• Una decisione inaspettata, con delle ripercussioni importanti sui mercati europei. La Banca nazionale svizzera (Snb) sceglie a sorpresa di togliere il tetto nel cambio euro/franco, fissato a 1,20, facendo letteralmente volare la moneta svizzera in rapporto ad un euro, al contrario, sempre più debole.
    Il tasso di cambio di 1,20 era stato fissato proprio con l’obiettivo di impedire una crescita eccessiva del franco e di rimanere così agganciati all’economia dell’Eurozona. Questa strategia ha permesso ai depositi bancari svizzeri di arricchire nel corso degli anni le proprie riserve di valuta europea.
    Adesso, all’improvviso, il cambio di tendenza.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaLa scelta di eliminare il suddetto tetto ha subito avuto un effetto domino sull’economia. Il Franco è schizzato a livelli inimmaginabili, guadagnando circa il 30% ed attestandosi addirittura sullo 0,8544. L’Euro tocca, invece, nuovi minimi storici ed arriva a 1,1567 dollari.
    Contemporaneamente la borsa di Zurigo crolla a picco, perdendo a fine giornata -8,67%, mentre le borse europee guadagnano: Milano, nello specifico, raggiunge quota +2,26%.

    Ma cosa ha spinto la Banca nazionale svizzera ad intraprendere questa direzione? Innanzitutto il fatidico appuntamento del 22 gennaio, quando la Bce comunicherà le proprie scelte di politica monetaria. Quel giorno, con ogni probabilità, inizierà il cosiddetto Quantitative easing, ovvero l’acquisto di titoli dei stato dei paesi membri da parte dalla Banca centrale.
    Una misura che avrà degli effetti rilevanti sui mercati, non per ultimo quello svizzero. La Snb avrebbe avuto grandi difficoltà a tenere invariato il tasso di cambio con l’euro. Di qui la scelta di prendere di sorpresa mercati ed anticipare le decisioni di Mario Draghi.
    Rimane comunque una decisione dalla portanza storica. Non è usuale vedere la Svizzera, paese storicamente neutrale e pressoché indifferente alla situazione politica ed economica degli altri stati, essere influenzata dalle dinamiche contingenti dell’Eurozona.
    Evidentemente il paese elvetico sarà costretto ad uscire dal suo florido guscio e a guardarsi attorno con preoccupazione e cautela.


  • europa bce

    Bene l’Italia e le sue riforme. Jyrki Katainen, vice-presidente della Commissione europea, si esprime in favore dell’operato del governo Renzi. Lo ha fatto a Roma, nel corso di un’audizione con le commissioni Bilancio, Attività Produttive, Lavoro e Politiche Ue della Camera e del Senato.
    L’incontro odierno è stato una buona opportunità per fare un bilancio dell’attività governativa italiana e valutarne le prospettive all’interno del nuovo quadro di flessibilità europeo.

    eurogruppoKatainen valuta positivamente le riforme attuate da Matteo Renzi, soprattutto quelle riguardanti il mercato del lavoro. Il vice-presidente della Commissione europea si esprime in questi termini sul Jobs Act: “Aiuterà ad assumere le persone ed è più equo rispetto ai giovani”.
    La maggiore flessibilità imposta dalla riforma del lavoro favorirà, dunque, l’occupazione aumentando la competitività del paese.
    Un quadro positivo completato dalla modifica del sistema di giustizia civile italiana: più certezza del diritto e minore incombenze burocratiche per le imprese. Tutto questo favorirà, secondo Katainen, gli investimenti esteri in Italia, avviando lentamente il nostro paese verso la crescita.

    Una crescita auspicata anche per l’intera Eurozona. A tal proposito, il vice-presidente della Commissione presenta il nuovo fondo di investimenti elaborato da Juncker, con l’obiettivo di incentivare le iniziative economiche dei privati.
    Il Feis “non distribuisce finanziamenti a fondo perduto, ma prestiti a tassi inferiori a quelli di mercato”.
    Il Fondo europeo per gli investimenti strategici avrà un capitale di 21 miliardi di euro e comincerà la sua attività già in estate. Rispetto ai precedenti fondi rischi, come il Bei, il Feis si assumerà una quota di rischio maggiore, invitando così gli imprenditori a sposare determinati progetti di investimento.



