• I dati sono relativi all’anno 2013, ma rimangono comunque inquietanti. Le elaborazioni fornite dall’Istat sul Pil pro capite raccontano un’Italia con notevoli diseguaglianze tra Nord e Sud e con un impoverimento generale della propria popolazione.
    Nulla che non fosse già a conoscenza dei cittadini, ma analizzare nel dettaglio i dati ci aiuta a capire l’entità delle storture dell’economia italiana.

    notifica_postaNel 2013 il Pil pro capite del Meridione è pari a 17,2 mila euro, mentre quello della macro-regione italiana più ricca, ovvero il Nord Ovest, è di 33,5 mila euro. Una differenza enorme (il dato del Sud è inferiore del 45,8% rispetto a quello del Nord Ovest) tra due realtà operanti sotto la stessa bandiera.
    Il divario non è inferiore se rapportato ad altre aree del nostro paese. Il Pil pro capite del Nord Est, ad esempio, è di 31,4 mila euro, mentre quello del Centro è di 29,4 mila euro.
    Il Meridione si conferma, dunque, il fanalino di coda dell’Italia e, cosa ancora più grave, la differenza tra Nord e Sud sembra destinata ad allargarsi piuttosto che a restringersi.
    In un contesto, come quello italiano, che fatica a competere su scala globale, troviamo una realtà interna che si rivela incapace di stare al passo con il resto del paese e di colmare il gap accumulato in anni di storia.

    Se analizziamo i dati nel dettaglio, troviamo disparità ancora più marcate tra le regioni del nostro paese.
    Un dato emblematico viene dal confronto tra i territori più ricchi (la provincia autonoma di Bolzano e la Lombardia) e quelli più poveri (la Calabria).
    Il Pil pro capite della regione calabrese è di 15,5 mila euro, dunque sotto la media dell’intero Meridione.
    Quello della provincia di Bolzano è, invece, pari a 39,8 mila euro, il 61% in più rispetto al dato calabrese.
    La situazione, dunque, è drammatica, senza voler forzare i termini.

    Il reddito percepito dai cittadini subisce, inoltre, il peso della tassazione. Sempre secondo i dati forniti dall’Istat, il costo medio di un lavoratore dipendente per un’impresa è di 30.953 euro l’anno.
    Di questa cifra solo il 53,3%, ovvero 16,498 euro, rappresenta la retribuzione netta del lavoratore. Tutto il resto viene pagato dal datore di lavoro o dal dipendente sotto forma di contributi sociali o altro tipo di imposte.
    La liquidità a disposizione dei cittadini è, dunque, abbastanza bassa.
    Non a caso, sempre l’Istat ha calcolato che il 25,8% degli italiani percepisce un reddito lordo annuo inferiore ai 10mila euro ed il 54% guadagna una cifra compresa tra i 10.000 ed i 30.000 euro l’anno.
    Questi dati testimoniano perfettamente l’impoverimento complessivo generato dalla crisi, che riguarda trasversalmente tutto il mondo ed interessa da vicino l’Italia e le sue macro-regioni più arretrate come il Mezzogiorno.



  • Urge una svolta nel rapporto tra banche ed imprese.
    Lo sa il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che, infatti, ha già pronta una legge sul sistema bancario che possa agevolare i prestiti alle imprese.
    La soluzione è al vaglio da tempo e, come riporta il quotidiano La Stampa, è stata presentata dallo stesso Padoan ai vertici della Commissione europea per valutarne la fattibilità.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaIl provvedimento riguarderebbe il cosiddetto “Bad bank di sistema”, ovvero tutti quei crediti deteriorati e ormai inesigibili da parte delle banche. Il Governo vorrebbe cancellare questo tipo di crediti, liberando così gli istituti finanziari di un importante fardello.
    Si pone, però, un problema di natura economica e politica. Una legge “salva banche” potrebbe essere configurata come un vero e proprio aiuto di stato al mondo della finanza e dunque proibito dalla istituzione europee.
    Per questo motivo Padoan ha sondato il terreno con la Commissione, la quale sembra non aver posto un veto assoluto.
    Dipenderà dalle modalità di attuazione della legge. Un aspetto, quest’ultimo, che sarà rilevante anche per la valutazione politica del provvedimento all’interno del nostro paese.
    Un aiuto statale alle banche non verrebbe visto di buon occhio da parte di molte forze politiche presenti in Parlamento ed in generale verrebbe osteggiato da una gran parte della società italiana.

