• Tardano ad arrivare i decreti attuativi del Jobs Act. Su di essi si gioca una partita importante.
    Dovranno essere determinati, infatti, i contorni del nuovo art. 18 e la disciplina del contratto a tutele crescenti, oltre ad essere definita la copertura degli ammortizzatori sociali.
    Il presidente del Consiglio Matteo Renzi auspicava l’entrata in vigore dei decreti già a partire dall’anno nuovo. Ma bisognerà aspettare ancora.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaIl decreto attuativo sul contratto a tutele crescenti era atteso per ieri in Parlamento. Probabile che il ritardo sia dovuto ad una più attenta disamina delle fattispecie alle quali applicare la reintegra in caso di licenziamento illegittimo di tipo disciplinare. Sul punto la battaglia all’interno del Pd è stata ampia.
    Ci sarà da definire, ad esempio, la disciplina della fine del rapporto di lavoro per scarso rendimento. Una fattispecie complessa, sulla quale il Governo dovrà decidere se applicare la reintegrazione o il risarcimento economico qualora il giudice dovesse accertare l’illegittimità.

    Ancora più complessa la questione ammortizzatori sociali. In questo caso il ritardo potrebbe essere più corposo, nonostante alcuni esponenti del Partito Democratico vogliano la discussione simultanea in Parlamento di tutti i decreti attuativi.
    La questione più problematica riguarda la nuova Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego). Si tratta di un ammortizzatore sociale che si applicherà per tutti i disoccupati in ricerca attiva di lavoro e sarà della durata di 24 mesi.
    La Ragioneria generale dello Stato avrebbe posto dei dubbi in relazione alla copertura finanziaria dell’istituto. Le previsioni del Governo sui livelli di disoccupazione nei prossimi tre anni sono sembrati eccessivamente ottimistiche: un andamento decrescente che porterebbe la disoccupazione ad arrivare dal 13,4% attuale all’11,6% nel 2017.
    Le perplessità della Ragioneria nascono anche dagli scenari appena ipotizzati. Livelli più alti di disoccupazione creerebbero, infatti, molte difficoltà di copertura degli ammortizzatori sociali.



  • Una realtà in crescita, quella delle cooperative. Mentre in Italia il dibattito sul mondo cooperativo verte principalmente sullo scandalo Mafia Capitale, in Europa e nel mondo aumentano le imprese sociali di grosse dimensioni. Anche l’Unione Europea ha individuato nella cooperazione uno strumento efficace per uscire dalla crisi. Non è un caso che nel 2010 abbia redatto un piano programmatico con scadenza nel 2020, che mira allo sviluppo e alla nascita di nuove realtà cooperative.
    I suoi costi ridotti ed il suo carattere mutuale rende la cooperazione la miglior via d’uscita alla recessione nel segno della solidarietà.

    17112014Come riportato da Wired, sono centinaia di migliaia le cooperative sparse in tutto il mondo con più di 100 milioni di dollari di fatturato. La maggior parte sono in Europa (160mila), ma il fatturato complessivo maggiore lo presentano le imprese sociali statunitensi.
    Dietro gli Usa, si classificano Francia, Giappone, Germania e Paesi Bassi. I paesi europei sono, dunque, all’avanguardia in questo settore, a dimostrazione dei buoni risultati raggiunti dalla programmazione Ue.

    E l’Italia? La situazione delle cooperative italiane non è certo rosea. Negli anni che vanno dal 2010 al 2012, tutte le cooperative europee hanno incrementato il proprio fatturato, ad eccezione di quelle italiane ed irlandesi. Addirittura il mondo cooperativo nostrano mostra una perdita del 49% in termini di fatturato complessivo.
    L’ennesimo dato che conferma la grave situazione dell’economia italiana. La riflessione, quindi, dovrebbe spostarsi a 360 gradi sulle politiche di sviluppo delle imprese in Italia. Il nostro paese può seguire la strada dei dirimpettai tedeschi e francesi anche nel settore cooperativo.
    Basterebbe una riforma sistemica sugli incentivi e sulla tassazione delle imprese. Il tempo dei provvedimenti ad hoc è finito, è necessaria un’efficace politica del lavoro, che interessi in maniera coordinata aziende e lavoratori.



