• Chissà se il Governo si sarebbe aspettato un successo così importante della Voluntary Disclosure? La normativa sul rientro dei capitali sembra destinata a portare nelle casse dello Stato ingenti risorse (circa 6 miliardi di euro).
    Secondo il quotidiano La Stampa le adesioni sarebbero sorprendentemente elevate.
    I contribuenti sono disposti a dichiarare i propri fondi in nero e spiegare le modalità attraverso le quali sono riusciti a crearli, pur di sfuggire alla mano pesante del fisco.
    La normativa sulla Voluntary Disclosure prevede il pagamento delle tasse evase e dei relativi interessi, con sanzioni, però, enormemente ridotte per chi decide di autodenunciarsi.
    Si tratta di un provvedimento che agisce nel senso della lotta all’evasione fiscale e che sembra portare a risultati quasi insperati.

    27102014Pare addirittura che il numero di adesioni possa crescere ulteriormente qualora venisse innalzato il limite a partire dal quale l’evasione diventa reato. Al momento la soglia è di 50mila euro, con un innalzamento sopra il 100mila euro, molti contribuenti potrebbero trovare conveniente auto-denunciarsi e far rientrare i propri capitali in Italia.

    L’operazione, però, non è semplice ed implica dei costi aggiuntivi. Per effettuare un calcolo preciso dei propri redditi bisogna rivolgersi a studi di commercialisti ed avvocati, i quali saranno chiamati ad esprimersi anche sulla convenienza o meno dell’auto-denuncia.
    E qui emerge il punto più problematico. I commercialisti e gli avvocati dovranno avere l’obbligo di denunciare determinate situazioni elusive? Difficile stabilirlo.
    Nel frattempo gli studi professionali stanno cercando di colmare il proprio gap in termini di competenze. Il più delle volte le loro conoscenze non sono sufficienti per svolgere operazioni di calcolo così complesse e delicate.
    Per questo motivo sono aumentati i corsi professionalizzanti ed i seminari sulla materia, così come sono in fase di implementazione dei software che consentano il calcolo delle rendite finanziarie in forma anonima.
    Una volta effettuata quest’operazione, bisogna valutare anche le modalità di rientro dei capitali e la successiva comunicazione al fisco.
    Procedure estremamente complesse, che evidentemente non spaventano i contribuenti, attratti dalla possibilità di “pacificare” la propria situazione fiscale.



  • Passato in ombra tra le pieghe dei decreti attuativi del Jobs Act, nella giornata di venerdì il Governo ha presentato anche il Ddl concorrenza.
    A differenza di altre misure dell’esecutivo, non è stato un provvedimento particolarmente reclamizzato.
    Il perchè è presto detto. Se escludiamo alcune novità nel settore assicurativo ed in quello notarile, il decreto legge sulla concorrenza presenta pochi sostanziali elementi innovativi e tanti rinvii a data da destinarsi.
    Anche questa volta, come spesso accade in materia di liberalizzazioni, le pressioni esercitate dalle lobbies ed in generale dalle categorie professionali hanno avuto la meglio.
    L’ultima effettiva operazione riformatrice sul tema risale al decreto Bersani, dunque quasi 10 anni addietro.
    Ma analizziamo alcuni punti critici del ddl.

    17112014Il settore più discusso è quello farmaceutico. Non è avvenuta, ad esempio, l’auspicata liberalizzazione dei cosiddetti farmaci di fascia C, ovvero quelli destinati a curare patologie di lieve entità.
    Le parafarmacie non potranno vendere questo tipo di prodotti, che saranno commercializzati esclusivamente dalle farmacie. Su questo punto è stato forte il veto dei professionisti del settore e delle case farmaceutiche, così come è stato decisivo l’intervento del ministro della Sanità Lorenzin, la quale ha stoppato l’intervento adducendo che una simile liberalizzazione avrebbe comportato un abuso di farmaci tra i cittadini.
    Restano, comunque, dei dati emblematici che invitano tutti ad una seria riflessione. Come riportato, infatti, dal quotidiano La Stampa sono circa 79mila i farmacisti italiani, in assoluto il numero più alto d’Europa.
    Un’incentivazione della concorrenza in questo ambito sarebbe stata, dunque, quantomai auspicabile, anche alla luce delle richieste dell’Anti-trust e dell’Unione Europea in materia di libera concorrenza.

