• Jobs Act: una rivoluzione totale del mercato del lavoro italiano o una manovra marginale? Difficile valutarne gli effetti dopo solo un mese dall’approvazione dei primi decreti attuativi.
    Per adesso possiamo limitarci ad analizzare i primi numeri riportati dal Ministero del Lavoro relativi al mese di Marzo. Quando parliamo di nuovi contratti stipulati da parte delle aziende dobbiamo tenere conto soprattutto di due principali novità normative: la previsione di sgravi contributivi (massimo 8.060 euro in tre anni) per l’attivazione di nuovi contratti a tempo indeterminato e l’introduzione del nuovo contratto a tutele crescenti (in vigore dal 7 marzo) che renderà più facile lo scioglimento dei vincoli contrattuali attraverso la previsione dell’indennizzo economico al posto del reintegro per i licenziamenti illegittimi.
    Questi due aspetti sono ovviamente centrali per valutare correttamente l’entità del cambiamento.

    bilancioI primi numeri in tal senso possono essere definiti incoraggianti. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, infatti, nel mese di Marzo sono stati attivati in tutto 641.572 nuovi contratti, ad eccezione del lavoro domestico e della Pa, a fronte di 549.273 cessazioni; il saldo, dunque, è stato attivo di 92.299 unità.
    Per quanto riguarda nello specifico le nuove forme contrattuali a tempo indeterminato ne sono state attivate 162.498 (quasi 54.000 in più rispetto a marzo 2014) a fronte di 131.128 contratti cessati, con un saldo positivo di 31.000 unità.
    Gli effetti degli sgravi contributivi e dell’introduzione del contratto a tutele crescenti possiamo verificarle nel dettaglio confrontando questi dati con quelli di marzo 2014. In quel caso, infatti, in relazione ai contratti a tempo indeterminato il saldo era stato negativo, con 144.839 cessazioni a fronte di 108.647 attivazioni (-36.000 unità).
    Stesso discorso se ci concentriamo sulle forme contrattuali a termine, ovvero quelle sulla carta disincentivate dalla nuova normativa. Diminuiscono, infatti, le attivazioni a tempo determinato (da 395.000 a 381.234), i contratti di apprendistato (da 21.037 a 16.844) e le collaborazioni (da 48.491 a 36.460), segno evidente che il contratto a tempo indeterminato, sotto la nuova accezione delle “tutele crescenti”, sta tornando ad essere il baricentro del mondo del lavoro (aumento del 49,5% di nuove assunzioni a tempo indeterminato rispetto a marzo 2014).
    Certamente è ancora presto per esprimere dei giudizi definitivi, ma i primissimi dati sembrano essere senza dubbio incoraggianti. Lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è espresso in maniera positiva definendo queste elaborazioni come «dati che incoraggiano la fiducia» e parlando del cammino delle riforme come «un percorso virtuoso». 



  • L’impresa sociale come modello alternativo di sviluppo. Sarà questo il tema centrale del Social Enterprise World Forum, Growing a New Economy, che si svolgerà a Milano dall’1 al 3 luglio presso l’università IULM.
    L’evento torna in Europa dopo 7 anni, quando nel 2008 fece tappa ad Edimburgo.
    Si tratta di una manifestazione di livello internazionale, un vero e proprio momento di incontro e di scambio reciproco di conoscenze ed informazioni tra imprese sociali provenienti da tutto il mondo.
    Il modello capitalistico ha mostrato negli ultimi anni alcuni dei suoi limiti, mancanze che possono essere colmate attraverso un modo di fare imprese orientato al soddisfacimento delle esigenze della collettività.

    new socialI risultati raggiunti dal mondo della cooperazione ed in generale dall’universo del no profit ci raccontano che è possibile veicolare valori diversi dal raggiungimento del profitto e dall’accumulazione privata. Rispetto dell’ambiente, sviluppo sostenibile, produzione locale, maggiore integrazione sociale: sono tutti principi che le imprese sociali intendono portare avanti, estendendo a macchia d’olio il proprio modello di riferimento.
    Il Social Enterprise World Forum riunirà a Milano le esperienze migliori del settore, consentendo a possibili investitori di conoscere dettagliatamente la realtà internazionale e di proporre nuovi progetti.
    La tre giorni di attività prevede l’organizzazioni di workshop e plenary session che si concentreranno su cinque tematiche in particolare:

