• Nessuna variazione di rilievo nella disciplina dei contratti a termine.
    È quanto dichiarato dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti in un incontro avuto con le parti sociali per discutere sui decreti attuativi del Jobs Act.
    Il Governo interverrà riducendo le fattispecie contrattuali a tempo determinato, ma non ci saranno modifiche sui limiti massimi di durata.
    Il tetto rimarrà, infatti, di 36 mesi e le proroghe massime resteranno 5. In queste giorni si era discusso di una possibile modifica della disciplina normativa. Le ipotesi più credibili vedevano una riduzione del limite massimo di durata del contratto a termine a 24 mesi e del numero di proroghe a 3.

    bilancioModifica che di fatto non avverrà. La discussione sui decreti attuativi del Jobs Act  riguardava anche la riduzione delle fattispecie contrattuali. Alcune di esse rimarranno in vita nonostante le voci di questi giorni.
    Tra queste c’è il cosiddetto job on call ed il contratto di somministrazione.
    Ci sarà, invece, una ridefinizione importante della disciplina sul lavoro a collaborazione e a progetto. Troppo spesso queste fattispecie di lavoro autonomo, rinnovate periodicamente, nascondono forme di lavoro subordinato.
    Il Governo intende disciplinare al meglio questo ambito, tutelando i liberi professionisti e distinguendo al meglio il lavoro subordinato da quello autonomo.

    Sul punto spingono molto i sindacati, i quali valutano queste forme contrattuali come espressione pure della precarietà. Secondo Gigi Petteni, segretario generale della Cisl, le tipologie di contratto a tempo determinato devono ridotte a 4-5, fotografando così al meglio le realtà lavorativa.
    Sulla stessa lunghezza d’onda è Carmelo Barbagallo, segretario generale della Cisl. Dovranno essere mantenuti solo quei rapporti di lavoro a termine che garantiscano una reale prospettiva futura al lavoratore e che non siano un mero veicolo di precarietà.



  • Un’agricoltura sana e socialmente valida è possibile anche in Calabria.
    Lo dimostra l’intesa stipulata tra Goel Bio, appartenente al Gruppo Cooperativo Goel, ed EcorNaturaSì.
    Attraverso questo accordo verranno distribuiti in tutti i supermercati NaturaSì e CuoreBio, nonchè in tutti i rivenditori specializzati, i prodotti freschi e confezionati calabresi ottenuti dalle terre confiscate alla ‘ndrangheta.

    downloadQualità, etica e dignità sono alla base del progetto. Goel Bio intende portare avanti un programma di produzione innovativo per il territorio calabrese. Innanzitutto viene messa al centro la qualità e la genuinità dei prodotti, con particolare attenzione alle specialità calabresi come il peperoncino, la cipolla rossa e gli agrumi.
    Ma cosa ancora più importante, verrà combattuta la piaga del lavoro nero, che porta ogni giorno migliaia di addetti a lavorare senza un regolare contratto e con una paga irrisoria.

    Il vero e proprio sfruttamento dei migranti in territori quali la Piana di Gioia è una prassi tipica delle organizzazioni di stampo mafioso. La ‘ndrangheta controlla vaste porzioni di territorio e riesce ad imporre prezzi comparativamente più bassi, anche grazie all’utilizzo intensivo del lavoro illegale.
    Questa pratica, però, può e deve essere estinta, perchè una terra come quella calabrese ha il diritto di esprimere tutta la propria dignità e di mostrare le sue eccellenze. La qualità si manifesta, infatti, anche attraverso un processo di produzione che dia il giusto prezzo al lavoro svolto.
    Utilizzare territori estirpati al controllo mafioso per realizzare un prodotto sano e dall’alto valore biologico è un ottimo veicolo per ridare quella dignità che troppo spesso è mancata ai produttori calabresi.

    Il futuro è un’opera comunitaria dove nessun interesse di parte deve essere posto sopra quello degli altri: conciliare l’interesse di tutti è la vera sfida dell’etica e dell’innovazione». Queste le parole di Vincenzo Linarello, presidente del Gruppo Cooperativo Goel.
    La rinascita di un territorio passa necessariamente attraverso la collaborazione e l’azione di tutti: imprese, istituzioni e cittadini. L’interesse privato è stato e continuerà ad essere il seme dell’illegalità e dell’associazione mafiosa.
    Per coltivare valori diversi, c’è bisogno di un’intesa collettiva, perchè l’etica e la qualità sono il terreno fertile della prosperità, anche e soprattutto in Calabria.