    L’idea del Governo, dunque, è di coinvolgere direttamente gli istituti finanziari nei costi dell’operazione: lo Stato li aiuterà attraverso dei prestiti, ma dovranno essere puntualmente restituiti.
    Il “Bad bank di sistema” ha frenato per molto tempo il sistema creditizio italiano, rilegandolo in una posizione di immobilismo ormai insostenibile. Per avviare il processo di crescita non bastano solo fattori congiunturali esterni positivi, come la svalutazione dell’Euro, il quantitative easing ed il crollo del prezzo del petrolio.
    Ci vuole un meccanismo di prestiti agevolati per le imprese, che renda le aziende più protette nell’esercizio della propria attività imprenditoriale e non soggette ai cicli economici.



  • Tra qualche ora inizierà il G-20, la riunione tra i paesi più industrializzati al mondo. Nel frattempo l’Ocse, alla vigilia di questo importante appuntamento, ha pubblicato lo studio “Going for Growth”, ovvero il suo rapporto annuale sulle riforme strutturali degli Stati industrializzati.

    caschetto lavoroUn posto rilevante viene riservato all’Italia e ai primi provvedimenti del Governo Renzi. Su tutti viene posta particolare attenzione sul Jobs Act.
    La tanto discussa riforma del mercato del lavoro viene valutata positivamente dall’Ocse.
    L’aumento della flessibilità all’interno del rapporto del lavoro creerebbe un maggiore dinamismo nel settore occupazionale. Il concetto di posto di lavoro fisso viene meno: la sicurezza si sposta, infatti, dal rapporto contrattuale al reddito del dipendente.
    L’abolizione dell’istituto del reintegro per alcune fattispecie di licenziamenti individuali e collettivi viene colmata, appunto, da un indennizzo, che rende più certa la disponibilità economica dei lavoratori e più flessibili le assunzioni e le interruzioni dei rapporti lavorativi.
    L’Italia, però, deve fare di più anche da questo punto di vista. Secondo l’Ocse sono necessarie ulteriori riforme che incentivino le protezioni sociali per i lavoratori e le politiche attive.
    Soprattutto su quest’ultimo versante il nostro paese fa registrare un grave deficit nel confronto con altre realtà, come quella tedesca, dove il sistema di collocamento e di formazione professionale è estremamente efficiente.
    Imprese ed istituzioni devono collaborare di più e meglio, per potere creare un sistema effettivamente dinamico ed efficiente.

    Il giudizio dell’Ocse  copre anche altri settori della società italiana. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico esprime, ad esempio, un parere negativo sul nostro sistema scolastico e fiscale.
    L’Ocse suggerisce una più approfondita valutazione degli insegnanti e soprattutto auspica una riforma del mondo universitario, con annessa rimodulazione delle rette accademiche. Le tasse universitarie dovrebbero essere più alte e dovrebbe essere implementato un meccanismo di prestito agli studenti con rimborso basato sul reddito.
    L’Ocse pone la sua attenzione, infine, sul sistema fiscale italiano. Il nostro paese necessita una diminuzione delle imposte sui servizi e sul lavoro: solo così potranno ripartire investimenti e consumi.
    Lo Stato può recuperare risorse attraverso una più aspra lotta all’evasione fiscale ed una legislazione più chiara e stabile, che incentivi le aziende ad investire sul territorio italiano.


  • europa bce

    Italia promossa a metà. È questo il bilancio che viene fuori dalle stime della Commissione europea.
    Bruxelles ha comunicato le proprie previsioni sul prossimo triennio in Italia e in Europa, rivedendo in alcuni casi i dati comunicati nel mese di Novembre.
    Ci sono segnali positivi per il nostro paese in relazione al debito pubblico e al Pil, meno incoraggianti, invece, le proiezioni sulla disoccupazione e l’inflazione.
    Ma procediamo con ordine.