    L’ecosistema che promuove l’Impresa Sociale
    Le imprese sociali: una soluzione vincente nella lotta alla povertà
    Impact Investing – riallineare le aspettative
    Nutrire il pianeta attraverso le imprese sociali
    La sfida di una comunicazione efficace per le imprese sociali 

    Non ci sarà, però, solamente la formazione teorica. I partecipanti avranno, infatti, anche l’opportunità di seguire un itinerario guidato alla scoperta delle migliori imprese sociali italiane. Si andrà dal mondo della cultura a quello dell’agricoltura, passando per l’arte ed il cibo, tutti settori nei quali l’Italia è tra i leader mondiali.
    L’evento si inserisce alla perfezione nell’anno di Expo, dove per la prima volta anche le imprese sociali avranno un ruolo di primo piano grazie al padiglione di Cascina Triulza, interamente dedicato al Terzo Settore. Non a caso l’apertura dei lavori del Social Enterprise World Forum avverrà proprio presso l’auditorium di Expo come segno di contiguità con l’esposizione universale.
    Il mondo del sociale italiano avrà, dunque, un’ulteriore opportunità per far conoscere la propria attività e ribadire al mondo intero che l’universo del volontariato e dell’imprenditoria mutualistica non può e non deve essere noto solo per gli scandali giudiziari, ma per il sua tradizione ed il suo straordinario operato al servizio della collettività.

     



  • Rischiano di saltare i meccanismi di inversione contabile, inseriti dal Governoo per recuperare risorse dal pagamento dell’Iva.
    Il riferimento è al reverge charge per la grande distribuzione e allo split playment nei rapporti di fornitura tra privati e pubbliche amministrazioni.
    La Commissione Europea potrebbe ritenerli in contrasto con le normative comunitarie, specie quella sui ritardi nei pagamenti da parte della P.A. Più volte l’Italia è stato oggetto di ammonizioni in sede europea per la mancata estinzione dei debiti con le imprese private.
    La previsione di simili meccanismi di inversione contabile potrebbe provocare loro gravi crisi di liquidità, portando numerose Pmi a chiudere i battenti.

    L’attenzione della Commissione è rivolta principalmente allo split payment, ovvero quello strumento contabile che consente alle amministrazioni di versare l’Iva direttamente all’erario e non più ai fornitori. Questi ultimi dovranno, invece, limitarsi a chiedere un credito d’imposta allo Stato.
    Ma quali sono i tempi di estinzione del debito? Conoscendo l’impianto farraginoso della burocrazia italiana, è facile immaginare che le imprese dovranno aspettare molti mesi prima che avvenga il pagamento dovuto.
    Per questo motivo l’Associazione nazionale costruttori, insieme alla Cna, Confartigianato e alle cooperative del settore edilizio, ha presentato ricorso alla Commissione europea.

    DENAROSecondo le associazioni di categoria, ci sarebbe innanzitutto un problema di natura formale, in quanto lo split payment è entrato in vigore il primo gennaio senza il consenso delle istituzioni europee.
    Ci sono, inoltre, questioni di natura sostanziale, come quelle già accennate in precedenza relative al mancato rispetto delle direttive continentali sui ritardi di pagamento o le norme che prevedono che l’Amministrazione debba liquidare il compenso dovuto ai fornitori entro 60 giorni, comprensivo delle tasse.
    La Commissione potrebbe, dunque, bocciare i meccanismi di inversione contabile previsti dal Governo o costringere quest’ultimo ad apportare sostanziali modifiche. Un eventuale stop al reverse charge e allo split payment comporterebbe un mancato gettito per le casse dello Stato stimato attorno agli 1,7 miliardi di euro.
    Si tratterebbe di una vera e propria batosta per l’erario, che annullerebbe di fatto il cosiddetto bonus Def (1,5 miliardi di euro) e costringerebbe lo Stato a ricavare tali risorse attraverso altre fonti di finanziamento.