  • La nuova Legge di Stabilità, approvata il 23 Dicembre 2014, contiene una serie di agevolazioni sul lavoro.
    Si tratta di misure che agiscono nel senso della continuità con il Jobs Act e che mirano a diminuire il numero di disoccupati, incentivando le nuove assunzioni. Ma procediamo con ordine.

    notifica_postaDal comma 20 al 25 vengono disciplinati sconti e ad agevolazioni sulle aliquote Irap, ovvero l’imposta sulle attività produttive. A partire dal 1 gennaio 2015 è introdotta la piena deducibilità della base imponibile Irap del costo del lavoro per tutti i lavoratori assunti a tempo indeterminato.
    Il legislatore agisce, dunque, defiscalizzando i contratti a tempo indeterminato. Viene completato in questo modo il processo cominciato con il Jobs Act.
    La modifica dell’art.18, infatti, facilita lo scioglimento dei rapporti lavorativi, consentendo così ai datori di lavoro di assumere nuovi dipendenti con contratti a tempo indeterminato, senza temere eventuali crisi produttive, dovute alla congiuntura economica o allo scarso rendimento dei lavoratori.

    Le misure di defiscalizzazione dell’Irap riguardano, però, anche i dipendenti a tempo determinato e le imprese senza dipendenti. Per la prima categoria è prevista la piena deducibilità dell’imposta sulle attività produttive, solo ed esclusivamente se i lavoratori sono impiegati con un contratto di almeno 3 anni e se abbiano all’attivo almeno 150 giornate lavorative.
    Per le imprese senza dipendenti, invece, la deducibilità è pari al 10% dell’Irap lorda.

    La Legge di Stabilità prevede ulteriori agevolazioni per chi decide di effettuare assunzioni con contratti a tempo indeterminato. Questa volte la defiscalizzazione riguarda i contributi da versare all’Inps.
    I commi 118-124 disciplinano l’esenzione contributiva, valida 3 anni, per tutti i contratti a tempo indeterminato stipulati a partire dall’1 gennaio 2015. La quota massima di esenzione corrisponde a 8.060 euro.
    Affinché si applichi tale misura, è necessario che il lavoratore non abbia avuto un contratto a tempo indeterminato con un’altra impresa nei sei mesi precedenti e che non abbia lavorato con un contratto a tempo indeterminato per la stessa impresa che lo sta assumendo nei tre mesi precedenti.
    Non è da escludere che le agevolazioni riguardino anche la conversione dei rapporti a termine già esistenti. Sul punto la legge non interviene in maniera puntuale.
    Sono esclusi da questa agevolazione contributiva i lavoratori che hanno usufruito di altri incentivi per un precedente contratto a tempo indeterminato.



  • I timori erano fondati, alla fine i dati svelano una certezza: l’Europa è in deflazione.
    Lo comunica l’Eurostat, l’ufficio di statistica dell’Unione europea. Le previsioni parlavano di un indice dei prezzi al consumo in ribasso dello 0,1%, in realtà la deflazione è stata ancora più ampia: -0,2%.
    Un calo dei prezzi notevole sia in senso assoluto, sia se paragonato ai livelli fatti registrare nel mese di novembre, quando l’inflazione si attestava attorno al +0,3%.

    DENAROL’Eurozona, dunque, è in piena crisi. Lo rivelano i dati sulla crescita, sui tassi di cambio euro-dollaro (1,18 dollari, mai così bassi dal 2006), sul numero dei disoccupati e sul debito pubblico. Il rischio è che si crei una spirale viziosa e che l’economia fatichi a ripartire.
    Alcuni economisti valutano in maniera positiva il calo dei prezzi in quanto in linea teorica provocare una crescita dei consumi.
    Difficile, però, che ciò possa accadere in una situazione di recessione ormai perenne, dove la fiducia dei consumatori è ai minimi storici e le risorse disponibili sono sempre meno.