     



  • Il Social Media Marketing è una realtà emergente su scala mondiale e nazionale.
    Un piano di promozione che si rispetti deve passare necessariamente dall’utilizzo delle piattaforme Facebook, Twitter o YouTube.
    Ma c’è di più. Molte aziende decidono di effettuare delle campagne creative anche attraverso le applicazioni di messaggistica istantanea o comunque tramite i social che abbiano nella chat la propria funzione primaria.
    Whatsapp, Skype e Facebook Messenger sono diventati dei veicoli fondamentali per la promozione dei prodotti, creando un rapporto più diretto ed interattivo con gli utenti.

    downloadC’è innanzitutto un guadagno in termini economici. I costi, infatti, sono nettamente inferiori rispetto alla pubblicità su Facebook o su Twitter.
    Piattaforme come Whatsapp sono pressochè gratuite, il che consente di effettuare un tipo di marketing efficace anche ad aziende dal budget limitato.
    Ovviamente è necessario avere una propria pagina Facebook o Twitter che possa rimandare alle iniziative svolte all’interno delle applicazioni di messaggistica.
    I classici social network fanno così da tramite per una campagna di pubblicizzazione più pervasiva su un’altra piattaforma.

    Le iniziative pubblicitarie su Whatsapp possono risultare persino più incisive perchè permettono un dialogo più diretto con l’utente , sul modello one-to-one. Il cliente si sente maggiormente coinvolto ed più facile prevedere un suo processo di fidelizzazione.
    Si possono creare giochi a premio, coinvolgere più utenti contemporaneamente, veicolare video ed immagini.
    Si tratta di iniziative già sperimentate con successo da molte aziende internazionali e destinate a crescere col passare del tempo.

    In generale, i social media sono diventati uno strumento imprescindibile per il mondo del marketing, in quanto enormi contenitori di dati sulle preferenze dei consumatori. Gli Stati Uniti sono tra i principali promotori dell’utilizzo dei cosiddetti “big data” per iniziative di carattere commerciale, ma anche politico-elettorale.
    Questa via verrà intrapresa con maggiore frequenza anche dalle aziende europee ed italiane.
    E chissà che il modello di conversazione privata di Whatsapp non possa essere davvero la nuova frontiera della promozione dei prodotti. Il tutto a patto di non invadere eccessivamente la privacy  degli utenti e di rivolgersi a professionisti del settore dei social media.

     

     

     



  • L’agricoltura cooperativa fa parte della tradizione italiana. È il simbolo di quella parte di società che privilegia il rapporto con il territorio e la produzione locale.
    Le cooperative, da questo punto di vista, rappresentano il modello d’impresa migliore per veicolare il made in Italy e la genuinità dei prodotti della nostra terra.
    Ma la cooperazione agricola non è solo tradizione, fornisce anche un contributo essenziale al Pil nostrano.
    Le migliaia di imprese sociali distribuite su tutto il territorio sono uno delle poche realtà in crescita, una vera e propria eccezione in un tessuto economico ed imprenditoriale davvero in crisi.

    06112014La conferma dell’assunto appena esposto ci viene fornita dal Rapporto 2014 dell’Osservatorio sulla cooperazione agricola, presentano a Roma nella giornata di ieri.
    All’evento era presente anche il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, insieme ai vari rappresentanti di Agci-Agrital, Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare e Unicoop, ovvero le centrali di committenza promotrici dell’indagine.
    I dati emersi descrivono una situazione florida, con alcuni margini di crescita, soprattutto in relazione alle disparità territoriali riscontrabili anche nel settore dell’agricoltura.