  • Il Centro Studi di Confindustria ha fornito i dati relativi al Pil dell’Italia nel primo trimestre del 2015. In base alle elaborazioni di viale dell’Astronomia, il Prodotto Interno Lordo è cresciuto dello 0,2% rispetto al precedente trimestre.
    Una variazione positiva che dovrebbe diventare sempre più sostenuta nel corso dell’anno. A partire dalla primavera, in particolare, il Pil subirà una profonda accelerata. Merito soprattutto di alcuni fattori esterni, come il Quantitative easing, il cosiddetto mini-euro ed in generale una situazione monetaria favorevole alle esportazioni dal nostro paese verso i mercati americani ed asiatici.
    Secondo le elaborazioni di Confindustria, il Pil crescerà nello specifico dello 0,5% nel 2015 e dell’1,1% nel 2016.

    ctuUna situazione, dunque, che sembra proiettare lentamente il nostro paese al di fuori della crisi. Il mutato scenario internazionale ha causato addirittura una revisione al rialzo delle previsioni sull’andamento del Pil effettuati da diversi organismi come l’Istat, Ocse e lo stesso Centro Studi di Confindustria.
    La spirale recessiva innescata dalla crisi non spaventa più i vari istituti di ricerca: «La stessa crisi» riporta una nota del Csc «ha azionato freni straordinari: alta disoccupazione, credit crunch, ampia capacità inutilizzata, settore immobiliare fragile, margini di profitto ai minimi e risparmio da ricostituire intralciano la ripartenza della domanda interna e delle attività produttive. Per ciascuno di essi, tuttavia, arrivano rassicuranti segnali di allentamento della morsa». 

    Confindustria effettua anche una breve riflessione sul Documento di Economia e Finanza, approvato in questi giorni in Parlamento. Secondo viale dell’Astronomia, l’esecutivo italiano dovrebbe sfruttare i margini di flessibilità concessi dalla Commissione, utilizzando i fondi europei per effettuare corposi investimenti pubblici.
    Per far ripartire la nostra economia, sarà necessario, dunque, un moderato aumento della spesa pubblica, tenendo sempre conto dei vincoli di bilancio imposti da Bruxelles.
    Viene esortato, a conti fatti, il nostro esecutivo ad attuare una politica di investimenti più coraggiosa e di proseguire spedita sulla via delle riforme.



  • Ambiente e tecnologia sono due mondi all’apparenza molto distanti di loro, eppure possono interagire in maniera estremamente positiva. I numerosi progetti di smart city implementati in tutto il mondo sono la perfetta dimostrazione di come possano esistere città più intelligenti, tecnologiche e pulite.
    L’ultima innovazione potrebbe davvero rappresentare un passo importante verso l’interazione totale tra il mondo dell’innovazione e quello dell’ambiente.
    Esiste, infatti, un social network che permette addirittura ai cittadini di segnalare i danni quotidiani che vengono fatti al territorio: discariche abusive, incendi ed episodi di inquinamento in generale. Allo stato attuale sono moltissime le segnalazioni che giungono alle istituzioni attraverso Facebook, Twitter, YouTube o Instagram.
    Il problema, però, risiede nel mancato recepimento da parte di chi di dovere, che il più delle volte reputa poco attendibili queste “fonti di informazione”.

    qcumberIl problema potrebbe essere risolto attraverso la creazione di un social network specifico per il monitoraggio ambientale. Si tratta di Qcumber, una piattaforma già esistente ma implementata in questi giorni grazie all’intervento di Microsoft.
    Nel corso della conferenza 2015 della IAIA – International Association for Impact Assessments – svoltasi quest’anno a Firenze (prima volta assoluta in Italia), l’azienda americana ha annunciato l’accordo con Qcumber, Altea e STMicroelectronics per aumentare la qualità del suddetto social network.
    Gli utenti di Qcumber possono servirsi di Google Maps per segnalare e localizzare i problemi, ma c’è di più; attraverso uno speciale algoritmo potranno addirittura proporre delle soluzioni ai problemi riscontrati, consentendo così una positiva interazione tra cittadini ed istituzioni.
    Anche gli enti locali, infatti, potranno avere accesso ai servizi di Qcumber, sfruttando il suo carattere specifico per le questioni ambientali, il che lo rende più affidabile rispetto agli altri social.
    La collaborazione con Altea e STMicroelectronics consentirà, inoltre, alle amministrazioni locali di installare dei sensori per rilevare la qualità dell’aria ed il livello di smog.
    Il monitoraggio ambientale della propria città o della propria regione può diventare così sempre più dettagliato, dimostrando come tecnologia ed ambiente possano sposarsi alla perfezione.