    eurogruppoPer quanto riguarda il Prodotto Interno Lordo, le stime della Commissione sono rimaste invariate rispetto a quelle emesse a Novembre: nel 2015 il PIl dovrebbe crescere dello 0,6%.
    Vengono riviste, invece, in positivo le stime per l’anno 2016 (+1,3% contro il +1,1%).
    Il processo di crescita sarà favorito dall’aumento delle esportazioni, legato principalmente ad un dollaro sempre più forte. I prodotti italiani, infatti, trovano negli Stati Uniti un mercato proficuo.
    Ecco perché le imprese nostrane che realizzano una quota rilevante delle loro attività commerciali negli Usa potranno avere enormi benefici dalla svalutazione dell’Euro, compensando così la scarsezza della domanda interna.
    I segnali positivi arrivano anche dal debito pubblico. Secondo la Commissione il rapporto deficit/Pil scenderà progressivamente: nel 2014 il rapporto è del 3% ed arriverà al 2,6% nel 2015 e al 2,0% nel 2016.
    Le riforme proposte dal Governo nella Legge di Stabilità vengono, dunque, valutate positivamente sul piano degli obiettivi contabili.  Non è un caso che le previsioni antecedenti al Ddl dessero un rapporto deficit/Pil più alto (2,7% nel 2015 e al 2,2% nel 2016).

    I dati più preoccupanti arrivano, invece, dal tasso di disoccupazione. Il mondo del lavoro rimane uno degli ambiti dove l’Italia si trova più indietro rispetto agli altri paesi dell’Eurozona.
    La Commissione prevede una disoccupazione al 12,8% nel 2015, addirittura in rialzo rispetto alla precedente elaborazione (12,6%).
    Evidentemente le istituzioni europee non vedono nel Jobs Act un’efficace soluzione al problema del lavoro, sicuramente non nel breve periodo.
    Anche l’Italia, infine, come molti paesi europei, conoscerà il peso della deflazione, passando da una situazione di inflazione debole (+0,2%) ad un vero e proprio calo dei prezzi (-0,3% nel 2015).
    Gli effetti del Quantitative easing, però, si faranno sentire a partire dal 2016, quando secondo la Commissione l’inflazione tornerà al 2%, ovvero sui livelli auspicati dalla Bce.



  • La deflazione è una realtà concreta per l’Italia e l’Europa. Non è un caso che la Banca Centrale Europea abbia deciso di attuare misure di politica monetaria espansiva con lo specifico intento di alzare il livello dei prezzi in tutti i paesi dell’Eurozona.

    L’obiettivo delle istituzioni europee è portare l’inflazione vicino al 2%. Ben lontana, dunque, rispetto ai valori prossimi allo zero di questi mesi.
    Anche l’Italia è protagonista di un andamento dei prezzi al ribasso, iniziato a fine 2014 e proseguito in questi primi giorni di 2015.

    Lo dimostrano i dati comunicati dal’Istat sull’Indice dei Prezzi al Consumo (NIC) nel mese di gennaio. Si tratta di elaborazioni provvisorie che raccontano di una variazione negativa sia su base mensile che su base annua.
    Nello specifico “l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,6% nei confronti di gennaio 2014 (a dicembre la variazione tendenziale era nulla)”.

    Analizzando i risultati nel dettaglio, il calo congiunturale dei prezzi è ascrivibile principalmente al ribasso delle materie prime (gas e petrolio su tutte). Il settore più colpito dal fenomeno deflazionistico è, infatti, quello dei beni energetici non regolamentati (-14,1% a gennaio rispetto al -8% di Dicembre).
    Anche il settore dei trasporti presenta un vistoso calo nell’aumento dei prezzi: si passa, infatti, dal +2,0% del mese di Dicembre al +0,2% di Gennaio.
    Il confronto rispetto ad anno fa mostra le medesime dinamiche. Il ribasso maggiore è rappresentato dal comparto dei Beni energetici non regolamentati (-6,3%),  dai Servizi Relativi ai Trasporti (-2,4) e dall’Energia Elettrica (-2,2%).
    È evidente, dunque, come il crollo delle materie prime abbia influenzato tutta l’economia italiana ed europea, incidendo su molti valori aggregati.

    A risentire maggiormente dalla spinta deflazionistica sono i prezzi dei beni (-1,5% contro il -0,8% di dicembre), mentre i prezzi dei servizi mantengono sempre valori positivi, seppur anche essi in calo (+0,5% rispetto al +1% di dicembre).
    L’Indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), infine, presenta un decremento del -2,4% su base mensile e del -0,4% su base annua. L’IPCA non tiene conto dei saldi invernali applicati nel settore dell’abbigliamento, di qui si spiega una variazione negativa congiunturale così ampia.   