    L’obiettivo di Bruxelles è arrivare sui livelli di inflazione vicini al 2%, scenario per adesso improbabile. Analizzando il dato nel dettaglio, notiamo come come quest’ultimo sia imputabile principalmente al crollo dei prezzi delle materie energetiche (-6,3%), mentre gli altri prodotti, su tutti quelli alimentari, sono rimasti stabili.
    Anche l’Italia, nello specifico, presenta un indice dei prezzi al consumo vicino allo zero. Il tasso medio annuo di incremento dei prezzi è, infatti, dello +0,2%, il più basso dal 1959.
    Da Bruxelles fanno sapere si tratti di una semplice contrazione congiunturale, dovuta principalmente al calo dei prezzi delle materie prime. La situazione, in realtà, è più complessa e rischia di diventare ancora più critica con il passare del tempo.
    Le voci di una possibile uscita della Grecia dall’Euro certo non aiutano. Servono misure urgenti per il rilancio dell’economia, perchè un altro anno con livelli di inflazione e tassi di cambio così bassi rischia seriamete di far crollare l’unione economica e monetaria.



  • Dalla Bastille Saint-Antoine al numero 10 di rue Nicolas-Appert. La Francia si guarda allo specchio e ritrova sè stessa. Un paese ricco di valori e di lacerazioni, espressione delle libertà e delle sue contraddizioni.
    Una Francia vittima e sposa della sua identità nazionale.
    Dal quel 14 luglio del 1789 a questo tragico 7 gennaio 2015, i francesi hanno scoperto il valore dei diritti e oggi, nel giorno del dolore, innalzano la bandiera della libertà.
    Il laicismo, in quanto tale, non è un dogma. È un credo razionale, rappresenta la forma moderna della religione illuminista. Charlie Hebdo era questo e tanto altro. E lo sarà ancora, nonostante gli attacchi al cuore, al cervello alla creatività di una realtà editoriale controversa, ma libera.

    le parisienSono le 11:30 del 7 gennaio 2014, quando due terroristi armati di kalashnikov fanno irruzione all’interno della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.
    Inizialmente sbagliano numero civico, poi riescono ad arrivare al secondo piano del numero 10 di rue Nicolas Appert.
    In quel momento si sta svolgendo la riunione di redazione. Sono presenti le principali firme dal settimanale: dal direttore Stéphane Charbonnier detto Charb, allo storico vignettista Wolinski, Tignous, Cabu.
    I terroristi li invitano singolarmente a dire il proprio nome e poi li freddano al grido di “Allah Akbar!” “Allah è il più grande”.

    Il profeta di Allah, Maometto, è l’oggetto principale delle vignette satiriche di Charlie Hebdo: lui, come altre figure di carattere religioso, di un giornale che fa del laicismo il proprio vessillo.
    La rappresentazione irriverente del profeta è considerata un’operazione blasfema per la religione islamica. Vi è il divieto assoluto di raffiguare Allah e Maometto.
    Una tradizione musulmana tramandata di generazione in generazione ed assunta a motivo di odio, da chi di odio si nutre quotidianamente.
    Gli attentatori si professano di Al Qaeda, quell’organizzazione terrorista che nulla ha a che vedere col messaggio di pace dell’Islam e che rischia di gettare il mondo in una guerra civile, politica e religiosa perenne.

    Sono dodici le vittime, tra giornalisti, inservienti e poliziotti. Una strage che ha pochi eguali nella storia dell’Europa e della Francia. Molti l’hanno definito l’11 settembre europeo, le definizioni, però, come le parole, lasciano il tempo che trovano. I giornalisti di Charlie Hebdo conoscevano i rischi del proprio operato. Già nel 2011, una bomba molotov aveva distrutto la precedente sede. Le minacce terroristiche continuavano a rimanere latenti.
    Certo, mai si sarebbero aspettati un attacco di una simile portata. Due uomini addestrati al male e alla morte, soldati di una guerra inesistente e persa in partenza.

    La libertà di stampa ed il laicismo sono stati feriti gravemente, ma rimarranno in piedi. Charlie Hebdo è una delle espressioni più estreme e discutibili di questi due valori. Ma proprio la sua carica provocatoria connota la stampa della sua dimensione essenziale: la libertà.
    Dalla Bastille Saint-Antoine al numero 10 di rue Nicolas Appert, il suo cammino di verità proseguirà spedito.



