• Meno burocrazia, taglio degli adempimenti amministrativi, esonero dal greening e dalla condizionalitá. Sono queste le misure salienti del provvedimento preso dal Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestabili, in collaborazione con l’Agea, e rivolto ai cosiddetti “piccoli agricoltori”.
    Si tratta di circa 550mila produttori agricoli, che nel 2015 riceveranno un aiuto di 1.250 euro per un totale di 290 milioni di euro.
    Chiunque parteciperà a questo regime di aiuti nel 2016 e non presenterà negli anni successivi alcuna novità aziendale, non dovrà ripresentare la domanda.

    caldo coltivazioni«Abbiamo fatto una scelta forte – ha commentato il Ministro Maurizio Martina – in coerenza con il nostro programma di semplificazioni “Agricoltura 2.0”, con la quale puntiamo ad un taglio netto delle 100 giornate che le imprese agricole spendono in burocrazia. Con questa operazione i piccoli agricoltori non dovranno perdere più tempo e risorse dietro a adempimenti amministrativi. Se non cambia nulla in azienda riceveranno gli aiuti fino al 2020 senza altre domande. Non ci fermiamo qui: abbiamo già chiesto al Commissario Ue Phil Hogan di rendere più semplici le regole della Pac in una revisione da fare in tempi brevi».

    Per quanto riguarda la procedura di adesione, gli agricoltori che hanno presentato la domanda unica entro il 15 giugno 2015 ed hanno diritto a ricevere gli aiuti, possono aderire al regime dei “piccoli agricoltori” presentando la domanda all’Organismo pagatore entro il 15 ottobre 2015.
    Per rimanere all’interno del regime, i produttori dovranno mantenere negli anni successivi il numero di ettari ammissibili dichiarati nella domanda unica 2015 e conservare lo status di agricoltore in attività.
    Saranno, inoltre, esentati dalle pratiche greening e dalle sanzioni di condizionalità; l’ammontare delle risorse sarà di 1.250 euro l’anno fino al 2020.



  • Digital Magics, uno dei maggiori incubatori italiani per startup innovative digitali, ha lanciato al Governo una proposta di otto punti per migliorare il livello di innovazione nel nostro paese e far crescere le startup.
    Deduzioni fiscali, nuovi sistemi di finanziamento e minori incombenze burocratiche: sono questi i punti essenziali del White Paper presentato in occasione dell’Internet Festival 2015 di Pisa in un panel che ha visto fra i protagonisti: Paolo Barberis, Vincenza Bruno Bossio, Laura Castellani, Luca De Biase, Marco Gay e Marco Bicocchi Pichi.

    Ecco gli otto punti che contraddistinguono la proposta di Digital Magics:

    • Agevolazioni fiscali per le startup: l’idea di Digital Magis è di aumentare il credito d’imposta Irpef per investimenti in startup innovative, portandolo dal 19% al 30-40%. Un’altra proposta dal punto di vista fiscale è l’aumento della deducibilità dall’Ires fino al 30%;
    • lavoro italiaStartup, fonte di innovazione per le PMI: introduzione di agevolazioni fiscali per le Pmi che acquistano prodotti e servizi innovativi dalle startup (Open Innovation);
    • Potenziamento del crowdfunding attraverso la revisione della normativa Consob;
    • Investimenti OICR in innovazione: eliminazione dei vincoli e previsione di incentivi per gli investimenti in innovazione degli Organismi di investimento collettivo nel risparmio (OICR);
    • Fondi di risparmio: creazione di fondi derivanti dall’industria del risparmio per investire in startup;
    • Fondo di matching per le startup in fase di seed: creazione di un Fondo di matching con Cassa Depositi e Prestiti, cercando la collaborazione di investitori istituzionali e privati qualificati, rivolto alle startup in fase di seed, con investimenti fino a 1,5 milioni di euro;
    • Internazionalizzazione startup: creazione di un Italian Fouders Institute, ovvero un istituto con esperti internazionali per favorire la promozione del Made in Italy all’estero ed il rientro di figure altamente professionali nel nostro Paese, attraverso benefici sia per i lavoratori che per le imprese;
    • Finanziamenti regionali: armonizzazione normativa regionale con quella nazionale in materia di finanziamento alle startup.


