• Il mese di gennaio 2015 rischia di passare alla storia come il mese della svolta, in un senso o in un altro, per l’Unione Europea.
    In fondo c’era da aspettarselo, con l’Eurozona in piena recessione, l’Euro ai minimi storici ed un processo di deflazione sempre più forte.
    Il tutto accompagnato dalle elezioni greche, vero e proprio spartiacque del futuro ellenico nell’Unione.
    I segnali sono chiari ed inequivocabili. L’Europa del mese di gennaio è un’istituzione diversa nei contenuti e nelle dinamiche politiche.
    Lo dicono le manovre economiche e lo dice anche un quadro geo-politico parzialmente ribaltato. La Germania di Angela Merkel, per fare un esempio, fatica a trovare alleati, passando da una posizione egemone ad un arretramento palese e palpabile.

    tsiprasSyriza, il partito di estrema sinistra guidato dal Alexis Tsipras, ha vinto le elezioni politiche greche. Risultato previsto e prevedibile, visti i sondaggi. L’entità del successo è stata, però, ancora più ampia di quanto raccontavano le aspettative della vigilia.
    Un 36% di consensi che assicurerà a Tsipras 149 seggi, due in meno rispetto alla maggioranza necessaria per governare in maniera autosufficiente. E allora si dovrà ricorrere alle alleanze scomode, che potrebbero ostacolare gli intenti riformatori di Syriza.

    Al di là del dato legato alla situazione contingente greca, bisogna analizzare il quadro politico in maniera più ampia.
    Tsipras porterà in sede europea istanze diverse rispetto al governo precedente. Le sue rassicurazioni sulla permanenza ellenica all’interno dell’Eurozona, non cambiano la realtà emergente.
    La Grecia chiederà subito una revisione del proprio debito con le istituzioni europee, rifiutando in maniera netta le politiche di austerity imposte dall’Ue in questi anni.
    Probabile inizi un vero e proprio braccio di ferro sull’asse Atene-Bruxelles, che rischia di condizionare la ripresa dell’Eurozona. L’eventualità di un’uscita greca dall’Euro spaventa i mercati, ma in fondo crea problemi allo stesso Tsipras, il quale difficilmente intraprenderà una via così impervia.

    Il contesto economico nel quale dovrà muoversi il leader di Syriza è parzialmente cambiato.
    Le istituzione europee si stanno muovendo nel senso della flessibilità e della ricerca della crescita. Il Quantitative easing lanciato dalla Bce agisce in questo senso.
    Più denaro liquido sul mercato e maggiori possibilità di ricevere prestiti per le imprese e le famiglia. Un aiuto eccezionale all’economia che va contro le politiche di austerity promosse negli ultimi anni.
    Non è un caso che il Qe abbia visto l’opposizione della Germania.
    Le stesse linee guida della Commissione sul Patto di Stabilità e Crescita consentono ai Paesi membri di discostarsi parzialmente dagli obiettivi di bilancio, permettendo loro, dunque, di investire senza dover tener conto in maniera imperante del giudizio di Bruxelles
    Il quadro europeo, dunque, è cambiato. Vedremo nei prossimi mesi quale sarà l’entità e la realtà di questo mutamento.



  • Il settore dell’industria italiana continua a sentire il peso della crisi.
    Lo testimoniano i dati forniti dall’Istat sul fatturato e sugli ordinativi delle industrie nostrane nel mese di Novembre. Le elaborazioni dell’istituto di statistica evidenziano dei cali, sia nel confronto con il mese di ottobre che rispetto a Novembre 2013.

    «Il fatturato dell’industria» scrive l’Istat «al netto della stagionalità, registra una flessione dello 0,6% rispetto a ottobre, dovuta ad andamenti opposti sul mercato interno (-1,2%) e su quello estero (+0,6%)».
    Una tendenza avvalorata dai dati degli ultimi mesi. L’indice complessivo di fatturato delle ultime tre mensilità fa registrare, infatti, un calo dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti.
    Un andamento simile si può spiegare attraverso la crisi dei prodotti energetici. Il settore in questione fa registrare una variazione negativa del 3,9%. Positivo, invece, il saldo dei beni di consumo (0,7%).

    bilancioSe spostiamo l’analisi sui valori tendenziali, il risultato non cambia. Nel raffronto con il mese di Novembre 2013, infatti, il fatturato industriale cala dell’1,5%, per effetto di un andamento del mercato interno del -2,7% e di un mercato estero a quota +1,0%.
    Anche in questo caso il settore maggiormente colpito è quello dell’energia, con una variazione negativa dell’8,4%. Stessa sorte per i beni intermedi (-3,7%). In aumento, invece, il fatturato annuo dei beni strumentali (+2,7%).