    Sono state rinviate anche le riforme sulle autorità portuali, i servizi locali di trasporto ed i tassisti.
    Nessuna apertura ai privati, ma solo rinvii a date da destinarsi. L’impressione è che ci siano troppi interessi in ballo e che la presenza corposa di categorie professionali in Parlamento rischia di frenare in eterno provvedimenti di questo tipo.
    Qualche risultato è stato, invece, ottenuto nel settore notarile. Diminuiscono, infatti, gli atti per i quali è richiesta la notifica del notaio.
    Per le transazioni di immobili ad uso non abitativo e del valore inferiore ai 100mila euro basterà la certificazione di un avvocato.
    Vengono apportate, infine, delle modifiche nel settore assicurativo. In particolare, gli automobilisti potranno usufruire di sconti se decideranno di accettare determinate condizioni, come l’installazione dei rilevatori dei tassi alcolemici e della scatola nera, la stipula di clausole contro le frodi assicurative e la riparazione dell’auto in officine convenzionate con le assicurazioni.



  • Archiviato il capitolo lavoro, il Governo Renzi ha pronto un nuovo provvedimento atteso da molti mesi, quello sulla scuola.
    Il lancio della campagna “La buona scuola” ha permesso un confronto tra insegnanti, presidi, studenti e rappresentanti delle istituzioni su come migliorare il settore scolastico, soprattutto dal punto di vista didattico.
    Venerdì il Consiglio dei Ministri ufficializzerà il decreto legge, ma possiamo già individuare alcuni punti salienti che saranno parte integrante del Ddl.

    classe-banchiLa misura più importante riguarda l’assunzione dei precari. In tutto dovrebbero essere circa 120mila, dunque qualche migliaia di unità in meno rispetto ai 150mila paventati.
    C’è, però, grande incertezza sui criteri che verranno adottati per il processo di stabilizzazione degli insegnanti.
    Un’eventuale regolarizzazione di massa dei precari rischierebbe di far venir meno due principi fondamentali: la valutazione professionale degli insegnanti e le esigenze delle singole scuole.
    Per questo motivo il Governo sta studiando le possibili soluzioni. Una di queste contemplerebbe l’assunzione di quei professori che hanno coperto una cattedra vacante per più di 36 mesi.
    Si dovrebbe tener conto anche dell’anzianità e delle graduatorie di istituto, in modo da collocare i professori nelle scuole maggiormente scoperte e attraverso i profili professionali richiesti.

    L’intento dell’esecutivo è evitare i ricorsi che potrebbero fioccare qualora il decreto legge dovesse penalizzare alcune categorie di precari iscritti nelle liste.
    Ma la regolarizzazione del mondo del precariato non è l’unica misura presente nel provvedimento.
    Si interverrà anche dal punto di vista della didattica, fornendo maggiore autonomia alle scuole ed incentivando l’interdisciplinarità.
    Crescerà, ad esempio, il potere dei presidi. Questi ultimi avranno maggiore autonomia finanziaria e potranno così decidere di dirottare le risorse dell’istituto verso determinati progetti didattici.
    Essi stessi avranno il compito di valutare l’operato degli insegnanti e decidere se premiarli o meno attraverso incentivi remunerativi.
    Una scuola, dunque, che diventa quasi un’impresa, con i presidi che svolgono alcune funzioni dei manager e gestiscono il proprio istituto attraverso criteri di efficienza e merito.

    Per quanto riguarda, infine, i piani didattici, si cercherà di dare spazio a materie quali italiano, musica, sport ed arte, provando in questo modo a stimolare la creatività degli studenti. Al terzo ed al quarto anno delle scuole superiori verranno inserite anche discipline di stampo giuridico ed economico; allo stesso tempo si punterà alla digitalizzazione delle scuole, inserendo materie come il “coding” ovvero il pensiero computazionale ed incentivando l’utilizzo di tablet e del wi-fi.
    È prevista, inoltre, l’implementazione dell’alternanza scuola-lavoro anche per i licei: le aziende saranno chiamate ad effettuare oltre 200 ore di stage con gli studenti delle scuole superiori, i quali saranno valutati anche in base al rendimento sul luogo di lavoro.