  • L’Alleanza delle Cooperative italiane, in audizione in Parlamento, ha commentato le recenti misure prese dal Governo, con particolare riferimento al nuovo Documento di Economia e Finanza.
    Due degli argomenti più discussi in questi giorni riguardano la riduzione del cuneo fiscale e la legge anti-corruzione.
    Sul primo punto l’Alleanza si esprime in maniera favorevole, soprattutto in merito alla diminuzione della tassazione sul lavoro. All’interno della Legge di Stabilità sono previsti, infatti, una serie di incentivi di natura fiscale per i datori di lavoro che decideranno di assumere nuovi dipendenti con contratti a tempo indeterminato.
    Tali interventi si aggiungono a quelli presenti nel Jobs Act, con il quale viene introdotto il nuovo contratto a tempo indeterminato definito “a tutele crescenti”, vero e proprio baricentro del nuovo universo contrattuale.
    «Bene le misure finora assunte dal governo sulla riduzione del costo del lavoro» riporta una nota dell’Alleanza «é necessario proseguire su questa strada per alleggerire ulteriormente gli oneri del cuneo fiscale».

    logo alleanzaLa centrale unica di rappresentanza delle cooperative invita, inoltre, il Governo ad intervenire tutelando i fornitori di beni e servizi “dagli effetti negativi delle recenti modifiche del regime IVA di chi opera con la PA, vedi lo split payment”. In base alla nuova normativa, infatti, l’amministrazione dovrà versare l’importo dell’imposta sul valore aggiunto direttamente all’erario e non più al fornitore.
    Quest’ultimo potrà semplicemente usufruire di un credito d’imposta nei confronti dello Stato. Tale meccanismo genera, però, non pochi problemi ai fornitori, visto i gravosi ritardi delle pubbliche amministrazioni nel pagamento dei debiti, rischiando così di causare loro ulteriori crisi di liquidità.
    Un altro argomento affrontato riguarda la punizione dei reati di tipo economico e la conseguente legge anti-corruzione. Negli ultimi mesi lo stesso mondo cooperativo è stato colpito da scandali giudiziari che hanno messo in luce un quadro torpido di rapporti illegali tra imprese ed amministratori pubblici.
    Per questo motivo l’Alleanza valuta come «positivo l’inasprimento delle sanzioni penali per i reati economici con l’obiettivo di mercati puliti» ed invita il Governo ad «incentivare le liberalizzazioni e contrastare gli appalti al massimo ribasso».
    Su quest’ultimo punto la centrale di rappresentanza delle coop si batterà in maniera ferrea, come già dimostrato nei giorni scorsi con la presentazione di una proposta di legge per combattere il fenomeno dilagante delle false cooperative.



  • I dati di Eurostat sulla disoccupazione regionale negli Stati dell’Unione Europea ci permettono di effettuare un’interessante comparazione sulla situazione del mercato del lavoro nei vari contesti continentali.
    Possiamo così scorgere le enormi differenze tra regioni floride come quelle della Baviera e della Turingia in Germania ed altre con tassi di disoccupazione preoccupanti, come quelli presenti in Andalucia e Calabria.
    Secondo quanto riportato dall’Ufficio di Statistica dell’Unione Europea, il tasso di disoccupazione medio dei paesi Ue per l’anno 2014 è del 10,1%, in diminuzione dello 0,7% rispetto all’anno precedente.
    In totale ci sono 54 regioni che presentano un livello di disoccupazione inferiore al 5%, di queste ben ventitré sono situate in Germania, 16 in Gran Bretagna e solo una in Italia (la provincia autonoma di Bolzano).
    Il nostro paese spicca, al contrario, per l’elevato tasso di disoccupazione. Sono 29 le regioni con almeno il 20,2% di disoccupazione: 13 sono spagnole, 12 greche e 4 italiane.