  • Quanto vale in termini di Pil la parità di genere? Una ricerca condotta dalla multinazionale McKinsey ha provato a rispondere a questa domanda giungendo a risultati importanti.
    Secondo questa indagine, infatti, l’eliminazione delle diseguaglianze tra uomo e donna porterebbe ad aumento del Pil mondiale nei prossimi dieci anni, stimabile attorno al +26%. Il Prodotto Interno Lordo si attesterebbe addirittura sui 28 miliardi di dollari.

    L’analisi effettuata da McKinsey ha preso come campione 95 paesi, nei quali è presente il 93% della popolazione femminile mondiale e che produce il 97% parità di genere mckinseydella ricchezza globale. Sono 15 indicatori gli indicatori utilizzati, 5 determinano l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro e 10 l’uguaglianza nella società: vengono analizzati, tra gli altri, il livello di partecipazione politica, l’accesso delle donne alle posizioni di leadership, il lavoro non retribuito, la protezione sociale e l’inclusione digitale.
    Tutti indicatori fondamentali per stabilire il grado di inclusione delle donne nella vita economica e sociale di un paese.
    Secondo le rilevazioni di McKinsey, solamente il 37% della ricchezza mondiale viene prodotto dalle donne, con dei picchi negativi in India (18% della ricchezza prodotta deribìva dal genere femminile) e dei risultati migliori in Europa, Nord America e Asia centrale (40%).
    Il paese migliore, dal punto di vista della parità di genere, è la Spagna con una crescita dell’occupazione femminile, tra il 2003 ed il 2013, dell’1,5% ogni anno. Se l’Europa seguisse lo stesso ruolino di marcia del paese iberico, avrebbe una crescita del Pil del 9% di qui ai prossimi dieci anni.
    Il miglioramento della parità di genere passa, in primo luogo, da un cambiamento culturale sul ruolo delle donne all’interno della società.
    L’aspetto maggiormente problematico è rappresentato dalla scarsa presenza del genere femminile nei ruoli apicali, che siano i vertici delle istituzioni, delle pubbliche amministrazioni o delle grandi imprese. Da questa svolta culturale, dunque, dipende l’annullamento delle differenze di genere ed il miglioramento dell’economia globale.



  • Dal 10 al 18 ottobre si svolgerà lo Europe Code Week, la terza edizione del programma europeo dedicato al coding e al pensiero computazionale.
    L’iniziativa prevede una serie di eventi, su scala nazionale e regionale, all’interno dei quali si cercherà di diffondere la cultura del coding alle giovani generazioni. Molti incontri, infatti, verranno promossi nelle scuole, perché la capacità di problem solving può essere appresa e sviluppata fin da ragazzi.

    La società moderna è caratterizzata dall’avvento delle nuove tecnologie che hanno letteralmente il nostro modo di vivere e di lavorare. Per adattarsi a questo enorme europe code weekcambiamento, non basta saper utilizzare i nuovi digital devices, occorre anche comprendere come realmente funzionano le nuove tecnologie, capire i loro codici per poter creare noi stessi degli strumenti digitali.
    All’apparenza può sembrare un’impresa impossibile, ma i tanti progetti di coding, svolti nelle scuole, hanno dimostrato come sia possibile sviluppare queste capacità anche nei bambini.
    Imparare a decifrare i codici e gli algoritmi informatici tramite giochi ed altre attività, aiuta a sviluppare la creatività e la capacità di collaborazione delle giovani generazioni, oltre ad essere fondamentale per lo sviluppo dell’economia digitale di un paese.
    La scorsa edizione dello Europe Code Week ha avuto un grande successo, con 37 paesi coinvolti più di 4000 eventi organizzati e l’Italia che è stato il primo paese in Europa per numero di eventi e partecipanti.
    Le nostre scuole si sono già rese protagonista dell’iniziativa Programma il futuro, anch’essa dedicata al pensiero computazionale. Lo Europe Code Week sarà per loro un’ulteriore occasione per implementare queste conoscenze nei loro istituti ed accrescere la cultura digitale e le competenze programmatiche dei nostri bambini.