  • Dopo oltre quattro ore, il Consiglio dei Ministri ha approvato i primi due decreti attuativi del Jobs Act e dato l’ok preliminare per il riordino dei contratti.
    Una giornata che il premier Matteo Renzi ha definito storica in un tweet apparso sul suo profilo ufficiale questa mattina, poco prima dell’inizio del Consiglio dei Ministri.
    renzi jobs act

    Il Governo ha messo a punto gli ultimi dettagli della riforma sul mercato del lavoro. Un testo estremamente discusso, soprattutto all’interno del Partito Democratico, e che ha visto forti opposizioni anche da parte della Cgil.
    La modifica dell’art. 18 e la disciplina del nuovo contratto a tutele crescenti diventano così effettive. A partire dal 1° Marzo, tutte le imprese potranno assumere nuovi dipendenti attraverso la nuova tipologia contrattuale istituita nel Jobs Act.
    L’esecutivo ha “tolto gli alibi” ai datori di lavoro, ha dichiarato Mattteo Renzi nella conferenza stampa di presentazione dei decreti attuativi: “Abbiamo ridotto le tasse e tolto incertezze. Il lavoro presenta più flessibilità in entrata e più tutele in uscita».

    L’intento del Governo è lanciare un nuovo modello occupazionale, incentrato su un tipo di contratto a tempo indeterminato.
    D’ora in poi assumere attraverso una forma contrattuale a termine sarà svantaggioso per i datori di lavoro, soprattutto dal punto di vista fiscale.
    La Legge di Stabilità prevede, infatti, una serie di sgravi sull’Irap e sulla contribuzione previdenziale per tutte quelle aziende che decideranno di utilizzare il contratto a tutele crescenti per assumere nuovi dipendenti.
    Quest’inversione di tendenza è possibile solo grazie alla riduzione dei costi reali dei licenziamenti. La modifica dell’art. 18, infatti, esclude il reintegro nel posto di lavoro per tutte le fattispecie di licenziamenti economici e per la maggior parte dei licenziamenti disciplinari.
    In questi casi i lavoratori avranno diritto ad un indennizzo economico crescente in base all’anzianità di servizio. Di qui, appunto, la dizione “tutele crescenti” per definire il nuovo contratto a tempo indeterminato.
    Il reintegro nel posto di lavoro sarà possibile solo per i licenziamenti discriminatori e per quei licenziamenti disciplinari dove viene provata l’insussistenza del fatto materiale contestato.

    renziLa nuova disciplina giuridica, dunque, facilita l’accesso al mondo del lavoro, rendendo più flessibile, allo stesso tempo, il rapporto di lavoro stesso.
    Le imprese potranno, ad esempio, licenziare i propri dipendenti per cause di tipo economico, senza dover “temere” il reintegro obbligatorio dello stesso in seguito alla pronuncia del giudice.

    I decreti attuativi del Jobs Act erano chiamati, però, a disciplinare anche altre questioni problematiche.
    Una su tutte era la norma sui licenziamenti collettivi. Il Governo, in questo caso, è andato dritto per la sua squadra e, a dispetto di quanto richiesto dalle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, estende la modifica dell’art. 18 anche ai licenziamenti collettivi.
    Il premier Matteo Renzi si esprime così a tal proposito “Questi provvedimenti si occupano di assunzioni collettive. Questo è un Paese che guarda al futuro, che sta ripartendo. I decreti approvati dal Cdm servono a fare assunzioni collettive, non licenziamenti collettivi”. 

    La speranza del Governo è appunto di far crescere rapidamente il numero di occupati già da quest’anno, trasformando, ad esempio, migliaia di contratti a progetto in contratti a tempo indeterminato.
    A partire dal 2016 i rapporti di lavoro a progetto e l’associazione in partecipazione non potranno più essere stipulati, se non attraverso accordi sindacali. Renzi stima in 200.000 il numero di cocopro che verranno trasformati in contratti a tempo indeterminato.
    Certamente il rinvio al 2016 del riordino delle fattispecie contrattuali a termine stona un po’ con le aspettative della vigilia, che vedevano un Governo pronto a fare uno sforzo importante anche da questo punto di vista.