    caschetto lavoroL’Europa del Mediterranneo si conferma, dunque, ancora una volta come la parte povera dell’Unione Europea. Stupisce in particolar modo lo scarso rendimento del mercato del lavoro spagnolo, se pensiamo che le regioni con il più alto tasso di disoccupazione sono proprio l’Andalucia (34,8%), le Canarie (32,4%),  Ceuta (31.9%), Extremadura (29.8%) and Castilla-la Mancha (29.0%).
    La Regione italiana peggio piazzata è la Calabria (23,4%), seguita dalla Sicilia (22,2%) e dalla Campania (21,7%). In generale nell’anno 2014, l’Italia ha fatto registrare un ulteriore aumento dello 0,6% del proprio tasso di disoccupazione che si attesta adesso al 12,7%, con dei picchi negativi al Sud (20,4%).
    I dati del nostro paese sono distanti anni luce da quelli tedeschi. In Germania il mercato del lavoro e le politiche attive funzionano in maniera estremamente efficiente.
    Lo dimostrano le elaborazioni sul tasso di disoccupazione teutonico, attestatosi attorno al 5,0% per l’anno 2014, ben sotto la media europea.

    Eurostat fornisce ulteriori dati interessanti che riguardano la disoccupazione giovanile e quella di lunga durata, ovvero la percentuale di cittadini che non lavora da più di 12 mesi. In entrambi casi i dati maggiormente negativi interessano ancora una volta le regioni dell’Europa Meridionale.
    Per quanto riguarda la disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni, la media europea per il 2014 è del 21,9%. Le percentuali migliori le troviamo nelle regioni tedesche dell’Oberbayern (3.7%), Stuttgart (4.7%), Karlsruhe (4.8%) e Freiburg (5.0%), mentre quelle più alte nell’Ipeiros (69.8%) in Grecia e Ceuta (67.5%) in Spagna.
    Come riporta Eurostat, in metà delle regioni europee la disoccupazione giovanile risulta essere addirittura il doppio di quella generale.
    Numeri davvero impressionanti che raccontano alla perfezione la grave crisi che sta attraversando il mercato del lavoro europeo, fatta eccezione per poche realtà virtuose.
    In Italia la disoccupazione giovanile nel 2014 si attesta al 21,9%, con regioni come la Calabria al 59,7% (la settima percentuale più alta di tutta Europa).
    La disoccupazione di lunga durata presenta, invece, un tasso europeo medio del 49,3%: i livelli più bassi interessano alcune zone della Svezia e della Romania, mentre quelli più alti toccano da vicino ancora una volta Grecia e Spagna, con l’aggiunta della Slovacchia.



  • Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti apre alla proposta effettuata nei giorni scorsi dal presidente dell’Inps Tito Boeri: un reddito minimo per i cittadini di età compresa tra i 55 ed i 65 anni.
    Questa fascia di età è divenuta particolarmente delicata dopo l’avvento della crisi. In tanti hanno perso il proprio posto di lavoro e solo uno su dieci è riuscito a trovarne un altro.
    Come è facile immaginare risulta più difficile per un soggetto over 55 reinserirsi nel mondo lavorativo. C’è, dunque, il forte rischio che venga a trovarsi senza un lavoro e senza una pensione, non avendo ancora raggiunto l’età pensionabile.
    Boeri ha colto immediatamente il problema, intravedendo in questa fascia di età nuove possibili situazioni di indigenza.