  • lavoro giovani

    Qual è il profilo dei giovani under 35? Difficile elaborare un ritratto di questo tipo.
    L’istituto di ricerca Censis ha provato, però, ad effettuare un’operazione del genere attraverso un’indagine intitolata “Vita da Millennials: web, new media, startup e molto altro. Nuovi soggetti della ripresa italiana alla prova”.
    I Millennials sono per l’appunto i ragazzi under 35, protagonisti, secondo questa ricerca, della rinascita del nostro Paese.

    Dall’analisi di Censis emerge innanzitutto un dato importante, che riguarda le nuove imprese nate nel secondo trimestre del 2015. In questo periodo di tempo, ogni giorno sono state aperte 300 nuove imprese, create dagli under 35.
    lavoro giovaniSono in tutto 32mila le nuove aziende aperte dai Millennials tra aprile e giugno ed in tutto sono 592.000 le realtà imprenditoriali sviluppate dai giovani, corrispondenti al 9,8% delle imprese presenti nel nostro paese.
    Si tratta di numeri importanti che, a dispetto del senso comune, dimostrano come sia tanta la voglia di mettersi in gioco da parte dei giovani.
    Ma il dato sulle nuove imprese è solo una piccola molecola dell’universo giovanile.

    I Millennials sono creativi, innovatori ed intraprendenti, ma dimostrano anche una grande etica del lavoro. Del resto è il mercato che li costringe a lavorare anche più di quanto stabilito dai propri contratti, in condizioni spesso precarie e con mansioni che non corrispondono alle proprie competenze e sono inferiori al proprio titolo di studio.
    Secondo Censis, infatti, 3,8 milioni di under 35 hanno svolto un’attività lavorativa oltre l’orario di lavoro formale, 1,7 milioni hanno ricevuto contratti della durata inferiore ad un mese e addirittura 4,4 milioni hanno svolto stage non retribuiti.
    Insomma, pur di entrare nel circuito occupazionale e di accrescere le proprie competenze, i giovani sono disposti anche a lavorare più del previsto ed in alcuni casi a non ricevere neppure un compenso o a riceverlo solo occasionalmente (1,7 milioni).
    La flessibilità, inoltre, è un altro carattere distintivo dei cosiddetti Millennials, se pensiamo che 2,3 milioni svolgono un lavoro più basso rispetto alla loro qualifica e che un milione ha cambiato almeno due lavori nel corso dell’anno.
    Capiamo benissimo da questi dati quanto sia complesso per un giovane under 35 entrare in maniera stabile nel mercato del lavoro. La forza contrattuale di un Millennials è molto bassa, per cui è spesso disposto ad accettare delle condizioni contrattuali ed informali, che violano, di fatto, i diritti dei lavoratori e contribuiscono ad aumentare il loro grado di instabilità ed incertezza.



  • L’Inps ha comunicato quanti lavoratori usufruiscono dei voucher lavoro, il metodo di pagamento per le prestazioni lavorative accessorie.
    Secondo l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, nel 2014 sono stati 1.016.703 i lavoratori retribuiti attraverso i buoni lavoro.
    Il numero di voucher erogati è cresciuto progressivamente con il passare degli anni, a partire dal 2008, anno in cui sono stati istituiti.

    In base ai calcoli dell’Inps, dal 2012 al 2014 sono aumentati con una media del 70%, raggiungendo una variazione positiva del +75% nei primi sei mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo nel 2014.
    voucher lavoroMolti esperti del settore, tra i quali lo stesso presidente dell’Inps, Tito Boeri, hanno definito i voucher come la nuova frontiera del precariato; uno strumento di questo tipo dà la possibilità ai datori di lavoro di regolarizzare forme contrattuali che altrimenti potrebbero essere in nero.
    La cifra massima che può essere percepita da un lavoratore attraverso i voucher è di 7.000 euro netti l’anno, mentre il tetto massimo percepibile da un solo datore di lavoro ammonta a 2.000 euro netti.
    Il fenomeno è in crescita soprattutto al Nord Est con 82 milioni di voucher erogati che corrispondono al 38,7% del totale. La regione leader è la Lombardia con 37,5 milioni di voucher venduti, seguita dal Veneto (29,9 milioni) e l’Emilia Romagna (26,3 milioni).
    I settori, invece, che fanno registrare la maggiore quantità di buoni lavoro erogati sono il commercio (18%), i servizi (13,7%) ed il turismo (13%).
    La scelta del Governo, attraverso il Jobs Act, di innalzare a 7.000 euro il limite annuale di guadagno ricevibile con i voucher, porterà senza dubbio ad un ulteriore incremento delle erogazioni.
    Il rischio è di limitare, di fatto, gli sforzi effettuati per ridurre le forme contrattuali a termine, creando una nuova forma di precariato.