  • Nasce un nuovo ente: entro il 31 dicembre 2015 l’Indice Nazionale delle Anagrafi (INA) e l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero lasceranno il posto all’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR).
    Ci sarà, dunque, un unico database in sostituzione degli archivi comunali, che conterrà tutte le informazioni anagrafiche sui cittadini italiani.
    Ma le novità non si fermano all’aspetto tecnico. L’istituto nasce nel senso della maggiore sicurezza nel trattamento dei dati personali, della semplificazione dell’attività amministrativa e della digitalizzazione.
    Non a caso il progetto nasce nel 2012 all’interno del decreto legge n. 179, denominato di “Crescita 2.0” e facente parte della cosiddetta “Agenda digitale italiana”.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaLe competenze dei sindaci in materia di stato civile rimarranno inalterate; contestualmente l’ANPR dovrà rendere effettiva la disponibilità dei dati ai singoli Comuni.
    Ci saranno, invece, delle modifiche e delle implementazioni in materia di sicurezza e trattamento dei dati personali. Il diritto alla privacy è uno dei principi cardine dei cosiddetti “diritti digitali”. Per diventare un paese all’avanguardia in tema di innovazione, l’Italia ha bisogno di una legislazione diversa sul trattamento dei dati.
    L’Anagrafe nazionale sarà sottoposta per questo motivo ad un audit di sicurezza annuale, i cui risultati verranno inseriti nella relazione annuale del Garante per la protezione dei dati personali.

    La seconda linea guida del provvedimento riguarda la semplificazione. Tutte le amministrazioni pubbliche avranno a disposizione delle convenzioni in base alle quali potranno accedere ai dati anagrafici posseduti dall’ANPR.
    In questo modo si incentiva la collaborazione tra enti diversi e si favorisce prima di tutto il cittadino.
    Quest’ultimo, infatti, non sarà più chiamato a duplicare una certificazione anagrafica qualora essa sia già in possesso della P.A. Spetterà, al contrario, all’ente di riferimento richiedere all’anagrafe il dato in questione.

    Sicurezza, semplificazione e digitalizzazione. L’innovazione tecnologia riguarda, sia in senso stretto la banca dati anagrafica, che le modalità di comunicazione delle suddette informazioni.
    L’innovazione più importante riguarda il cosiddetto “domicilio digitale del cittadino”.
    Tutti i cittadini potranno fornire all’anagrafe il proprio indirizzo di posta certificata, il quale diventerà il mezzo esclusivo di comunicazione con l’amministrazione. Attraverso di esso, l’Anagrafe nazionale potrà inviare tutte le dichiarazioni e le attestazioni inerenti lo stato civile ed anagrafico del cittadino; quest’ultimo potrà rendere noto all’amministrazione tutte le eventuali modiche della propria situazione anagrafica senza di fatto uscire di casa.
    Una volta comunicati questi dati all’ANPR, ne saranno a conoscenza di tutte le amministrazioni, secondo quanto riportato dagli articoli sull’interoperabilità dell’anagrafe con le altre banche dati.

     

     



  • Più flessibilità e maggiori margini di manovra per l’Italia. Le nuove linee guida sul Patto di Stabilità e Crescita emesse dalla Commissione aprono un fronte importante per il nostro paese.
    Archiviato questo punto a proprio favore, adesso bisogna decidere dove e come intervenire. L’Unione Europea è stata chiara: saranno consentiti maggiori investimenti nell’immediato purchè venga dimostrato l’impatto positivo sul bilancio nel medio periodo.