  • Un boom di vendite, ma in fondo c’era da aspettarselo. Nel mese di Dicembre oltre 10 milioni di persone hanno acquistato dei prodotti online, per un valore complessivo di oltre 3 miliardi di euro.
    Rispetto all’anno precedente c’è stato un aumento del 28%, superiore a quanto avvenuto nel 2013 e nel 2012, quando le vendite erano aumentate su base annua rispettivamente del 21% e del 14%

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaI dati riportati da Il Sole 24 Ore dimostrano come il settore del commercio online sia in rapida ascesa. La composizione delle vendite è piuttosto variegata. Il 40% degli acquisti è avvenuto nel settore turistico, con molti consumatori che hanno deciso di prenotare le proprie vacanze attraverso il web.
    Molto bene anche le vendite di abbigliamento e di prodotti tecnologici; in netto aumento l’acquisto di libri online, dove il settore dell’e-commerce si sta avvicinando alle distribuzioni di catena.
    I numeri raggiunti dall’Italia non sono certamente paragonabili a quelli degli Stati Uniti, dove appuntamenti come il Black Friday sono dei veri e propri giorni nazionali dedicati allo shopping online. Si attestano su livelli superiori anche i maggiori paesi europei, Gran Bretagna e Germania su tutti.

    La domanda, però, mostra una crescita vertiginosa, visto che sono stati addirittura 2 milioni gli italiani che a Natale hanno acquistato solo attraverso il web. Sempre in base ai dati de Il Sole 24 Ore, sono circa 30mila le aziende italiane che operano in rete, un numero esiguo rispetto ad un mercato in continuo aumento.
    Lo sviluppo delle tecnologie ed il loro capillare utilizzo da parte di una fascia più ampia della popolazione crea dei consumatori maggiormente disposti ad effettuare acquisti online.

    I costi sono inferiori, soprattutto dal punto di vista economico. Non è un caso che siano cresciute le richieste di acquisto attraverso smartphone. Il futuro del commercio, dunque, è online. Con un’offerta più ampia, anche l’Italia potrà raggiungere valori economici vicini a quelli degli altri paesi europei.



  • Non è incoraggiante la nota dell’Istat sui livelli di disoccupazione nel mese di Novembre 2014. In base a quanto riportato dall’istituto di statistica, l’Italia ha raggiunto un livello negativo record.
    I numeri parlano chiaro: a novembre il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 13,4%, una cifra mai toccata nella storia del nostro paese. In termini comparati c’è stato un aumento dello 0,2% rispetto al mese precedente e dello 0,9% nel confronto con novembre 2013.
    Anche il numero degli occupati mostra segnali negativi: in questo mese sono 22 milioni e 310 mila, in diminuzione dello 0,2% rispetto ad ottobre.

    Cooperative decorrenza del termine per l'opposizione alla delibera di esclusione del socioLe cifre evidenziate esprimono una tendenza di lungo periodo, che colloca l’Itaia sopra la media europea. Il livello medio di disoccupazione dei paesi dell’Eurozona è infatti di poco superiore all’11%, mentre il nostro paese si attesta ormai ben sopra il 13%.
    Le previsioni per il 2015 non sono migliori, visto che il livello di disoccupazione dovrebbe rimanere più o meno inalterato.
    Non presenta dei dati migliori la disoccupazione giovanile. La quota dei disoccupati tra i 15-24 anni sul totale degli occupati o in cerca di lavoro, è del 43,9%, in aumento dello 0,6 % su base mensile e del 2,4% su base annua. Per quanto riguarda, invece, le differenze di genere diminuisce l’occupazione in misura maggiore per le donne (-0,4%) rispetto agli uomini (-0,1%).

    Tali dati trovano una parziale spiegazione nella diminuzione del numero degli inattivi. Crescono, infatti, le persone che cercano attivamente un lavoro: +0,1% rispetto ad ottobre e +2,2% rispetto ad un anno fa.
    Più persone cercano lavoro, maggiore, ovviamente, è il livello di disoccupazione. Resta comunque un trend estremamente negativo, che colloca l’Italia da troppo tempo nelle retrovie tra i paesi dell’Unione Europea.
    Urgono delle politiche attive di sviluppo economico e di inserimento degli italiani all’interno del mercato del lavoro.