  • Si chiama Neetwork ed è il programma, lanciato dalla Fondazione Cariplo, per i giovani di età compresa tra i 18 ed i 24 anni che non studiano e non lavorano.
    L’iniziativa prevede l’attivazione di oltre 600 tirocini retribuiti (400 euro al mese) della durata di 4-6 mesi per quei ragazzi che dispongono di un livello di istruzione non superiore alla licenza media.
    Neetwork intende aumentare le competenze e far crescere la fiducia dei migliaia di giovani italiani senza lavoro e con un livello di istruzione basso.

    In Italia i cosiddetti Neet, dall’inglese Not (Involved) in Education, Employment and Training) sono 2,4 milioni, di cui 930 mila con un titolo di studio non progetto neetworksuperiore alla licenza media.
    La Fondazione Cariplo mira a ridurre questo numero impressionante di ragazzi sfiduciati, utilizzando i fondi del programma Garanzia Giovani, ai quali verranno aggiunte ulteriori risorse che consentiranno ai privati sociali di partecipare all’iniziativa.
    Più di 350 organizzazioni no-profit, infatti, hanno aderito al programma, dando la propria disponibilità ad attivare i tirocini retribuiti.
    «Ognuno deve sentirsi parte della risposta a questo grave problema sociale – ha dichiarato il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti– e con questo progetto intendiamo dare un’opportunità ai giovani più fragili, costruendo un’alleanza tra pubblico, privato e privato sociale. Un’iniziativa concreta che mira al recupero di centinaia di giovani sfiduciati».
    Il Terzo Settore e nello specifico il mondo delle cooperative stanno portando avanti una serie di iniziative per inserire i giovani all’interno del circuito occupazionale. Più volte in questa sede abbiamo sottolineato la rilevanza ed i risultati raggiunti da iniziative come CoopUp e Coop4Job.
    La speranza, però, è che, esauriti i fondi di Garanzia Giovani, si possa intervenire con dei contributi strutturali per le aziende, in modo da consentire loro di prolungare i rapporti lavorativi sottoscritti con i tirocinanti assunti.
    Solo in questo modo il Governo potrà dare ridurre la disoccupazione giovanile e lanciare finalmente un effettivo turnover generazionale.



  • L’Istat ha comunicato i dati sulla produzione industriale nel mese di agosto. Nonostante ci sia una variazione positiva nei primi otto mesi del 2015 (+0,8% rispetto allo stesso periodo nel 2014), ad agosto c’è stato un calo della produzione industriale del -0,5% rispetto al mese di luglio.
    Nel trimestre giugno-luglio-agosto c’è una variazione nulla rispetto al trimestre precedente.
    Su base tendenziale, invece, abbiamo un aumento dell’1%, legato principalmente al maggior numero di giorni lavorativi nel confronto con agosto 2014 (21 giorni contro 20).

    lavoroPer quanto riguarda i singoli raggruppamenti, gli aumenti tendenziali maggiori li troviamo nel comparto dei beni strumentali (+3,9%) e dell’energia (+3,2), mentre abbiamo delle variazioni negative in quello dei beni intermedi (-1,8%) e dei beni di consumo (-1,3%).
    Cresce a dismisura il settore della fabbricazione dei mezzi di trasporto, che registra un aumento tendenziale del +15,5%, trascinato dalla produzione di auto (+48% rispetto al mese precedente). Bene anche la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+9,7%) e la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+6,9%).
    Le variazioni negative maggiori le troviamo, invece, nei settori della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (-10,0%), delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (-9,5%) e delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-8,5%).