    22102014Secondo le stime del Corriere della Sera l’Italia potrà avere a disposizione circa 5 miliardi in più da dirottare nel cosiddetto Piano delle Riforme. Ma quali saranno i settori interessati da questo investimento?
    Si parla con insistenza, ad esempio, dell’attuazione della delega fiscale, una misura ritenuta fondamentale da tutto il mondo imprenditoriale italiano.
    Probabile che dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, si possa dare un’accelerata alla riforma e dunque essere giudicata dalla Commissione già a fine Febbraio.

    Proprio all’interno della delega fiscale potrebbe trovare spazio il provvedimento sui giovani professionisti e le partite Iva. Il Ministro del Lavoro sta studiando un cambiamento della normativa. Non è da escludere un clamoroso ritorno al regime precedente, con i giovani liberi professionisti e quelli ai primi cinque anni di attività che tornerebbero a pagare un’aliquota del 5% fino ad un reddito lordo massimo di 30mila euro.
    Difficile, però, immaginare una simile marcia indietro. Più probabile venga studiata una soluzione differenziata in base alle categorie di riferimento.
    Già con la Legge di Stabilità si è arrivati a prevedere un regime d’imposta diverso per i giovani professionisti e per i commercianti. Un’ipotesi di questo tipo è al varo nella squadra governativa.
    Una parte dei soldi a disposizione in seguito alle nuove linee guida di Bruxelles, potrebbe, dunque, essere dirottata verso la categoria del libero professionismo.



  • I dati forniti dall’Istat ci mostrano un quadro completo della situazione italiana in merito al costo dei beni.
    Se la congiuntura globale europea non è rosea, quella dell’Italia non è da meno.
    I livelli di inflazione raggiunti nell’anno appena trascorso rappresentano, infatti, un minimo storico per il nostro paese.
    Il 2014 ha fatto registrare un tasso d’inflazione medio annuo dello 0,2%, addirittura un punto in meno rispetto al 2013 ed in decrescita di circa tre punti percentuale paragonati ai dati del 2012. Una quota del genere non si vedeva addirittura dal 1959.

    DENAROMa quali sono le ragioni di un crollo così imponente? L’Istat imputa un livello così basso d’inflazione, innanzitutto al netto calo del costo dei beni energetici. Il prezzo del petrolio è sceso in maniera vertiginosa, fino ad arrivare a quote vicine a quelle raggiunte ai tempi della guerra del Golfo.
    Ma non basta solo il crollo delle materie prime per spiegare il processo in corso. Preoccupano, ad esempio, i dati relativi ai beni alimentari, dove nel mese di Dicembre il tasso raggiunge il -0,2%.
    La deflazione, giunta alla ribalta sulla scena europea, comincia dunque a colpire anche l’Italia ed interessa un settore fondamentale come quello alimentare. Il comparto in questione fa registrare preoccupanti segnali di “rigidità” da tre anni a questa parte, fornendoci così ulteriori spiegazioni in merito al calo dei prezzi a livello aggregato.

    Sempre secondo l’Istat diminuisce anche il costo dei beni d’importazione, ma, cosa ancora più importante, rimane bassa la domanda di consumi da parte delle famiglie. Con ogni probabilità è questo il dato più preoccupante.
    Lo conferma anche l’Ocse, secondo la quale i consumi sono sostanzialmente fermi ed incidono in maniera limitata sulla crescita del Pil (+0,1%).
    Appare evidente non ci sia un adeguato livello di fiducia nell’economia da parte dei consumatori. Solo rilanciando i consumi, soprattutto quelli alimentari, sarà possibile creare quella spirale virtuosa, che interesserà a stretto giro anche l’inflazione ed il Prodotto interno lordo.



  • Un altro passo verso l’acquisto dei titoli di stato da parte della Bce. Questa volta il segnale è indiretto e non riguarda le parole del consiglio direttivo della banca centrale europea, ma una pronuncia della Corte di Giustizia Ue.
    La questione risale a due anni fa e ha come oggetto l’Omt, il piano di aiuti varato dalla Bce per aiutare gli stati membri dell’Unione Europea.
    Non si tratta di agevolazioni finanziarie dirette, bensì, anche in questo caso, dell’acquisto dei titoli di stato. Una misura, dunque, volta a ridare fiducia al mercato interno attraverso l’immissione di moneta.