    In tutto sono oltre 5.000 le imprese sociali agricole, 93.440 gli addetti per un totale di 35 miliardi di euro di fatturato, che corrisponde al 27% del valore dell’intero settore alimentare italiano.
    Numeri che raccontano alla perfezione il ruolo svolto dalla cooperazione agricola all’interno dell’agricoltura italiana. Basti pensare che nell’anno 2013, il fatturato complessivo delle imprese sociali agricole è aumentato del 5,8% rispetto all’anno precedente.
    Nello stesso periodo di tempo il fatturato dell’alimentare italiano cresceva solamente dell’1,5%.
    La cooperazione agricola nostrana cresce ad un ritmo superiore rispetto alle altre realtà del settore ed è in generale uno dei comparti più dinamici dell’economia italiana.

    Merito di una strategia ben precisa che premia innanzitutto il made in Italy. Il prodotti alimentari italiani rimangono tra i più richiesti su scala mondiale. La svalutazione dell’Euro comporterà un’ulteriore richiesta dei beni agricoli nostrani, facendo crescere il numero di esportazioni.
    Dicevamo del made in Italy. Le materie prime utilizzate dalle cooperative sono di provenienza quasi esclusivamente italiana: il 73%, infatti, è di provenienza locale, il 26% nazionale e solo il restante 1% viene reperito all’estero.
    Il risultato è un prodotto estremamente richiesto sul mercato nostrano ed internazionale.
    Non a caso le cooperative sono dei veri e propri leader del settore per la produzione di vino, formaggi, latte fresco ed ortofrutta fresca e trasformata, facendo concorrenza a veri e propri colossi mondiali.

    Per quanto riguarda, infine, la collocazione geografica delle cooperative agricole italiane troviamo, ancora, una certa disparità tra Nord, Centro e Sud. Secondo il Rapporto 2014, il 45% di esse ha sede al Nord e generano l’82% del fatturato complessivo.
    Anche le dimensioni delle imprese sono maggiori nel Nord Italia (13 milioni di dimensioni d’impresa contro i 2mln del Sud), anche se nel Mezzogiorno si può riscontrare una crescita dimensionale negli ultimi anni, per via della crisi che ha costretto molte aziende a fondersi.



  • Il modello d’impresa americano, che ha permesso agli Stati Uniti di uscire dalla crisi ed intraprendere la strada della crescita, è fondato sulle piccole e medie imprese innovative.
    Certamente l’aiuto dello Stato e della Federal Reserve è stato importante, ma l’aver puntato sull’iniziativa privata e sui progetti ad alta tecnologia è stata una scelta tanto azzeccata quanto al passo con i tempi.
    Qual è, invece, la situazione europea? Gli stati appartenenti all’Eurozona presentano modelli di sviluppo diversi tra di loro. Se da una parte l’Europa del Nord viaggia al passo col tempo e con la tecnologia, non si può dire la stessa cosa per i paesi mediterranei, tra cui certamente va ricompresa l’Italia.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaEppure l’Unione Europea fornisce una serie di opportunità giuridiche e di finanziarie che potrebbero favorire lo sviluppo di start up innovative, con la conseguente implementazione di applicazioni, prodotti e servizi che potrebbero rendere più facile la vita dei cittadini.
    Il Sole 24 Ore fa il punto della situazione ed identifica problematiche ed opportunità del tessuto economico europeo in materia di start up d’impresa.
    La domanda di lavoro nel settore digitale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione TIC è in crescita del 3% ogni anno, mentre il numero di laureati in materie scientifico-informatiche è calato del 10% nel periodo di tempo compreso tra il 2006 ed il 2010. Secondo questi dati pare che nel 2020 i posti vacanti in questo settore possano diventare addirittura 900.000.

    Cresce, dunque, l’esigenza di innovazione, ma manca forse la voglia di mettersi in discussione e di presentare nuove idee. Difficile stabilirlo con certezza.
    Un aspetto, invece, è palesemente latente: non c’è un’adeguata pubblicità sulle opportunità che il settore offre in termini di finanziamenti europei.
    L’Italia, da questo punto di vista, è distante anni luce anche dalle altre realtà continentali. I costi ed i tempi burocratici per aprire una nuova impres sono ancora enormi.
    Un contesto normativo, fiscale ed amministrativo di questo tipo scoraggia gli investitori e mortifica le idee.
    Ci sono tuttavia una serie di iniziative documentate da Il Sole 24 Ore e consultabili anche sul sito dell’Agenda digitale europea 2020.