  • Il Global Monitoring Report, elaborato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, effettua un’analisi sul livello di povertà presente nel nostro pianeta.
    In particolare si concentra sul cosiddetto indice di povertà assoluta, che misura la percentuale di persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno.
    Secondo questa indagine, nel 2015 le persone che vivono in stato di povertà assoluta saranno il 9,6% della popolazione mondiale. L’obiettivo della Word Bank e del Fmi è azzerare tale livello entro il 2030.

    Si tratta di un’impresa certamente difficile, ma non impossibile. Se prendiamo come punto di riferimento gli ultimi venticinque anni, ad esempio, un miliardo di banca mondiale logopersone, corrispondente ad un sesto della popolazione mondiale, è uscita dallo stato di indigenza.
    Merito certamente dal livello di sviluppo raggiunto da alcuni paesi dell’America Latina e dell’Asia, il che lascia pensare che quantomeno un’ulteriore riduzione della povertà assoluta possa essere realizzabile.
    Anche i dati più recenti giocano a favore dell’obiettivo azzeramento della povertà assoluta. Dal 2012 ad oggi, infatti, ci sono 200 milioni di persone in meno che vivono in stato di povertà assoluta.

    Nonostante, dunque, una distribuzione della ricchezza sempre più diseguale, che ha acuito le diseguaglianze sociali, i dati sulla povertà sorridono alle istituzioni mondiali, ma ci sono alcune sfide imminenti che devono essere vinte, come il fenomeno delle migrazioni e il cambiamento climatico.
    L’arrivo di nuova forza lavoro, proveniente dagli stati esteri, deve essere valutato come un’opportunità e non come un problema. Secondo la World Bank, infatti, per ogni aumento dell’1% della popolazione in età da lavoro otteniamo una crescita della ricchezza pro-capite fra l’1,1 e il 2%.
    Dati che devono far riflettere le istituzioni nazionali e sovranazionali, che avranno il compito di aumentare le competenze dei migranti e di inserirli all’interno del circuito occupazionale per formare un mercato del lavoro dinamico e competitivo.



  • Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma. Nel tardo pomeriggio di ieri sono arrivate le sue dimissioni, richieste non solo dall’opposizione e da una buona parte della società civile, ma anche dal suo stesso partito: il Pd.
    La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la polemica relativa alle spese effettuate dall’ormai ex sindaco con la carta di credito messagli a disposizione dal Comune di Roma. Si parla di spese di carattere personale, soprattutto legate a cene di lavoro, che Marino si è dichiarato disposto a rimborsare di tasca sua. Questo evidentemente non è bastato per salvarlo da un epilogo già scritto.

    Con il passare dei mesi è cresciuta all’interno del Pd la convinzione che Marino avrebbe dovuto farsi da parte, una posizione sposata e portata avanti dallo stesso premier marino dimissioniRenzi fino alla giornata di ieri.
    Al di là dei numerosi scandali che hanno colpito l’amministrazione Marino ed il sindaco in prima persona, è bene fare una riflessione su come e perché si sia arrivati ad avere, nella stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, un vero e proprio rigetto nei confronti dell’ex sindaco, che ha fatto sembrare le sue dimissioni come un finale scontato.
    Questa vicenda è la perfetta esemplificazione di come la comunicazione nella società moderna, e soprattutto quando nella narrazione politica, possa fare la differenza.
    Non lo scopriamo certo oggi, la comunicazione è sempre stata uno strumento essenziale per la costruzione e la destrutturazione del consenso, ma oggi, con l’effetto ridondante dei social media, diventa tutto più rumoroso ed amplificato.
    In un periodo storico, dove gli scandali legati agli sperperi ingiustificati ed ingiustificabili del denaro pubblico sono particolarmente (e giustamente) invisi, è stato facile effettuare un’operazione di discredito nei confronti di Ignazio Marino. Le vacanze ai Caraibi in un momento particolarmente difficile per la sua città ed il viaggio negli Stati Uniti durante la visita del Papa negli States, hanno contribuito a costruire un’immagine negativa, che va al di là della sua condotta amministrativa, buona o cattiva che sia.
    Non mancano certamente su Facebook e Twitter, i commenti favorevoli all’operato dell’ex sindaco. Marino ha provato, con risultati alterni, a scardinare un modus operandi diffuso nell’amministrazione romana, una grande macchina burocratica caratterizzata da scambi di favori più o meno leciti, come emerso nel corso dell’inchiesta Mafia Capitale.
    Al di là del merito, dunque, le dimissioni di Marino sono l’ennesima dimostrazione di come la comunicazione svolga un ruolo predominante in una società altamente mediatizzata.