    14112014La Corte costituzionale tedesca si era appellata a Lussemburgo, ritenendo che il piano d’interventi fosse contrario alla legislazione europea. Secondo i giudici teutonici, in questo modo varrebbe dato troppo peso alla banca europea.
    Il parere della Corte di Giustizia è, però, opposto. L’Omt è una misura legittima dal punto di vista legale.
    La Bce può intervenire, a patto che fornisca finanziamenti diretti ai paesi interessati. L’acquisto dei titoli di stato deve essere subordinato ad un accordo tra le istituzioni comunitarie e lo stato in difficoltà e che abbia come oggetto un efficace piano di rientro.

    La pronuncia della Corte di Giustizia apre la strada, dunque, al cosiddetto Quantitative easing. Il 22 gennaio il Consiglio direttivo della Bce potrà decidere di acquistare i titoli di stato dei paesi membri senza temere un’eventuale pronuncia negativa da parte delle corte di Lussemburgo.
    Siamo solo all’inizio del percorso, ma sembra che l’Unione Europea abbia deciso di affrontare con decisione i problemi di recessione e deflazione che hanno afflitto l’Eurozona negli ultimi mesi.



  • Giorgio Napolitano non è più il Presidente della Repubblica Italiana. La notizia era nell’aria ormai da mesi, oggi abbiamo l’ufficialità. Napolitano si è dimesso in mattinata, aprendo di fatto la procedura per la nomina del nuovo Presidente.
    La carica ad interim verrà ricoperta dal vertice del Senato, Pietro Grasso. Il dibattito politico sul successo di Napolitano è, però, già iniziato. Saranno da valutare anche i tempi per l’elezione ed i possibili accordi tra le parti in questione.

    Ma andiamo con ordine e cominciamo ad analizzare le varie sfumature della questione. In base alle dichiarazioni del premier Matteo Renzi, il nuovo Presidente dovrebbe essere nominato entro la fine del mese di Gennaio.
    Tempi ristretti, dunque. Ma non potrebbe essere altrimenti, considerato l’ampio preavviso con il quale Napolitano ha annunciato la fine anticipata del proprio mandato.
    C’è stato modo e spazio per le discussioni di carattere politico, soprattutto tra il partito di maggioranza, il Pd, e la minoranza guidata da Silvio Berlusconi.
    L’intento sembra quello di arrivare ad un nome condiviso, una figura politica che non sia troppo polarizzante. Ma quali sono i nomi papabili?

    Tante le ipotesi circolate in questi giorni. Cominciamo con quelli da scartare. Innanzitutto Mario Draghi, presidente della Bce, recentemente fattosi da parte. Draghi preferirebbe, infatti, continuare il suo incarico in sede europea.
    Viene meno anche la candidatura di Emma Bonino. L’esponente del partito radicale ha annunciato di avere un tumore ai polmoni e non potrà correre alla carica presidenziale.
    Da escludere anche Massimo D’Alema, figura non gradita al premier Matteo Renzi.

    Tra gli esponenti forti del partito democratico vanno annoverati una lista di candidati: l’ex democratico Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni, il sindaco di Torino Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Dario Franceschini e per ultimo un nome emerso nella giornata odierna: Walter Veltroni.
    L’ex sindaco di Roma rappresenterebbe quella figura moderata, fortemente sponsorizzata sia dal Partito Democratico da Forza Italia. Berlusconi vorrebbe evitare un uomo politico a lui avverso, come potrebbero essere Romano Prodi o un ex giudice come Piero Grasso.
    L’ex cavaliere vorrebbe portare avanti il Patto del Nazareno, rimanendo così una parte attiva nel gioco politico.