    L’Unione Europea innanzitutto fornisce assistenza ai piccoli imprenditori sui passi necessari per poter formare una start up.
    Ci sono una serie di step imprescindibili, che contemplano la presentazione di un progetto dettagliato e realmente innovativo che consenta alle imprese nascenti di poter accedere ai finanziamenti e alle garanzie delle istituzioni europee e delle banche.
    Tra i finanziamenti disponibili per le start up che si occupano di web e dell’implementazione di nuove applicazioni c’è, ad esempio, il fondo Fiware che mette a disposizione delle imprese migliori 80 milioni di euro.
    Ci sono poi settori ad alto rischio di fallimento, per cui sono pochi gli imprenditori che decidono di mettersi in gioco considerate le scarse possibilità di successo.
    Per questo tipo di attività l’Unione Europea ha messo a disposizione il piano Fet che contempla l’erogazione di 154 milioni di finanziamenti. Nel 2015 ci saranno due bandi per poter accedere a queste risorse, uno il 31 Marzo l’altro il 29 settembre.
    Per le piccole e medie imprese, infine, Horizon 2020 mette a disposizione 500 milioni con l’obiettivo di aiutare le piccole realtà a commercializzare i propri prodotti e a sviluppare le proprie idee.
    Ci sono anche il fondo Cosme ed Eurostar, ovvero dei piani di investimento di miliardi euro che coprono il periodo di tempo 2014-2020.
    L’intento dell’Agenda digitale europea 2020 è arrivare tra qualche anno ad avere un tessuto economico realmente competitivo con i colossi tecnologici asiatici ed americani.
    La sfida è complessa, ma le opportunità esistono e vanno conosciute.



  • I numeri sul mondo del lavoro sono preoccupanti e lo saranno probabilmente anche per i prossimi due anni.
    La speranza è che il nuovo contratto a tutele crescenti possa far gola ai datori di lavoro, contribuendo alla diminuzione del tasso di disoccupazione.
    Ad ogni modo iniziano ad arrivare buone notizie dalle Agenzie per il Lavoro. Sappiamo benissimo come il settore delle politiche attive per il lavoro e i servizi di collocamento siano estremamente deficitari nel nostro paese.
    I cittadini faticano a trovare un’occupazione attraverso il tramite dei centri per l’impiego o delle Agenzie.

    DipendentiQueste ultime, però, ci forniscono dei dati interessanti in relazione al 2014. Nell’ultimo anno, infatti, gli occupati medi mensili attraverso le agenzie sono stati 298.556, in crescita dell’8,6% rispetto al 2013.
    I valori tendenziali, ovvero il confronto tra Dicembre 2014 e Dicembre 2013, parlano di una crescita addirittura del 10,5 %, per un totale di 308.000 nuovi assunti attraverso le agenzie nel solo mese conclusivo dell’anno.
    C’è, dunque, un’azione più incisiva nel collocare gli italiani all’interno del mondo del lavoro, anche se i dati sull’occupazione sembrano non riscontrare queste variazioni positive.

    Senza dubbio il Governo dovrà intervenire con forza sulle politiche attive per il lavoro. L’esempio di Garanzia Giovani è sotto gli occhi di tutti.
    I Centri per l’Impiego non riescono a smistare con efficienza e tempismo le migliaia di domande ricevute: mancano probabilmente le risorse e soprattutto non c’è il personale adeguato, vista la complessità del settore.
    Una vera riforma del mercato del lavoro deve contemplare anche l’esistenza di enti intermedi che possano fare da tramite tra le imprese e gli aspiranti lavoratori. Senza di essi gli incentivi previsti e le nuove forme contrattuali rischiano di rivelarsi degli strumenti inefficaci o rivolti a poche fortunate persone.