    Un altro provvedimento contenuto nei due decreti attuativi riguarda la cosiddetta Naspi. Si tratta di un ammortizzatore sociale indirizzato a chi perde il lavoro.
    Rispetto alla vecchia Aspri durerà più a lungo, per un periodo complessivo massimo di 24 mesi.
    Secondo il premier Renzi, i nuovi ammortizzatori sociali tuteleranno di più e meglio i lavoratori, bilancio così la maggiore flessibilità introdotta con il contratto a tutele crescenti.
    I prossimi passi del Governo in materia di lavoro, come annunciato dallo stesso Primo Ministro, saranno sulla Cassa Integrazione e sulla nuova Agenzia Nazionale del Lavoro.

     



  • Il turnover nella pubblica amministrazione può avere inizio. Il Ministro Marianna Madia ha firmato la circolare che stabilisce il pensionamento obbligatorio per tutti i dipendenti che hanno maturato i requisiti pensionistici.
    La vecchia normativa consentiva ai dipendenti della P.A. di restare in servizio per altri due anni una volta raggiunta l’età pensionabile.

    torno subitoNel 2012 i lavoratori che hanno usufruito di questa opportunità sono stati circa 1.200, di cui 600 nel settore giudiziario. Secondo le elaborazioni del Ministero della Pubblica Amministrazione, queste stime vanno addirittura riviste al rialzo negli ultimi due anni.
    La scarsa disponibilità economica dei cittadini, provocata da una recessione sempre più insistente, ha spinto molti lavoratori a scegliere di mantenere il proprio posto di lavoro fino ai limiti consentiti dalla legge.
    Il cosiddetto trattenimento in servizio ha, però, frenato il turnover all’interno degli enti pubblici, impedendo il ringiovanimento del settore.
    Il Decreto Legge n.90/2014 intende appunto operare nel senso del ricambio generazionale.

    Il limite ultimo per poter usufruire del trattenimento in servizio era stato fissato nel 31 ottobre 2014: a partire da quella data l’amministrazione può decidere di rescindere unilateralmente il contratto con il proprio dipendente quando quest’ultimo ha raggiunto i requisiti di pensionabilità.
    La circolare firmata in data odierna serve per disciplinare alcuni casi problematici, soprattutto nel settore giudiziario e sanitario.
    Una di queste eccezioni riguarda il caso in cui il lavoratore ha raggiunto l’età pensionabile, ma non gli anni di servizio necessari. La circolare spiega questa fattispecie nel dettaglio: “in alcune ipotesi l’amministrazione è tenuta a proseguire il rapporto di lavoro con il dipendente e tale prosecuzione non costituisce un trattenimento vietato dalla legge. Ciò si verifica, innanzitutto, quando il dipendente non matura alcun diritto a pensione al compimento dell’età limite ordinamentale o al compimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia”.
    In questo caso“l’amministrazione deve proseguire il rapporto di lavoro con il dipendente oltre il raggiungimento del limite per permettergli di maturare i requisiti minimi previsti per l’accesso a pensione non oltre il raggiungimento dei settant’anni di età”. 

    Per quanto riguarda, invece, i magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari il trattenimento in servizio sarà ancora valido fino al 31 dicembre 2015. I dirigenti medici e del ruolo sanitario, infine, potranno rimanere in servizio fino a 70 anni in modo da raggiungere i 40 anni di servizio effettivo.

     



  • Oggi sarà il giorno dell’approvazione in Consiglio dei Ministri del primo decreto attuativo del Jobs Act.
    Dopo mesi di discussioni e di veti incrociati, il Governo darà il via definitivo alla riforma del mercato del lavoro che entrerà in vigore a partire dal 1° Marzo.
    Nella giornata odierna verrà approvato in via definitiva il nuovo contratto a tutele crescenti e sarà realizzata un’opera di razionalizzazione delle decine di contratti a tempo indeterminato presenti nel nostro ordinamento.
    I prossimi decreti disciplineranno anche gli strumenti di protezione sociale dei lavoratori e le politiche attive del lavoro. Solo alla fine del processo riformatore potremo trarre un bilancio definitivo sul Jobs Act.

    downloadIn previsione di questi appuntamenti il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha svolto una serie di incontri con le parti sociali per ascoltare il loro punto di vista ed accogliere alcune delle loro istanze.
    A margine di questi tavoli di concertazione è intervenuta anche l’Alleanza Cooperative Italiane, l’associazione di rappresentanza delle cooperative che unisce le principali centrali di committenza (Agci, Confcooperative e Legacoop).
    Il presidente Rosario Altieri, attraverso una nota ufficiale, ha espresso il parere dell’Alleanza in merito alla riforma del mercato del lavoro e agli incontri svolti in questi giorni con i vertici dell’esecutivo.