    Attorno al nome di Romano Prodi, invece, potrebbe formarsi una maggioranza di colore diverso, composta dal Pd e dal Movimento 5 Stelle. Possibile che questa ipotesi venga presa in considerazione solamente in ultima istanza, ovvero in caso di mancato accordo tra Renzi e Berlusconi su un nome condiviso.



  • Il crollo del prezzo del petrolio pare non arrestarsi più. I dati della giornata di ieri sono emblematici: il greggio è addirittura sceso sotto la soglia dei 45 dollari al barile.
    Una delle tante spiegazioni sul crollo del petrolio riguarda l’enorme divario tra domanda ed offerta. Secondo quanto riportato dal governo degli Emirati Arabi Uniti, la domanda si attesta ormai a due milioni di barili al giorno al cospetto di una produzione di oltre 30 milioni.
    E l’aspetto più eclatante è che l’Opec non sembra intenzionata a ridurre la produzione. Ciò comporterà, con ogni probabilità, un’ulteriore riduzione dei prezzi del petrolio fino a farlo arrivare ai livelli raggiunti durante la Guerra del Golfo.
    Come era lecito aspettarsi, anche il prezzo della benzina risente di questa situazione. Basti pensare che in Italia la verde è a 1,5 euro, facendo registrare un ribasso del -16,5% rispetto al livello massimo raggiunto.

    28102014Ma non è solo il costo del greggio a preoccupare l’economia internazionale. Continua, infatti, la svalutazione dell’euro. I tassi di cambio odierni rappresentano il minimo storico dal 2005 ad oggi.
    Il rapporto euro/dollaro è, infatti, a quota 1,1766. Una cifra ormai stabile su livelli bassi e che costringerà le istituzioni europee a porsi degli interrogativi in un futuro prossimo.
    Se è vero che i paesi esportatori, come l’Italia, beneficeranno di questa soglia, avere una moneta così debole non è mai un bene per chi l’adotta.
    Il mese di gennaio si rivelerà comunque decisivo per l’Euro. C’è grande attesa per le misure di politica monetaria che verranno adottate dalla Bce, ma cosa ancora più importante si saprà quale sarà il destino della Grecia.
    Le elezioni del 25 gennaio ed il relativo vincitore ci diranno se il paese ellenico deciderà di rimanere o meno nell’Eurozona. Le voci attuali parlano di uno Tsipras disposto a restare all’interno dell’Euro qualora dovesse vincere le consultazioni, a patto di una rivisitazione importante del debito tra la Grecia e le istituzioni europee.



  • Il momento della svolta, per l’Europa e soprattutto per l’Italia. Il mese di gennaio rischia di diventare uno snodo importante per il futuro dell’unione economica e monetaria.
    Il primo passo è stato fatto ieri. La Commissione europea ha deciso di allentare la presa sugli obiettivi di bilancio: saranno concesse limitate deviazioni in nome di investimenti e riforme mirate.
    Per carità, nessun revisionismo! La stretta dei conti pubblici continuerà ed i parametri di Maastricht rimarranno il punto di riferimento delle politiche di bilancio dei paesi membri.
    La parola chiave sarà un’altra: maggiore flessibilità. L’avevano chiesta Renzi ed Hollande e alla fine l’hanno ottenuta.
    Italia e Francia avranno un margine di manovra più ampio, purchè si mantengano entro il 3% del rapporto Pil/debito e attuino un sistemico piano di riforme.

    renziMa le notizie positive non si fermano qui. Il 22 gennaio sarà un’altra data fondamentale. Quel giorno la Bce deciderà le misure di politica monetaria da adottare e si fa sempre più strada l’ipotesi dell’acquisto dei titoli di stato dei paesi membri.
    La Banca Centrale Europea entrerà in campo con decisione, immettendo moneta sul mercato. Il cosiddetto quantitative easing è una misura richiesta a gran voce dai paesi in maggiore difficoltà come Italia, Francia e Belgio. La Germania, invece, mostra una minore indulgenza nei confronti dei suddetti stati, tant’è vero che i membri tedeschi del consiglio direttivo della Bce sembrerebbero intenzionati a votare contro il provvedimento.
    Draghi, però, sembra voler andare avanti per la propria strada. Bisogna arrestare la recessione e la deflazione.
    Urgono, dunque, misure di politica monetaria eccezionali, che vadano oltre i veti posti dai singoli paesi.