  • Il 2015 sarà l’anno della nuova dichiarazione dei redditi
    L’intento del Governo è raggiungere un maggiore rigore fiscale, attraverso l’esatta identificazione dei patrimoni e dei redditi dei cittadini italiani. La compilazione della Certificazione unica potrà avvenire online.
    L’utente, attraverso la procedura guidata in rete, viene invitato ad inserire nel dettaglio tutte le proprie fonti di reddito.
    Il precompilato contiene una serie di novità: aumentano, ad esempio, le fattispecie reddituali ammesse e sono presenti tutte le agevolazioni fiscali introdotte dalla Legge di Stabilità e quelle già esistenti.
    Su tutti troviamo il bonus Irpef, le detrazioni sulla ristrutturazioni edilizie e sul risparmio energetico.

    21102014Un elenco, dunque, dettagliato che ha come obiettivo un’effettiva battaglia contro le mandaci dichiarazioni dei redditi e più in generale contro l’evasione fiscale.
    Il precompilato dovrebbe garantire rigore e semplificazione. Per quanto riguarda il raggiungimento del primo obiettivo dovremo aspettare ancora qualche mese per poter verificare gli effetti della Certificazione Unica 2015.
    Si pongono, invece, più evidenti problemi in materia di semplificazione.
    L’utente, infatti, non riesce a venire a capo delle numerosi punti presenti all’interno della dichiarazione Isee. Per questo motivo si rivolge ai centri di assistenza fiscale.
    Sono proprio i Caf a lanciare l’allarme. Più lavoro da svolgere in un tempo esiguo (le dichiarazioni devono essere comunicate all’Agenzia delle Entrate entro il 9 marzo), responsabilità immutate e risorse diminuite.

    I centri di assistenza fiscale chiedono un aumento delle tariffe. È stata addirittura paventata la possibilità di richiedere direttamente agli utenti il suddetto surplus (identificabile tra i 5 ed i 10 euro).
    In realtà si tratta di un servizio che i professionisti svolgono per lo Stato ed è ad esso che devono rivolgersi.
    Le istituzioni, però, fanno muro. Al contrario nella Legge di Stabilità è stato previsto un taglio di risorse per i Caf, credendo, probabilmente, che il precompilato avrebbe diminuito il carico di lavoro dei centri accreditati.
    La semplificazione, in realtà, sembra essere stata solo apparente. Le pagine da compilare sono molte, la complessità è cresciuta e con essa è aumentato il carattere dettagliato delle informazioni richieste.
    Vedremo se il panico generato dal nuovo precompilato riguarderà solo i primi mesi e se in futuro porterà quei vantaggi sperati in termini di semplificazione, digitalizzazione e rigore fiscale.



  • Il mondo delle cooperative può offrire tante risorse anche ai paesi in via di sviluppo.
    È questa la convinzione dell’Alleanza delle cooperative italiane, presente all’incontro “Private Sector for Development: opportunità e impegno delle Cooperative Italiane nella Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo”.
    Il modello di democrazia economica portato avanti dalle imprese sociali può essere uno strumento di crescita per i tanti paesi del mondo che ancora devono combattere con la fame e la povertà.

    confcooperativeI principi fondanti delle cooperative sono lontani dalle logiche egoistiche delle multinazionali, che non hanno fatto altro che acuire il gap tra mondo occidentale e Terzo Mondo.
    Risulta quanto mai necessario un modello economico diverso, più vicino alle esigenze e ai valori delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo.
    L’impresa cooperativa, grazie ai valori di mutualità, solidarietà e radicamento nel territorio, può rappresentare un esempio per i Paesi partner” dichiara Rosario Altieri presidente dell’Alleanza delle Cooperative italiane “la Cooperazione italiana, si candida a svolgere un ruolo determinante nell’elaborazione e nella realizzazione di progetti di sviluppo dei Paesi più poveri al fine di garantire alle popolazioni del mondo intero, non solo il diritto alla sopravvivenza, ma quello ad una vita che riconosca e salvi, appunto, la dignità della persona”. 