    polettiDi qui la proposta di fornire loro un reddito minimo, finanziabile attraverso il taglio delle pensioni maggiormente remunerative. La novità di questi giorni è l’apertura da parte della compagine governativa avvenuta attraverso il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
    «Ribadisco che il tema delle persone che sono avanti con l’età, hanno perso il lavoro e non maturano i requisiti per la pensione è uno dei problemi socialmente più rilevanti». dichiara Poletti a Repubblica «La proposta Boeri va in questa direzione quindi va considerata. E’ una delle proposte alle quali lavoriamo».
    La priorità del Ministro è rivolta verso chi ha perso il proprio posto di lavoro e non dispone degli adeguati sussidi prima di arrivare alla pensione.
    La questione degli ammortizzatori sociali sarà uno dei temi chiave all’interno del dibattito pubblico italiano di qui ai prossimi mesi. L’Italia, infatti, come molti paesi dell’Eurozona, dovrà porre rimedio alle situazioni di indigenza accentuate dalla crisi.
    Si tratta di un dovere di natura morale oltre che politico. L’aggravarsi di tali fenomeni potrebbe portare, infatti, ad un disagio sociale crescente, a quel punto difficile da arginare. Il consenso dilagante di alcune forze politiche di stampo populista a livello europeo deve allarmare i partiti di maggioranza e porre loro più di qualche interrogativo sulla gravità della questione sociale.
    Uno degli argomenti di discussione nell’esecutivo italiano è, ad esempio, la destinazione del cosiddetto bonus Def, ovvero 1,5 miliardi di euro ricavati dallo scarto tra l’andamento tendenziale del deficit (2,5%) e quello programmatico per l’anno 2015 (2,6%). Il Governo sembra orientato ad utilizzare queste risorse per implementare gli ammortizzatori sociali in favore di chi possiede una situazione reddituale difficile.
    Su questo punto i vertici istituzionali italiani ed europei si giocheranno una delle partite più importanti degli ultimi anni. Non ci sono più margini per i rinvii ed i ripensamenti.


  • europa bce

    I dati riportati da Eurostat per l’anno 2014 mostrano una tendenza costante. Nonostante le politiche di austerity promosse negli ultimi anni, il debito pubblico dell’Eurozona continua a crescere.
    Secondo le elaborazioni dell’ufficio di statistica dell’Unione Europea, il rapporto debito/Pil è ulteriormente aumentato passando dal 90,9% del 2013 al 91,9% del 2014.
    Si tratta di un nuovo record assoluto che testimonia la difficoltà di alcuni paesi, soprattutto quelli dell’area Mediterranea, a fronteggiare le regole di stabilità fissate dalle istituzioni continentali.
    Secondo quanto stabilito dai trattati dell’Ue il rapporto debito/Pil ottimale è attestabile attorno al 60%, una percentuale rispettata solamente da pochissimi Stati all’interno dell’Eurozona.

    eurogruppoIl paese con il più alto debito pubblico è ovviamente la Grecia, passata dal 175% del 2013 a 177,1% del 2014. Anche le altre realtà dell’Europa Meridionale hanno visto il proprio deficit crescere. Quella con il secondo debito più alto è l’Italia (da 128,5% a 132,1%), seguita dal Portogallo (da 129,7% a 130,2%).
    Presentano una variazione positiva anche Spagna (da 92,1% a 92,7%) e Francia (da 92,3% a 95%). Diminuisce, invece, il debito della Germania, passato dal 77,1% del 2013 al 74,7% del 2014.
    I paesi con la percentuale più bassa sono alcuni dell’Europa del Nord (Estonia 10,6%, Lussemburgo 23,6% e Lettonia 40%) e dell’area balcanica (Bulgaria 27,6% e Romania 39,8%).
    Alla luce di questi dati emergono almeno due questioni importanti. La prima è quella (ricorrente) relativa alla sostenibilità del debito di alcuni paesi come Italia e Grecia. Difficile che nel lungo periodo possano convivere all’interno dell’Eurozona realtà virtuose e altre oggetto perenne di revisione contabile.
    Una situazione di questo tipo non fa altro che aumentare i veti incrociati, paralizzando così l’azione delle istituzioni europee.
    Un’altra questione, forse sottovalutata, attiene alla crescita dell’Eurozona. Le politiche di austerity, veicolate in questi anni, oltre ad aver avuto pochi effetti sulla riduzione del debito hanno anche rallentato in qualche modo la crescita del Pil dei singoli stati.
    I dati appena riportati devono fungere da monito per l’Ue perché le misure adottate fin qui, nonostante abbiano cercato di bilanciare il contenimento della spesa pubblica e con l’aumento del Prodotto Interno Lordo, hanno funzionato solo per alcune limitate realtà nazionali.