    Per quanto riguarda gli ordinativi, riscontriamo un’analoga flessione. I valori congiunturali evidenziano un calo complessivo del -1,1%, dettato da un mercato interno con un andamento del -3,9% ed uno estero al +2,9%.
    I valori tendenziali (Novembre 2013-Novembre 2014) mostrano una variazione negativa del 4,1% (mercato interno -9,2%, mercato estero +3,5%).
    Il settore maggiormente in crescita dal punto di vista degli ordinativi è quello della fabbricazione di macchinari ed attrezzature n.c.a (+3,4%, valore tendenziale), mentre quello in maggiore difficoltà è il settore della fabbricazione dei mezzi di trasporto (-18,5%, valore tendenziale).


  • europa bce

    Adesso abbiamo anche l’ufficialità. A partire da Marzo 2015 comincerà il Quantitative easing.
    La Bce, insieme alle banche nazionali, acquisterà  titoli pubblici e privati per immettere moneta sul mercato e rilanciare l’economia europea.
    La manovra è stata approvata a larga maggioranza dal consiglio direttivo della Bce e presentata nel primo pomeriggio di fronte alla stampa. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha illustrato i punti essenziali del Qe, spiegandone obiettivi e modalità di attuazione.

    eurogruppoInnanzitutto bisognava stabilire la quantità di beni finanziari da acquistare. Rispetto alle prime ipotesi, la scelta finale è stata di comprare titoli pubblici e privati per un totale di 60 miliardi al mese.
    Ieri ed oggi sono circolate voci secondo le quali la Bce sarebbe stata propensa a varare un piano da 50 miliardi mensili.
    Alla fine si è deciso di optare per un investimento maggiore, coinciso anche con un allargamento dei tempi della manovra.
    Il Quantitative easing non durerà più solo un anno, ma fino a settembre 2016. Draghi precisa, inoltre, che l’acquisto di beni finanziari avverrà fino a quando l’economia non darà segnali di ripresa, soprattutto dal punto di vista dell’inflazione.
    L’obiettivo principale, infatti, è arrestare la spirale deflattiva e portare l’inflazione vicino al livello del 2%.

    Un altro punto oggetto di discussione riguardava la ripartizione dei rischi e dei profitti.
    Sulla Banca centrale europea graverà solo un 20% dei rischi, i quali saranno dunque ripartiti principalmente sulle banche centrali nazionali. Sul punto era molto forte il veto della Germania, contraria fin dall’inizio a questa misura di politica monetaria.
    Quanto, infine, alla composizione dei titoli pubblici da acquistare, si procederà secondo la quota di partecipazione al capitale della Bce da parte dei singoli stati. Non ci saranno inoltre deroghe per alcun paese, compresa la Grecia.
    Tutti gli stati appartenenti all’Eurozona saranno interessati dal provvedimento.
    Mario Draghi si è professato molto ottimista in merito. La convinzione della Bce è che il Qe possa favorire i finanziamenti delle banche ad imprese e famiglie.
    In questo modo potranno crescere investimenti e consumi e con essi si potrà dare avvio al percorso di crescita.
    L’auspicio è che una misura di questo tipo possa essere accompagnata da una maggiore flessibilità a livello europeo e da un cammino di riforme strutturali, che interessi in prima persona l’Italia.



  • Nel corso del trentanovesimo congresso nazionale di Legacoop è stata nominata all’unanimità la nuova presidenza.
    Saranno 23 i componenti del nuovo organismo direttivo, eletti su proposta del presidente Mauro Lusetti.
    Il vice-presidente vicario sarà  Luca Bernareggi, presidente di Legacoop Lombardia, mentre gli altri vice-presidenti saranno Carmelo Rollo, Roberto Negrini, Orietta Antonini e Dora Iacobelli.

    legacoopDodici sono i rappresentanti, invece, delle cooperative e cinque le donne.
    Secondo il vertice di Legacoop il compito della nuova presidenza sarà arduo. Uno degli obiettivi più ambiziosi è la formazione dell’Alleanza Cooperative italiane, ovvero un’unica centrale di rappresentanza che unisca Legacoop, Confcooperative e Agci.
    Un investimento nel senso della semplificazione e della sintesi delle identità culturali. Cooperative rosse, bianche e verdi saranno unite con lo scopo di rappresentare al meglio i propri associati, al di là dell’appartenenza politica.