    Diritto alla vita e alla dignità umana, due principi fondanti di tutte la costituzioni mondiali, ma spesso calpestati per ragioni di natura prettamente politica ed economica. Come sottolinea Gardini, presidente di Confcooperative, le imprese non riescono più a soddisfare il fabbisogno alimentare di queste popolazioni.
    Un divario tra domanda e offerta che cresce di circa il 2% ogni anno. Il mondo, dunque, diventa sempre più povero, come dimostrano le recenti elaborazioni che prevedono un 2016 con l’1% della popolazione mondiale più ricca del restante 99%.
    E allora come risolvere questo problema? Gardini trova delle risposte in un utilizzo più parsimonioso delle risorse a disposizione: “Non solo dobbiamo produrre di più, attraverso criteri di sostenibilità ambientale, ma abbiamo bisogno di un’educazione al consumo che aiuti a evitare gli sprechi. A Expo, dove l’Italia offrirà al mondo la sua visione, vogliamo rappresentare un modello di sviluppo sostenibile per l’ambiente, le persone e le aziende agricole, in una prospettiva complessiva che veda la persona al centro del modello”.
    L’uomo, dunque, prima di tutto. Lo spirito cooperativo può rappresentare, da questo punto di vista, la soluzione migliore: perchè cooperare significa aiutarsi a vicenda e sacrificare una parte di sè in nome delle esigenze altrui.

     



  • Doveva essere l’anno della rivoluzione digitale, rivoluzione evidentemente rinviata a data da destinarsi.
    Il 2014 dell’Italia delude sul piano dell’innovazione tecnologica. Certo, sono stati fatti dei passi avanti importanti sul piano della digitalizzazione della PA e della semplificazione di determinati settori della società.
    Ma non può e non deve bastare.

    banda largaLo dimostrano i dati Ookla sulla diffusione della banda larga. Una classifica che posiziona l’Italia agli ultimi posti tra i paesi europei, distante anni luce dalle vele spiegate con le quali viaggiano gli stati asiatici.
    Attraverso il Piano Nazionale Banda Ultralarga, l’Italia intende estendere la connettività a quelle zone che ne sono prive. Il 20 dicembre 2014 si è conclusa la consultazione pubblica, adesso gli operatori potranno mappare i territori e candidarsi per fornire loro la connettività.
    Il Piano è evidentemente ancora allo stato iniziale e l’Italia si trova nelle retrovie delle classifiche di settore.

    Secondo i dati ripresi da The Indipendent, i due paesi con una velocità di connessione maggiore sono Singapore con 104,42 Mps e Hong Kong 96,32 Mps.
    Tra i paesi europei l’Italia fa registrare il risultato peggiore (meno di 14 Mps) al pari di tutti i paesi balcanici. La Gran Bretagna, per fare un esempio, si attesta attorno ai 29,45 Mps ed è un dato valutato in maniera negativa dai media britannici. Meglio degli inglesi anche Francia, Svizzera, Svezia e soprattutto la Romania, con addirittura più di 50 Mps di velocità.
    Su ben altri livelli viaggiano gli Stati Uniti: Usa, Canada e Alaska fanno registrare una velocità media di 25 Mps su tutto il loro territorio. Se pensiamo alla grandezza degli Usa, paragonata a quella dell’Italia, diventa inevitabile riflettere sullo stato di arretratezza del nostro paese in materia di banda larga e di innovazione tecnologica.
    Perché se rivoluzione digitale deve essere, è bene velocizzare ritmi poiché il divario con gli altri paesi comincia ad essere importante.

     



  • Barack Obama ha deciso di uscire dal guscio e di giocarsi le ultime carte del suo secondo mandato presidenziale.
    Dopo la proposta di aumentare le tasse sui grandi capitali finanziari, si espone con una misura che colpirà principalmente le grandi imprese.
    Il presidente statunitense presenterà oggi il suo programma di bilancio al Congresso: un piano che intende recuperare risorse attraverso il prelievo fiscale ai danni degli istituti finanziari e delle aziende più grosse.
    Queste ultime, in particolare, potrebbero essere oggetto di una tassa del 19% sugli utili ottenuti all’estero e di un’altra del 14% sui profitti generati al di fuori degli Stati Uniti.
    Due imposte che evidentemente andranno a colpire i grandi colossi americani che hanno sede negli Usa ma che svolgono un gran mole delle proprie attività commerciali all’estero.
    Il riferimento è a Apple, McDonald ed altri grandi gruppi imprenditoriali.

    obamaIl crollo dell’euro nel cambio con il dollaro ha penalizzato queste imprese, facendo diminuire in maniera evidente il proprio fatturato. Una tassa come quella proposta da Obama rischia di creare gravi scompensi all’attività commerciale estera di tali aziende.
    Rimane comunque difficile che Obama possa attuare la sua proposta di bilancio. Il Congresso a maggioranza repubblicana porrà dei veti pesanti all’attività riformista del presidente americano.