    Altieri si è soffermato, in particolare, sul riordino dei contratti lavorativi e sull’introduzione delle tutele crescenti in quanto baricentro dell’intero impianto negoziale del mercato del lavoro: “Condividiamo l’incentivazione del contratto a tempo indeterminato, così come é un obiettivo condivisibile confermare i 36 mesi come periodo di durata massima del contratto a termine”.
    L’Allenza, dunque, esprime la propria fiducia verso l’operato del governo e auspica che la maggiore flessibilità all’interno del rapporto di lavoro possa portare ad una crescita dell’occupazione nel breve periodo.
    Secondo Altieri, però, bisognerà attuare delle ulteriori modifiche, disciplinando al meglio le differenze tra lavoro autonomo e subordinato.
    Quest’ultimo è uno dei punti più discussi del primo decreto attuativo. L’esecutivo sta cercando di trovare una soluzione sui cosiddetti contratti a progetto, impedendo che di fatto siano delle forme di lavoro subordinato “mascherate”.
    Una riduzione delle fattispecie contrattuali sarà fondamentale per dare certezza e stabilità all’impianto normativo italiano e per ridurre in maniera sensibile il fenomeno del precariato.



  • “Noi Italia. 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo!” è un’indagine effettuata dall’Istat che ci offre una serie di spunti di riflessione per analizzare la situazione economica italiana, soprattutto in chiave comparata.
    Dopo aver esaminato i dati sulle imprese e sul loro grado di innovazione, prendiamo in considerazione alcune elaborazioni macroeconomiche e relative al mercato del lavoro.

    28102014Ci sono alcuni indicatori che segnano il passo nel confronto con le altre realtà europee. Uno di questi è il Pil pro capite, misurato a parità di potere d’acquisto, che risulta essere al di sotto della media continentale del -2,2%.
    Sono pochi i paesi che presentano livelli inferiori all’Italia, uno di questi è la Spagna.
    La disponibilità economica dei cittadini italiani è, dunque, comparativamente inferiore alla media europea.
    Lo dimostrano anche i dati sulle condizioni economiche delle famiglie.
    Secondo quanto riportato dall’Istat, nel 2012 il 62% dei nuclei familiari italiani possiede un reddito annuo inferiore a 29.426 euro, ovvero circa 2.452 euro al mese. Confrontando le varie regioni, la più “povera” è la Sicilia, con un reddito medio annuo più basso del 29% rispetto alla media nazionale.

    La scarse risorse a disposizione degli italiani dovrebbero condizionare il livello dei consumi. In realtà nel 2013 l’incidenza dei consumi sul Pil si mantiene sulle medie europee (79,9%), anche se in calo rispetto agli anni precedenti.
    Ne risentono, invece, gli investimenti: la loro incidenza sul Prodotto Interno Lordo è del 18%, al di sotto della media europea (19,3%).

    Ma i dati più preoccupanti li troviamo ancora una volta se volgiamo lo sguardo al mercato del lavoro, dove l’Italia si trova agli ultimi posti nelle graduatorie continentali.
    Il tasso di occupazione delle persone di età compresa tra i 20 ed i 64 anni è circa del 60%, una quota tra le più basse d’Europa e superiore solo a quella di Grecia, Croazia e Spagna.
    Stupisce, soprattutto, il tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro. Nel 2013 il 21,7% degli italiani non cerca neppure lavoro, quando la media europea è del 14,1%.
    Su questo dato incide sicuramente la sfiducia imperante nella popolazione italiana, ma ha le sue responsabilità anche il sistema di collocamento, dimostratosi in questi anni totalmente fallimentare.
    Le ultime rilevazioni fornite dall’Istat ci consegnano un aumento della percentuale degli italiani che cerca lavoro, ma bisognerà ancora far molto nel settore delle politiche attive.
    Analizzando, infine, il tasso di disoccupazione, esso si attestava nel 2013 al 12,2%, 1,5% in più rispetto al 2012.
    Sappiamo benissimo come nel 2014 questa cifra sia ulteriormente salita, toccando picchi storici. Fa, dunque, ancora più male il confronto con gli altri paesi europei, dove la meda è del 10,8% e realtà come quella tedesca ed austriaca fanno segnare un tasso di disoccupazione addirittura inferiore al 6%.