  • L’Osservatorio JobPricing rivela alcune caratteristiche e tendenze di breve periodo degli stipendi degli italiani.
    Sono moltissimi gli aspetti interessanti desumibili dall’indagine svolta.
    Si possono, innanzitutto, verificare le differenze reddituali in base alle mansioni svolte, al territorio, all’età e al genere.
    Ne viene fuori una realtà dove il divario economico tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno diventa sempre più ampio.

    spese condominialiIl primo dato che balza agli occhi è lo stipendio medio percepito da un dirigente e da un operaio. Mentre quest’ultimo si attesta sui 23.913 euro, i dirigenti percepiscono in media 107.021 euro, praticamente quattro volte tanto. La categoria dirigenziale va considerata come una vera e propria realtà privilegiata, se pensiamo inoltre che solamente l’1,2% degli italiani guadagna più di 100.000.
    La maggior parte dei lavoratori, invece, (75%) percepisce uno stipendio compreso tra i 18 ed i 35mila euro; in generala la media degli stipendi italiani è di 28.977 euro.
    C’è, dunque, una sproporzione crescente che è destinata con ogni probabilità ad aumentare col passare degli anni.

    Impressionano in egual modo le disparità generazionali. La maggior parte dei paesi europei contempla una crescita dei salari nei primi dieci anni di attività, salvo poi presentare una contrazione dopo che il dipendente ha compiuto 50 anni e si avvicina dunque alla fine del proprio rapporto di lavoro.
    In Italia la situazione è inversa. I cosiddetti scatti di anzianità consentono ai lavoratori di guadagnare in misura maggiore col passare degli anni; i giovani, di converso, guadagnano una cifra esigua: 22mila euro di media contro il 26-27 mila euro dei pari età francesi e tedeschi.
    C’è, dunque, una scarsa indipendenza economica per chi si è appena affacciato al mondo del lavoro.

    Lo stesso sguardo negativo interessa i lavoratori del Sud Italia, i quali percepiscono degli stipendi nettamente inferiori rispetto a quelli dei propri connazionali settentrionali (19,8% la differenza tra Nord e Sud).
    Da questo punto di vista influisce certamente il tessuto economico del Nord Italia, con molte aziende che offrono posti maggiormente remunerativi. Il divario, però, tra la regione con gli stipendi medi più alti (la Valle d’Aosta) e quella con le retribuzioni più basse (la Calabria) è impressionante.
    I lavoratori valdostani guadagnano in media 31.559 mila euro, mentre in Calabria lo stipendio medio si aggira attorno ai 22.555 euro.

    Il confronto con gli altri paesi europei è invece più incoraggiante se guardiamo alla situazione di genere. L’Italia si trova al quarto nella Gender Salary Cup, ovvero la classifica che misura le differenze retributive di genere; tuttavia continuano ad essere troppo poche le donne che occupano posti di livello dirigenziale (29%) ed il divario tra lo stipendio medio di un uomo e quello di una donna è di circa duemila euro.
    Per quanto riguarda, infine, i settori più pagati sono quelli dei servizi bancari e finanziari (41.104 euro), mentre nelle ultime posizioni troviamo agricoltura, allevamento e pesca (22.315 euro), dove, però, è maggiore la presenza di operai e dunque si può spiegare anche in questo modo il notevole divario tra i settori appena elencati.



  • Il 2014 è stato un anno negativo per l’Italia. Il Pil ha fatto registrare ulteriori segni di contrazione e soprattutto i livelli di disoccupazione hanno raggiunto minimi storici.
    In un periodo di congiuntura negativa, c’è spazio, però, per qualche raggio di sole dato dal commercio estero.
    La progressiva svalutazione dell’Euro ha portato dei benefici all’economia italiana. Il basso costo della moneta unica ha reso i prodotti nostrani estremamente appetibili sui mercati esteri, specie in quello americano.
    L’economia statunitense vive un periodo di rapida crescita: sono aumentati, ad esempio, i consumi e con essa è cresciuta la domanda di beni.
    Gli Stati Uniti devono così rivolgersi anche ad altri mercati: i prodotti italiani sono molto richiesti oltreoceano e non è un caso che le attività commerciali tra Usa ed Italia si siano notevolmente intensificate nell’ultimo anno.

    Cooperative decorrenza del termine per l'opposizione alla delibera di esclusione del socioLo riporta anche l’Istat attraverso i dati sul commercio estero del nostro paese nel mese di dicembre.
    In generale l’export è cresciuto del 2,6% rispetto a novembre, con una variazione positiva maggiore delle attività verso i paesi extra Ue (3,2%).
    Sono diminuite, invece, le importazioni (-1,6%). Diventa, infatti, sempre più sconveniente acquistare merci da paesi esteri, visto il rapporto poco favorevole con monete come il dollaro.
    La decrescita dell’import è, infatti, da addebitare esclusivamente alle operazioni commerciali con l’area extra Ue (-3,7%).