    L’intento di Obama è di reinvestire i capitali guadagnati attraverso questa manovra in opere di natura infrastrutturale.
    Finita la recessione, dunque, è tempo di tornare a crescere. Per farlo il leader democratico vuole aumentare la spesa pubblica.
    Di qui la scelta di drenare risorse verso il ceto medio, implementando gli strumenti di welfare in possesso dello Stato.
    Tra i provvedimenti proposti c’è l’estensione dei college gratuiti ad una fascia di popolazione più ampia e la copertura finanziaria dell’aspettativa per i padri di famiglia.
    L’impressione è che Obama voglia in qualche modo mettere pressione ai Repubblicani. Il presidente degli Stati Uniti è consapevole di non poter portare a termine tutti questi interventi, ma vuole ottenere una mediazione che migliori le condizioni di vita di un ceto medio sempre più impoverito.
    Anche il Partito Repubblicano dovrà tenere conto di questa grande fascia di popolazione, che rappresenta un enorme contenitore di voti per entrambi gli schieramenti politici statunitensi.



  • Gli effetti della crisi sono stati devastanti. Li respiriamo ogni giorno e li misuriamo con precisione attraverso le elaborazioni dei vari centri ricerca.
    L’ultima analisi in ordine di tempo è quella effettuata da Cerved e riportata da Il Sole 24 Ore.
    Il periodo preso in considerazione va dal 2008 al 2014, ovvero quello immediatamente successivo all’inizio della crisi economica negli Stati Uniti e alla sua conseguente propagazione negli stati europei.

    caschetto lavoroI numeri presentati da Cerved sono impressionanti.
    Negli ultimi sette anni l’economia italiana ha perso 980 mila addetti. Una cifra spropositata che racconta alla perfezione quale è stato l’impatto della crisi sul sistema produttivo italiano.
    Ma non è questa l’unica elaborazione inquietante. Ci sono anche i dati sui fallimenti delle imprese.
    Ogni anno migliaia di realtà imprenditoriali sono costretti a chiudere i battenti ed il 2014 è stato l’anno peggiore da questo punto di vista, con una percentuale di fallimenti in aumento del 10% rispetto all’anno precedente.
    La buona notizia, se così vogliamo chiamarla, è che si è trattato di aziende di piccole dimensioni.
    Dunque le ripercussioni sulla perdita di posti di lavoro non è stata eclatante: -0,5% nel confronto con il 2013.
    Si tratta di un dato parzialmente positivo, poiché frena l’impressionante emorragia di addetti disimpegnati da un anno all’altro.

    Se diamo uno sguardo al fatturato delle piccole e medie imprese la situazione non migliora certamente. Le Pmi in questi anni hanno perso 5,60% del loro fatturato; le piccole imprese sono state quelle più colpite dalla crisi con una variazione negativa attestata attorno al -8,70%.
    La zona maggiormente coinvolta è stata il Nord-Ovest, dove nel 2014 si è registrata la maggior quota di fallimenti ed una perdita complessiva di addetti stimabile attorno alle 56.000 unità lavorative.
    Regioni come il Piemonte contano di rilanciare la propria economia attraverso la ripresa del settore automobilistico, sfruttando il mercato americano ed il favorevole tasso di cambio euro/dollaro.
    Tra i settori più in crisi nell’ultimo anno vanno annoverati quello dei servizi e delle costruzioni. Quest’ultimo ha fatto segnare, nel 2014, una perdita del 22%.



  • Il 20 Febbraio il Governo presenterà i decreti attuativi sulla delega fiscale.
    Tanti i punti controversi. Uno su tutti riguarda la non punibilità dei reati finanziari sotto la soglia del 3% della base imponibile.
    Una norma definita da molti come un “salva Berlusconi” e che, con ogni probabilità, sarà oggetto di revisione.