  • Il 730 precompilato: una vera rivoluzione o un doloroso passo indietro? Probabilmente ancora siamo a metà del guado.
    A partire dal 15 aprile è possibile scaricare sul sito dell’Agenzia delle Entrate la propria dichiarazione dei redditi precompilata dal Fisco. Una nuova modalità di accertamento della situazione reddituale e patrimoniale del contribuente che potrebbe rivoluzione la vita fiscale di circa 20 milioni di cittadini tra lavoratori dipendenti e pensionati.
    In realtà, per adesso, si tratta solo di una rivoluzione incompiuta. Il nuovo modulo, infatti, ha portato con sé enormi problemi, dovuti principalmente all’assenza voce contenente le spese sanitarie e alle responsabilità che gravano sui professionisti per ogni dichiarazione erronea.
    Probabilmente, nel lungo periodo, l’innovazione e la semplificazione potrà essere reale. Già dall’anno prossimo, quando saranno ricomprese le detrazioni sanitarie, il pre-compilato presenterà dei miglioramenti che potranno essere maggiori di anno in anno.

    21102014Allo stato attuale, però, ci troviamo di fronte ad alcune situazioni paradossali. Una di queste riguarda proprio le detrazioni fiscali. Uno degli obiettivi principali del contribuente nella presentazione del proprio Isee è ottenere una serie di sgravi dovuti alla propria situazione reddituale e patrimoniale.
    I cittadini al di sotto di determinate soglie di reddito, ad esempio, possono accedere a borse di studio o usufruire di detrazioni per le spese mediche occorse durante l’anno.
    Secondo, però, quanto calcolato da uno studio della Fondazione nazionale dei Commerciali, circa il 50% dei contribuenti potrebbe decidere di rinunciare a tali detrazioni. In tutto sarebbero 6 milioni di persone che farebbero risparmiare alle casse dello Stato circa 1,5 miliardi di euro.
    Il motivo è presto detto. Secondo la Cgia di Mestre, l’ammontare medio per l’anno 2014 delle detrazioni dovute per le spese sanitarie è di 143 euro. Si tratta, a conti fatti, di una cifra tutto sommato esigua che, secondo molti cittadini, non giustificherebbe la modifica del proprio compilato. Molti cittadini, tra l’altro, demanderebbero questa operazione ai centri di assistenza fiscale o altri professionisti, previa un corrispettivo in denaro. Si tratterebbe, quindi, di una scelta tutto sommato poco conveniente.
    La presentazione del 730 per come è stato compilato dall’Agenzia delle Entrate, inoltre, eviterebbe ulteriori controlli ed eventuali sanzioni per le dichiarazioni erronee.
    I contribuenti, quindi, sembrano disposti a rinunciare alle detrazioni fiscali per le spese sanitarie pur di non avere oneri e responsabilità aggiuntive. Una situazione che deve far riflettere le istituzioni, perché se semplificazione doveva essere ancora siamo lontani dallo scorgere gli effetti.



  • Informare le cooperative sulle opportunità che offrono i mercati esteri: è questo l’obiettivo di Internazionalizzazione Start Up, il progetto di Confcooperative che è da poco entrato nella sua seconda fase.
    Dopo la prima parte di alfabetizzazione delle imprese, la seconda prevede un road show presso le Confcooperative regionali nel quale verrà intensificherà la fase di formazione e verranno raccolte le adesioni in vista della missione finale in Serbia, prevista per l’autunno 2015.
    Il progetto della Confcooperative mira a sensibilizzare le proprie associate sulle straordinarie opportunità che offre l’export in questo particolare momento storico. Le esportazioni rappresentano, infatti, uno dei principali volani dell’economia italiana.
    Merito dell’immagine positiva di cui gode il Made in Italy in tutto il mondo e di una situazione monetaria che favorisce gli scambi dall’Italia verso l’estero. La svalutazione dell’Euro attira, infatti, mercati come quello americano o asiatico, che non a caso hanno intensificato la domanda di prodotti italiani negli ultimi mesi.

    confcooperativeInternazionalizzazione Start Up si pone come obiettivo, dunque, di dare una vocazione internazionale alle coop di produzione e lavoro. Per raggiungere questo ambizioso traguardo sono necessarie tre prerogative: la qualità dei prodotti, investimento in innovazione e crescita dimensionale delle imprese.
    Soprattutto sugli ultimi due versanti il sistema imprenditoriale italiano mostra diverse lacune. Vi è infatti un importante gap con i concorrenti esteri in materia di tecnologia ed economia digitale; mentre dal punto di vista della dimensione delle imprese si continua a prediligere un modello imprenditoriale di tipo familiare.
    Senza le dovute aggregazioni, però, sarà estremamente difficile competere con le altre realtà internazionali.