    I dati congiunturali rispecchiano una tendenza più ampia. Il confronto con Dicembre 2013, infatti, ci racconta un aumento delle esportazioni ancora più marcato (+6,3%) ed una corrispettiva variazione negativa delle importazioni (-1,3%).
    In generale l’intero anno 2014 ha visto una crescita abbastanza importante dell’export, attestabile attorno al +2,0%, al netto di una diminuzione dell’import pari al -1,6%.

    Ma quali sono stati i mercati più attratti dai prodotti italiani e quali sono, invece, le merci maggiormente vendute all’estero?
    Il saldo migliore lo troviamo con il Belgio (+15,7%), ma crescono a dismisura anche le esportazioni verso gli Stati Uniti (+10,2%) e la Polonia (+9,9%).
    Subiscono, invece, un drastico ridimensionamento le operazioni commerciali in entrata da quei paesi interessati dalla crisi energetica, come quelli appartenenti all’Opec (-29,4%) o la Russia (-20,0%).

    Un settore particolarmente in crescita è quello delle automobili. Più volte abbiamo sottolineato la chiara fase di ripresa attraversata da Fiat-Chrysler, un aumento degli ordinativi che ha permesso ad Fca di assumere nuovi addetti nello stabilimento di Melfi e di implementare la produzione dei nuovi autoveicoli.
    I dati Istat confermano questa tendenza: nel 2014 la crescita più imponente delle esportazioni è avvenuta nel settore degli autoveicoli (+10,0%), mentre per effetto della crisi energetica hanno avuto una flessione drastica le importazioni di materie prime. quali gas naturale (-35,8%) e petrolio greggio (-31,7%).



  • La lotta all’evasione fiscale deve essere un principio guida dell’azione governativa.
    L’esecutivo Renzi ha in mente una serie di provvedimenti che colpiscano severamente gli evasori.
    Uno degli strumenti più efficaci per ridurre il fenomeno elusivo è incentivare l’uso della moneta elettronica al posto dei contanti. In questo modo si garantirebbe una maggiore tracciabilità del denaro e l’eliminazione di alcune pratiche elusive.

    DENAROAll’interno dei decreti attuativi della delega sul fisco internazionale, l’esecutivo inserirà un’imposta di bollo proporzionale ai versamenti in banca superiori ai 200 euro.
    I cittadini saranno così incentivati ad utilizzare gli accreditamenti elettronici ogni qualvolta dovranno depositare denaro sul proprio conto corrente.
    Il discorso diventa ancora più complesso ed innovativo per i commercianti.
    Entro il 2017, infatti, dovranno dire addio al “vecchio” scontrino di carta: tutti i ricavi giornalieri superiori ai 200 euro dovranno essere comunicati esclusivamente per via elettronica.

    Ancora oggi sono molti gli esercizi commerciali non dotati di strumenti di pagamento come Bancomat o similari. Non è un caso, infatti, che l’Italia si trovi all’ultimo posto per pagamenti elettronici. Una classifica certo non meritoria nell’epoca delle tecnologia e della rete Internet.
    Il passaggio dal contante alla carta di credito, dunque, sarà estremamente difficoltoso per molti cittadini.
    Saranno contenti, al contrario, gli istituti bancari, i quali vedranno crescere notevolmente le proprie attività finanziarie. La speranza, però, è che allo stesso tempo diminuiscano le tariffe bancarie.
    Anche su questo versante l’Italia fa registrare dei dati negativi, collocandosi al primo posto in Europa per commissioni bancarie.
    Incentivare gli strumenti di pagamento elettronico è senza dubbio un passo doveroso per combattere l’evasione fiscale. A pagare, però, non devono essere solo i contribuenti onesti.
    La riforma del fisco deve, dunque, interessare anche gli istituti bancari, obbligandoli a calmierare le tariffe e consentendo così un passaggio dal contante alla carta di credito meno traumatico del previsto.