    Sul tavolo della nuova presidenza ci sarà anche la lotta alle false cooperative. Su questo punto il presidente Lusetti è stato molto chiaro: “Sul tema della legalità – dice – abbiamo come compito immediato quello di promuovere la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare più rigorosa e incisiva contro il fenomeno delle false cooperative”.
    Le recenti vicende giudiziarie romane hanno sollevato più di qualche interrogativo sull’operato delle coop e sulla normativa in tema di appalti e di affidamenti diretti alle cooperative sotto soglia.
    I vertici delle centrali di rappresentanza chiedono a gran voce una riforma strutturale del quadro legislativo, in modo da combattere in maniera aspra il fenomeno corruttivo e far emergere le imprese sociali più sane e più innovative.



  • La crisi economica negli Stati Uniti d’America è giunta al termine. Lo dimostrano i dati sul tasso di disoccupazione, sui consumi, sui livelli di produzione e sul costo delle materie prime.
    Il dollaro, inoltre, non è mai stato così forte nel rapporto con l’Euro. L’economia statunitense, dunque, è ripartita.

    obamaLo dichiara senza mezzi termini anche Barack Obama. Il tempo delle lacrime e del sangue è finito, adesso bisogna intervenire per combattere povertà e disuguaglianza.
    Questo è il messaggio di Obama nel suo penultimo discorso sullo Stato dell’Unione.
    Non è un caso che all’interno di esso trovi poco spazio la politica estera, nonostante la lotta al terrorismo di stampo islamico sia arrivata ad un punto cruciale e le questioni aperte con Cuba e Russia non lascino dormire sogni tranquilli al presidente americano.
    La scelta, però, è chiara: bisogna dare un segnale forte alla società americana, soprattutto al ceto medio che rappresenta il cuore pulsante dell’economia a stelle e strisce.
    Molto valutano quest’azione come un escamotage di carattere politico e giunto alla fine di un doppio mandato per certi aspetti deludente sulle questioni di natura fiscale e sociale.
    Obama decide di giocarsi il jolly e lo fa colpendo i più ricchi ed i grossi istituti finanziari. Lo fa in un momento di paralisi istituzionale, con un Congresso controllato dai Repubblicani ed una campagne elettorale imminente.

    Aiuti alla famiglie, estensione dell’istruzione universitaria gratuita ai “community college” e altri interventi di natura sociale volti ad aiutare famiglie e ceto medio. Il tutto a discapito delle rendite finanziarie.
    Una mossa al limite tra il populismo ed il riformismo sociale, ma quanto mai necessaria alla luce dell’impoverimento della classe media e del divario sempre più cospicuo tra i più ricchi ed il resto della popolazione mondiale.



  • Alle 14:30 Mario Draghi presenterà alla stampa le nuove misure di politica monetaria della Bce.
    In questi giorni si è parlato molto del cosiddetto Quantitative easing, ovvero l’acquisto di beni finanziari dei paesi appartenenti all’Eurozona da parte della Banca centrale europea.
    La maggior parte degli stati europei si è detta favorevole a questo tipo d’intervento, volto a rilanciare l’economia continentale e a frenare la deflazione. L’esempio preso in considerazione è quello degli Stati Uniti, dove la Federal Reserve, a partire dal 2008, ha svolto un piano di acquisto dei titoli di stato, suddiviso in tre fasi, e conclusosi nell’ottobre del 2014.
    I risultati? Un’economia, adesso, in costante crescita sia sul versante dei consumi che su quello dell’occupazione.

    spese condominialiL’Europa, da questo punto di vista, arriva in ritardo. Molti economisti temono che una misura di questo tipo sia troppo tardiva e che possa portare effetti dannosi ai mercati finanziari e all’intera economia dell’Eurozona.
    L’attesa, adesso, si sposta sulle modalità di attuazione del Qe. La Germania, uno dei paesi contrari, spera in un intervento limitato, sia dal punto di vista della durata che della quantità di beni finanziari acquistati.

    L’ipotesi più accreditata in questo momento prevede un acquisto di titoli di stato che ammonterà a 50 miliardi di euro mensili, per un totale di 600 miliardi l’anno. Una quantità, dunque, abbastanza elevata.
    I tedeschi, però, valutano positivamente la costituzione di una soglia minima mensile e non annua.
    In questo modo la Bce potrebbe decidere di interrompere il Qe dopo pochi mesi, in sostanza subito dopo aver verificato gli effetti sulla crescita dell’economia europea e sui mercati finanziari.