  • La riforma fiscale prevista dal Governo ha scatenato un’imponente polemica di carattere politico. L’oggetto del contendere è l’articolo 19 bis del provvedimento, secondo molti un vero e proprio “regalo di Natale” da parte di Renzi a Silvio Berlusconi.
    L’articolo in questione riguarda il reato di frode fiscale e contiene la depenalizzazione della fattispecie per tutti gli importi che non superino il 3% della base imponibile. Una norma che salverebbe di fatto Berlusconi, consentendogli di non scontare la pena dispostagli nell’ambito del processo Mediaset.
    Lo stesso Matteo Renzi si è premurato di pensare ad una modifica dell’articolo, rinviando di fatto al 20 febbraio la discussione del decreto alle Camere.

    24102014La scelta del premier di interrompere il cammino della riforma fiscale ha provocato, però, molti malumori, soprattutto nel mondo imprenditoriale. Le associazioni di categoria ritengono quest’intervento fondamentale ai fini della semplificazione e della razionalizzazione del quadro normativo sulle aziende.
    Le imprese italiane sono vittima di un sistema regolativo complesso ed imprevedibile, che di fatto frena gli investimenti interni ed esteri.
    Sul punto è molto chiara Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria: “Siamo preoccupati per il ritardo nell’applicazione di una delle parti più importanti della riforma fiscale” dichiara la Panucci al Corriere della Sera “Per noi la definizione dell’abuso di diritto resta una priorità”.

    L’articolo 19 bis sulla frode fiscale viene valutato come una norma secondaria, che può essere cancellata tranquillamente senza che ciò infici l’intero apparato riformatorio.
    Il provvedimento del Governo definisce in maniera chiara la fattispecie dell’abuso di diritto, distinguendola in maniera inequivocabile da tutti i reati di frode fiscale. Dovrebbero essere inoltre depenalizzati le dichiarazioni infedeli e le omissioni di versamenti Iva e ritenute. Si tratta di reati sempre più diffusi, soprattutto negli anni recenti di crisi economica.
    Per entrambe viene anche innalzata da 50.000 euro a 150.000 euro la soglia minima a partire dalla quale scatta la sanzione.
    Gli imprenditori credono che questa serie di provvedimenti siano delle misure necessarie per rendere il nostro diritto più chiaro e distinguere in maniera netta le fattispecie di reato elusorio.



  • Dopo l’approvazione della Legge di Stabilità, il Governo sta studiando un piano di investimenti per le piccole e medie imprese. Lo ha dichiarato a più riprese il Ministro dell’Economia Padoan e adesso il piano normativo sembra pronto ad arrivare alle Camere.
    Non ci sono certezze sul contenuto del provvedimento, che con ogni probabilità assumerà i contorni del decreto legge, Il Sole 24 Ore, però, è in grado di anticipare alcune misure.

    TAXIl decreto prenderà il nome di Investment compact o Industrial compact e interesserà a stretto giro le piccole e medie imprese.
    Il primo aspetto che verrà modificato riguarda le modalità di finanziamento delle aziende, con particolare riferimento ai soggetti di credito. Il decreto in fase di studio intende, infatti, riformare il Fondo centrale di Garanzia per le Pmi, aprendolo a nuovi intermediari. Non saranno più, dunque, solo banche a finanziare le imprese di piccola e media grandezza, ma anche altri istituti come le assicurazioni o i fondi di credito.
    Si tratta di un’operazione volta ad allargare le possibilità di accesso al credito delle aziende e a conformare l’attività di finanziamento degli istituti finanziari italiani a quella della Bce.

    Il provvedimento, però, non si ferma ai soggetti creditori. Il Governo intende anche promuovere l’innovazione e lo sviluppo economico attraverso un piano di agevolazioni fiscali per tutte le cosiddette “Pmi innovative”.
    Il Ministero dell’Economia estenderà a queste ultime gli strumenti di defiscalizzazione già presenti per le start-up.
    Sarà necessario verificare il tipo di attività brevettuale e dimostrare di possedere personale altamente qualificato.