    Dopo aver attraversato varie città italiane il Road Show di Confcooperative arriverà nella giornata di domani a Napoli. L’evento di formazione, che si svolgerà presso il Centro Direzionale alle ore 14:00, è organizzato da Federlavoro e Servizi Confcooperative Campania e vedrà anche la partecipazione delle Confcooperative di Lazio e Calabria.
    «L’export è un volano per la crescita economica, anche per le piccole e medie imprese» dichiara Umberto Amoroso, presidente della Federlavoro e Servizi Campania «Le politiche di sviluppo che promuoviamo vanno in questa direzione e ci stiamo impegnando per fornire alle cooperative strumenti ed indicazioni che ne migliorino la competitività sui mercati esteri».
    Saranno molte le imprese che parteciperanno all’evento, attratte dalla possibilità di espandere la propria produzione investendo all’estero e di rispondere alle sfide dell’attuale situazione economica mondiale.



  • Il processo di digitalizzazione dell’Italia procede completando lentamente le sue tappe. Nei giorni abbiamo visto l’introduzione di due importanti strumenti digitali: la fatturazione elettronica ed il 730 precompilato. Grazie alla fatturazione elettronica le operazioni di fornitura di beni e servizi tra imprese e pubbliche amministrazioni saranno registrate e conversate digitalmente, con un conseguente risparmio in termini di tempo e di risorse.
    Ma questa novità fiscale a breve potrebbe riguardare anche i cosiddetti rapporti “business to business”, ovvero tra partite Iva.
    Il primo decreto attuativo della delega fiscale fissa, infatti, al 1° gennaio 2017 la data a partire dalla quale la fatturazione elettronica sarà estesa anche alle transazioni tra privati. Artigiani, professionisti e commercianti potranno così utilizzare la stessa piattaforma online disponibile per le transazioni con le P.A., per depositare le fatture emesse e ricevute nel corso dell’anno.
    Come riporta Il Sole 24 Ore, però, il passaggio alla fatturazione elettronica nei rapporti tra privati non sarà obbligatorio come invece accade per la fornitura di beni e servizi alle pubbliche amministrazioni. La normativa europea impedisce, infatti, che tale strumento diventi imperante per tutti.
    Il Governo ha deciso allora di prevedere una serie di misure che incentivino, di fatto, il passaggio alla fatturazione elettronica: tra queste c’è l’esonero dallo spesometro, ovvero la comunicazione annuale delle operazioni effettuate tra partite Iva o con i cittadini privati per cifre superiori ai 3.600 euro.
    Per chi deciderà di adottare la fatturazione elettronica sono previsti anche dei tempi più celeri per il rimborso dell’Iva (massimo tre mesi dalla presentazione della dichiarazione annuale).

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaCi sono, però, altre novità fiscali che entreranno in vigore sempre a partire dal 1° gennaio 2017. Una delle più importanti è il cosiddetto scontrino digitale. Il commerciante potrà, infatti, decidere di inviare i propri incassi giornalieri per via telematica, dicendo addio, dunque, allo scontrino cartaceo.
    Sarebbe senza ombra di dubbio una rivoluzione di tipo epocale che aumentare la tracciabilità delle operazioni commerciali dando una grossa mano al fisco in materia di evasione.
    Per tutti professionisti, commercianti ed artigiani che decideranno di optare per lo scontrino digitale e la fatturazione elettronica, l’Agenzia delle Entrate metterà, inoltre, disposizione un modello precompilato (simil 730 per intenderci), nel quale saranno contenute tutte le indicazioni sul pagamento dell’Iva e sulla dichiarazione annuale da inviare alla stessa Agenzia.
    Il cammino verso l’innovazione e la digitalizzazione del nostro paese è ancora lungo, soprattutto dal punto di vista dell’e-government. Sono tanti ancora i servizi online delle pubbliche amministrazioni che sono inefficienti, così come il know-how digitale dei pubblici dipendenti è ancora da migliorare.
    Gli strumenti appena indicati, sia nei rapporti tra P.A e privati che in quelli “business to business”, potranno certamente contribuire ad una crescita delle cultura digitale e all’implementazione di servizi migliori per i cittadini.