    Un’altra questione dibattuta riguarda la ripartizione dei rischi e dei profitti. La Germania vorrebbe che fossero le Banche centrali nazionali ad acquistare i propri titoli di stato e ad assumersi gli eventuali rischi.
    Più probabile che alla fine si opti per una soluzione intermedia, con oneri e profitti ripartiti al 50% tra Bce e banche centrali nazionali.
    L’aspetto più delicato, però, riguarda la composizione dei beni finanziari acquistati. Quale criterio verrà adottato? Verranno acquistati titoli in proporzione alla quota di partecipazione di ogni singolo Stato alla Bce oppure in base all’entità del debito pubblico di ogni paese membro? In quest’ultimo caso Francia ed Italia sarebbero enormemente avvantaggiati, trovando così il veto fermo della Germania.



  • Vita dura per le micro, piccole e media imprese italiane.
    L’allarme viene lanciato da Confcommercio attraverso uno studio sulle condizioni di credito riservate dagli istituti bancari alle piccola realtà aziendali italiane. L’analisi mostra dati negativi, sia in relazioni alla quantità di finanziamenti ricevuti, sia rispetto ai costi che le aziende devono sopportare.

    bilancioCome riporta Confcommercio, tra il giugno 2011 ed il settembre 21014 il credito alle imprese e alle famiglie è sceso del 6,6%. Se però analizziamo il dato nel dettaglio, notiamo come siano le imprese a subire un calo maggiore in termini di finanziamenti ricevuti.
    La quota, infatti, diminuisce dell’8,3%, contro il 1,1% delle famiglie.

    Gli istituti bancari, dunque, sono sempre più scettici nel fornire prestiti alle aziende italiane e quando ciò avviene i tassi d’interesse sono comparativamente più alti. Rispetto alla Francia, ad esempio, risultano essere circa il doppio.
    Aumentano, inoltre, anche i costi accessori. Secondo le stime della Bce, alla fine del 2013, più del 60% delle micro, piccole e medie imprese italiane hanno visto crescere le proprie spese. Una variazione che colloca l’Italia al primo posto tra i paesi dell’Eurozona.

    In generale i costi affrontati da un’azienda italiana sono tre o quattro volte superiori alla media europea.
    Questi dati raccontano alla perfezione le difficoltà vissute dal mondo imprenditoriale italiano in questi ultimi tre anni.
    La speranza è che il cosiddetto Investment compact, presentato ieri alla fine del Consiglio dei Ministri, possa rappresentare una svolta per le imprese nostrane, soprattutto sul versante del credito alle piccola realtà imprenditoriali, ancora oggi troppo penalizzate nel raffronto col mercato europeo e globale.



  • Il Governo ha varato un piano d’investimenti con l’intento di rilanciare l’economia italiana. Un progetto che sarà operativo con ogni probabilità dopo l’elezione del Presidente della Repubblica.
    Al termine del Consiglio dei Ministri tenutosi ieri, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi ed il ministro dell’Economia Padoan hanno spiegato i punti chiave del decreto legge che prende il nome di Investment compact.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaTante le novità sul tavolo. La prima e più importante riguarda le modalità di finanziamento alle imprese. D’ora in poi le aziende italiane potranno ricevere prestiti anche dai fondi di investimento nazionali, comunitari ed internazionali.
    Una manovra intesa ad aumentare la competitività delle imprese nostrane, adeguandosi agli standard europei in materia di finanziamento alle realtà imprenditoriali.
    In questa stessa direzione si muove la trasformazione della Sace, l’istituto che fornisce crediti alle esportazioni, in una vera e propria banca in grado di finanziare in maniera diretta le imprese.

    Un beneficio importante lo avranno anche le cosiddette “Pmi innovative”. Come anticipato qualche giorno fa, le piccola e medie imprese potranno godere degli stessi vantaggi fiscali delle start-up, purchè dimostrino di possedere determinati requisiti in tema di qualificazione del personale ed attività svolta.
    Nel decreto del Governo c’è spazio anche per le grandi imprese in difficoltà. L’esecutivo, infatti, ha istituito un Fondo per “la ristrutturazione, il riequilibrio finanziario ed il consolidamento industriale” di quelle aziende con più di 150 dipendenti e con problemi momentanei di natura produttiva.