    Qualora il contenuto dovesse essere confermato, si tratterebbe di un importante incentivo allo sviluppo tecnologico per le aziende già esistenti. Risulta sacrosanto investire sulla creazione di nuove attività produttive, come avviene con le start-up, ma è altrettanto importante invitare le piccole e medie imprese a rinnovare la propria attività e a concorrete a pieno regime con i partner europei e mondiali.
    L’Investment compact dovrebbe prevedere anche una serie di interventi mirati, con l’obiettivo di favorire gli investimenti stranieri in Italia. Da questo punto di vista si cercherà di semplificare il quadro normativo e burocratico, che troppo spaventa gli investitori esteri per via della sua imprevedibilità e variabilità.



  • Buone notizie per le imprese italiane. La circolare del 29 Dicembre 2014 del Ministero dello Sviluppo Economico, in attuazione della legge n.114/14, rende nota l’applicazione del diritto annuale camerale per tutte quelle aziende iscritte nel registro delle imprese a partire dal 1 gennaio 2015.
    La disciplina normativa in questione prevede agevolazioni fiscali per tutte le nuove realtà imprenditoriali e copre un intervallo temporale di tre anni. Il Governo, infatti, ha deciso di ridurre i costi camerali di una percentuale crescente dal 2015 al 2017.

    downloadTutte le imprese che si iscriveranno al REA nell’anno 2015 pagheranno alla Camera di Commercio una quota inferiore del 35% rispetto a quella versata dalle aziende nel 2014. Le agevolazioni cresceranno ulteriormente negli anni a venire: per il 2016 è previsto uno sconto del 40%, mentre nel 2017 sarà del 50%.
    La nota del Ministero dello Sviluppo Economico precisa che il provvedimento riguarda anche quelle aziende che iscriveranno nuove unità locali. Viene inoltre determinata con precisione la somma da versare in base al tipo di impresa o società.

    Viene effettuata, ad esempio, una distinzione tra le imprese che pagano in misura fissa e quelle che versano i diritti camerali in base al fatturato.
    Per tutte le aziende individuali iscritte o annotate nella sezione speciale del registro delle imprese, la cifra fissa da pagare è di 57 euro più 12 euro per ogni unità locale. Centotrenta euro + ventisei euro, invece, per le imprese individuali iscritte nella sezione ordinaria. Stessa cifra anche per le società semplici non agricole e quelle tra avvocati.
    Al contrario, le aziende con sede principale all’estero dovranno corrispondere 71,50 euro.
    Sono riportati, infine, una serie di esempi sui costi e le aliquote da applicare a quelle imprese che pagano i diritti camerali in rapporto al fatturato. La misura fissa è comunque per tutti di 200 euro e si può arrivare fino ad un massimo di 40mila euro.

    Si tratta, in via definitiva, di un importante incentivo alla creazione di nuove imprese e dunque di nuovi posti di lavoro. La defiscalizzazione delle aziende è un passo imprescindibile per dare avvio alla crescita occupazionale e allo sviluppo economico, specie nei territori più arretrati. Le regioni meridionali devono dunque cogliere questa opportunità ed iniziare a costituire quel tessuto produttivo che ancora manca.



  • Il mercato del lavoro tedesco è diventato un modello di riferimento per tutti i paesi europei. Non è un caso che la Germania sia diventata il motore trainante dell’Unione Europea e che presenti il più basso livello di disoccupazione fra tutti i Paesi membri.
    Il 2014, da questo punto di vista, è stato un altro anno d’oro per i tedeschi. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto la cifra record del 4,7%. Più basso persino del 2013, quando già si era attestato sotto il 5%.
    Come riporta l’Istituto di Statistica Destatis, il numero dei disoccupati è diminuito di 77mila persone, -3,5% rispetto al 2013. Questo è l’ottavo anno consecutivo che nello stato teutonico aumentato il numero degli occupati, facendo registrare cifre record nella storia tedesca.

    caschetto lavoroSe è vero, dunque, che l’economia europea fatica a ripartire, il discorso non è valido per la Germania. E qui il confronto con l’Italia è impietoso. Secondo i dati forniti dall’Istat e riportati qualche giorno fa, è proprio il tasso di disoccupazione il macro-aggregato più preoccupante per il nostro paese. Crescono, infatti, le esportazioni, i consumi, i livelli produttivi e con essi è atteso un parziale aumento del Pil. Rimarrà pressochè invariato, invece, il tasso di disoccupazione, attestabile sempre attorno al 13%. Ben al di sopra dunque del 4,7% tedesco.