    Si prospetta un’opportunità unica per l’Italia. Il giudizio della Commissione sulle misure adottate per ridurre il disavanzo ormai non spaventa più di tanto. Il nostro paese può attuare una politica di investimenti senza doversi preoccupare in maniera eccessiva dell’occhio severo di Bruxelles.
    Fallire anche in questa circostanza sarebbe davvero deleterio per il futuro italiano all’interno dell’unione economica e monetaria.



  • Questa volta siamo all’epilogo conclusivo. L’accordo tra il Ministero della Giustizia e le dieci cooperative, che per dieci anni hanno gestito la mensa di alcune carceri italiane, non verrà rinnovato.
    Non sono bastati i numerosi incontri tra le parti, i compromessi cercati e le proroghe ottenute. Il progetto chiuderà i battenti dopo il 15 gennaio, addirittura in anticipo rispetto a quanto paventato.
    L’incontro del 30 Dicembre tra il Ministro Orlando e le cooperative coinvolte nell’iniziativa aveva portato ad un proroga fino al 30 gennaio. Incredibilmente, però, il consiglio della Casse dell Ammende ha deciso in maniera clamorosa di ridurre i tempi, anticipandoli al 15 dello stesso mese.

    orlandoRestano, dunque, pochissimi giorni di attività. Ed è inutile sottolineare quanto l’Italia perderà dal mancato rinnovo dei finanziamenti. Il progetto cooperative-carceri è stato per molto tempo un programma di recupero dei detenuti considerato all’avanguardia in tutta Europa.
    Conosciamo, ormai, fin troppo bene la situazione delle carceri italiane. Più volte le istituzioni europee hanno ammonito il nostro paese in relazione allo stato di degrado e di sovraffollamento dei nostri istituti carcerari.

    Un’iniziativa di questo tipo poteva essere una buona opportunità per rilanciare l’immagine italiana agli occhi di Bruxelles. Ma questo aspetto passa totalmente in secondo pieno se pensiamo ai detenuti e all’occasione che perderanno. Dopo il 15 gennaio le mense verranno gestite nuovamente dal Ministero della Giustizia, perdendo con ogni probabilità in quanto a qualità del cibo e del servizio.
    Ma cosa ancora più importante, verrà meno quel processo di professionalizzazione e di reinserimento nella società dei detenuti che stavano portando avanti le cooperative.
    Non resta che rammaricarsi e sperare che in un futuro prossimo si possa porre rimedio a questa situazione. La scarsezza delle risorse deve essere messa in secondo piano di fronte alla garanzia dei diritti e alla dignità delle persone.

     



  • Sono arrivate le tante attese linee guida delle Commissione europea sul Patto di Stabilità e Crescita. I paesi membri, soprattutto Italia e Francia, speravano in una maggiore flessibilità nel calcolo del deficit.
    Sul punto possono ritenersi moderatamente soddisfatti. La Commissione, infatti, ha aperto ad una maggiore flessibilità per tutti quegli Stati che non superano il 3% nel rapporto Pil/Debito pubblico.
    L’Italia appartiene a quest’ultima categoria.