    Le novità, però, non riguardano solamente il mondo imprenditoriale. Ci sono degli importanti passi in avanti anche nel settore bancario e che riguarderanno migliaia di cittadini. Ogni qual volta, infatti, un cliente vorrà chiudere un conto e trasferire le proprie risorse su un altro conto corrente bancario, lo potrà fare senza dover sopportare oneri a suo carico.



  • Il Sole 24 Ore, attraverso Idc, presenta i dati sulle vendite dei device mobili in Italia.
    Una stima per certi aspetti sorprendenti. Secondo l’elaborazione di Idc, infatti, nel 2014 c’è stato un calo del 6% nell’acquisto di smartphone, tablet e cellulari tradizionali rispetto all’anno precedente.
    Il numero complessivo di vendite di device mobili ammonta a 25 milioni e mezzo.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaSe analizziamo i dati nel dettaglio, notiamo come il crollo sia dovuto principalmente alla diminuzione nell’acquisto di cellulari tradizionali (-30%). Stupisce, da un certo punto di vista, la contrazione avvenuta nel settore dei tablet (-4,7%). In crescita, invece, gli smartphone, la cui vendita è cresciuta del +6,5% per un totale di 16,5 milioni di pezzi venduti.

    I dati in questione confermano la tendenza manifestatasi negli ultimi anni. La crisi continua a colpire i consumatori: ne risentono di conseguenza anche gli acquisti i digital devices, ormai fondamentali per lo svolgimento di qualsiasi attività quotidiana.
    Lo dimostrano anche i risultati dettagliati sulla vendita degli smartphone. Il settore è ovviamente in crescita, ma tale aumento va circoscritto ai prodotti low cost.
    Secondo i dati di Idc, infatti, la crescita più elevata riguarda gli smartphone con un costo compreso tra gli 85 ed i 130 euro (+65%), mentre quelli sotto gli 85 euro presentano un aumento del 50%.
    Si tratta di rivelazioni emblematiche che raccontano il basso livello di fiducia dell’economia italiana.
    Solo attraverso la ripresa dei consumi sarà possibile far crescere gli investimenti e con essi far ripartire quel circolo virtuoso che comprende anche i livelli di produzione e di occupazione.



  • Un vera e propria rivoluzione nel mondo del credito popolare. L’Investment Compact presentato ieri in Consiglio dei Ministri cambia la disciplina giuridica delle Banche popolari.
    I primi dieci istituti di credito, ovvero con attivi sopra gli 8 miliardi, diventeranno società per azioni. Avranno diciotto mesi per discutere e cambiare il proprio statuto.

    downloadSi tratta di un cambiamento radicale del sistema mutualistico.
    Verrà eliminato, ad esempio, l’istituto giuridico caratterizzante delle banche popolari: il “voto capitario”. Quest’ultimo rappresenta il principio base della democrazia economica sulla quale si fonda l’identità di tali istituti.
    Nelle assemblee delle banche popolari, infatti, il voto di ogni singolo socio conta in egual misura, indipendentemente dalla quantità e dal numero di azioni possedute.
    Accade, ad esempio, che per eleggere i vertici delle Popolare di Milano, migliaia di soci si riuniscano e votino a maggioranza il presidente. Un meccanismo complesso e probabilmente obsoleto, soprattutto per i grandi istituti bancari.
    Il voto capitario ha comportato molti problemi in termini di scelta e cambiamento del management. Spodestare un gruppo dirigente inefficiente risulta, allo stato attuale, enormemente difficile, in quanto è necessario trovare un accordo comune con migliaia di soci.
    Si sono formate nel corso del tempo vere e proprie oligarchie di potere, il tutto a spese dell’efficienza nella gestione del credito.

    L’Investment compact rivoluziona, quindi, il mondo delle popolari e le uniforma secondo i parametri della concorrenza bancaria.
    È bene sottolineare che il cambiamento normativo riguarda solo le grandi banche popolari, ovvero Ubi, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare dell’Etruria e Popolare di Bari.
    Tutti gli altri istituti di credito mutualistico manterranno la propria struttura giuridica, continuando a ricoprire un ruolo importante a livello locale, soprattutto dal punto di vista identitario e culturale.
    Il nuovo assetto normativo velocizzerà con ogni probabilità il processo di fusione di tali istituti di credito, agendo nel senso della semplificazione e della razionalizzazione delle risorse.