     

     



  • È un’Italia rassicurata e speranzosa quella che esce dalla presentazione del rapporto Ocse.
    Il segretario generale dell’organizzazione internazionale, Anguel Gurrìa, ha promosso le riforme proposte dal governo Renzi, lasciando intravedere un futuro roseo per il nostro paese.
    Viene valutata positivamente la riforma del mercato del lavoro con l’annessa modifica dellart. 18.
    Secondo Gurrìa la previsione di un indennizzo per i licenziamenti economici ed alcune fattispecie di licenziamenti disciplinari diminuirà i costi dell’interruzione dei rapporti lavorativi.
    Questo spingerà i datori di lavoro ad assumere nuovi addetti, sfruttando le opportunità offerte dal nuovo contratto a tutele crescenti e dalla Legge di Stabilità.

    17112014Il Jobs Act avrà degli effetti importanti sui macro-aggregati. Su tutti il tasso di disoccupazione, destinato a scendere al 12.3% nel 2015 e all’11,8% nel 2016.
    Le medesime conseguenze positive interesseranno il Prodotto Interno Lordo, tanto da spingere l’Ocse a rivedere in positivo le aspettative sul Pil italiano nei prossimi anni.
    Come indicato da Gurrìa, il Pil dell’Italia crescerà del 0,4% il prossimo anno e del +1,3% nel 2016.
    Bene anche le riforme istituzionali che disciplineranno in maniera più puntuale le competenze di Stato e Regioni, riducendo il contenzioso così tra le due entità territoriali.
    In generale, il quadro normativo che emergerà dopo questa serie di riforme, compresa la delega fiscale, fornirà secondo Gurrìa maggiore stabilità al nostro paese. Questo potrebbe portare le imprese estere a tornare ad investire sul nostro territorio.

    Il segretario generale dell’Ocse, però, invita l’Italia a compiere ulteriori passi per riformare il settore bancario e quello fiscale. Il sistema creditizio italiano si dimostra inefficiente e legato a logiche di tipo burocratico.
    Ne risentono imprese e famiglie, che trovano sempre maggiori difficoltà nell’ottenere prestiti da parte degli istituti bancari.
    Da questo punto di vista una riforma come il Bad Bank di Stato, volta a ridurre i crediti inesigibili che mettono in difficoltà le banche, può essere una soluzione per far ripartire il sistema creditizio italiano.
    L’Italia, infine, secondo l’Ocse, dovrà infine porre rimedio al fenomeno della corruzione, intensificando i controlli fiscali e semplificando i metodi di pagamento.



  • La settima edizione di “Noi Italia. 100 statistiche per capire il futuro dell’Italia” ci fornisce una serie di spunti interessanti per analizzare la situazione economica del nostro paese.
    Il report realizzato dall’Istat copre vari ambiti della società italiana: dal mondo del lavoro all’ambiente, passando per la realtà imprenditoriale e tecnologica.
    In questa sede ci limiteremo ad analizzare i dati forniti dall’Istat in relazione alle aziende italiane ed al loro grado di innovazione.

    downloadL’Italia presenta 64 imprese ogni mille abitanti, una densità imprenditoriale inferiore solo a quella di altri sei paesi europei (Repubblica Ceca, Portogallo, Slovacchia, Grecia, Svezia e Malta).
    Anche il tasso di imprenditorialità, ovvero il rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e lavoratori nelle imprese, è comparativamente elevato. Il 30% italiano è, infatti, nettamente superiore rispetto al tasso di imprenditorialità della Germania e della Francia (8,4% e 7,4%).
    In Italia, dunque, c’è un numero elevato d’imprese, ma sono per lo più di piccole dimensioni. Con una dimensione media di 3,9 addetti il nostro paese  si trova nelle retrovie di questa speciale graduatoria. Soprattutto al Sud prevalgono le aziende di piccole dimensioni (2,8 addetti) nei settori di industria a servizi. Il Nord, invece, si avvicina maggiormente agli standard europei, grazie alla prevalenza del settore della grande industria.
    Il turnover lordo delle imprese è, invece, relativamente basso (15%), con il Mezzogiorno che si contraddistingue per una percentuale maggiore di realtà imprenditoriali che scompaiono dopo un determinato periodo di tempo.