  • Lo avevamo anticipato nei giorni scorsi, oggi ne abbiamo avuto la conferma: i Gruppi parlamentari hanno approvato alcuni emendamenti al Decreto Milleproroghe che cambieranno nuovamente il quadro fiscale delle partite Iva.
    Più che di un cambiamento, però, si tratta di un ritorno al passato.
    Non ci sarà, infatti, l’aumento della contribuzione fiscale e previdenziale previsto all’interno della Legge di Stabilità.
    Le proteste delle associazioni di categoria hanno avuto gli esiti sperati.

    22102014L’emendamento Saltamartini, approvato dai gruppi parlamentari, ha bloccato l’aumento delle aliquote contributive per gli aderenti alle gestione separata Inps: l’esecutivo ha trovato una copertura di 120 mln che consentirà di fermare l’aliquota al 27,72%.
    Il Governo Monti aveva previsto una crescita graduale degli oneri contributivi per le partite Iva che li avrebbe portati a pagare il 33% nel 2018. La Legge di Stabilità approvata a dicembre ha confermato la nuova disciplina, salvo poi essere nuovamente rivista in questi giorni.

    Lo stesso discorso è valido per il regime dei minimi. Il decreto Milleproroghe modifica nuovamente il forfettario e lascia ai professionisti la possibilità di scegliere tra il vecchio ed il nuovo regime.
    Coloro che hanno aperto una partita Iva da meno di cinque anni o che hanno meno di 35 anni di età, potranno usufruire della tassazione agevolata.
    Con vecchia normativa il forfettario era del 5% per tutti i professionisti con un guadagno annuo inferiore ai 30.000 euro. La Legge di Stabilità ha, invece, innalzato l’aliquota al 15% e abbassato il reddito a 15.000 euro per i giovani professionisti.
    Un aumento di questo rilievo avrebbe certamente portato molti freelance a chiudere la propria partita Iva ,dando così un colpo mortale ad una categoria in forte espansione negli ultimi anni.
    Almeno per il 2015, però, la stangata è scongiurata, in attesa di un cambiamento più profondo dell’intero quadro normativo e fiscale sulle partite Iva.
    Adesso il ddl dovrà essere approvato in Parlamento, dove è attesa una forte battaglia tra le forze di Governo e quelle di opposizione, dunque non sono esclusi ulteriori compromessi e modifiche della disciplina giuridica.



  • Il ritardo accumulato dall’Italia in materia di banda larga grida vendetta.
    Il nostro paese è agli ultimi posti tra i paesi europei ed è lontano anni luce dagli obiettivi posti dall’Agenda Digitale Europea.
    Secondo il piano continentale entro il 2020 tutta la popolazione deve avere un collegamento Internet di 30 mega e metà di essa deve possedere una connessione di 100 mega.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaImpossibile per l’Italia pensare di poter arrivare a questo obiettivo in così poco tempo. Colpa delle istituzioni italiane, restie per anni ad investire in innovazione e tecnologia, e degli investitori privati, molto attenti ai costi dell’operazione banda larga più che agli eventuali profitti.
    Certamente esiste un problema infrastrutturale nel nostro paese. Per avere una copertura ampia della connessione veloce bisogna effettuare lavori molto costosi su tutto il territorio nazionale.
    I privati non sembrano intenzionati ad accollarsi i costi di questa operazione.
    Ecco perchè il Governo proporrà una manovra che vedrà l’esborso di una notevole quantità di soldi pubblici.

    Si parla di circa 8 miliardi così ripartiti: 2,4 miliardi di euro di fondi comunitari Fesr e Feasr, 4 miliardi di fondi coesione e sviluppo stanziati dal governo ed infine altre due miliardi messi a disposizione da soggetti privati.
    A questi finanziamenti vanno aggiunte le agevolazioni fiscali previste nel decreto Sblocca Italia, con un credito d’imposta fino al 50% e che interesseranno le aree marginali e quelle a fallimento totale di mercato.
    Come riportato dal Corriere Economia, il territorio italiano, infatti, verrà diviso in quattro cluster in base alle possibilità remunerative dell’implementazione della banda larga. Oltre alle due già citate, ci sono anche le 15 maggiori città italiane, dove il profitto per gli operatori dovrebbe essere assicurato, e più di 1000 comuni ad attrattività variabile.
    La maggior parte degli investimenti pubblici interesserà le aree più svantaggiate, specie quelle del Mezzogiorno, mentre i finanziamenti privati interesseranno le grandi città.
    La speranza è che queste risorse vengano spese in maniera efficiente, perchè l’Italia non può più permettersi passi falsi in materia di banda larga.
    Vedremo quale sarà nel dettaglio il piano nazionale che verrà presentato venerdì in Consiglio dei Ministri.