  • L’Istat ha fornito i dati sul commercio estero relativi al mese di Novembre 2014.
    Si tratta di un’analisi comparata che ci permette di verificare le variazioni congiunturali (Ottobre 2014-Novembre 2014) e quelle tendenziali (Novembre 2013-Novembre 2014) in materia di import ed export.

    28102014Se prendiamo in considerazione i valori congiunturali, l’Italia ha visto un calo delle esportazioni rispetto al mese precedente del -1,1%, mentre le importazioni sono diminuite solamente del -0,1%.
    I paesi maggiormente interessati sono quelli extraeuropei (-1,7%), mentre la vendita di prodotti verso gli stati del vecchio continente fa registrare un calo del -0,6%.
    I beni energetici rappresentano il prodotto che subisce le maggiori variazioni negative (-21,5%), a testimonianza della crisi che sta attraversando il settore delle materie prime. Presentano, invece, una flessione contenuta i prodotti intermedi (-1,1%) ed i beni di consumo non durevoli (-0,5%).
    Per quanto riguarda, invece, la diminuzione (seppur contenuta) delle importazioni interessa in via prevalente, anche in questo caso, i prodotti energetici (-1,6%) e quelle intermedi (-0,8%).

    Veniamo, invece, ai dati tendenziali, ovvero quelli che prendono in considerazioni i livelli di esportazione ed importazione su base annuale. Il confronto, in questo caso, è tra Novembre 2013 e Novembre 2014.
    Il dato positivo viene dalle export, dove l’Italia fa registrare un incremento dell’1,7%, raggiunto principalmente grazie all’aumento delle vendite di prodotti verso l’area extra Ue.
    Da questo punto di vista incide fortemente il crollo dei tassi di cambio dell’euro nel rapporto col dollaro e la crescita economica degli Stati Uniti. Non è un caso che l’export verso gli Usa sia cresciuto del 14,9% rispetto ad un anno fa.
    I paesi, però, che hanno visto il maggiore incremento nell’acquisto di beni italiani sono il Belgio (+22,6%) e la Polonia (+22,0%). Il primo ha comprato soprattutto prodotti di stampo farmaceutico, mentre la Polonia mezzi di trasporto.
    Le importazioni, infine, fanno registrare un dato stazionario (+0,0%). Gli unici beni che presentano un calo sono quelli energetici, al netto di essi, infatti, l’import fa registrare un incremento tendenziale del +4,5%.



  • I tagli alla sanità rischiano di non garantire i livelli essenziali di assistenza. Il monito viene dalla Corte dei Conti, che nella Relazione sulla gestione finanziaria degli enti territoriali 2013, analizza la situazione del sistema sanitario italiano.
    “Nello scorso anno” scrive la Corte dei Conti “quasi il 30% delle minori spese nel conto della PA rispetto al preconsuntivo di ottobre, sono da ascrivere al settore sanitario, che però ha assorbito solo il 16,20% della spesa primaria corrente”.

    lagiustiziaèamministratanelnomedelpopolo1Un settore, quello sanitario, che necessita di corposi investimenti. Qualora, infatti, questo non dovesse avvenire nei prossimi anni, alcune prestazioni assistenziali, soprattutto di carattere domiciliare e tecnologico potrebbero non più essere garantite.
    Saranno necessari anche interventi sulle strutture ospedaliere, ormai sempre più fatiscenti.
    La zona sotto l’occhio d’ingrandimento della Corte dei Conti è soprattutto il Sud, dove le Regioni si sono contraddistinte per uno spreco di risorse notevoli al cospetto di un mancato investimento in tecnologie ed in infrastrutture.

    La Corte dei Conti non boccia in sè la revisione della spesa da parte degli enti locali, costretti il più delle volte ad adottare un piano di rientro per diminuire il deficit statale. Il parere negativo viene dato, al contrario, sui settori d’impiego delle risorse scelti dalle rispettive regioni.
    Gli enti locali “dovranno essere più selettivi e reinvestire risorse nei servizi sanitari relativamente più carenti, traendole dai settori dove vi sono ancora margini di inefficienze da recuperare”
    La relazione della Corte dei Conti riapre un dibattito molto acceso in sede europea sul rapporto tra riduzione del debito pubblico e garanzia dei diritti sociali. Una questione destinata a durare a lungo e a caratterizzare l’età contemporanea.
    Il diritto alla vita e all’assistenza sociale è un principio presente nella Costituzione italiana ed in quanto tale dovrà essere garantito attraverso più adeguate politiche pubbliche, sia in sede comunitaria che locale.