    Cooperative EdiliVerrà concesso più tempo per il raggiungimento degli obiettivi di bilancio, purchè vengano rispettati i parametri di Maastricht e si effettui una seria politica di riforme strutturali.
    Quest’ultimo punto è particolarmente importante e rientra nella cosiddetta “clausola per investimenti”. Vengono, infatti, scorporati nel calcolo del debito, tutti quegli investimenti effettuati attraverso i co-finanziamenti dell’Ue.
    Tale deviazione è consentita purchè non comporti lo sforamento del 3%.
    Una misura di questo tipo intende incentivare gli interventi che portano effetti di medio-lungo periodo sul bilancio di un paese. Ecco perchè la linea guida espressa dalla Commissione deve essere valutata in maniera positiva dall’Italia: il Governo Renzi potrà ritardare il raggiungimento degli obiettivi prefissati da Bruxelles in nome di un effettivo ammodernamento del Paese.

    Sempre su questa linea agisce la cosiddetta “clausola sulle riforme”. La Commissione valuterà attentamente le riforme effettuate dai singoli Stati ed il loro possibile impatto sul bilancio pubblico.
    Qualora Bruxelles accertasse la bontà di tali interventi nel medio-lungo periodo, consentirà ai suddetti di Paesi di deviare rispetto agli obiettivi di risanamento. Il tutto è sempre subordinato al mantenimento del 3% nel rapporto Pil/Debito pubblico e ad una deviazione che non deve mai andare oltre lo 0,5%.
    Maggiore flessibilità, dunque, ma estremo rigore nel rispetto dei parametri di Maastricht. L’Italia può guardare con maggiore ottimismo al futuro, ma deve inaugurare una stagione di riforme che porti i suoi benefici alle casse pubbliche.



  • Le conseguenze potevano essere previste. La nuova Legge di Stabilità ha portato la defiscalizzazione del contratto a tempo indeterminato ed altre forme di agevolazioni nel mercato del lavoro.
    Non possono dirsi soddisfatti, però, i liberi professionisti. La modifica del regime dei minimi, con annesso aumento della tassazione e dei contributi ha creato una spirale facile da prevedere.

    Secondo i dati forniti dal Mel, prima della fine del 2014 c’è uno stato un vero e proprio boom di aperture delle partite Iva.

    22102014Casualità? Niente affatto. Commercianti, avvocati, giornalisti, architetti hanno deciso di approfittare degli ultimi giorni del vecchio regime fiscale per anticipare l’apertura delle partite Iva.
    Non sono bastate, dunque, le parole del premier Renzi, il quale si è espresso in favore di un provvedimento ad hoc per i giovani liberi professionisti che li tuteli di fronte all’innalzamento delle tasse.
    Le categorie del settore hanno preferito evitare qualsiasi tipo di rischio. Secondo il Mef, nel solo mese di Novembre sono state aperte 38.351 partite Iva, con una percentuale del +15% rispetto al medesimo mese del 2013.
    Probabile sia accaduto lo stesso fenomeno anche a Dicembre, quando la discussione sulla Legge di Stabilità e sulla stangata verso i liberi professionisti ed i freelance è diventata ancora più fitta.

    I settori maggiormente interessati dal boom delle partite Iva sono stati quelli delle attività professionali (+84,5% rispetto a Novembre 2013), i servizi sanitari (+78,4%) e d’informazione (+39%). Tra le regioni più coinvolte vanno annoverate il Trentino Alto Adige, il Molise e la Lombardia.
    Relativamente alle classi di età, la crescita più imponente avviene tra i giovani fino ai 35 anni di età (+30%). L’aspetto paradossale della Legge di Stabilità è che sia andata a colpire proprio questa fascia di età, storicamente vicina alle idee del presidente del Consiglio Matteo Renzi.
    Il vecchio regime comportava un pagamento di una tassazione unica del 5%, comprensiva di Iva ed Irpef, per tutti i liberi professionisti con un reddito lordo massimo di 30.000 euro fino al compimento dei 35 anni di età.
    La nuova legislazione abbassa in maniera vertiginosa il reddito massimo per poter usufruire delle agevolazioni fiscali (15.000 euro) e triplica la tassazione fissandola al 15%. Tale cambiamento normativo riguarda solo le professioni, mentre nel settore del commercio il regime dei minimi passa alla soglia dei 40.000 euro.