    Il mercato del lavoro tedesco è un sistema dinamico, dove il servizio di placement, il reddito di cittadinanza ed i mini-contratti di lavoro riescono ad interagire in maniera perfetta. Il risultato è un sistema che premia chi cerca attivamente lavoro e rimane così costantemente all’interno del circuito occupazionale.
    L’idea generale di Renzi sarebbe stata quella di emulare la Germania. Il Jobs Act, tuttavia, sembra lontano dal modello tedesco, se escludiamo la flessibilità che esso promuove nel rapporto di lavoro.
    Dunque, il miracolo tedesco, con tutte le sue contraddizioni e controindicazioni, è lontano per l’Italia e per la maggior parte dei paesi europei. E lo sarà probabilmente per molti anni ancora.



  • Una buona notizia per il mondo delle cooperative dopo un periodo buio. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha promosso, infatti, un regime di finanziamenti a tasso agevolato per la nascita di nuove cooperative.
    L’intento del provvedimento è rilanciare lo sviluppo economico ed i livelli occupazionali, attraverso la ristrutturazione delle aziende e delle cooperative in difficoltà. Si vuole incentivare, inoltre, la creazione di nuove realtà cooperative, soprattutto nei territori con il più alto tasso di disoccupazione come il Mezzogiorno.

    downloadL’iniziativa del Mef è un segnale incoraggiante per le imprese sociali italiane, anche perché arriva subito dopo lo scandalo Mafia Capitale. Le vicende romane hanno messo in discussione l’intero sistema cooperativo, lasciando presagire ad una ristrutturazione profonda dei rapporti tra istituzioni e cooperative.
    Non è detto che ciò non avvenga in futuro e che non possa essere un bene per le cooperative operanti sul nostro territorio. Per adesso il provvedimento del Governo intende ridare fiducia ad un mondo infangato dalla malavita e dalla corruzione di pochi operatori.

    Possono beneficiare di tali finanziamenti tutte le cooperative:
    a) regolarmente costituite e iscritte nel Registro delle imprese;
    b) che si trovano nel pieno e libero esercizio dei propri diritti e che non sono in liquidazione volontaria o sottoposte a procedure concorsuali.

    Il Decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 Gennaio, regolamenta tutte le iniziative ammissibili ai fini dell’ottenimento dei finanziamenti agevolati. Le attività svolte devono promuovere:
    a) sull’intero territorio nazionale, la nascita di società cooperative costituite, in misura prevalente, da lavoratori provenienti da aziende in crisi, di società cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381 e successive integrazioni e modificazioni e di società cooperative che gestiscono aziende confiscate alla criminalità organizzata;
    b) nei territori delle Regioni del Mezzogiorno, oltre a quanto previsto alla lettera a), lo sviluppo o la ristrutturazione di società cooperative esistenti.

    Uno degli obiettivi del decreto è, dunque, di reinserire i lavoratori destinati a perdere il proprio lavoro, dando loro l’opportunità di operare all’interno di nuove imprese. Reinserimento, ristrutturazione, ma anche e soprattutto creazione di nuovi posti di lavoro. Sono questi i punti cardine del provvedimento governativo.
    Per quanto riguarda le modalità di finanziamento, le banche possono finanziare l’attività delle cooperative nascenti o in fase di ristrutturazione con dei tassi d’interesse agevolati, ma fino ad un massimo di un milione di euro. Inoltre la società finanziaria non potrà fornire risorse alla cooperativa per un importo superiore a quattro volte il valore della partecipazione detenuta dalla banca nella cooperativa beneficiaria.