    Vediamo, però, quali sono i punti cardine della delega sulla quale il Governo Renzi si gioca molto.
    Dopo l’appuntamento con l’elezione del Presidente della Repubblica e l’approvazione delle riforme istituzionali, il premier dovrà giocare una partita importante sull’asse Roma-Bruxelles.
    La riforma del fisco sarà, infatti, uno snodo cruciale per il giudizio della Commissione europea sul debito pubblico italiano. L’appuntamento è per il mese di Marzo, per allora dovranno essere presentati tutti i decreti attuativi della delega.

    TAXUno degli intenti del Governo in materia fiscale è semplificare il quadro normativo. Si vuole operare, infatti, nel senso di una maggiore certezza del diritto sui reati fiscali, ancora oggi oggetto di interpretazioni di carattere meramente soggettivo.
    Per questo motivo verrà rivista, ad esempio, la norma sull’abuso di diritto, uniformandola a quella sul reato di elusione.
    Diventano tre i presupposti necessari affinché si verifichi la suddetta fattispecie: l’assenza di sostanza economica nelle operazioni effettuate; la realizzazione di un vantaggio fiscale indebito, il quale dovrà essere, infine, l’unico obiettivo dell’azione elusiva.
    Il legislatore vuole rendere più chiara questa fattispecie, disciplinando nel dettaglio tutti i reati di natura fiscale.
    La certezza del diritto è, infatti, un presupposto fondamentale per gli investimenti esteri nel nostro paese. Troppo spesso l’apparato giudiziario ed amministrativo italiano ha frenato l’iniziativa privata, rendendo il sistema produttivo nostrano ancorato a vecchie logiche economiche e burocratiche.

    Un intervento importante in tal senso sarà anche l’ampliamento del ruling internazionale, che riguarda tutte quelle imprese che operano all’estero. Sarà possibile prendere accordi con le amministrazioni di riferimento in relazione ai prezzi di trasferimento, alla tassazione degli utile e alla quantificazione dei dividendi.

    Uno degli aspetti maggiormente innovativi delle nuova delega fiscale riguarda il cambiamento del sistema delle sanzioni sui reati fiscali. Come accennato in precedenza, questo è l’ambito più discusso del provvedimento.
    Viene innalzato, innanzitutto, da 50mila a 150mila il limite a partire dal quale scatta la sanzione per l’omesso versamento delle ritenute. La stessa ratio viene applicata alle evasioni nel pagamento dell’Iva e delle imposte sui redditi.
    Viene applicata una clausola di non punibilità qualora l’importo evaso non superi il 3% dell’Iva dovuta o della base imponibile dichiarata.
    Vedremo se il Governo modificherà quanto contenuto nelle bozze e se la Commissione valuterà positivamente l’azione riformatrice.



  • Sono disponibili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico le nuove domande di brevetto, marchio e disegno industriale.
    Il Mise mette a disposizione degli utenti una nuova procedura guidata, che consentirà ai cittadini di provvedere alla quantificazione e al pagamento delle tasse dovute tramite modello F24 e ad interagire rapidamente con l’Amministrazione.
    Il nuovo modulo online agisce nel senso della semplificazione, dell’abbattimento dei costi e della facilitazione dei rapporti tra P.A. ed utenza privata.

    parità di trattamentoLe domande sono a disposizione a partire dalla giornata odierna. Uno degli obiettivi del Ministero dello Sviluppo Economico è aumentare la competitività delle piccole e medie imprese italiane, valorizzandone i prodotti originali.
    I nuovi modelli sul pagamento dei diritti e le tasse sui titoli della proprietà industriale vogliono, infatti, combattere la contraffazione dei brevetti, rendendo il mercato italiano realmente innovativo e sottoposto a rigidi controlli.
    L’auspicio del Mise è una crescita dei brevetti, sia in termini di quantità che soprattutto di qualità.

    I pagamenti potranno essere effettuati tramite il modello F24 “Versamenti con elementi identificativi” o “ F24 Enti pubblici”, dei diritti relativi ai titoli di proprietà industriale e le tasse sulle concessioni governative sui marchi, connessi alla nuova modalità di deposito telematico.
    Quanto all’F24 “Versamenti con elementi identificativi” vengono stabiliti anche i relativi codici per poter effettuare il pagamento:

    • C300» denominato «Brevetti e Disegni – Deposito, Annualità. Diritti di opposizione. Altri tributi»;
    • «C301» denominato «Annualità Convalida Brevetto Europeo»;
    • «C302» denominato «Marchio – Primo Deposito, Rinnovo».