    La situazione italiana dell’innovazione, infine, non è poi così tragica. Al contrario, i dati forniti dall’Istat sono abbastanza incoraggianti.
    Nel 2012, la spesa italiana per ricerca e sviluppo incide per l’1,26% sul Pil ed è in aumento rispetto al 2011.
    Il piano Europa 2020 pone come obiettivo per l’Italia il raggiungimento dell’1,53% del Prodotto Interno Lordo: la crescita di questo dato, fatta registrare negli ultimi anni, fa ben sperare in vista del prossimo quinquennio.
    Nel periodo di tempo compreso tra il 2010 ed il 2012, il tasso di imprese innovatrici è passato dal 31,5% al 35,5%, con una prevalenza nel settore industriale (45,4%).
    Il tasso di propensione all’innovazione del nostro paese è addirittura superiore a quello di Gran Bretagna e Francia ed è sopra la media europea, segno che l’Italia può dare tanto in termini di innovazione tecnologica.
    Meno positivo, invece, è il dato sulla connessione a Internet tramite banda larga. Solo sei famiglie su dieci si collegano, infatti, attraverso una connessione veloce, ben sotto la media dell’Unione Europea (76%).

     



  • La nostra scelta è di fondare il mercato del lavoro sul contratto a tutele crescenti”.
    Queste le parole del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti durante la presentazione del rapporto Ocse sull’Italia.
    Del resto non è un mistero: il governo Renzi punta molto sulla nuova forma contrattuale.
    Ritiene che un contratto a tempo indeterminato più flessibile possa incentivare i datori di lavoro a procedere con le nuove assunzioni. L’Italia ha bisogno di ridurre il proprio tasso di disoccupazione e per iniziare questa inversione di tendenza, c’è bisogno di un quadro normativo e fiscale favorevole.

    caschetto lavoroPer questo motivo domani il Consiglio dei Ministri approverà il primo decreto attuativo sul Jobs Act. All’interno di esso ci sarà la disciplina dettagliata sui licenziamenti individuali e collettivi e sul nuovo contratto a tutele crescenti, che sarà operativo a partire dal 1°Marzo.
    Il prossimo mese, dunque, le aziende potranno effettuare nuove assunzioni attraverso il nascente contratto a tempo indeterminato, sfruttando anche gli incentivi fiscali inseriti nella Legge di Stabilità.
    La speranza di Poletti è che le nuove regole possano portare circa 300-400mila nuovi lavoratori nel 2015, lanciando così un nuovo modello occupazionale anche nel nostro paese.

    Non basta, però, agire solamente sulle forme a tempo indeterminato e sulla relativa disciplina dell’interruzione del rapporto di lavoro. Ci vuole un intervento organico e a più ampio raggio.
    Per questo motivo Poletti ha annunciato che nella giornata di domani in Consiglio dei Ministri verrà discussa anche la riforma degli altri tipi di contratto.
    Verrà rivisto, ad esempio, l’apprendistato ed eliminate alcune fattispecie. Rimarrà, invece, inalterato il tetto massimo di durata dei contratti a termine senza causale (36 mesi e 5 proroghe massime).
    I prossimi decreti attuativi riguarderanno, invece, gli ammortizzatori sociali e le politiche attive. Su quest’ultimo punto il Governo dovrà effettuare l’intervento di maggior rilievo, dimostrando di comprendere l’importanza di un settore troppo spesso sottovalutato quando si parla di mondo del lavoro.



  • Il Decreto Milleproroghe si appresta ad arrivare in Parlamento, dove con ogni probabilità verrà sottoposto al voto di fiducia.
    Tante le novità proposte, alcune toccheranno settori molto importanti come quello dei liberi professionisti e dei freelance. Il Governo ha promesso un intervento con l’intento di calmierare la stangata ricevuta dalle Partita Iva con la Legge di Stabilità.

    notifica_postaLa modifica alla fine è arrivata e sarà contenuta proprio nel decreto Milleproroghe. L’intervento riguarda il regime dei minimi per i giovani professionisti, i quali potranno scegliere tra la nuova e la vecchia normativa.
    Secondo quest’ultima, tutti quelli che hanno aperto una partita Iva da meno di cinque anni o che abbiano meno di 35 anni d’età potranno usufruire di una tariffa del 5%, purchè non superino i 30.000 euro di guadagni.
    I professionisti potranno anche scegliere di sottoporsi al nuovo regime fiscale: 15% per chi guadagna meno di 15.000 euro.
    Il vecchio sistema normativo rimarrà, dunque, in vigore per tutto il 2015, in attesa di essere disciplinato in maniera puntuale per il 2016.