  • Viene definita come la più grande “stabilizzazione di precari” nel settore della scuola: quella che ha in mente Matteo Renzi rischia di diventare una manovra estremamente discussa con effetti di grande rilievo sull’intero sistema scolastico.
    Il 27 febbraio dovrebbe essere approvato in Consiglio dei Ministri un decreto che sancirà l’assunzione di circa 140mila insegnanti.
    Il Ministero dell’Istruzione sta ancora studiando le modalità di un provvedimento dalla dimensioni mastodontiche.
    Ma c’è chi esprime il proprio parere negativo. Tra questi c’è la Fondazione Agnelli, che attraverso un documento redatto in questi giorni esprime tutto il suo disappunto.

    La “maxi-assunzione” dei precari non rispetterebbe, secondo la Fondazione, i canoni di qualità dell’insegnamento. Non vengono analizzati, infatti, i singoli profili professionali e non si valuta neppure il percorso svolto dai candidati.
    Ci sono molti soggetti, presenti in graduatoria, che nel frattempo hanno intrapreso nuove strade e adesso potrebbero decidere di accettare il nuovo posto di lavoro, alettati da un contratto a tempo indeterminato.
    Niente corsi di professionalizzazione o esperienza sul campo, il tutto a discapito della qualità della didattica.

    Difficile dare torto alla Fondazione Agnelli. Certamente il mondo dei precari del settore scolastico aveva bisogno di una scossa dopo anni di immobilismo. Immobilismo che potrebbe ripresentarsi, però,  nei prossimi anni.
    Una volta effettuate, infatti, tutte queste assunzioni, sarà difficile inserire i neo-laureati all’interno del sistema.
    Si rischia così di creare un settore poco flessibile, di scarsa qualità e poco funzionale alle esigenze della scuola.
    Ci sono alcune cattedre letteralmente scoperte e determinate zone geografiche che manifestano gravi carenze di insegnanti.
    Il rischio è un sovraffollamento di professori in territori circoscritti ed in materie specifiche.
    Ma poniamo alcuni esempi concreti.

     

    classe-banchiCi sono oltre 3.000 insegnanti in graduatoria di economia e materie giuridiche. In questo momento il fabbisogno di questa classe è limitato a circa 200/400 unità.
    Per avvantaggiare il turnover in questo settore, il ministro dell’Istruzione Giannini inserirà nelle scuole superiori l’insegnamento di queste materie per una o due ore a settimana.
    La situazione è ancora più complessa per le cattedre di matematica. Mentre per le materie letterarie c’è un eccesso di offerta, non si può dire lo stesso per quelle scientifiche, in particolar modo per la matematica.
    In questo caso la richiesta di cattedre è superiore alla disponibilità, ragion per cui è difficile attuare un turnover effettivo. Più in generale c’è un deficit degli studenti italiani nelle materie scientifiche che andrà affrontato attraverso una maggiore qualità dell’insegnamento.

    Gli scompensi dati dalle nuove assunzioni sono estesi anche ai singoli territori. La maggior parte dei precari, infatti, verrà assunta al Sud, basti pensare che solo in Sicilia ci sono oltre 20 mila precari.
    Questa cifra cozza con il numero di studenti nel Mezzogiorno, dato in netto calo in base alle ultime elaborazioni.
    La scelta del Governo, allora, dovrebbe essere di dirottare questi insegnanti verso le zone più svantaggiate del Sud, provando ad incentivare la qualità anche nei territori più disagiati.
    Bisogna chiedersi, però, se di vera qualità trattasi. Su questo il Governo dovrà interrogarsi ed attuare la “mega-assunzione” con modalità che valutino i singoli profili professionali e le effettive esigenze territoriali.