  • È possibile rendere la Pubblica Amministrazione più digitale e più vicina ai cittadini, magari consentendo a questi ultimi di finanziare i progetti ed i servizi utili per l’intera comunità?
    Questa pratica così complessa da attuare e così affascinante ha un nome: crowdfunding civico. Si tratta di uno straordinario strumento di partecipazione e di coinvolgimento diretto dei cittadini nella vita della propria collettività, un modo per contribuire alla crescita della città ed aumentare la qualità della vita dei suoi abitanti.

    In Italia abbiamo già qualche esempio di crowdfunding civico, uno su tutti è la ristrutturazione del portico di San Luca, a Bologna, avvenuta attraverso le donazioni volontarie di 7.111 cittadini: un bell’esempio di democrazia partecipata e di senso civico.
    Ma bastano pochi esempi vincenti per far diventare il crowdfunding civico una prassi all’interno di ogni amministrazione pubblica?
    Allo stato attuale sembra un’impresa impossibile e lo è soprattutto dal punto di vista culturale.
    Manca in Italia una concezione dello Stato come erogatore di servizi per la collettività e come grande contenitore dei bisogni comuni.
    Del resto gli scandali, anche recenti, legati al mondo della politica e della P.A. non hanno certamente contribuito a cambiare la nozione di uno Stato autoreferenziale ed in alcuni casi anche corrotto.
    Chiedere ai cittadini un finanziamento, anche in forma libera, di un progetto di interesse collettivo verrebbe comunque visto come una sorta di appropriazione pubblica del denaro privato e un’ulteriore tassa da pagare.
    Questo è uno dei tanti motivi per cui gli strumenti di smart city e di economia digitale faticano ancora ad affermarsi nel nostro Paese e difficilmente lo faranno prima che la cultura digitale e quella politica trovi spazio nelle aule scolastiche e nelle arene pubbliche.
    Solo a quel punto, forse, il crowdfunding civico potrà diventare una realtà possibile.



  • Una petizione per salvare la filiera del pomodoro. I giovani di VàZapp hanno lanciato una campagna per tutelare i produttori di pomodoro del Sud Italia, vittima del mancato rispetto dell’accordo con le industrie conserviere, le quali hanno deciso arbitrariamente di abbassare il prezzo del pomodoro pelato da 0,10 a 0,08 centesimi al chilo.
    Anche il Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, ha accolto la proposta di VàZapp recandosi in Puglia per sostenere la battaglia dei produttori pugliesi.

    «Il pomodoro rappresenta l’ingrediente base dell’alimentazione degli italiani – hanno dichiarato i ragazzi di VàZapp –Non è giusto che i consumatori debbano martina vazappsubire un prezzo così elevato, rispetto al valore reale del prodotto. Restituiamo dignità all’oro rosso del Mezzogiorno e a chi, con fatica, ogni giorno si impegna per produrlo».
    VàZapp è la prima hub rurale del nostro paese, un luogo di incontro e di confronto fra giovani ed imprese agricole che vogliono condividere un’idea innovativa nel campo dell’agroalimentare. Nasce con una forte collocazione territoriale, in un’area, quella della provincia di Foggia, con la più alta estensione di terreni coltivabili in Italia.
    Non a caso il 95% del pomodoro Sammarzano proviene proprio da questa provincia; il ribasso dei prezzi può portare al fallimento del 30% delle imprese del settore, con conseguenze rilevanti anche sui consumatori, costretti a pagare un prezzo maggiorato di 0,82 centesimi al chilo rispetto a quello pagato dai produttori.
    L’impegno del Ministro Martina, nel corso dell’incontro con i giovani pugliesi, è stato quello di modificare le regole di contrattazione degli accordi tra industrie di trasformazione e produttori, dando maggiore forza contrattuale a questi ultimi e facendo pagare un prezzo equo e remunerativo per un prodotto che rappresenta il cardine del Made in Italy agroalimentare.