hanno imposto ai singoli stati di rivedere le proprie spese, tagliando i fondi alla burocrazia.
    Anche l’Italia è impegnata in questa operazione di revisione della spesa pubblica, iniziata in maniera sistematica dal governo Monti, proseguita con quello Letta e persistente con l’esecutivo guidato da Matteo Renzi.
    Il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, ha lavorato alacremente in questi mesi, cercando di individuare margini di manovra per poter risanare le casse dello Stato.
    Cinque mesi fa sono arrivate le sue dimissioni e a distanza di mesi sono state pubblicate le 19 relazioni del gruppo di lavoro, che mettono in luce i possibili provvedimenti da prendere per effettuare un’efficiente spending review.

    Sono tantissimi gli spunti di riflessioni ed i temi affrontati. Tra i più discussi vi è certamente quello dei costi della politica e della razionalizzazione degli enti locali, con particolare riferimento ai Comuni.
    La proposta del commissario Cottarelli è quella di accorpare tutti i comuni inferiori a dieci mila abitanti, oltre ad una riduzione del 20% del numero di assessori e consiglieri, un taglio ai loro emolumenti e l’eliminazione del Tfr per i sindaci.
    Questa serie di provvedimenti comporterebbe un risparmio di 255 milioni di euro l’anno.
    Lo stesso discorso interessa le Regioni; per quanto riguarda il finanziamento pubblico ai partiti c’è una vera e propria stoccata da parte del gruppo di lavoro nei confronti del Governo.
    Secondo Cottarelli ed il suo gruppo di lavoro, il rifiuto dell’esecutivo di approvare alcuni degli emendamenti presentati, tra i quali l’abolizione delle scuole di partito, ha impedito allo Stato di recuperare ulteriore 65 mln di euro nei prossimi tre anni.

    spese condominialiLa questione dei costi della politica è stata sicuramente centrale nel dibattito pubblico degli ultimi anni, diventando una vera e propria issue in grado di mobilitare i cittadini e spostare voti da un partito all’altro.
    Ci sono, però, altre tematiche ugualmente importanti che andavano affrontate in maniera più attenta; ci sarà, comunque, tempo e modo per discuterne, a partire da domani quando comincerà il processo di approvazione della riforma della pubblica amministrazione.
    Proprio la P.A. è al centro dei dossier del gruppo di studio sulla spending review.  Oltre ad una razionalizzazione di enti e agenzie, il gruppo di lavoro propone l’eliminazione della fasce per i dirigenti ed un’incentivazione della mobilità obbligatoria e volontaria, adottando il criterio dei fabbisogni standard all’interno di ogni pubblica amministrazione.
    Viene inoltre sponsorizzato l’utilizzo di strumenti telematici per l’acquisto di beni e servizi da parte della P.A, che porterebbero ad un risparmio stimato dai 94 ai 313 milioni di euro.
    Non per ultimo Cottarelli propone una riforma del sistema degli appalti pubblici e delle partecipate, indicando come possibile criterio operativo il divieto per lo Stato di partecipare a quelle società la cui quota pubblica è inferiore al 10-20%.



  • Dopo giorni di trattative, polemiche e scioperi attivati, finalmente Abi ed i sindacati hanno trovato un accordo sul nuovo contratto che scadrà il 31 dicembre 2018.
    L’intesa è arrivata nella notte, scongiurando così la disapplicazione del contratto che avrebbe lasciato senza garanzie più di 300.000 dipendenti del settore bancario.
    Prima di diventare operativo, però, l’accordo dovrà essere ratificato dall’esecutivo di Abi e dalle assemblee sindacali. Ma vediamo nel dettaglio quali sono i contenuti dell’accordo.

    17112014Come primo aspetto viene disciplinato un aumento salariale corrispondente a 85 euro da ripartire in tre anni, adeguando così lo stipendio all’inflazione. La prima tranche sarà ad ottobre 2016 (25 euro lordi); la seconda ad ottobre 2017 (30 euro); terza ad ottobre 2018 (30 euro).
    Il salario, però, non era l’unico elemento oggetto di discussione tra le parti. Il settore bancario sta attraversando, infatti, un momento di crisi che porterà a delle profonde ristrutturazioni con possibili licenziamenti.
    La riforma delle Popolari, disciplinato dal Governo nell’Investment Compact. è solo uno dei tanti cambiamenti profondi che interesseranno il sistema finanziario italiano nei prossimi anni.
    Per questo motivo Abi e sindacati hanno inserito nel nuovo contratto una serie di misure occupazionali che hanno spinto molti a definire l’accordo come un “contratto dall’anima sociale”.

    È stato aumentato, ad esempio, dell’8% il salario dei neo-assunti. Allo stato attuale lo stipendio dei nuovi dipendenti è del 18% più basso rispetto ai minimi contrattuali: con il nuovo contratto sarà inferiore solamente del 10%.
    L’aspetto più importante, però, riguarda le misure occupazionali per chi perde il lavoro. Viene potenziato il Foc, fondo d’occupazione, il quale non si limiterà ai aiutare i neo-assunti ma anche, chi verrà licenziato.
    Attraverso di esso verranno finanziati, infatti, specifici percorsi di riqualificazione del personale che ha perso il lavoro, incentivando anche il reinserimento all’interno dello stesso settore bancario.
    Questi strumenti permetteranno alle banche di intraprendere il percorso di ristrutturazione con maggiore tranquillità, senza avere il veto pressante dei sindacati e l’incombenza di nuovo contratto da firmare.