    Il Milleproroghe, però, contiene altre importanti novità. Viene rimandata al 2017, ad esempio, la riforma dell’esame di Stato per poter diventare avvocato.
    Un’altra categoria professionale oggetto di numerose discussioni è quella dei farmacisti. Fino al 31 dicembre 2016, per poter acquisire la titolarità di una farmacia basterà essere iscritto all’Albo dei farmacisti, dopodiché saranno necessarie nuove e più ampie prerogative.
    C’è spazio, inoltre, anche per la lotta contro l’evasione. Il Governo vuole rendere partecipi i singoli territori, effettuando così un controllo puntuale delle singole realtà locali.
    Verranno premiati, infatti, i sindaci che combattono in maniera più efficace l’evasione fiscale: essi riceveranno una somma rilevante in base al contributo fornito nella lotta contro gli evasori.

    Ma i provvedimenti più importanti sono quelli sul rientro dei cervelli e sugli sfratti. Vengono prorogati fino al 2017 gli incentivi fiscali per i lavoratori che rientrano in Italia dopo aver svolto un’esperienza lavorativa all’estero.
    In questo caso i redditi da lavoro dipendente, quelli d’impresa e da lavoro autonomo concorreranno al calcolo della base imponibile per il 20% per le lavoratrici e per il 30% per i lavoratori.
    Ci sarà, infine, una proroga di 4 mesi per l’applicazione del provvedimento sugli sfratti. In questo modo si darà la possibilità ai diretti interessati di trovare una nuova abitazione.



  • I nodi stanno per essere sciolti: il nuovo Ddl anti-corruzione è pronto ad arrivare in Parlamento e con esso la riforma del falso in bilancio.
    Si rincorrono le voci su una possibile estinzione delle soglie di non punibilità del reato, che troverebbe pareri concordi nella minoranza Pd e maggiori dubbi, invece, nei rappresentanti delle imprese.
    Me entriamo nel merito della questione.

    22_09_2014L’attuale disciplina del falso in bilancio prevede, appunto, delle soglie al di sotto delle quali è esclusa la rilevanza penale del reato, ma scatta semplicemente una sanzione amministrativa.
    I suddetti limiti sono il 5% di variazione del risultato d’esercizio e fino al 10% di tutte le stime errate.
    Il Governo intende usare il pugno duro, estendendo la punibilità a prescindere dall’entità dello scostamento.
    Verranno introdotti due tipi di sanzioni a seconda del fatturato dell’impresa.
    Il volume d’affare limite dovrebbe essere di 600.000 euro: dunque, se un’azienda fattura meno di questa cifra e verranno individuate delle anomalie nel suo bilancio, scatterà una pena che va da 1 a 3 anni.
    Se invece il volume d’affari supererà i 600.000 la sanzione da applicare va da 2 a 6 anni.

    Un’altra novità importante riguarda la possibilità di perseguire il reato di falso in bilancio, non più per istanza di parte, ma d’ufficio.
    Le modifiche appena riportate trovano il parere positivo della minoranza del Partito Democratico, che ha spinto fortemente affinché venisse ripristinato il falso in bilancio dopo il “blitz” effettuato da Silvio Berlusconi nel 2002.
    Non trova riscontri altrettanto positivi, invece, all’interno di Confindustria. Il Corriere della Sera riporta le parole di Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, la quale si dichiara disponibile ad una riforma della normativa sul falso in bilancio, ma non ad un tale inasprimento del reato.
    Secondo la Panucci, l’esistenza attuale delle soglie consentirebbe di distinguere i semplici errori di valutazione nella redazione del bilancio di un’azienda dalle vere pratiche elusive.
    L’estensione della punibilità a tutti i tipi di scostamento limiterebbe la possibilità di investimento delle imprese, frenate dalla possibilità di incorrere in una sanzione penale.